gender

La teoria gender e tutti i segreti che non vi faranno mai sapere etc… (Soprattutto “etc”.)

Mi ero inspiegabilmente persa la “mozione anti-gender” approvata dalla Regione Lombardia qualche giorno fa.
Dove sei finito, Facebook, con il tuo sacro ruolo di diffondere banalità che tutti già conoscono?
Mi sono detta: potrei postarla. Mi sono risposta che, appunto, sono banalità che tutti già conoscono, inclusa la famosa teoria gender che, pur non esistendo, sarebbe la causa di tutti i movimenti anti-gender.
(Poi vai a spiegare loro che dire “anti-gender”, letteralmente, significa essere più dalla parte degli studi di genere, che il gender lo decostruiscono. Ma non dirglielo, no. Così è più bello.)
Quindi, banalità per banalità, e visto che la gente ne parla tanto ed evidentemente ne serve una, delineiamo una

TEORIA GENDER

La Teoria Gender (TG) è stata postulata da una frangia cripto-giudaico-massonica dell’ISIS nel 1954, quando l’anarchismo intrasovietico stava ricostruendo le proprio basi ideologiche in stretta collaborazione con il recentemente nato Gruppo Bildenberg. Ѐ stato dimostrato che tra i suoi fondatori, tutti anonimi, vi era il correttore di bozze dei Protocolli dei Savi di Sion e l’ultima discendente della Papessa Giovanna.
I dibattiti recenti hanno portato alla conclusione che l’innovatività della TG risiedesse nella sua capacità di conciliare l’effetto depersonalizzante del marxismo applicato con i presupposti anarchici del liberalismo non mediato. Ciò sarebbe dovuto alla capacità dei suoi membri fondatori – di cui, pur non conoscendone i nomi, si è dimostrata la condivisa psicomenoveganpatologia deviante di tipo XXY – di applicare al pensiero filosofico di stampo greco-spartano il cosiddetto “paradigma di Fottesega”, realizzato per la prima volta dal monaco benedettino Sant’Anale nel famoso Assedio di Appenzello (1766).
Evitando un’accurata disamina dell’ontologia e dell’epistemologia della TG, che andrebbe al di là degli scopi del presente articolo, basterà ricordare che è stata scientificamente dimostrata la sua perniciosità nel caso in cui la TG dovesse essere contratta. Presupposto del contagio è la comprensione profonda dei suoi assunti, una casistica che – secondo accurati studi statistici – si mantiene estremamente bassa in tutti gli scenari analizzati. Per tale motivo, l’esposizione al Manifesto della TG (di cui riportiamo di seguito un estratto) è tuttora considerata a basso rischio.

C’era una volta un corpo perverso polimorfo che vagheggiava indolente per i Giardini dell’Eden. Lì, visto il Serpente, dopo averlo accusato di simpatizzare con l’eteronormatività, decise di dar vita alla propria stirpe per partenogenesi. Il Serpente ci mise il proprio indecoroso simbolismo fallico, che trovandosi tutto solo soletto in quel corpo senza sesso decise di autoingoiarsi nel sacro Rituale dell’Autopompa.
La Progenie senza Padre né Madre (ma bensì Genitore 1 e Genitore 2) si è fatta da allora flagello di ogni innocente, ingenua, giusta-e-naturale-i-MaròTM manifestazione di civiltà umana.
Tra tutte sono notabili le gesta di Ermete Triscopoilcristo, il quale, dopo aver reimmesso i mercanti nel tempio con una mossa capitalista ante litteram, si accoppiò quarantadue volte con i progenitori della famiglia tradizionale greca diffondendo l’omosessualità nella civiltà ellenica. Da lui proviene la stirpe dei bambini di Satanal, famosi per stuprare preti dagli albori della civiltà, da allora spodestando i suddetti nel sacro ruolo storico di svezzatori di gente che non te l’ha chiesto. Pare che Ermete sia imploso durante un Rituale dell’Autopompa così causando la fine di Cartagine.
[Davanti alla palese devianza storica della versione della TG, gli studiosi oppongono due ragioni. In primis, parlando di TG non ci si deve stupire di una qualche devianza. Secondo, la TG riesce a deviare non solo l’identità e cultura degli infetti, ma anche la loro storia. Retroattivamente. NdCuratrice]
L’unica sopravvissuta, un dragking di nome Vagipenilla, diede vita – sempre per partenogenesi – alla Seconda Generazione, a cui seguirono la Terza, la Quarta, e la Quinta A, B e C, etc…

