god.who.laughs

Di porridge e altre dolci fatalità.

Porridge e miele per fare una pausa senza farla veramente.
Sono cresciuta nutrendomi di immagini animate di porridge. Disegnato, era questa invitante sbobba che suggeriva la delicata zuccherosità del latte, ma con una punta più secca, più corposa, quella grumosità necessaria ad ammiccare alla consistenza che avrei sentito in bocca. Me lo sono immaginato per, credo, una ventina d’anni. E alla fine, quando ho provato a creare nella realtà ciò che avevo sempre e solo visto disegnato, il porridge ha compiuto il miracolo: ha confermato la mia aspettativa.
M è un miracolo simile. Per me, post-strutturalista, i miracoli non esistono: ci sono solo coincidenze o, opzione meno frustrante, concatenazioni guidate inconsciamente che comprendiamo solo marginalmente. Ma nella Weltanschauung di M credo i miracoli possano avere posto: Dio ci mette lo zampino e interviene sulla realtà.
Il porridge è la mia sbobba ciclica. Oltre a essere dolce come il latte e corposo come un cibo che mi suggerisce che mi sazierà senza riempirmi, è anche veloce da preparare. Qualche cucchiaio in padella, abbastanza latte per coprirlo appena, fuoco lento finché non bolle, poi girare per tre minuti. Servire con quel che ti pare. Pesce, carne, vegetali, frutta, whatever. Lo preferisco dolce, ovviamente – colpa di un’aspettativa lunga vent’anni. Lo preferisco dolce seduta sul divano mentre guardo distrattamente la TV pensando e non pensando ad altro.
Ho una certa esperienza con la trafila “conosci una persona virtualmente, approfondisci il rapporto mentre si creano aspettative, cerca di frenarle per quanto puoi, incontrala di persona”. Il passaggio “tieni a bada le aspettative” non è importante: è fondamentale. Il danno minore che un’aspettativa possa fare è far sì che, una volta incontrata la realtà che l’ha fatta generare, questa realtà risulti deludente. Poi c’è il danno maggiore: essere accecati dall’aspettativa. Esserne accecati al punto di coprirvi la persona verso cui era rivolta, e così precludersi la possibilità di fare quello che volevamo fare all’inizio, quel qualcosa insoddisfatto che ci ha portato a crearci aspettative: conoscerla.
Amo la differenza tra il conoscere e il ri-conoscere. Mi ricorda che siamo esseri pigri che – potendo – non si smuovono dai propri comodi schemi mentali. Riconoscere costa meno fatica che conoscere. Ma quel “potendo”, nel mio caso, avviene di rado. Deve averla vinta sulla mia cocciuta curiosità, quella curiosità per cui voglio conoscere sempre più, per cui non potrei sopportare di perdermi una sfumatura di Creato perché, al suo posto, ho visto un riflesso di me stessa.
Per questo faccio tutto il possibile per non crearmi aspettative. Esse sorgono, ovviamente, e allora le tratto come il Dio Che Ride tratta tutto: le smonto. L’ironia è distruttriva. E io distruggo, a colpi di dubbi e relativizzazioni, i pasti precotti che il mio cervello crea quando è affamato di una realtà che non può avere. Non ci riuscirò sempre, ovviamente, ma mi c’impegno, tanto, proporzionalmente a quanto voglio conoscere quel frammento di realtà.
Ma, nel caso di M, i sogni mi hanno fottuto. Senza chiedere il permesso, senza preavviso, mesi fa hanno cominciato a scodellarmi un M onirico fatto di tutti e cinque i sensi, tangibile come un ricordo riaffiorato. La mente ti dice che lo stai ricordando, il raziocinio ti suggerisce che non puoi ricordare ciò che non hai conosciuto. Non puoi proprio. Tante conversazioni scritte, qualche telefonata e un paio di sparuti video non possono recare in sé indizi sufficienti a ricostruire la tridimensionalità di una persona percepibile con cinque sensi. Non possono e basta. O, se possono, non hai la più pallida idea di come facciano.
M mi è entrato nei sogni ponendosi al fianco della schiere – esigue, in verità – di personaggi che Morfeo tiene nel proprio serbatoio per me. Persone che sono diventate Leitmotive, e così appaiono e riappaiono nei miei sogni in momenti apparentemente casuali. M è diventato uno di questi Leitmotive dal primo sogno che l’ha visto protagonista. L’ho saputo da subito, e so persino spiegare il perché, questa volta: perché incarnava un qualcosa di tanto limitato quanto inconfondibile – due caratteristiche proprie degli esseri umani con cui mi relaziono nella realtà della veglia. E mi sono infastidita, ovviamente, dinnanzi a questa constatazione.
E se non avessi mai conosciuto, tridimensionalmente, M?
Se fosse uscito dalla mia vita prima che potessi farlo?
Non ho nessuna voglia di avere nell’inconscio persone che si sono limitate a passare, generare aspettative e non soddisfarle. Nessuna voglia.
M è porridge.
L’ho saputo nel momento in cui l’ho intravisto tra la folla di persone scese dal treno. Ne ho riconosciuto la postura, ma soprattutto ho riconosciuto il modo in cui la sua presenza occupa lo spazio. Non è solo una questione di corpo: è come la persona vive lo spazio, come ci si muove e come lo gestisce. E M è giunto nello stesso modo in cui aveva fino a quel momento camminato nei miei sogni: incedendo con rilassatezza. E, allora, mi sono diretta verso di lui e ho compiuto il gesto che – per questa creatura che viene ritenuta tanto fredda, distaccata, apassionale e aromantica – riassume ed esprime di più: l’ho abbracciato. L’ho un po’ stritolato, a dire il vero. Il verbo sarebbe inesatto: difficile stritolare un corpo che potrebbe stritolare te con la metà della fatica. Eppure il verbo rimane quello: stritolato. Perché M è una presenza possente e raggomitolata al contempo. Raggomitolata non è la parola giusta, ma la parola giusta non l’ho ancora trovata.
M è ripartito e io non sento il Dio Che Ride – o forse evito di ascoltarlo.
So solo che permango in questa condizione di flemma assurda che tanto somiglia a un deserto: non so in che direzione sto andando. Non so, soprattutto, che cosa ci sia, in questa direzione. Il sole, ora alto, si abbasserà e smetterà di accecarmi, e allora potrei realizzare di essere ormai vicinissima a qualcosa. La logica mi suggerisce che dovrei incontrarne almeno un paio, di cose, e neanche tanto piccole, ma per ora nulla: la barca galleggia e il cielo è coperto da un immoto strato di nubi che nulla suggeriscono.
Dovrei dirmi, in questa stasi, l’unica cosa che suggerisce una direzione. Qualcosa come: Beh, speriamo che riesca a tornare. Ma è stata detta così tante volte, in questi giorni, che non so più che senso abbia. E’ stata detta, ripetuta, sfiorata con l’ironia perché si aprisse come un timido fiore, poi l’ironia si è fatta arma perché distruggesse quel pensiero, lo rendesse vano e inutile, leggero come una piuma di cui non c’è motivo di preoccuparsi. Ma è stato, a sua volta, vano. Il pensiero è lì perché è l’unica cosa certa nella sua incertezza – il resto è vanitas, se usato come appiglio per il futuro. Il presente è sempre e solo un attimo. Il presente non ha progenie. Il pensiero è lì perché è l’unico presente, e io attendo di capire quale direzione io abbia intrapreso.
So dove dovrei andare. Si chiama stand-by. Sono moderatamente brava a farlo – questione di esperienza, tutto qui. Lo stand-by, in questo caso, è la sospensione di quel pensiero, di quel Beh, speriamo che riesca a tornare. Sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Sarebbe venuto subito dopo al Speriamo di riuscire a incontrarlo. Ed eccoci qui. E quando questa speranza sarà in stand-by, quando sarà leggero come una piuma, io riuscirò a fare a M e a me il favore che preferisco farci: non lasciare che la preoccupazione apra al male – in questa sua piccola, banale, tutt’altro che ontologica forma – le porte della quotidianità. Non serve a nessuno. Dio Ride perché lo sa bene. Il Dio Che Ride mi prenderà un po’ per il culo, mi sballotterà un po’ tra me e me, ma alla fine riuscirò, anche a questa volta, a ridere con Dio.


