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Schneider è fatto di una pasta diversa. Dagli sconosciuti non cerca ebbrezza, ma famigliarità e tepore. Non poteva essere altrimenti (l’ho deciso io), perché Schneider di ebbrezza ne ha già avuta abbastanza, e di pessima qualità.
Non ho mai capito esattamente perché abbia deciso di buttarsi nella mischia. Di carattere non è un ribelle, ma un conservatore. Ama mondi fatti di nobili e feccia. Il suo estetismo deve essere gotico. La ragione deve stare in qualcosa, nella sua allargata famiglia, che proprio non poteva sopportare. Schneider l’ebreo. Cosa non poteva sopportare?
A Schneider non piace il chiasso, ma l’atmosfera intima e sacra di uno scrigno. Che contenga un diamante o una virtù, sempre di gioielli d’alto prezzo si parla, e lui si ostina a voler capire quella purezza pur reputandosi un ammasso di stracci le cui mani luride possono dare vita a intonse perle.

Borderline personality disorder (BPD) is a personality disorder defined in DSM-IV and described as a prolonged disturbance of personality function in a person (generally over the age of eighteen years, although it is also found in adolescents), characterized by depth and variability of moods. The disorder typically involves unusual levels of instability in mood; black and white thinking, or splitting; chaotic and unstable interpersonal relationships, self-image, identity, and behavior; as well as a disturbance in the individual’s sense of self. In extreme cases, this disturbance in the sense of self can lead to periods of dissociation.

La descrizione di alcuni supposti disordini mentali mi ha sempre mandato in crisi. Perché il BDP si riferisce a maggiorenni? Forse che, negli anni prima, quelle che poi diverranno follie sono normale quotidianità? Sul livello personale, poi, devo sempre domandarmi se le mie instabilità sono problemi psichici o prese di posizione sociali (o spirituali).
Foucault, un giorno, mi ha raccontato la fiaba della psichiatria. Non tutta, solo la sua nascita. Mitopoiesi per ogni scienza. Mi ha parlato di tutte quelle cose che rendono Freud, oggi, abbastanza scontato, come una multa se si va a 150 all’ora in un paesino di campagna, e poi abbiamo discusso di attinenze.
Che c’entra la psichiatria con la fisiognomica?
Per la mia tesina al liceo dovevo in qualche modo infilare “anatomia” in un soggetto che, se ben ricordo, era qualcosa come “il grottesco nel Romanticismo” (o “il sublime e il grottesco nel Romanticismo”? Cambia? Uno esiste senza l’altro? Non percorrevo lande sublimi per scoprire il grottesco?). Cercai attraverso le soglie dell’anatomia, nella storia delle deformità e delle stranezze, un accumulo di materiali inaffidabili perché mancanti del metodo contemporaneo, e poi alla contemporaneità arrivai, con la fisiognomica e la criminologia, e Gericault che disegna monomanie per curare la propria follia, e i dolicocefali e i mafiosi che hanno la fronte bassa, e il resto lo sapete perché l’avrete studiato, partendo dalle illustrazioni ottocentesche delle razze del mondo, la curiosità puntigliosa e ingenua che cataloga caucasici e negroidi e mongoloidi (e pensare che le seconde due categorie oggi hanno il gusto dell’offesa, e dal linguaggio scientifico vengono – oh illuminati esseri umani) e il naso ebraico e l’occhio ariano. Un’epopea di classificazioni a cui il mio estetismo è suo malgrado debitore. Il fatto che io indulga nel piacere di darmi a tutti i gusti possibili non significa che alla mia mente non sia stato insegnato a distinguerli. Ci sto lavorando, a non distinguere. È una faccenda complessa. Qualcuno, un giorno, deve avermi ficcato in testa che le labbra turgide sono sensuali, che la bocca larga è vorace, e io amo bocche larghe con labbra turgide. Un giorno il Dio che Ride si prenderà gioco di me facendomi iniettare acido da una bocca di tal forma, mi verrà distillato con distacco e premeditazione, e allora sarà troppo tardi per capire che non c’era nulla da capire.