Senza tediarci ulteriormente con altri nomi, date, ragionamenti e spiegazioni, a cui la TG non può dedicarsi in quanto usa tutto il tempo disponibile per pervertire ogni forma di civiltà pur non ricavandone nulla (ma, essendo la Progenie senza Padre né Madre destinata al Nulla, dell’inutile Nulla si compiace), concluderemo con alcuni fatti storici da attribuirsi retroattivamente e propagandisticamente alla TG:
– Adamo che mangia la mela.
– Il fallimento dello stato socialista, degenerato nel liberalismo.
– Il fallimento del liberalismo, degenerato nello stato socialista.
– L’obesità negli Stati Uniti, causata dal veterocomplotto femminista, causato dalla TG.
– Le modelle anoressiche, causate dal veterocomplotto gay, causato dalla TG.
– Donne che si difendono da molestatori a colpi di taekwondo.
– Uomini che denunciano donne per molestie.
– Esseri umani che non sanno se molestare o essere molestati non sapendo se sono uomini o donne.
– Donne che non si depilano.
– Uomini che si depilano.
– Esseri umani che non sanno se depilarsi o meno non sapendo se sono uomini o donne.
– La capigliatura da lesbica di Kim Jong-un.
– La devirilizzazione della nazione italiana, con conseguente rapimento dei Marò.
– I vegani.
– Me.

Foggy dew.

Questo luogo (siamo a Ballabio) assomiglia sempre più al fondale di un tetro retrò film di zonbi.
È il silenzio – e quella rada ma densa nebbia, che ti si posa addosso non appena esiti.
Mi ci sono affezionata, mi ci sto affezionando, mi ci affezionerò – come mi sono affezionata all’enorme massa di Klaus, ansante nel giardino buio, grosso cane nero dal carattere più che pacifico.
Mi rassicura, la sua quieta presenza. E non perché mi attendo qualche zonbi provenire dal terrazzo su cui dà questo locale, e che procede ampio per poi giungere fino alla facciata, ma perché Klaus anima il giardino, fa presenza, è una presenza, un tipo di presenza a cui non ero abituata – quella del cane adottato per il semplice scopo di avere una guardia, una presenza che vaghi senz’altro scopo – e a cui non mi abituo, e infatti mi spiaccio di saperlo fuori al gelo.
Fa un freddo cane, per l’appunto.
L’ho constatato percorrendo a piedi, alle 8:30 di sera, il breve tratto di strada che mi avrebbe portato dalla fermata del pullman a casa.
Un freddo cane.
Sarà il contrasto.
Sarà che sono partita dalla laziale Casa dei Lupi in una giornata da maglietta di cotone leggero, per giungere nella nebbiosa e deprimente e gelida Milano.
È sempre questione di abitudine, sempre – lo ripeto ma ci credo? – quando ci credo mi domando a quali cose io non debba abituarmi.