VB è nel Lazio a fare quello che dovrebbe fare: ricercare.
Continuo a immaginarla di profilo e concentrata, il naso corto che scende dritto gettando una piccola ombra sopra la bocca serrata. Appena una contrazione sulla fronte – non quella che la coglie quando si preoccupa, ma il simbolo di una determinazione celebrata, di quelle che rinvigoriscono chi le ospita.
La immagino anche con C in una generica piazza laziale animata da un mercatino. Sono entrambe presenze forti, benché in modo diverso, e così mi piace di solito rimirarle. Ma le immagino anche farsi un po’ incerte, un po’ esitanti, ma solo poco, solo l’esitazione che deriva dall’accortezza che si usa per conoscere una persona. Un po’di rilassatezza, anche, sotto il sole caldo ed estenuante, un passo lento dopo l’altro, parlare guardandosi attorno e poi fermarsi – VB che si ferma per controllare se, dietro di sé, ci sia ancora tutto, se sia tutto a posto, se si possa procedere o se serva un occhio vigile e una mano pronta ad aiutare, agevolare, far sentire considerati, nel caso.
Stanca come sono, vorrei averle in un salotto al tramonto, uno qualsiasi, con gli ultimi raggi di sole che invitano all’indolenza. Stanca come sono, mi sdraierei su un divano come un gatto, sottraendomi con quella posa al convivio, e osserverei i profili di entrambe mentre la luce sbiadisce alla velocità con cui le mie palpebre si chiudono.

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Amor & morte – e altre puntuali fatalità

Una doccia per lavare via tutto.
Lo stress, il mal di testa, i lutti da consumare e quelli che non consumerai mai, la stanchezza e l’entusiasmo isterico, le movenze da automa e gli automatici sorridi con cui ti consoli.
La chioma sansoniana ancora umida. Ma è sansoniana, e quindi: chi ha voglia di asciugarla?
Se i miei capelli dovessero divenire un simbolo, sarebbero qualcosa di enorme, ingestibile e invadente. Nonché vanesio. Mi oscureranno, un giorno.

VB è partita per fare ricerca all’Archivio Segreto Vaticano.
La immagino, nei prossimi giorni, china in quel suo profilo così seducente – ehy, non sono io a dirlo: è riconosciuto da più persone – mentre si concentra su un qualche documento. So che non aspettava altro e che quindi un po’ lo temeva. Vorrei essere una mosca per osservarla nel momento in cui, in una qualche sala che non so immaginare, il timore svanirà e la ricercatrice verrà a galla. La determinazione ha un suo sex appeal. Forse per questo diventa sexy quando si concentra. O forse lo diventa perché posso osservarla in sé, non mentre si modula per interagire con me.

Sono giorni frenetici e che non lasciano respiro. Sembra di camminare sotto una pioggia scrosciante, una di quelle che non ti permettono di vedere a dieci metri di distanza, e corri e annaspi per qualche secondo nella vana speranza di non uscirne completamente fradicia. Sai che non ci riuscirai, ma ci provi – di default o per qualche istinto ineludibile, chissà – e un po’ attendi il momento in cui i vestiti ti si attaccheranno addosso e potrai finalmente arrenderti.

Sono giorni in cui rimando l’apertura delle dighe.
Non so che cosa ci sia lì dietro – non so se potrò richiuderle. Tento, ora, di lanciare occhiate, perché tacere e tacere porta all’obnubilamento. Io, poi, non ricordo nulla. La mia memoria è così carente da rasentare il grottesco.
E così sbircio, scrivendo qui, l’oltre-la-diga.
Dove c’è L morto e VB che non c’è e ne sono felice e un po’ immalinconita, con lo stomaco svuotato dagli antidolorifici presi e sollevata dall’aver ceduto (non li avrei presi; cerco sempre di non prenderne; che bello, a volte, trasgredire e scoprire il lato positivo di certi patti faustiani: il mal di testa che, improvvisamente, magicamente, svanisce), con T che arriva domani e questo senso di iper-realtà e iper-irrealtà che un po’ coesistono, un po’ s’intervallano.
Ero a casa di L giovedì. Avremmo dovuto, da piani originali, discutere del romanzo che stavamo scrivendo a quattro mani. Di persona si fa meglio, aveva suggerito. Nel piano originale sarei dovuta rimanere nel Lazio più a lungo, qualche settimana, e avrei passato qualche giornata ospite a casa sua. Full immersion nel nostro romanzo messicano. Fantastico. Poi è arrivato un lavoro come insegnante di inglese e… Beh, si riduce. Passo a trovarti un pomeriggio, mi fa piacere. Sì, OK, tanto non sto molto bene. OK, passo appena posso.
L era consunto e smagrito come una persona che sta male. Mi ha ricordato il mio vecchio gatto, L che chiamavo – che chiamo – Occhi Dolci. L dagli occhi azzurri e limpidi e immensi, malinconici ma affettuosi, speranzosi. L che scriveva dei propri personaggi con l’affetto di un Dio che ama la propria creazione, e che mi bastonava con ironia e dolcezza perché io, invece, no. Io sono la scrittrice un p’ snob che architetta, prende le distanze, fa la chirurga. E amali, questi personaggi. E parla con il tuo lettore. E hai ragione, L, lo so, ma sono fatta così. Scrivere con lui sarebbe stata un’immensa sfida. Lo è stata, per quel poco che abbiamo scritto. Avrei imparato ad amare – avrei imparato ad amare il lettore passando dall’amore per i personaggi, che avrei imparato seguendo lui.
Ma L è morto e non ho un cazzo da imparare. E mi sale quel magone che è brutto anche da scrivere. E sta’ chiusa, diga.
Quando l’ho scoperto avevo ancora i graffi della cucciola di cagna che gli girava per casa – una creaturina con i denti ancora affilati e un’esuberante voglia di dimostrare le proprie potenzialità. L, sul divano, parlava lentamente lamentandosi suo malgrado. Non gli piaceva lamentarsi, ma non stava bene. Anzi, stava proprio male. Ma non così tanto male, capite? Ho pensato – anzi, mi ha detto – che avremmo ripreso con il romanzo quando si sarebbe rimesso. Il fastidio di procrastinare ma il goderselo al contempo. Intanto, avrei definito dettagli e rodato idee.
E invece no. Invece un cazzo. L’incipit è lì e scotta. Un giorno lo riaprirò e verserò lacrime bollenti e appassionate come quelle che il caro – come si chiamava? Juan? Pedro? Può essere – avrà versato in silenzio e contrizione nella propria orgogliosa solitudine in quella trama del cazzo che non diventerà mai un romanzo. Amen e mi berrò una Corona a gola chiusa.
Ho evitato di soffermarmi su Facebook per un paio di giorni per evitare di leggere i necrologi. L era amato da un sacco di persone. Facilmente intuibile il perché, ma non mi aspettavo così tanto. Ma non volevo, non voglio, leggerli. Non so perché. Sarà la diga o la vanità o chissà che cosa. Non voglio, ma al contempo mi rimastico tra le sinapsi quel poco che ho letto e sorrido. Una donna mi ha addirittura ringraziato perché lo aveva conosciuto tramite me. Mi ha ringraziato con gratitudine manifesta. Questo era l’effetto di L.
Ho detto a VB della sua morte in tono grave mio malgrado. E poi sono andata ad abbracciarla. Mi è spiaciuto per lei, sinceramente. Di solito, quando qualcuno crepa, guardo perplessa alla sua costernazione. Non conosco vie di mezzo. Il 95% delle persone che conosco, se crepasse, mi tangerebbe quanto un film: al momento lo vivi, ci rifletti, poi finisce più o meno lì, salvo ri-pop-uppare di tanto in tanto quando altri discorsi lo richiamano. Con L è stato diverso. Non so perché. L’ho percepito da quando ho intuito la sua morte nei necrologi. E sono andata da VB e l’ho abbracciata dispiacendomi sinceramente per lei, immaginando che il suo dolore sarebbe stato maggiore del mio.
Come si può comparare il dolore di due persone?
Non si può.
Si suppone, e ho supposto. Supporre che il suo dolore fosse maggiore aveva i suoi lati positivi, ovviamente: spiaciti per lei, ora, non per il tuo dolore.
Ora che VB non c’è, però, che cosa faccio?