B ha labbra dalla forma morbida, ma proporzionata. Nessun eccesso. L’intero volto è una mancanza di eccessi (partendo da quale idea di proporzione?). Il corpo, anche. L’insieme (mi) dà un’idea di simpatia sagace, ironia amichevole, una salute scattante. Il mio cervello e le mie parole giocando sul suo sangue irlandese, ma per una specie di senso di vanitas. Si addossano alle persone sciocchezze in cui non crediamo ma che sono divertenti. È l’ottica dei marinai-porno-gay e delle infermiere-conigliette. A volte lascia la brutta impressione di una masturbazione sterile, nervosa, il riempirsi la testa di immagini psichedeliche perché venga svuotata da un orgasmo. E poi, il silenzio. B riverbera nelle parti di sé che non gli ho addossato io, e che ora cerco di ritrovare. Ho veramente avuto il tempo di vederle? Il bello dell’essere umano è che ti inietta parti di sé senza che tu possa rendertene conto. Chissà che mi proietta addosso la mia coinquilina? Ho passato la giornata a letto in coma, forse bisogno di sonno, forse bisogno di nulla, e lei deve aver bussato tre volte. Chissà come si spiega questi miei letarghi? Chissà se ha sentito il casino che abbiamo fatto? Mi piace quel casino. Non sono Schneider. L’ebbrezza mi piace, con o senso battello. Schneider è figlio del mio incontrare, raramente, una personalità tedesca capace di essere cinica per tutti gli altri dolci e accorti e un po’ timorati tedeschi. Ogni tanto appare un tedesco che si fa cinico per comporre un j’accuse anti-borghese, adolescenziale, che punta il dito ai compatrioti vestiti di doveri civici e morali. Adoro queste eccezioni. Schneider è così ma si ignora. Schneider non capitalizza il proprio cinismo. Io sì. Schneider capitalizza la propria racimolata dolcezza, scorie sopravvissute in tutta la loro zuccherosità (come caramelle per bambine). Non si fa scrupoli, a riguardo. Io sì. Mi svendo sul mercato come un pacchetto di sigarette, con l’avvertenza inclusa. Rauchen kann tödlich sein. Come se tutte le altre cose non fossero mortali. Il fumo che uccide è una caccia alle streghe e io talvolta mi sottometto a tale non condivisa benintenzionata avvertenza. I prodotti per adulti hanno una strana posizione nel mondo. Se li metti in un boudoir diventano un lusso raffinato, sotto luci calde e intime, e a furia di mettersi comodi divengono schiavi di quelle ristrettezza. Sono un po’ schiava di me stessa. Inciampo in persone che colloco in mondi perfetti nella loro imperfezione, rimirandone la diversità – rispetto a me. Questa è la romanticizzazione dell’atto. L’atto nella sua realtà non ha tempo per romanticizzarsi. Non sono Schneider, non capitalizzo il lato zuccheroso. Apro la dispensa, vedo il miele e quando riapro gli occhi mi rendo conto di averlo già mangiato. Non ho la bocca larga ma sono vorace comunque. Tra me e quel miele ci sarebbero molte cose – i dubbi, le incertezze, la sete di sublime – ma un certo giorno devo aver imparato che sono suppellettili non fondamentali, e da allora raramente trovo spazio libero in cui decorativamente porli.

È da stamattina che rifletto sulla parola “incorreggibile”. Per indulgere meglio in questa speculazione mi sono avvalsa di un dizionario: “che niente e nessuno può persuadere ad abbandonare abitudini viziose, a modificare in meglio il proprio modo di essere”. Definizioni che mi mettono in crisi come quella del BPD, perché si reggono su punti relativi. Cos’è l’instabilità e cosa l’abitudine viziosa? Che accade se il mio modo di modificare in meglio il mio modo d’essere prevede instabilità e attività considerate alla stregua di vizi? Io cercavo una definizione chiara, univoca, salda come battello su cui navigare e il dizionario mi parla a mi dice:
Sei una contraddizione.
Non al mio interno, no, ho l’interiorità di un santo, illuminata e accecante, dove tutto s’incastra senza coincidere. Me e me vanno d’accordo, un rapporto appassionato e giocoso, con ramanzine e “ti perdono vieni qui che mi faccio perdonare su dai mi conosci sì ma fai sempre così lo so ma ti piace”. Il problema è il baricentro tra quelle due me e il restante mondo. Su quell’asse risulto una contraddizione.