A. mi dice di aver scoperto che non le piacciono le donne, e questo mi esclude da una fetta delle sue esperienze ipotetiche senza che io ne sia responsabile di una virgola.
Non è la prima volta che accade.
Anzi, posso dire di essermi forgiata l’attuale carattere anche tenendo in conto certe evenienze.
Ci sono rimasta male come un vecchio lenone fallito a cui non tira più, anche se non è mia la responsabilità delle altrui prese di posizione – ma pure il lenone non avrà tanta voglia di prendersi la responsabilità della propria impotenza, no?
Mi ha rattristito le ultime giornate, lievemente, senza eccessi, in quel modo pacato che ha una puntura di zanzara di farsi grattare fino a che i capillari non scoppiano.
Mi ha rattristito proprio perché non è mia la responsabilità – suvvia, coevi, l’equazione è semplice: proprio nel mio ultimo intervento devo aver detto che odio poche cose quanto odio l’impotenza. Non fisica. Almeno quella non devo temerla.
Se credessi in Dio, o in una generica entità superiore dall’ironia karmica, penserei che mi pone davanti a eventi tali per farmi incaponire sempre più sulle solite vecchie questioni – le categorizzazioni, l’othering, identità/alterità, il mondo a compartimenti stagni fitti e claustrofobici come il portagioie di una vecchia avara.
Prendo per buono il Dio che Ride, e come al solito cerco di ridere con lui per non essere da lui derisa – e il sessismo della lingua italiana riaffiora, veloce come una paranoia, sussurrandomi che il problema è a monte, e perciò sono impotente – che vuoi fare tu, piccola creatura che non può esimersi dall’affibbiare un sesso anche a Dio, entità astratta per eccellenza, che “creò il Mensch a sua immagine a somiglianza, maschio e femmina li creò”, perché la tua lingua non te lo permette?
Sick and tired.
Ma ho passato una giornata meravigliosa in compagnia di due persone meravigliose, una giornata che mi garantirà una ricarica a lunga durata.
Ho passato una giornata con due persone sentendomi a mio agio. Realizzarlo è stato un po’ umiliante. Insomma, non sono il genere di persona che vedrete facilmente a disagio, e una fallace logica mi aveva quindi portato a pensare di essere una persona tendenzialmente a proprio agio ovunque, saltando di piè pari l’opzione intermedia.
Era da secoli che non mi sentivo così tanto a mio agio con una semiconosciuta (adorata, stimata, ma semiconosciuta) e con uno sconosciuto. Era passato così tanto tempo dall’ultima volta che sentirmi a mio agio è stata quasi una sensazione nuova – un ricordo vecchio, troppo vecchio, quasi una Sehnsucht.
Ora dovrei, per volere della norma e della retorica, spiegare cosa mi abbia messo così tanto a mio agio – ma non è facile.
Ho detto:
“È che sono persone senza malizia.”
E dovreste cercare l’etimologia di “malizia” per intendere ciò che dico, leggere tale parola sia in tal senso che in quello attuale, il tutto avendo come presupposto che il peccato è nella paura del peccatore.
Ho detto – ho cercato di dire – anche che sono due persone non sepolte da quella che tendo a chiamare “merda” e che consiste di significati socialmente determinati che – come merda, appunto – vengono spalmati addosso alle persone, e che tendenzialmente le persone si tengono ben stretti. È quella “merda” così chiamata perché non mi piace, perché puzza di tentativi di essere un qualcosa, una proiezione, un idolo inseguito goffamente. È vanitas. È quella cosa che fa sì che io, interagendo con un Qualcuno, veda su quel Qualcuno, prima di quel Qualcuno, la società che l’ha formato. È terribile, creature. È terribile come una frase fatta usata per coprire un delitto, per giustificare una mediocrità pavida, per insabbiare accidia.