Vivo in giorni tra iper-realtà e iper-irrealtà e mi domando, appellandomi alla mia pessima memoria, se non sia la cattiva magia della morte.

Perché poi c’è T. Che arriva domani. Quant’è inverosimile dirlo. T che è iper-reale e iper-irreale nei miei sogni come nei miei pensieri. Morfeo me lo mette tra le braccia come un essere tridimensionale e tangibile, come se l’avessi conosciuto e annusato e assaggiato e toccato tutte le volte necessarie a renderci un corpo familiare. Poi, nel sogno successivo, T non esiste neanche. E’ un parto della mia mente, una costruzione avvenuta alle spalle della mia lucidità – e la restante parte di me, incredula, va a cercare di decostruirlo – ma incappa in quei pochi, pochissimi ma solidissimi, dati che ho su T, che mi rendono impossibile il liquidarlo.
E T arriva domani.
Dopo mesi e mesi vissuti interagendovi virtualmente come se, anziché conoscerlo, l’avessi ri-conosciuto. T che arriva proprio adesso, incastrato tra la morte di L, tra il lavoro come insegnante appena iniziato, tra mille piccole insidiose cose che gridano la loro priorità. T arriva in un momento in cui il resto di me si era così ben strutturato per farsi pragmatico e non pensare – ed è quando il pragmatismo, quando la tangibilità della vita quotidiana si presenta, che T tende a farsi effimero. E invece no, arriva domani. Ed è come se ieri fosse il 16 agosto e domani fosse Natale, e la cosa è così illogica che tutto viene messo in discussione. Ad esempio, il Natale esiste? Il suo arrivo è così reale e irreale che intervallo sorrisi beoti al distacco pacato di una superficialità cocciuta.
T arriva domani e perciò il lutto di L è stato posposto. Mi raccoglierò, poi, in me ed elaborerò. Poi. Quando le mie mani saranno così colme di T che sicuramente qualche granello – di L, di T, di VB che si dà alla ricerca, del lavoro o di chissà che cosa – mi sfuggirà e scivolerà direttamente nell’inconscio senza essere filtrato. Ho detto di essere una maniaca del controllo? Ma solo su alcune cose. Quelle stupide e importanti, direi.
L è stato procrastinato ma non l’argomento del periodo: la morte. T ha sempre tenuto a ricordarmi – o ricordarsi? O ricordarci? – che potrebbe scomparire da un giorno all’altro. All’inizio era un mettere le cose in chiaro che capivo: condividiamo una certa tendenza a sentirci ingabbiati in fretta. Poi è diventata la malattia mescolata al suo lavoro. Poi è tornato il suo lavoro, il suo sparire per due (saranno due? Grazie, memoria, per non servirmi degnamente) mesi sfanculato Dio sa dove, e in quel non-dove è riemersa l’esigenza di ricordarmi/si/ci quanto la statistica sia contro alla sua sopravvivenza. Ero arrivata a pensare – dopo tutti questi mesi di frustrante conoscenza solo virtuale – che la cosa fondamentale era che io lo incontrassi di persona. Che crepasse, poi. Non era un augurio, ovviamente, né tantomeno un’espressione del mio menefreghismo, ma la necessità di dare un nome, di dare carne, a una cosa – persona, in questo caso – prima di accettare il fatto che può venire meno.
E domani arriva.
Licenza di qualche giorno non sapendo se poi dovrà ripartire. Ma non riesco a pensare al futuro, in questi giorni. L’accumulo di cose urlanti la loro assoluta priorità mi ha gettato in un’immanenza quasi totale. C’è il momento, fine. Immagino che la dipartita di L acuisca questa tendenza. C’è il momento e non ci penso neanche tanto. Mi do obiettivi a breve, brevissimo termine. La lezione, domani, con l’ultima studentessa che devo ancora incontrare. So che cosa fare, so più o meno come farlo. Tornare a casa e sbrigare quel che c’è da sbrigare. Una doccia, una cena, andare a prenderlo in stazione. Il momento in cui T – e tutti i modi in cui la mia mente lo evoca – diviene una presenza tridimensionale davanti a me. L’esigenza di aggrapparmi a quello sputo di carne e sangue per riacquisire un senso di realtà, come se dalla sua realtà dipendesse la mia. La frase suona romantica, ma io sono io, e quindi è solo cervellotica: T ha troppe cose in sé che ritrovo in me, e al contempo troppe cose che sono altro da me; T rappresenta, in parte, una parte di me che viene raramente chiamata in causa. Che ha raramente spazio. Che viene raramente seguita. Se lui esiste, quella parte ha senso. No, non è una questione di senso: ha tangibilità. Mentre si preoccupa di spiegarmi tutti i motivi per cui dovrei non volerlo nella mia vita – e lo capisco anche, e apprezzo questa sua chiarezza – io penso a quanto poco contino, a quanto contino solo nella misura in cui lo compongono, a quanto contino solo in quanto parti di lui, non in quanti generali e vaghi concetti da considerare in relazione di un generico e impersonale essere umano.
Come se gli altri fossero tutti santi.
Come se la morte esistesse solo se la chiami per nome.

VB finalmente fa ricerca nell’Archivio Segreto Vaticano, L è morto e T arriva domani.
Alleluja.
Amen.
Ridi, Dio, ridi. Scandiscimi le giornate con la tua risata.

Mit & Ohne

Anni fa, dopo una giornata del genere, avrei scritto sul mio blog.
Eccomi qua.

Anni fa G commentò il mio blog dicendo che valeva la pena di fare qualcosa per me solo per il piacere di ricevere la mia gratitudine. O qualcosa del genere. Ho una pessima, opportunista, memoria.
E poi non è esattamente gratitudine.

G si è presentato con un’amica. Non avrei dovuto sottovalutarlo? Mi ha mai dato modo di pensare che i suoi criteri fossero indegni di un Übermensch? Direi piuttosto che si è prodigato per dimostrarmi il contrario. E G è diventato un Übermensch. Con più convinzione di quella che io saprei metterci. Con più convinzione, dedizione, forse sacrificio.
Un’amica (d’ora in poi UA) mi ha ricordato A, che è una ragazza che poco c’entra con lei. C’è un solo punto in comune, quello che mi fulminò nel caso di A, e che – similmente, ma più pacatamente – mi ha fulminato nel caso di UA. Definirlo è ovviamente impossibile. Ha qualcosa a che fare con una certa saggezza – ma la saggezza di un bambino, priva di malizia e rancori – e con una certa empatica derisione (ehy, credo nel Dio Che Ride). Non sono mai stata brava a riassumere. Riassumere implica il trovare un compromesso tra contraddizioni. La mia realtà è fatta di paradossi, e quindi ‘fanculo ai riassunti.
Spero che G sappia cogliere il meglio da lei. Spero che sappia, come lei gli ha suggerito, mettere in discussione il suo Dio. Per guadagnare cosa? La com-prensione di UA – e di altre simili rarità.