Cerco delle righe che Rimbaud non ha mai scritto.

Schnee.

Il mondo visto dall’unico oblò del corridoio è coperto di cenere. Bianca. Continua a cadere dal cielo.
Neve.
«Qui non ha mai nevicato.»
«Oh sì, invece… Ma prima che costruissero questo treno.»
«La linea esiste da almeno settant’anni.»
«Non con questi treni, però.»
«E allora secondo te perché siamo fermi?»
Il bambino che Damien tiene in braccio preme il volto sul vetro schiacciandosi il naso finché non gli manca il respiro. Allora, semplicemente, socchiude la bocca.
«Trattieni il fiato.» gli sussurra Damien, ma il bambino non lo ascolta, non più di quanto stia sentendo i genitori litigare sui motivi di quella nevicata, della neve in generale, del ritardo immane con cui arriveranno a destinazione.
È da tredici anni che Damien non vede della neve. Era piccolo e ottusamente incantato come il marmocchio che tiene sollevato. Non era a Meridian, ma non ricorda dove altro potesse essere. C’era un vetro, e quei fiocchi di cenere bianca soffici che immaginava tiepidi e dolci.
Sheridan non voleva li toccasse – dovevano essere dolcissimi, e morbidi come carezze disciolte.
Damien aveva trattenuto il fiato finché il mondo non si era gonfiato, come vederlo attraverso una bolla, percepirlo senza pelle, fluttuare oltre il vetro e galleggiare con quei fiocchi solleticanti.
Sheridan aveva stretto la presa e qualcosa in Damien era scoppiato – una bolla di sapone traslucida che aveva fatto vibrare i sensi come corde di violino.
Il suo primo viaggio – il primo tentativo di distorcere la realtà e sfregarla inturgidita sui sensi.
«Se trattieni il fiato è come cadere nella neve.» sussurra Damien premendo la fronte contro il vetro tiepido. Il campo visivo si riempie di zucchero in oziosa caduta e le voci concitate che li circondano vengono meno.
Potrebbe perdere dolcemente i sensi, stando così – vorrebbe farlo.
La pelle comincia a vibrargli addosso, un brivido sordo serpeggia tra le vertebre facendogli rizzare i sensi – lo sente, il principio di un orgasmo pulsargli nel ventre, il piacere scacciare l’intorpidimento con cui dal Fatto si sveglia e si addormenta, il sangue gonfiargli le vene – ma i testicoli, di nuovo, si accartocciano.
Il piacere si dissipa irrisolto nelle ossa, e il vetro, ora, brucia sulla fronte.
(È morto, morto come sperma freddo.)
«Finalmente siete di ritorno… Allora, che è successo?»
La presenza intangibile di Lawrence è riapparsa nel corridoio.
Anche qui, in questo improbabile e alieno DoveQuando, Lawrence è diventato il depositario della fiducia collettiva. Madri e padri e solitari viaggiatori attendono spiegazioni che li plachino, e, ovviamente, Lawrence le ha.
«I binari sono ghiacciati.» spiega nel neonato silenzio, professionale e costernato come sempre. «La neve li ha ghiacciati. Li stanno elettrizzando ora.»
«Allora è neve!» esulta un funzionario in pigiama. «Mi pareva…»
«Quando ripartiamo?»
«Hanno detto che un’ora dovrebbe bastare, ma che è da quindici anni che non hanno questo problema, e quindi-»
«Potevano prevederlo, o no?»
Il silenzio si scioglie di nuovo in dibattiti fiochi incorporando un imbarazzato Lawr, che non ha più informazioni da dare e non è mai stato particolarmente prono a improvvisare opinioni.