Dico, ora, anche se odio dirlo, che vedo quella merda ovunque, o quasi ovunque, e le eccezioni si contano sulle dita di una mano – e ciò è essenzialmente stressante. È la vecchia caverna platonica. In cui ti trovi a vivere, e non ha senso sputare nella culla che ti accoglie – non per questione di irriconoscenza, ma per semplice logica. Non ha senso. È controproduttivo. Per questo odio osservarmi mentre lo faccio. E poi odio le menti elitarie.
Per fortuna i freaks irriconoscenti hanno un ruolo in questa società. Tutto ha un ruolo. È la sovraccitata odiata categorizzazione, che intanto mi salva il culo, perché anziché essere espulsa come elemento che critica a vuoto posso fungere da decorativo elemento deviante.
(No, non sto facendo la poetessa dannata. È solo un caso. È solo un caso che parole così ben descrittive e precise come “deviante” siano state stuprate e abusate come decorativi elementi devianti. Deviazione alla seconda.)
È che dovevo un po’ spiegarmi, creature.
Negli ultimi tempi (lungo periodo) vi sopporto così poco – e non capisco davvero se sia una congiunzione astrale dei vostri atti o se sia solo io – da essere gradevole quanto l’urna con le ceneri di nonno come centrotavola a Cortesie per gli ospiti.
Osservo persone cresciute con un rapporto conflittuale con La Società (chissà cos’è, poi, questa sorella de La Massa) scoprire di potervi vivere con un certo agio, e senza essere lapidati in piazza, e diventare più beotamente fondamentalisti da L’Uomo Medio (che è il cugino de La Società e La Massa), e mi dico:
Allora non era una questione di principii, valori, critiche e posizioni – non era una scelta – era la volpe con l’uva.
Per questo, probabilmente, in questo periodo sono invasa dagli Anni Sessanta. Li ritrovo in ciò che leggo e nelle persone in cui parlo – non riferimenti laterali, ma analisi dettagliate del passaggio dagli idealistici 60s agli affondati 70s – e mi chiedo che ne farà Darwin-applicato-al-sociale di me. Perché temo di avere nostalgia, ossia Sehnsucht, dei Sessanta. No, non per le canne e le persone nude ammassate nello stesso letto – quelle si trovano – ma perché i Sessanta sono l’antonimo esatto di un contemporaneo whatever. Odio i whatevers. In treno ho avuto una discussione lunga quaranta minuti con una vecchia conoscenza che è diventata un whatever. Si è whaterevizzato così tanto, ha accettato così tante cose, che non sa più cose vuole – gli sta tutto bene, perché decidere cosa vorrebbe lo costringerebbe a stilare una lista delle cose che non vorrebbe ma ingoia comunque. È stato annichilente – e un po’ grottesco. Mi sono chiesta che nome abbia questa psicopatia. (Non rispondetemi “Vita.”, era prevedibile e quindi non è brillante.)
Comunque, con tutta probabilità, il 90% del malcontento di questo intervento è dovuto dalla consapevolezza di un paio di tette in meno al mondo pronte a scoprirsi per me senza sbattimento ulteriore.
A., dopotutto, ha sempre rappresentato la mia Lolita – il mio Alcibiade, la creatura che non è né più piccola di altre né più dipendente da te di quanto io lo sia dalla cioccolata (poco, insomma), ma che guardi mutare nel tempo e ti senti fiera di lei e Dio sa perché dato che non sei neanche un suo parente lontano, il tutto condito dalla consapevolezza che è da anni che volete stare assieme sole in una camera da letto – ah, A. mi ha insegnato la cavalleria, di pari passo con il gongolare senza pudore per un reward che non ti è dovuto, ed è bello per questo. Era minorenne, quando l’ho conosciuta. E le avevo detto, scherzando e non scherzando, di farsi sverginare, nell’attesa che ci incontrassimo, perché l’esperienza è fondamentale – esperienza di ogni cosa per non giudicarne nessuna.
Insomma, senza A. quel vecchio porco d’un tagliatore di diamanti di Nikolaus non sarebbe mai stato partorito dalla mia mente – e questo, diranno forse i posteri, non sarebbe poi tanto un male.