La serata è iniziata entrando in una cucina in cui un uomo si stava, con molta dedizione, concentrando sui fornelli.
Il risotto era ottimo (non troppo salato, dal deciso ma non insistente sapore), ma è la dedizione quella che apprezzo di più. Amo godere dell’amore che una persona riversa in una propria passione, quale essa sia. Sarà perché sono congenitamente incapace di badare a me stessa, io che andrei avanti a mono-cibi crudi e/o scatolette. Sarà perché amo ammirare l’altrui maestria, quando non è anche la mia. Sarà e sarà.
Sono felice per P. Per la sua casa nuova e per quell’amico che, con tanta accortezza, ha cucinato per noi.

In questi giorni mi è capitato di rileggere racconti scritti quando avevo 14 e 18 anni – più o meno.
E ho pensato:
Avrei dovuto fermarmi lì.
Per meri motivi commerciali, ovviamente.
Perché, per quanto io volessi impegnarmi, le mie risorse erano limitate. Per quanto volessi sfiorare alte vette metafisiche, toccavo il cielo prima di poterle raggiungere. Per quanto volessi tediarvi con le mie riflessioni, esse erano limitate alle aspirazioni di una 14enne e 18enne molto appassionata e ispirata. Ma, soprattutto, per quanto volessi essere saggia e profonda, avevo 14 e 18 anni, e non rischiavo di essere più involuta del medio lettore. E, a braccetto di tutto questo, scrivevo in un italiano più corretto della media degli italiani che leggo. (Le parole umiltà e arroganza non hanno motivo di essere scomodate qui. Sarebbe ipocrita. Ma, per amor di completezza, aggiungerò che ero completamente incapace di strutturare una trama e che avevo tanto, ma proprio tanto – troppo – della scrittrice in erba che puzza di ingenuità.)

Involuti sono i discorsi fatti oggi con UA. Sono giunta alla conclusione che qualsiasi approccio che inizi con post- (riassumiamo in post-moderno) lo siano necessariamente, in quanto richiedono di prescindere da quegli appassionati slanci tanto necessari a scrivere fiction coinvolgente. Coinvolgente come un momento epico. Coinvolgente come una sacra marcia. Come un tesoro unico. Come tanta voglia di buttarsi a occhi chiusi in un’impresa senza sentire necessità di domandarsi perché.
La mia pace oggi è qui, nei post-. In quel che rimane quando tutto è stato fatto a pezzi. La follia (quella comprensibile, condivisibile), la poesia (quella che vive di sé e per sé), e tante altre brevi e intensissime cose. Tutto dissezionato a caldo.

M è in clinica, di nuovo.
M che, dovesse crepare, potrebbe farmi tornare a odiare il Dio in cui non credo. Non la società, non il presente, non la giustizia che si fa ingiustizia, no: Dio. Quell’insieme di buchi neri che esistono tra le cose che possiamo spiegarci e collegare. L’ineffabile. Il collegamento finale tra le cose. Quello, insomma, in cui non credo – e me ne rammarico, perché è tanto bello poter avere un tale Male da dannare urlando alla notte.
Perché M?
E chi lo sa.
M che è un insieme di sensazioni e ricordi vividissimi. C’è una sola parola da chiamare in causa qui, ed è Sehnsucht. M che mi manca senza che io lo abbia conosciuto. Ho avuto le parole scritte, quelle udite, la sua immagine in movimento che mi parlava da un altro schermo. Pochissimo, ma tutto quello che ho.
Magari non crepa.
Magari, semplicemente, una delle cose che abbiamo in comune è una certa incapacità di avere mezze misure. O pare non fottertene un cazzo, o tutto è tragico. All’elasticità bisogna allenarsi.
Ma sono così. Ascolto Reise Reise dei Rammstein che amo, ho appena scoperto, perché sanno essere potenti ed epici come una marcia nazista senza essere ideologizzati. Permettono la potenza del believe, ma la frase non si conclude in qualcosa. Believe in nothing. Consumare la propria necessità di momenti sublimi come si consuma un attimo di masturbazione: sai che è vano, ma – ehy – ti serve e lo sai. Consuma e vai avanti senza distrazioni.
Poi arriva un M e la vanità – oh vanitas! – no, non scompare, ma smette di svuotarti i polmoni dopo l’orgasmo esistenziale. Ti pare che vivere non richieda sempre sempre un pagamento. A volte accade e basta, senza dover – dopo averlo fatto intensamente – riprenderti, bere un caffè e andare alla cassa a pagare.
E’ rabbia, tutto qui, quel che accade se penso all’ipotesi di un M che mi crepa prima che io gli abbia morso la nuca. Vorrei fosse altro. Qualcosa di approfondibile, ad esempio, espandibile, trasformabile – non quel mostro acefalo di nome Rabbia.
Non è il dolore che temo.
(Quando ho smesso di temere il dolore? Quando ho cominciato, per continuare a concepirlo, a pensare a quante torture fisiche esistano, a quante potrebbero annichilirmi?)
E la stanchezza non si può temere.
Ma Miss Rabbia è…
… Continuare a stancarsi quando si è già stanchi. Correre a polmoni vuoti. Non ti fermi e non sai come farlo. Crollerai, ma non puoi decidere quando. Corri e basta, e corri, corri, sperando che qualcosa giunga – la meta o lo svenimento, che differenza fa? Tanto, hai smesso di pensare.

Di letteratura, Hoodoo e Dei che ridono.

Scrivere è il modo in cui l’uomo si fa sciamano, prescinde da sé e si fa cavalcare dall’intera comunità – diceva Ishmael Reed, mescolando letteratura e Hoodoo.
Mi ha risolto un dilemma, quell’uomo, permettendomi di spazzare via un po’ dell’intellettualismo che ammanta la letteratura, soprattutto in Italia. Scriveva con ironia, quell’ironia dissacrante che alcuni scrittori post-coloniali hanno, così forte che l’ho trovata persino in un serissimo manuale di teoria di sicurezza internazionale.
D’altro canto, se non può finire ovunque, che soluzione è?
Ne cerco una rovistando tra quello che mi capita sotto mano.
Cerco una prosa, che poi è cercare un approccio, che mi permetta di emanciparmi da entrambe le tendenze, quella intellettuale/riflessiva e quella popolare/compiacente. Ci deve essere, una via di mezzo – e mi viene in mente la storia della lingua italiana, cosparsa di personaggi in cerca di una lingua, da Dante a Manzoni, e ancora siamo qui, e ancora non esiste un fornito italiano popolare che non sia regionale, e ancora c’è la torre d’avorio e il popolo offeso, e ancora la torre d’avorio si crede superiore e il popolo inferiore.
Cerco in Rush in Peace e sotto ai baffi unti di Chef Rubio, nel lirismo europeizzato di un video dei 30 Seconds to Mars e nella rude accoglienza di un bar tra le montagne.
La scrittura, questa volta, ha fatto quello che profetizza Reed: mi ha aperto alla “comunità”.
E così questi sono, a loro modo, à la DiosBIOS, giorni intensi. Devo aver aperto le porte, mentre scrivevo l’ennesimo racconto per l’ennesimo concorso, e le persone sono arrivate. Mi mancavano, ma lo sapevo. Sono una creatura sociale, anche se a intermittenza, e lo si realizza ovviamente quando ci si è autoesiliati.
Perché mi sono autoesiliata?
Non ricordo.
… Poi è venuta l’Inghilterra e non avere il tempo di respirare, che forse era una scusa. È venuta l’Inghilterra e lo sguazzare in quegli ambienti accademici che ho sempre desiderato, al punto che – quando mi ci sono trovata – ho realizzato che ero lì, esattamente lì, in un luogo che era come l’avrei voluto, ma avevo dimenticato di averlo voluto.
Vorrei fare la ricercatrice, tra le altre cose. Vorrei farlo nonostante la comunità dei ricercatori, che dopo qualche anno non sopporterei più di quanto sopporti la bieca e beata ignoranza di piccolo paese chiuso in se stesso. Alla fine, sono la stessa cosa. Uno in alto, uno in basso, e sempre ci ricostruiamo attorno uno stretto recinto, vicino abbastanza da poterlo toccare, quel male conosciuto che conforta.
Viaggio e riporto a casa consapevolezze. Tra tutte, una vecchia e mai smentita: non è un luogo, che devo cercare, ma singole persone incontrate nei tanti luoghi.
Ho lasciato un pezzo di cuore in ogni luogo in cui sono stata, ma al fianco della perdita c’è l’accrescimento, come se quei frammenti continuassero a pulsare, lì, permettendomi di vivere estesa tra un Paese e l’altro, tra un ambiente a l’altro, un orecchio all’accademico che m’immagina teppista redenta e l’altro al teppista che m’immagina accademica irredimibile.
Poi, ci sono le singole persone.
Quelle che non scompaiono sullo sfondo, ridotte a soprammobili necessari in un ricordo. Quelle che fanno dolere le cicatrici al cuore, che alimentano l’ormai costante frustrazione – se potessi vederli cambiare, nel tempo che passa, vivere con loro scoperte e disillusioni.
E così, incontrando la SiC, mi torna un po’ in mente Maletta, e il suo dire che la scrittura è legata alla presenza dell’assenza. Si occupa di lettura psicoanalitica della letteratura, Maletta, e non poteva che pensarla così, probabilmente, ma non ho mai voluto darle ragione.
Neanche quando, vivendo in Germania esattamente come volevo, mi sono resa conto di non saper più scrivere. Stavo troppo bene.
Neanche quando, ora, in quest’Italia ora specialmente frustrante, scrivere mi riesce così naturale.
Darle ragione significherebbe ammettere che la scrittura sostituisce la vita, e l’affermazione non mi convince. Più paradossalmente, scrivere mi riavvicina alla vita. E’ come se Me suggerisce alla sottoscritta che c’è altro, oltre al presente punto di vista, ed è lì fuori e basta saperlo vedere, ma, dato che ne sono incapace, misantropa del cazzo, Me mi fa il favore di suggerirmi fiction informativa, depliant di luoghi da visitare, possibilità di quel mondo che, secondo Musil, Dio creò usando il congiuntivo.
Accanto a me, sulla scrivania, L’ebreo che ride di Ovadia è in lettura. Poche pagine sfogliate, e mi sono domandata quanto il mio personale Dio Che Ride abbia in comune con quel Dio che Ovadia vuole mostrarmi. Sarà, il suo, spietato e irriverente quanto il mio? Sarà crudele come un bambino? Vorrà, come un bambino, giocare assieme a me?