Una voce femminile richiama il bambino. “Hero”, “Hiro”, “Ilo”… Il nome passa attraverso le orecchie di Damien senza essere carpito e la donna viene ignorata come madre e come essere umano. La neve continua a cadere, e tutto il resto perde di definizione – persino per Damien, che è quasi riuscito a dimenticare dove stanno andando, e che comunque non riesce a ricordare il nome della città. “Gebreel”, “Gibrail”, “Geebreel”… Il nome conosciuto da sempre sfuma in variazioni fumose.
«Mi spiace.» dice la voce della madre perdendo ogni pedanteria. Si sta rivolgendo a Damien, si sta rivolgendo a un adulto, ma sbaglia. Damien ha smesso di avere i diciotto anni che ha accumulato, o forse ha sempre finto, fatto sta che la madre sbaglia: suo figlio non ha motivo di staccarsi dall’oblò. Sarebbe ingiusto perché insensato, ma questo la donna non può capirlo, e Damien non può più capire lei.
«Signorino, vi sentite bene?»
Anche il riflesso sul finestrino sbaglia, riflettendo una falsità – un volto anonimo dagli occhi ciechi e dalle labbra inutilmente socchiuse. La faccia di un demente.
«Ho ordinato del the, arriverà fra poco.» continua Lawrence, e gli toglie Hiro dalle braccia – sì, deve chiamarsi “Hiro”, è un nome familiare, ha un senso – e perché la madre li guarda imbarazzata? Strattona il braccio del figlio e se ne va – si renderà mai conto di quanto sbagliata è?
«Ho fatto qualcosa di sbagliato?»
«No, signorino, perché? Mi spiace che vi siate svegliato, sembrate stanchissimo.»
«Non stavo dormendo.»
La cabina li accoglie di nuovo, sterilmente lussuosa. Perché i letti sfatti sono così volgari? Soprattutto il suo. Quello di Lawr sa di sonno inutilmente dissacrato.
(Quanto vorrebbe poter dormire il sonno di Lawr.)
«Non stavo dormendo.» ripete Damien, ma l’ufficiale non reagisce. Madre AI sa cosa stia sistemando nella stanza, Madre AI sa cosa gli passi per la testa quando Damien glielo notifica la terza volta:
«Lawr… Io non dormivo.»
«Il the vi aiuterà a rilassarvi.»
«Non posso rilassarmi. Posso solo crollare.»
«Posso leggervi qualcosa. Quello vi aiuta, no?»
«Sì.»
Non vuole rilassarsi. Non vuole neanche sedersi, come Lawrence lo invita a fare aspettandolo al tavolino.
Perché non mettono oblò nelle cabine?
«Signorino… Va tutto bene? Voglio dire… C’è qualcosa?»
«Perché non mi chiedi perché l’ho fatto?»
È sleale da parte di Damien, terribilmente sleale coinvolgere Lawr – che è lì per dovere, e null’altro. Oh, probabilmente lo avrebbe fatto anche se non fosse stato un ordine di Johan, ma non si chiede a un cavaliere di dire la sua su un boia.
«Avete fatto… cosa intendete?»
«Perché non mi chiedi perché ho violentato Esther?»
«Ah. Beh… Non riguarda me, intendo, non è mio diritto chiedere – e poi state ancora male, non credo abbiate avuto il tempo di… Insomma, in queste condizioni credo sia difficile avere le idee chiare.»
«Non ti viene da pensare che potrei violentare anche Anaïs?»
«Anaïs…?»
(Abbi una reazione.)
«…No, signorino, no. Sinceramente trovo difficile anche pensare che sia accaduto con la signorina Dunkelsbuhler.»
«È stato difficile. Non ero pazzo, Lawr, non l’ho fatto perché avevo dato di testa. Ho dovuto impegnarmici, capisci? È stato fottutamente difficile.»
«E allora perché lo avete fatto?»
«Perché era mio dovere. Ma sono stato punito, vero? Era una punizione, l’internamento. E allora… Allora il mio dovere non ha senso.»

Sincronizzatori.