Barbie e altri giochi per adulti.

Mi sono spalmata addosso della crema linea Fiore dell’onda, un’essenza che dovrebbe ricreare l’effetto di una giornata al mare – un mare pulito e non inquinato da bolge di esseri umani cotti – e che lo fa così bene che mi chiedo come riesca a vendere. Sa di acqua salmastra, alghe e persino di cadaveri di pesce sepolti nella sabbia.
Molto barocco, invero, come una portata di manzo a forma di pesce.
Critici di ogni genere amano spiegare il Barocco – e i barocchismi in generale – come risposta a un periodo storico depresso e confuso. Sono depressa e confusa? Mi piace stordirmi con confusi accostamenti di colori.
Persisto, ossessivamente, nel creare pezzi di bigiotteria con poche pretese. Mi modero, insomma. Creo parure nelle tonalità del rosa e dell’azzurro confetto, con variazioni, pensando a voi, oh popolo, mentre sfogo il mio piacere estetico guardando i colori accostarsi. Accumulo pezzi su pezzi che non indosserei – o che indosserei ma tanto poi me ne dimentico, sintomo del fatto che il mio amore per il barocco si ferma alle mie mani e non coinvolge l’immagine che ho di me.
Ho creato con morboso gusto una collana degna di Barbie, o meglio ancora di una Little Miss America. RealTime e i suoi effetti. Non mi ricordo dove avessi trovato questo programma definito come soft pornography – cose come queste mi portano a chiedermi se il mio concetto di “pornografia” sia molto limitato a causa di una cultura italiana che mette donne seminude e nude in qualsiasi pubblicità, o se sia paranoico quello di chi considera una bambina truccata da bambola cresciuta un prodotto di pornografia soft. In ogni caso, c’è un gruppo su Facebook chiamato “No a little miss america”. Proteste e giudizi contro questo programma, ovviamente, fioccano ovunque. Siamo più moralisti dei produttori americani o abbiamo la coda di paglia circa la questione “donna-oggetto”? Se l’educazione consiste nell’insegnare ai bambini come dovranno comportarsi da adulto, allora Little Miss America sarebbe una delle forme d’educazione più utili a Milano, scavalcando l’inutile studio del latino e della storia dell’arte.
Comunque, mi sto femminilizzando.
Lo ripeto con entusiasmo infantile e non vengo creduta. E no, non ha a che fare con la bigiotteria (dato che non la indosso, e la creo con lo stesso sadico gusto con cui venderei diamanti a quelle stesse coppie di fidanzatini che disprezzo). Ovviamente, coevi e posteri, per “femminilizzarmi” intendo “rientrare maggiormente nei canoni che formano il costrutto ‘femminilità’ in questo spazio-tempo”. Ho sviluppato un frivolo modo di bearmi dei vestiti che compro e vorrei fare la mantenuta (ma questo da sempre – dov’è la milf che mi adotterà?). Rompo con gioia le palle a VB dicendole come vestirsi, comprandole vestiti, sistemandole la camicia. Ma preferisco farle il nodo alla cravatta: soddisfa di più l’estetismo che rende lei un maschietto. È uno stupendo maschietto, VB – ma le persone a cui lo dico, e a cui dico che so essere più svenevole della più stereotipata gattina da telefilm di quarta serie, non mi credono. Deve cozzare con il mio modo di fare solito, con le mie sostanziali critiche all’umiliazione sociale della donna e con tutto il resto. Insomma, probabilmente il mio femminilizzarmi non è altro che una paranoia positiva della mia mente alienata. Continuo imperterrita a virare verso il neutrale assoluto (che viene letto come maschile, perché il maschio è la categoria neutrale) nella vita quotidiana, prima che qualche cazzone pensi che il mio giocare con i foulard permetta al prossimo di trattarmi come si tratta una qualsiasi donna italiana.

Ho dovuto riflettere a lungo sul fatto che, quando ero in Germania, vedevo donne farsi sognanti dinnanzi a rappresentazioni di principesse iper-femminilizzate. Insomma, la mia cara Kiel vedeva una popolazione i cui vestiti non variavano eccessivamente a seconda del sesso (a volte, infatti, era difficile capire il sesso di un passante), di una minor discriminazione sessuale, di un amore per il politicamente corretto in ambito sessuale che qui posso sognarmi finché non morirà di vecchiaia.
Di conseguenza, gli occhi commossi che alcune donne di Kiel avevano dinnanzi a immagini di principesse da fiaba mi creavano una certa confusione in testa. Non erano emancipate? Perché allora amavano ancora giocare con quel ruolo?
Poi ho capito.
L’ho capito una sera vestendo VB da bravo ragazzo, mentre io lanciavo sul letto i miei vestiti per cercare la mise più femminile che il mio guardaroba potesse offrire.
Ho capito che avrei anche potuto vestirmi e comportarmi come una gattina svenevole nata in una cultura maschilista perché, andando in giro con una donna come partner su cui strusciarmi, e quindi diventando una lesbica, l’apparire come una gattina svenevole pre-femminismo non mi avrebbe fatta associare al contenuto della donna-gattina. Insomma, il mio apparente lesbismo mi avrebbe estromesso dalla categoria “donna normale”, e quindi dai giudizi che su questa “donna normale” ricadono qualora sia vanesia.
Se vi vestite da Robin Hood a una festa non dovrete temere che vi diano del ladro. Non dovete temerlo perché è escluso a priori che voi possiate essere Robin Hood, e quella è palesemente una maschera, un gioco.
Se vi vestite da creature iper-femminilizzata in una società in cui alla donna non sono associati in automatico alcuni valori negativi, allora diventa palesemente un gioco. Un gioco dai connotati nostalgici – nostalgici come la nostalgia nelle parole di alcune tedesche quando parlano della cavalleria dell’uomo italiano.