Il sorriso di August Diehl.

Sono mortalmente noiosa.
Ho scritto due micro-racconti per due diversi concorsi per due diverse antologie ed entrambi, alla fine, sono sullo stesso tema.
Sono mortalmente noiosa.
È che quando ti passano il bando (perché tu neanche li cerchi) per un concorso che richiede racconti lunghi meno di una pagina ti dici che, suvvia, puoi dedicargli cinque minuti di prova. Glieli dedichi, lo scrivi, e poi passi due giorni mandandolo in ricerca di commenti e critiche, ossessionata da un punto cruciale (il finale, tipo; o il titolo) per 48 ore.
Hallo, Murphy.

Tazza di caffè bollente non zuccherato, sigarette, appunti di linguistica italiana.

Rush in Peace ha 45 iscritti, cioè uno in più rispetto alle ultime righe scritte, ma è bello vederlo progredire lentamente. Una vecchia retorica, in realtà falsa come l’ipocrisia, dice che il lento sviluppo è saldo e sicuro, mentre quello fulmineo è effimero. Insomma, la vecchia retorica parafrasa l’arcano maggiore degli Amanti (o Innamorato che dir si voglia).
Lunedì ne aveva 30, comunque.
Il 31 maggio 25.
In mezzo deve essere accaduto qualcosa – qualcosa dopo il mio ritorno a casa. Non so quale cosa sia accaduta, e mi piacerebbe capirlo. Ossia, non so se sia l’averlo postato in gruppi a tema, se sia stato il consistente aiuto di J, o se la Rete funzioni a quanti e quindi ci sono soglie che aprono a nuovi livelli.

L’ultimo micro-racconto è stato scritto con impegnato scazzo. Sono seria. L’essermi, negli ultimi due giorni, trovata immersa in un magma di aspiranti e/o esordienti (perché si può essere esordiente per anni, temo di capire) scrittori impegnati a migliorare le proprie opere in attesa de Il Giorno mi ha portato ad amare poco moderatamente un certo scazzo.
Ma io sono io, e quindi riesco a riflettere anche sullo scazzo mentre lo attuo.
Ho riflettuto sui mille discorsi che faccio sulla differenza tra lingua scritta e lingua parlata. Sul mio andare dicendo, da anni, che dovrebbero essere meno dissimili. Scrivi come parli e parla come scrivi. Con un’ottimista premessa: che il singolo cerchi di parlare/scrivere al massimo delle proprie possibilità, in modo variegato e preciso (può esserci precisione anche nell’usare una bestemmia). Tanto io sono incomprensibile sia nello scritto che nel parlato, quindi…
Comunque.
(Perché mi perdo sempre in me stessa?)
… Comunque, ho riflettuto su anni spesi a giocare di ruolo personaggi che andavano sul bardo-andante, qualunque cosa fossero, più per de-siderio che per attitudine. L’attitudine sarebbe venuta fuori dopo, pare. Ne disegnavo anche, di bardi. E di giullari. Sorridenti e maligni e benigni al contempo. Astratti e carnali al contempo. Le labbra erano l’attributo più importante: da esse, infatti, m’immaginavo scaturissero parole che fossero poesia senza passare dalla carta, ma usando la noncuranza sardonica del popolo.
Vorrei dire che non sopporto chi scrive in modo sublime ed è poi incapace di parlare. Ma non lo dirò, perché Eco è tra questi, e lo adoro comunque. Però di principio non lo sopporto. Mi sembra ipocrita. No, stupido. Stupido come rendersi invidiabili mentre si mostra un fianco. Immagino truculente scene di nonnismo attuato su compagni di classe deficienti, quando vedo Eco parlare in modo impacciato. Eco fa il compagno di classe deficiente, in caso non fosse chiaro.

Odio il fatto che vengano composti dei meravigliosi pezzi a pianoforte rovinati dall’essere sottofondati con cinguettii sintetici.
Odio il New Age.

E amo i corsivi.
Il micro-racconto scazzatamente scritto vietava l’uso di corsivi. Immaginate che sfida? Intendo, io che non uso corsivi?