«Come si chiama?»
«Lazarus.»
«Non lei…»
«E chi, allora?»
«Lo sa, dottore.»
Schneider è uno di quei pazienti che il gergo politicamente corretto dell’ospedale chiama “vergini”.
Mai stato ricoverato prima.
Con alle spalle pochi anni di pratica e facoltà intellettuali poco prone all’umiltà, Lazarus aggiungerebbe: e che non si farà mai più ricoverare.
Piuttosto si lascerebbe a crepare in mezzo a una strada.
«Non lo sappiamo.» risponde, sedendosi di fianco al letto. I calmanti appena entrati in circolo rendono il paziente più abbordabile, anzi, quasi piacevole – sì, è estremamente piacevole vedere Schneider gambizzato da un’iniezione. «Nessun documento, nessun chip, niente.»
«Caso più unico che raro.»
«Meno di quanto credi.»
Avrebbe potuto portare del caffè. Per sé, beninteso. Schneider al momento ha a malapena le forze per discostare le labbra e far vibrare le corde vocali. Difficile fare le due cose contemporaneamente, e qualche consonante esce atona.
«Non mi pare ti serva un nome per chiacchierarci per ore.»
«È l’età, dottore. Si diventa romantici. Deve saperne qualcosa.»
«Porto malissimo la mia età.»
Lazarus non ama i pazienti. No, non li ha mai amati – è questo il suo problema, che vogliono spacciargli come fondamentale. Bisogna amare quel che si aggiusta? Se lo si amasse lo si lascerebbe così com’è, e i pazienti tendono ad arrivare tra le sue mani nella peggiore delle loro forme. Fisiche, mentali, spirituali.
A nessuno piace finire in ospedale: tende a essere un pessimo sintomo.
«Si risveglierà?»
«Può darsi. Personalmente, non credo.»
T-144 – il nomignolo affettuoso che il computer dell’ospedale ha affibbiato alla paziente in coma – ha un piccolo problema esistenziale, più difficilmente risolvibile di un temporaneo stato larvale.
È vuota.
I sincronizzatori dicono che non ha coscienza. Quando l’hanno interfacciata in Rete hanno trovato la stessa reattività di una stringa di comando. T-144 non ha quel nucleo centrale che dovrebbe coordinare il suo corpo in vita, eppure è in vita.
Beata lei, ha commentato Lazarus, ma l’osservazione deve essere risultata apocrifa ai sincronizzatori, che si sono accalcati attorno al letto della paziente finché Lazarus non li ha sbattuti fuori dal reparto.
Per il momento – almeno per il momento – come dottore ha più potere dei membri di quella setta.
Altra faccenda è evitare che Schneider se ne vada in giro per le camere degli altri pazienti…
«Non capisco perché ci teniate a tenermi qui. Non si sveglierà? Bene, non ci perde niente nessuno. Si sveglierà? Nel frattempo si è sentita meno sola.»
«Dobbiamo tutelare i nostri pazienti, Schneider. È un mondo cattivo.»
«Tanto non mi sente.»
«C’è gente a cui piace scoparsi gente in coma.»
«… È un mondo cattivo.»
«Quanti anni ha la ragazzina che viene a trovarti?»
«Abbastanza.»
«Lei lo sa che ci sono telecamere in ogni stanza?»
«Tanto ormai cosa cambia?»

Quebra.