Sempre giocando con i termini ‘maschio’ e ‘femmina’, credo di essere giunta dove volevo giungere, scoprendo che somiglia terribilmente a un vicolo cieco.
Ho rincorso la neutralità per anni, una neutralità che fosse in sostanza mancato riconoscimento di differenze e che nella quotidianità fosse la più totale, assoluta, massima libertà di essere ciò che mi ispirava al momento in accordo con me stessa. Il realizzare che sono giunta alla meta è accaduto, ovviamente, a letto, tra un piacere dato e il rendermi conto che il paradigma che dominava la mia vita sessuale è mutato.
Prima potevo lamentarmi, tra una birra e l’altra, del fatto che quando vai a letto con donne etero (o che credi tali; o che di fatto lo sono state fino a che non sono finite a letto con te) ti tocca fare la parte dell’uomo – perché sono abituate così dalla cultura, abituate a essere donne.
Questo è un punto che mi riesce sempre difficile da spiegare, creature, perché mi riesce difficile spiegare a parole come si muova un maschio a letto rispetto a una femmina. Dovrei fare dei disegnini di quelle posture e posizioni determinate non da fini pratici (hai un pezzo di carne davanti o un buco tra le gambe), ma da qualcos’altro. Non so bene da cosa sia composto questo qualcos’altro, ma viene ben rappresentato dai film porno. La sua tangibilità si rende manifesta solo attuando sostituzioni: sostituite, ad esempio, alla donna nella fotografia un uomo, e chiedetevi come vi risulterebbe (gay, probabilmente). Parlerei di configurazioni.
Parlerei del fatto che molte donne sanno, quasi fosse innato (ma ovviamente non lo è – a che servirebbe Foucault, altrimenti?), come muoversi a letto anche se sono vergini. Il che crea ovviamente problemi quando vanno a letto con una donna, perché la configurazione femminile e maschile sono fatte per interfacciarsi l’una con l’altra, non con se stesse.
Per qualche oscuro motivo ho passato anni sentendomi dire da uomini che a letto ero un uomo – e non perché, creaturine, andavo in giro con un uccello finto montato tra le gambe, giuro. Non chiedevo neanche loro di chiamarmi “bel maschione” o di sussurrarmi “sono tua”.
Ho anche passato anni – e continuo a farlo – a cercare di spiegare al mondo che due donne che scopano tra di loro non risultano tenere e sensuali e armoniche come Penthouse vorrebbe, e per una semplice ragione funzionale: le altamente estetiche posizioni lesbiche che dominano su Penthouse non darebbero, a livello pratico, granché piacere.
Ho poi cominciato a lamentarmi – e credo lo farò sempre più – del fatto che ci sono poche rappresentazioni del sesso lesbico. C’è poca educazione a riguardo, e intendo: la società non offre immagini che mostrino come due donne possano scopare tra di loro, eccettuando il controproduttivo Penthouse. È un dramma, creature, se assommato al fatto che le donne sono educate dalle immagini a mettersi in pose utili per una scopata eterosessuale. Poi a te, pansessuale seriale, tocca smontare la configurazione precedente e riconfigurarne una nuova con la tua partner. Voglio dire… Avete idea di quante posizioni siano possibili tra donne? Di quanti modi ci siano per raggiungere picchi di piacere? No, non lo avete, ed è per questo che spesso le persone mi chiedono come facciano fisicamente due donne a scopare.
Una ormai lunga relazione con VB mi ha permesso di sperimentare e ampliare considerevolmente il mio curriculum. Dopo un po’ che conosci una persona quella persona smette di avere un sesso ai tuoi occhi (se mai l’ha avuto), è semplicemente quella persona – e tu sei semplicemente una persona per lei. Così, mese dopo mese, il mio anomalo gender a letto ha semplicemente smesso di esistere, il che tradotto significa ciò che ho detto all’inizio: sono giunta a una neutralità che nella quotidianità (sessuale) è la più totale, assoluta, massima libertà di essere ciò che mi ispira al momento in accordo con me stessa (e con l’anatomia umana).
Ho smesso di essere limitata a una cosciente configurazione maschile a letto con donne. Ho smesso di avere configurazioni e basta. Sono cosciente del fatto che i modi in cui mi muovo possono tuttora essere catalogati in una o nell’altra categoria, più femminile o più maschile, anche se ciò non avverrebbe nella mia mente. Ma lo faccio avvenire e mi analizzo come un personal trainer analizzerebbe la corretta postura della schiena mentre si fanno addominali, e realizzo che se potessi sdoppiarmi potrei fare un film porno eterosessuale da sola, seguendo tutti gli stereotipi imperanti (li ho studiati, questo ‘maschio’ e questa ‘femmina’, non avendo interiorizzato la seconda da piccola – devo averli studiati come un attore studia un ruolo: osservando come le persone reali lo mettano in atto).
Capite perché è un vicolo cieco? Non ho più niente da dimostrarmi, e il fatto che io me lo sia dimostrata non significa che d’ora in poi le donne e gli uomini che incontrerò sapranno prescindere dalle configurazioni – il che rende la mia condizione ancor più frustrante.
Vorrei riuscire a comunicarvi il motivo per cui nell’80% delle one-shots mi trovo a guardare il partner con un sorriso sardonico. Non è il partner che sto deridendo interiormente, ma i suoi tentativi di aderire alla configurazione corrispondente al suo sesso (o a quello a cui vorrebbe appartenere). Vorrei riuscire a comunicarvelo perché se ci riuscissi ne ridereste anche voi e smettereste di arcuare sinuosamente schiene su comando, di stringere fianchi altrui come veri alpha-men quando avete meno bicipiti di me, di sospirare svenevoli per colmare silenzi. Vedrei finalmente splendidi culi maschili sollevarsi in reazione a un flusso di piacere, e braccia femminili sollevarmi di peso per farmi la cosa migliore che sanno fare. Sentirei voci calde e profonde e roche uscire da gole femminili e gemiti sinuosi scivolare su labbra maschili. Non dovrei più rassicurare insicurezze e imbarazzi.
Mi rendo conto del fatto che per sostenere una tale generalizzazione dovrei poter attingere a un più ampio bagaglio di esperienze, ampio almeno quanto quello di Evan Stone. Non sono Evan Stone e il mio bagaglio è pessimo: le eccezioni alle tendenze da me criticate le posso contare sulle dita di una mano, e la ragazza che mi ha fatto realizzare quante cose si possono fare a letto con una donna è russa – insomma, lo stereotipo per cui le russe scopano meglio delle italiane è già abbastanza diffuso, così è troppo semplice.