Voglio vedere Die kommenden Tage. Voglio vederlo perché manco così tanto dalla Germania che mi risulta tedesco.
Mi risulta tedesco il modo in cui August Diehl parla in questa intervista.
Non è il suono di vocali e consonanti, ossia il suo parlare in tedesco, né la cantilena che il tedesco ha e a cui non sono più abituata.
È quell’esitare, appena, prima di introdurre una subordinata. Non è il pensiero che esita, ma il formularlo – si vede quasi il pensiero che si dà forma, qualche frammento di secondo, e poi viene espresso con ordine e puntualità (non potrebbe essere altrimenti: è tedesco. Non è questione di vecchi luoghi comuni, ma di grammatica).
Voglio vederlo perché c’è Diehl, e adoro Diehl come si può adorare un manuale di buone maniere da taschino, da sbirciare in caso di bisogno. Non sono le buone maniere a rendere Diehl utile, ma la sua mimica.
Ho scoperto i suoi sorrisi essere un ottimo compromesso tra me e il mondo. Sono la versione migliore dei sorrisi di cortesia che rilasci per abitudine sforzando grottescamente le labbra. I sorrisi di cortesia sono omologati, e quindi non comunicano nulla – per questo sono necessari: sono pacati. I sorrisi di cortesia di Diehl stanno sulla soglia: non sfondano la cortesia ma ne titillano i limiti. Non coprono l’espressività con una maschera muta, sono semi-trasparenti, e lasciano intravedere ciò che c’è sotto.
Per tali sorrisi si necessita una serietà sottostante rara, nel repertorio mimico italiano.
Siamo troppo costantemente espressivi, italiani. In tutto.
Quando sono arrivata in Germania non ho dovuto correggere la pronuncia delle vocali o delle consonanti, ma das Tempo. Il ritmo, ossia (ciao, falsi amici). Quella melodia che praticamente tutti i tedeschi che ho conosciuto dicevano di amare dell’italiano, così musicale. Devi startene all’estero a lungo, lontano da italiani, per rendertene conto. A me è stato spiegato da un’insegnante, che con delicatezza ha cercato di illustrarmi cosa intendesse con quel Tempo italiano. Me l’ha fatto notare non dopo avermi sentito parlare, ma dopo avermi sentito leggere, nel mio cercare di – come si suol dire – interpretare il testo.
Il bello del ritorno in Italia, poi, è stato il poter giocare con la musicalità della mia lingua madre. Farlo come se l’avessi appena imparata, con entusiasmo.
Parlare tedesco mi rilassava. Avevo voglia di parlare in inglese per voglia d’essere d’impatto. Avevo voglia di parlare tedesco per rilassarmi. Potevo prendermi tutte le mie amate pause in corrispondenza delle virgole e dei punti, prima delle sovraccitate subordinate, e poi lasciare che questa lingua dalle vocali lunghe e piene e dalle consonanti decise fluisse.
La mimica, invece, non ha subito percorsi schizofrenici a seconda della lingua parlata. Mi sono assestata su quella stessa mimica che adottavo anni prima – anni prima, nell’adolescenza, la adottavo per amor di ideali statuari – in Germania, anni dopo, l’ho adottata perché l’ho riscoperta congeniale. Non era la mimica dell’abitante di Kiel (che sovente ha una mimica da bravo boy-scout facile all’indignazione), semplicemente un distendere i muscoli.
Anche per questo mi piace Diehl, perché riflette una mia nostalgia. Ed è un buon suggerimento. Perché non voglio dimenticare.
(Interessante il fatto che ci siano montagne di letteratura a difesa del diritto delle persone di mantenere la propria cultura – tutela della cultura delle minoranze, per intenderci, e dei dialetti e di quant’altro – mentre io mi sforzo di non dimenticare quello che ho acquisito, di me, in un’esperienza all’estero.)

(Perché siete chiassosi, coevi, Dio quanto lo siete. Sciamate attorno e dentro me con i gesti impazienti, quelli entusiasti, i sorrisi troppo frequenti e gli occhi sbarrati in stupore esagerato – maschere del teatro che recitano un’esagerata espressività come se io fossi in file lontane tra il pubblico e non a mezzo metro da voi. Mie piccole scimmiette incapaci di distinguere un momento rilassato da una performance, rilassandovi chiassosamente e mettendo in scena performance castrate dal timore di esagerare. Ok, fine dello sfogo.)

… Comunque, vedrò Die kommenden Tage.

… Comunque, i bardi e i giullari che disegnavo avevano il sorriso di August Diehl.

Loas and other disturbing comforts.

Tadjo è il modo in cui ti senti nel momento in cui la persona per cui avresti dato un braccio alla sola idea di averla per te ti dice gentilmente che non è interessata – il pensiero che era troppo per una persona come te, prima messo in dubbio dal tuo istinto di sopravvivenza, viene confermato e istituzionalizzato, trasformandosi in fatto.
Tadjo ha scavalcato il dubbio eoni fa optando per una convivenza pacifica con la sorda consapevolezza della propria mediocrità. Da qualche parte, in lui, una voce gli sussurra che tale mediocrità non è che un’apparenza – ma quando un’apparenza si fa insormontabile sovrastando quel che siamo realmente, che conta la verità? La voce ricorda a Tadjo che vale ben più di quanto ha accettato di valere, ed è da questo pensiero che Tadjo trae la propria aggressività. Di persone apparentemente mediocri ce ne sono un’infinità, ma lui non è un fallito e non lo sarà mai – lo rivendica ogni volta che preme la propria suola sulla camicia bianca di un compagno steso a terra.
Ha di Grauerholz (Il fine ultimo della creazione) lo sguardo folle di chi è capace di mantenere vivo un solo pensiero nella testa, indisturbato, unico e assoluto, immanente più della realtà che lo circonda. Il mondo si fa vanitas, quando la volontà ha una presa ben salda su un unico pensiero.
Tadjo è il genere di persona che, per il sembiante peculiare e in potenziale gradevole, ti attirerebbe più per curiosità che per passione. Sotto a quei tratti affilati deve nascondersi una forza vermiforme che li ha scavati, resi unici – quella fisionomia allungata può essere il riflesso di un animo altrettanto raro – ma, dopo quattro parole scambiate, un abnorme horror vacui ti coglie, la sensazione che tale sembiante non fosse che un’esca, una bella maschera a celare un vuoto d’interesse – suo nei confronti del mondo, tuo nei confronti di Tadjo.
Non basta andartene cercando di meglio, a quel punto: devi fuggirne, lasciartelo alle spalle come un ricordo che non vuoi serbare.

Mater mi ha rifornito di fil di ferro, cotto e non, alluminio e via discorrendo d’infiniti colori.
Li ho estratti dalla scatola in cui sono stati recapitati per metterli in ordine, come un arcobaleno – non lo facevo da tanto, questa pratica di ordinare secondo una logica cromatica, decidendo se il bianco debba stare tra nero e giallo o se tra grigio e azzurro.
Lavoro a bigiotteria steampunk come prova.
Tutti questi colori assieme mi hanno spalancato troppe opzioni, mandandomi nel caos.
Riordino la mia creatività all’insegna del must che da diverso tempo a questa parte pervade la mia idea di arte.

Pessima parola, arte, che spaccherei in mille pezzi affinché non sia più una categoria residuale necessaria.
Una certa formazione in proposito mi costringe a pensare che tutti coloro che risolvono la faccenda dicendo che Michelangelo era un artista, mentre quelli di oggi sono imbrattatele siano vittime per cui non spendere una lacrima: vittime di una confusione tra “arte” e “piacere estetico”. Ma come fare un ragionamento, quando lo stesso termine “estetico” (e derivati) viene usato a sproposito solo nell’accezione di “esteticamente gradevole”? A costoro posso ogni volta rifilare lo stesso discorso che tendo a non concludere per amarezza esistenziale (non dinnanzi a una popolazione non istruita artisticamente, chi se ne frega, ma dinnanzi a una popolazione facile al giudizio e poco disposta a metterlo in dubbio), quello che cerca di spiegare come l’arte sia collegata prima a termini quali “comunicazione” e “Zeitgeist” che a uscite quali “Mi piace” o “Non mi piace” (tu continuerai a prendermi per il culo, J, ma intanto io spiego le radici della mia idiosincrasia per tali espressioni), e che cerca di giungere al mostrare come, per apparente paradosso, sia più “artista” in senso attuale (ossia romanticizzato, ossia: “Ancora tu, Romanticismo, tra i piedi.”) un Picasso di un Michelangelo, essendo un Michelangelo una mera puttana al soldo dei potenti dell’epoca. Ripetetelo: Michelangelo era una mera puttana al soldo dei potenti dell’epoca. La volgarità ha la sacra funzione di dis-sacrare, ossia di decostruire le credenze preconcette delle persone vittime di un sistema di valori.
Dall’altra parte, però, poco tollero le menti artistiche contemporanee, che – se sanno scindere il concetto di “artisticamente sensato” da quello di “Mi piace” – decidono di darsi all’amnesia e dimenticare che il 99% della popolazione non capirà un cazzo di un Fontana, e del 70% delle opere di arte contemporanea, che quindi possono essere artisticamente valide fino alla morte, ma sarà una valore inutile.