Moabit, ora locale: 3:37 P.M.
Il Carico è in ritardo di sette minuti – e quella nel bicchiere non è quebra.
Johann sottoporrebbe a tortura tutti quelli che spacciano brodaglia alcolica per quebra. Questo, di impostore, ci si è impegnato: la brodaglia ha un vago retrogusto di cardamomo – qualsiasi cosa sia. Johann non ne ha mai mangiato (si mangerà, poi?), ma sa riconoscerne il retrogusto da quando ha dieci anni. Dieci anni, signori, e uno straccione proprietario di un buco nello spazioporto di Moabit cerca di fotterlo.
3:38 P.M., e le porte del locale si aprono di nuovo, lasciando entrare una tizia che ha esagerato con gli implanti a basso costo. Il cavo che collega l’automatica che evidentemente deve avere innestata nel polso spicca come una vena in dirittura d’esplosione sul deltoide destro. Non è lei il Carico. Con un arsenale del genere in bella vista non la farebbero entrare neanche nel più malandato spazioporto della Confederazione.
3:39 P.M., e un altro sorso di brodaglia. Perlomeno è alcolica, particolare fondamentale quando stai per affrontare il purgatorio di anime perdute che vaga tra qui e la Ragnarok. Per la seconda volta. Madre AI danni Moabit e tutte le discariche troppo affastellate per atterrarci con una lancia – non che l’aria che si respira qui invogli a lasciare beni personali in giro. Gli autoctoni hanno l’innocente e operosa aria di nanomacchine pronte a smontare in cinque minuti un cargo imperiale, per poi cercare di rivendertelo come souvenir.
Johann ama tutto questo.
3:40 P.M., e quello che è appena entrato potrebbe essere il Carico. Se non lo è, Johann avrà pietà di quella faccia da cane bastonato senza padrone né buche in cui sotterrare ossi. Sempre che ne abbia, a parte quelli su cui si regge.
Il ragazzo ha bisogno di cibo vero, stima Johann – con calma e moderazione, però, perché è così denutrito che duecento grammi di carne potrebbero mandargli in tilt il metabolismo.
Il probabile Carico si guarda attorno non particolarmente spaesato, pronto a essere riconosciuto. Alza una mano, fa’ il segnale – e Johann racimola volontà ed entusiasmo per svuotare il bicchiere, la pseudo-quebra gli strozza la gola e il Carico annuisce.
A cosa, lo sa solo lui.
Ha occhi abbastanza inespressivi da finire su una grottesca collana decorativa – vuole veramente andarsene, il cadavere ambulante, è sicuro di non aver già scelto la strada dell’inedia?
Ha pagato.
Mal che vada a Meridian ci arriverà in una bara.

Sherry.

Il profilo bluastro della finestra resa cieca – non entra mai luce, non da lì, solo il riflesso di una sorgente che non è mai nel suo campo visivo.
Il profilo bluastro della finestra resa cieca – barcolla, si segmenta, passi nella stanza, il dottore, di nuovo, il peso sul letto, di nuovo, di nuovo Damien sa cosa sta per accadere.
Sa cosa gli accadrà da qui alla fine dei suoi giorni.
Una mano sulla fronte, una sul mento. Le mani che non sono mani perché fredde come metallo. Il tubo che risale per la narice, gli buca il cervello, l’occhio che viene punto, un mal di testa sordo che ha smesso di pulsare e divora il tempo.
«Vi prego…»
Il dottore tace e la sostanza sale. L’eco della supplica riverbera acuta come – ora Damien lo sa – è la sua voce. Questo è ciò che si sente quando parla: un tremito sgraziato e inutile, che solo una tomba renderà degno.
Il tubo viene meno schioccando sul labbro, ma il cervello è vuoto – una bolla d’aria che preme sulla fronte.
«Sto male, non lo capite! Devo bere, non lo sapete, che devo bere, sto male se non-»

«Hai bevuto tutto.»
La voce è del padre.
«Mi hai bevuto tutto.»
Sheridan, Sherry – quante volte Damien ha affossato il suo battesimo con quel ridicolo nomignolo?
«Sono pelle e vuoto.»
La mano sulla fronte è secca come carta. E si sgretola. Sherry lo abbraccia e si disfa in foglie di alluminio.
«Non c’è più niente da bere.»
«Padre, io non lo so! Non so cosa è successo! Padre, dovete dirmelo! Padre! Voi dovete-»

«… Vi prego.»
Il mondo sbalza di una tonalità – un blu profondo, denso, che riempie i condotti lacrimali.
«Vi prego, sig-»
La voce di Lawrence.
Una cabina.
La voce di Lawrence nella cabina del treno.
«Siete sveglio?»
Sete.
«Sete.»
«Tenete.»
Liquido denso e fruttato, giù per la gola. E poi di nuovo su. Damien serra le labbra e lo ingoia di nuovo, acido e colloso.
«Lawr… Devo bere.»
«Tenete.»
«Devo bere
«Mi spiace, signorino…»
… Non potete.
«Lawr… È che… Sto male.»
«Lo so.»
«No, sto male, capisci? Non ce la faccio. Così non posso stare meglio. Ho bisogno di poco – capisci, il mio corpo, capisci? Ha bisogno di-»
«Mi spiace.»
«Lawr…»
«Vi leggo qualcosa.»