Se in questo periodo vi snobbo (ossia scrivo poco), oh posteri e coevi, è perché ho usato il poco tempo dedito alla scrittura per leggere e scrivere le e-mails scambiate con CS. CS è una scrittrice che ricorda vagamente Yourcenar e che è da poco finita negli scaffali all’entrata delle librerie perché ha scritto due romanzi storici parte di una saga su Roma (antica). Adoro CS, e dovrò sempre ringraziare S per avermela non solo consigliata, ma direttamente messa in mano in formato libro. Grazie, S.
… Comunque, CS è il mio attuale amore intellettuale attivo. Di amori intellettuali ne ho diversi, ma purtroppo molti tra gli oggetti del mio platonico sentimento sono morti, mentre quelli vivi in questo periodo li sento di rado. Amo i miei amori platonici, anche se non si dovrebbe amare l’amore, ma amo l’essere in grado di sviluppare tale sentimento di comunanza. Ho bisogno di riferimenti, creature. Sì, persino io. Ho bisogno di persone che, esistendo, dimostrino che è possibile essere come loro. Sentendole a me affini, mi dimostrano che il modo in cui mi vivo e vivo il mondo non è semplice frutto di una mente alienata e, se lo è, è una sindrome che colpisce più di una persona (io). Un Leitmotiv di CS consiste nel riferirsi a un futuro poco prossimo (che chiamerei “futuro remoto”, perché nasce nel passato) più simile rispetto al presente a un mondo in cui vivere. I miei posteri, insomma. Il fatto che io scriva ai posteri è sintomo di una certa necessità di comprensione, sintomo del fatto che evidentemente mi sento poco affine ai coevi. Eh, oh coevi, ho motivi di odiarvi come massa. È per colpa (anche) vostra se CS adotta una prosa semplificata anziché lasciarsi andare in tutta la sua complessità. Certo, CS potrebbe lavorare come netturbina e scrivere nel tempo libero dormendo quattro ore a notte, libera dalle esigenze della committenza, ne sono cosciente – ma lasciatemi romanticizzare la sua vicenda in tono lamentoso.
In ogni caso, scrivendo lei come scrive, mi beo della possibilità di avere altre sue parole via e-mail. Per una serie di inspiegabili e misteriosi fattori (tra cui: la mia sempre misera disponibilità di tempo e la mia accidia) non l’ho mai incontrata di persona. Spero di averne prima o poi occasione, soprattutto perché mi è stata descritta come una personalità dai modi di fare funebri e caustici – voglio vedere come la percepirò io.