Potrei, per circumnavigare la faccenda, dire che mi sono data all’artigianato – ma sarebbe troppo semplice, mi sussurra il Dio Che Ride, facendomi notare che i miei pezzi d’artigianato hanno una percentuale che varia dal 25% al 75% di artisticità incomprensibile, ossia quella cosa che scatena la domanda che nessun artista che io conosca (me compresa, quando faccio la creativa) sopporta:
“Ma cosa significa?”
Oppure:
“Ma questa parte qui qui cosa rappresenta?”
Sono stati quegli stessi coglioni che oggi detengono l’egemonia sull’artisticità (ossia quelli che decretano cosa sia e cosa non sia un’opera d’arte) ad avervi insegnato a fare queste domande, passando per mezzo dei critici e di quelli che scrivono manuali di storia dell’arte. Il problema, usufruitori non ortopedizzati dal Verbo Artistico, non è che le domande siano insensate, ma che tanto voi non comprendereste le risposte.
Tornando a me, il Dio Che Ride mi ha fatto notare che le mie creazioni tendono a mostrare una stravaganza sospetta. La “stravaganza sospetta” è quella cosa per cui vi rifiutano o mandano dallo psicologo se a un test per diventare carabinieri disegnate un giardino d’inverno fiorito con ninfee e demoni alla Bosch quando vi era stato semplicemente richiesto di disegnare una casa, o quando nelle macchie di Rorschach vedete vostra nonna trucemente sodomizzata dal Premier. (Io, curiosa come al solito, avevo chiesto di essere sottoposta a tale ennesima suddivisione dell’umanità in categorie, e nelle macchie avevo visto ossessivamente conigli e vagine – non mi è stato detto a che categoria appartenessi.)
Ho risposto al Dio Che Ride che mi limito ad applicare i precetti del sincretismo, e se ne è andato ridendo dopo aver scosso la testa.

È da ben prima che mi mettessi a scorticarmi i polpastrelli con fil di ferro che il must sopraccitato mi condiziona. Potrei dire che è dal paper sul Neo-HooDooism, ma il paper in questione non è stato che la razionalizzazione di un quid (d’oh!, un latinismo) che m’insegue da ben prima, che ha cercato di attaccarsi con unghie e denti al Voodoo ma ha fallito perché quel che stavo cercando era lo Hoodoo e né oggi né allora sapevo bene cosa lo Hoodoo comportasse. Per questo avrei voluto andare a New Orleans – ed è venuta la catastrofe – e ad Haiti – ed è venuta la catastrofe (sì, porto sfortuna). Ishmael Reed mi ha fornito una risposta attualizzata, riveduta e corretta, fornendomi in pasto il Neo-HooDooism. Il paper l’ho scritto carica di rabbia per dire che è paradossale scrivere un paper con il metodo compilativo e razionale tanto amato e richiesto su un argomento che rifugge ogni compilazione e razionalità, ma alla fine il mio animo speculativo ha vinto, e ho scritto una ventina di pagine per dimostrare come il Neo-HooDoo sia un inno al sincretismo.
Ishmael Reed mi ha anche fatto realizzare altro, come ad esempio la mia innata tendenza a fare della realizzazione di un’opera d’arte (o di artigianato) un momento rituale. Sia un quadro, una scultura, un file .psd con 86 livelli o bigiotteria, vi lavoro come se il tempo che impiego per realizzarla fosse il passare di epoche compresso dalla mia testa. Ogni pennellata, pezzo di creta modellato, livello o filo modellato è un passaggio, un attimo di consapevolezza in più alla ricerca della meta finale.
C’è il Wyrd alla base di tale approccio, ossia quel credere che siamo nati per un preciso scopo che non conosciamo e che proprio il nostro libero arbitrio ci porterà a scoprire, se ben lo utilizziamo. Michelangelo, la puttana di cui sopra, si è reso famoso anche per il suo “rivelare” che la statua pre-esiste a se stessa, ossia è già nel blocco di marmo che lo scultore si accinge a scolpire. Ma Michelangelo visse in Italia, terra di lingue romanze, e così si potrebbe parlare di “destino” – quello di un pezzo di marmo.
Preferisco il Wyrd al destino, ma il primo termine viene tradotto con il secondo, e torniamo alle solite noiose questioni linguistiche, e alla sottoscritta che sta per parlarvi dell’importanza del verbo werden e di come quei coglioni degli inglesi abbiano disciolto la ricchezza semantica di tale termine nel banale weird. Sto per dirvi di come le tre Norne non siano le tre Parche, benché simili, nello stesso modo in cui il futuro nelle lingue germaniche non può essere tradotto, spesso, con quello delle lingue romanze, di come un “I’ll do my best” possa essere tradotto come “Prometto che farò del mio meglio”, di come uno shall ci starebbe meglio perché riporterebbe a galla Skuld, quella Norna che in tedesco è diventata sia “colpa” che “debito” (Schuld).
Il Wyrd sta, per felicità del Dio Che Ride, in tutte quelle parti che non posso tradurvi: è quel quid che un “prometto” non può esaurire, è quella parte di Schuld che “colpa” e “debito” non soddisfano. È il collegamento poco contemplato tra should e shall, tra quello che dovresti fare, tra quello che farai (sottratta la certezza matematica che il futuro in italiano comunica), quello che t’impegni a fare.
Ma ci piacciono i sincretismi, e quindi al Wyrd norreno mescoliamo l’immanenza dello Hoodoo. Anche i norreni se ne intendevano di immanenza, ma il mio Dio è quello Che Ride, e quindi di informazioni su questo barbaro popolo ne sono rimaste poche. Inneggio al multi-culti e attingo da visioni del mondo che mai si sono incrociate per creare bigiotteria che solo un fanatico del significato che tale bigiotteria trasmette indosserebbe, ma sono l’unica persona che conosco che ha luridi barbari schiavisti e luridi ex-schiavi sfigati come maggiori fonti di ispirazione, e non amo indossare decorazioni. Oltretutto, entro un anno avrò dimenticato di averla prodotta.
Ma siamo scimmie, o forse siamo esattamente l’opposto, e necessitiamo di tenerci compagnia. In mancanza di persone con cui disquisire, allo stesso livello, di norreni e Loa, prendo parti di me e le manifesto al di fuori di me, sì che io possa dirmi che non sono me, sì che possano tenermi compagnia.
Sartre, che mi sta sul cazzo, scrisse del perché si scrive. Scrisse dell’esigenza di sentirsi essenziali a qualcosa, giacché al Creato si è inessenziali, e mise come presupposto l’esistenza di un lettore come riconferma della nostra essenzialità. Scrisse che tale elemento aggiuntivo necessario (il mittente) tale è solo nel caso della scrittura, perché l’opera di un artigiano può essere utilizzata dall’artigiano, mentre uno scrittore non può “usare” un libro che ha scritto, perché – conoscendolo già – non ne trarrà il piacere e le nuove visioni del mondo che chiunque altro potrebbe trarne.
Sarebbe quindi fondamentale, a questo punto, capire se il pezzo di bigiotteria che sto realizzando sia arte o artigianato, perché – secondo Sartre – nel primo caso mi servirebbe qualcuno che lo usa, ossia trae significati da esso, mentre nel secondo caso potrei indossarlo io – ma che accade se lo realizzo pur sapendo che non lo indosserò?
Sartre mi sta sul cazzo, perché non contempla quelle persone che scrivono fiumi di parole senza farle leggere a nessuno. Non contempla tutte quelle persone che tengono un diario alla cui prosa badano. Non contempla un sacco di cose, e spero che Genet gli abbia fatto male quando se l’è scopato – perché sicuramente lo ha fatto.
Sartre prese consistenza nella mia testa quando scoprii che aveva scritto Saint Genet: Comedien Et Martyr. Eoni fa. Eoni fa scoprii una traduzione, se non erro, fuori catalogo, se non erro – e da allora questo libro mi è rimasto in testa.
Poi, due giorni fa, cercando su amazon opere di Genet per VB, ci sono inciampata – in francese, ma a €9,54 poteva andare bene. Oh, sarebbe andato bene anche a €20. E di più.
Per VB ci sono, in arrivo, Notre-Dame des fleurs e Miracolo della rosa, che le darò quando arriverà qui, ossia quando mi metterà in mano Querelle de Brest.
Ci sono poi Diamonds, Gold and War: The Making of South Africa per la tesi (unico libro che avrei dovuto comprare), Tropic of Cancer e Hallucinating Foucault.
Sono acquisti fatti con l’ottica di chi spera di sopravvivere abbastanza a lungo, perché di fianco al letto ho una pila di romanzi da leggere (sì, anche tu, J).
Alla fine mi sono arresa a La morte della bellezza, sapendo che stavo commettendo peccato. È, come subodorato, di un voyeurismo che finge di essere decente facendosi lirico-tragico che sarebbe poco sostenibile, se non amassi la mescolanza tra parlata napoletana e gergo da sognatore deluso alla nascita ma che nel cuore mai si è arreso alla volgarità della vita, il tutto segnato da quel tono che in Italia chiamano “neo-realismo”, ma che a me sembra sempre più un “cerchiamo una scusa per descrivere con dettagli anatomici i ragazzi che ci faremmo (firmato: Visconti, Pasolini, Testori)”.