Nnerstill.

Lo spazioporto di Moabit puzza di disinfettante nocivo esattamente come sette mesi fa.
Certe minacce all’istinto di sopravvivenza non le cancelli dalla memoria con un semplice atto di volontà.
Folla, cavi ad alta tensione scoperti, troppa stanchezza per avere paura.
Puzza di urgenza di levarsi dai piedi, esattamente come quando Klaus è arrivato.
Cammina o ti cammineranno sopra. Silenziosamente, gravemente.
Ma è ora di ripartire.
Ha aspettato questo momento per sei mesi e venticinque giorni.
Cinque giorni – gli sono bastati per dirsi che per quanto infinito possa essere l’universo, il suo personale inferno lo aveva già incontrato: Moabit, caldaie della A.F.K. Corp., sei giorni su sette e le domeniche in cui vorresti solo svenire in un sonno eterno.
Un uomo incredibilmente decrepito lo saluta con una spallata prima di confondersi nell’anonimato. Klaus è solo uno tra tanti, topi, premuti senza isteria uno sull’altro. La chiamano nnerstill, la capacità delle popolazioni dei bassi livelli orbitali di resistere al panico. Puoi chiamarla apatia – ma non la chiamerai affatto. Dopo un po’ non ce n’è più bisogno. Le cose scivolano e tu con loro, più veloce e sottile della morte.
Klaus incede finché la fila di palazzi antistanti la zona portuale non gli è davanti e sopra. Li ricordava più alti, questi vecchi casermoni, e imponenti – ma può un rudere mettere soggezione? La ruggine ormai se la sente nelle vene, e non è spiacevole, non è spiacevole affatto sentirsi un po’ più vicini all’anzianità dell’universo.
Un vicolo ricavato a posteriori, specie di tana scavata tra un portone e l’altro, lo ingloba sottraendolo alla folla. Qui le persone camminano, davanti e dietro a lui, staccate le une dalle altre, tanto solitarie in quel loro incedere da fargli salire una lacrima fredda.
Sta dando di testa, ma lo avevano avvisato.
Sarà molto più difficile abituarsi all’avere una cabina tutta per sé – sarà atroce il silenzio dello spazio, lo hanno avvisato, c’è chi impazzisce veramente, gliel’hanno detto, minacciato e ammonito, spaventato spaventandosi.
Ma è quella la sua strada, secondo il fatalismo che accompagna la nnerstill, e nulla ve lo sottrarrà.
Klaus la vede.
È un filo di fumo violaceo che gli esce dalle nocche, levandosi dalla pelle spaccata, e che ondeggia davanti a lui.
È sensuale come tutte le cose che lo sono state nella sua vita – le ricorda, le può elencare, ma le sensazioni sono le prime a morire quando la memoria si solidifica. Da qualche mese i sensi hanno smesso di parlare in termini di piacere o dolore. Ha ancora il retrogusto della bevanda gassata che ha bevuto prima di uscire dalle caldaie, ma non è una sensazione: è un input al cervello. Le corde vibrano senza emettere suono, il corpo si dissangua senza sospiri.
Ma quell’ondeggiare che ora si fa cremisi e lo conduce al luogo dell’appuntamento parla di reazioni che non hanno causa. Sapori senza cibo. Profumi senza puzza a far da contraltare.
Basta veramente poco a impazzire, quando per mesi la tua vita è scandita da tre routine. Klaus potrebbe addirittura apprezzarlo se, prima di sbarcare a Moabit, avesse salutato il mondo dei vivi con qualche aspettativa irrisolta. Se pur ne avesse avute, è stato tutto raso al suolo, i detriti sono stati spazzati via e ora rimane solo la vertigine di un orizzonte infinito, proiettato sulle doppie porte ad apertura manuale che gli si parano davanti.
Patchanka, è scritto al neon, in una sfumatura cupa.
Fornitura quebra, è scritto sotto.