Ho bisogno di una stanza confusa da tutte le tonalità di verde e viola possibili – in trasparenza, opacità, chiari e scuri, caldi e freddi, mescolati e sovrapposti tra riflessi e ombre. Non ho l’animo abbastanza sgombro per rilassarmi in una stanza vuota, ho bisogno di farmi distrarre da combinazioni infinite.

Vorrei anche rivedere N e K, che mi sento tanto affini in questo periodo. Mera questioni di studi comuni, ma sapete quanto gli studi determinino la percezione che ho di me. Nel tentativo di individuare le ragioni per cui sento tali persone tanto affini a me ho deciso di barare, andando sul blog di K, e trovandomi citata come “la fonte principale dei pensieri più rivoluzionari che [K] produrr[à] mai”. Il fatto che la percezione sia corrisposta vale come spiegazione? No, ovviamente, ma lasciatemi barare.
Il fatto è che qualche secolo fa (meno di due, comunque) qualcuno si è inventato questo concetto per cui si poteva essere parte di un’élite anche se non si era parte dell’élite. E, dato che ogni élite è una condizione di superiorità per definizione, oggigiorno chiunque può sentirsi superiore. I paradossi della contemporaneità – quella democratizzata, post-RivoluzioneFrancese, ma non ancora post-Romanticismo. Io sono ancora un po’ all’antica, e infatti voglio trovarmi una milf facente parte dell’élite (non per forza parte dell’élite tale da generazioni – mi basta una volgare alto-borghese arricchita) che mi adotti. Nel frattempo, e in questo periodo particolarmente, cerco democraticamente piccole élite a cui associarmi arbitrariamente.
Per colpa di P ho voglia anche di vedere P. È colpa di P perché è stato lui a contattarmi dicendomi, con quello stile tutto suo, che voleva vedermi. L’ultima (ed era anche la prima) volta in cui l’ho incontrato su appuntamento risale a qualche eone fa – e così la richiesta mi ha intenerito e invogliato, e ho indecentemente proposto di averlo come ospite a casa mia. Era da un po’ di tempo, a intermittenza, a causa di K, che pensavo a lui. P è una di quelle persone che, riassumendo, puoi agevolmente definire “uniche”. Ha creato se stesso senza rifarsi a prototipi abusati – o forse si è rifatto a tanti prototipi abusati, mescolandoli, imbastardendoli, e le commistioni ci piacciono.