Concludiamo con una canzone-video che per colpa di una certa adorabile creatura continuo ad ascoltare:

È poco dignitoso, dicono, ascoltare i 30 Seconds to Mars (ma lo dicono a causa degli emo, o è a causa dei 30 Seconds to Mars che gli emo sono socialmente screditati?).
Il video mi ha colto per nostalgia, la nostalgia che le produzioni non-europee con gusto europeo causano. Invidio immensamente gli americani e i giapponesi, in tal senso. Mi hanno rincoglionito più volte con immagini di un’Europa che ho cercato in ogni angolo senza mai trovarla, per il semplice fatto che non è mai esistita. Fottuti costruttori di Sehnsucht.

Di generi abortiti e di altre bussole senza ago.

Gli idoli steampunk si accumulano sul calorifero, guardando il mondo con i loro indifferenti sguardi bullonati.
Indici e pollici, intanto, acquistano quella dolorante ruvidezza che piacerebbe tanto a Genet. (Quand’è che Genet è entrato nella mia coscienza? Deve essersi intrufolato inseguendo il generale Tanz.) A me meno. Mi toglie sensibilità ai polpastrelli, e ciò in certi frangenti è fondamentale.
A proposito di Genet, ho chiesto a VB di dare un’occhiata nelle librerie in cui passava alla ricerca di Querelle de Brest. Potrei anche cercare la trama del suddetto e copia/incollarvela qui, ma non prendiamoci per il culo: Genet parla sempre della stessa cosa (che non è, per la precisione, il cazzo).
Abuso però di wiki per farmi dire che il protagonista, oltre a essere un marinaio, is also a thief, a prostitute, an opium smuggler, and a serial killer – ossia è il riassunto di ciò di cui Genet parla sempre.
Mi rammarico di non avere qui Diario del ladro, perché avevo sottolineato un passaggio in cui Genet sottolineava il potere estetico del nazismo (all’estero), ossia quello derivante dall’essere al contempo la Polizia Suprema e il Supremo Criminale. Parlava anche di come Corona e Prigioni siano i due vertici di un’unica struttura, come un castello e il suo riflesso in un lago – ma sottolineare libri è una pratica feticista, e il Dio che Ride punisce la mia vanitas facendomi prestare i suddetti sottolineati libri quando ne avrei bisogno.
Il Dio che Ride attende anche il momento in cui avrò finito di leggere Querelle de Brest e con questo avrò dato fondo ai romanzi scritti da Genet. È il lato negativo della mortalità degli scrittori: non hai più niente in cui sperare. Potrei anche accettare la contemplazione dell’infinito – ossia accettare l’ipotesi di rileggere all’infinito le sue opere – ma la cosa mi angoscia – come mi angoscia il rendermi conto di aver letto tutto in traduzione, in mancanza (ma verrà ovviata, questa mancanza) di una padronanza del francese (molto salda padronanza – ma è sempre così: i miei autori stranieri preferiti sono tendenzialmente per me illeggibili in originale).
Tim Willocks (Il fine ultimo della creazione) non è male. La traduzione è a tratti confusionaria, e dovrei averlo in originale tra le mani, ma ci sono limiti anche alla traduzione più creativa. A fine lettura ci saranno diversi passaggi che vorrei aver sottolineato, ma mi basta il generale continuo avere Bentham come riferimento, esplicito e implicito.
Ho chiesto a What Should I Read Next? what I should read next, ma non è stato granché utile. Vedete, miei lettori suddivisi tra quelli senza particolare gusto e quelli a compartimenti stagni, la verità non è che io non sia una lettrice di genere, lo sarei, se esistesse il genere “architetture benthamiane”. Ma non esiste. Lo userei per il preciso scopo per cui si ricorre a un genere: andare sul sicuro e leggere una letteratura che non ti riserva sorprese. Ma non esiste. La verità, oh miei lettori divisi tra lettori della domenica e lettori dai gusti sopraffini, è che non esiste persona che si salvi dall’avere gusti ossessivi: semmai ne esistono i cui ossessivi gusti non corrispondono a un genere riconosciuto. Vi ricordate Manganelli? Ve lo citai come esempio di letteratura alta, altissima, da vertigini, incomprensibile per farvi andare su tutte le furie in quanto a prima impressione scritta apposta per dirvi “oh popolino, voi non potete leggermi” – beh, Manganelli me lo passò un tizio il cui gusto ossessivo tendeva ai tempi verso gli snuff movies – che sono sì un genere, ma illegale, quindi non istituzionalizzabile. Così, se chiedo a What Should I Read Next? what I should read next il sito mi risponde facendo leva sui temi riconosciuti. Che è poi quello che il mio limitato cervello sa fare, fa, e si ribadisce che quello di cui parla sempre Genet non è il cazzo di un marinaio succhiato da un galeotto, o mi basterebbe darmi alla letteratura gay; e non è neanche la vita di un ladro, perché se così fosse potrei darmi alle biografie di celebri ladri; è qualcosa che sta a metà tra gli esiliati di Genet, gli internati machiavellici di Musil, i perdenti di Testori, i recidivi di Bunker e gli spietati deliranti di Littell, ma solo se illuminati da un profeta rimbaudiano – ed ecco che il sistema di catalogazione del mio cervello va in tilt e si ritrova in mezzo al nulla.
Ci sono dei biechi modi di trovare una soluzione, metodi matematici che nel 75% dei casi non funzionano.
Se ad esempio unisco la tag “guerra” alla tag “tedescaggine” alla tag “omosessualità” ne esce La morte della bellezza di Griffi – ma già il titolo unisce il sublime all’eleganza, e certi accostamenti poco mi convincono.
Se invece unisco la tag “Foucault” a delirii rimbaudiani esce un Hallucinating Foucault, e probabilmente andrà meglio.
Tropic of Cancer, invece, ha dalla sua semplicemente una prosa accattivante e il fatto che troppo spesso è stato accostato da terzi (ossia, oltre a me e Me) alla sottoscritta.


Anche Genet è diventato una tag – ma il Dio che Ride mi ricorda che certe parole diventano tags solo dopo essere state significate (per il verbo “significare” vedesi L’insostenibile leggerezza del potere) dalla sottoscritta, e quindi le tags sono fondamentalmente un feticcio – oh, vanitas vanitatum et omnia vanitas – quanti tra i lettori si sono resi conto del fatto che nella grafica di questo blog vi sono parole tratte da L’Ecclesiaste in tedesco? Come sono cripto-massonica.