Rosaspina.

(L’autrice è lieta di avvisarvi del fatto che nel frattempo Gesù Cristo è diventato una donna. Son cose che accadono, di questi tempi.)


«Su, dillo: non è poi così male.»
Nikolaus appoggia i gomiti sulle ginocchia, schiena comodamente piegata – una posizione rilassata con cui il suo corpo non si sedeva da quanto? – e avvicina le mani a congiungerle.
La sinistra cozza contro il gesso che fascia l’altro arto, e Nikolaus impreca.
«Non deve essere poi così male.»
La Donna Immota, ovviamente, non risponde.
l’Amante Di Morfeo, Rosaspina, Fortunella, Quella Che Finge Bene, la Donna In Coma… Quando non hai nulla da fare anche una tizia che non muove un muscolo dà buoni stimoli alla fantasia.
Anaïs ha poca fantasia e la chiama “Il Cadavere”.
Anaïs non capisce un cazzo.
«Se fossi in te me la spasserei.» dice Nikolaus, e tenta nuovamente una posizione noncurante. Rilassata. Di chi sa godersi la vita e sentirsi a proprio agio ovunque. «Tutto solo nel mio cervello, mi manderei in loop gli attimi migliori della vita. Ne ho accumulati tanti.»
Il gesso cozza contro il manico d’alluminio della sedia rimandando il suono di un flipper rotto.
‘Fanculo, “Ovunque” non è un ospedale.
Un destino atroce davanti a te e l’impossibilità di muoverti. Perché? Perché sei in degenza. Perché non puoi uscire se riesci a camminare? Perché sei in degenza.
E se non puoi cercare diversivi al di fuori dei tre corridoi che formano il piano, cerchi modi per attirarli – perché no, ovviamente Nikolaus non potrebbe stare neanche qui, paziente in degenza a far compagnia a una paziente che di sicuro non si lamenterà. Ma chi ha il tempo di seguire tutti i suoi movimenti? Le infermiere lo ignorano persino quando ce l’hanno davanti.
«Non so che vita avevi lì fuori, ma meglio finire come te che come me. Almeno non soffri.»
Rosaspina che è in come da due settimane.
Ad Anaïs il soprannome “Rosaspina” non è piaciuto.
Quel nome apparteneva a lei, ha fatto notare con una smorfia che minacciava un’offesa imperdonabile.
Rosaspina, tra le labbra di Nikolaus, era Anaïs – la bella addormentata nel bosco in attesa di un principe dal bacio fatale. Fiabe raccontate con incredulità e ironia a una bambina troppo sveglia per crederci.
Ma alla fine il principe è arrivato, senza cavallo ma egualmente cavalleresco, con tanto di titolo nobiliare. Simpatico, anche – non particolarmente sveglio ma sicuramente un bravo ragazzo, un ottimo marito per Anaïs.
Si sono fidanzati, con la segreta benedizione di Nikolaus: la sua piccola Rosaspina nelle mani di un vero bravo ragazzo – specie rara, in estinzione, ma per fortuna i miracoli, per le principessine, esistono ancora, anche quando queste non ci credono.
Quel nome è mio.
Rosaspina, quella in coma, probabilmente non capirebbe la faccenda. Tutta la faccenda. Nikolaus, Anaïs, l’incidente e come la sua vita adesso abbia più o meno il senso di una torta di mele per un diabetico.
Rosaspina, quella in coma, è al di sopra di tutti noi, ormai.
Ma è l’unica per cui non c’è bisogno di castrare la realtà con segreti.
«Sai quanti tagliatori di diamanti esistono nell’universo? Intendo diamanti di una certa caratura, non pietruzze in svendita. Intendo diamanti veri. Sai quanti? Tremilacentoquarantesette. Tutti registrati nel Consorzio, chiusi nel loro laboratorio dalla prima all’ultima pietra che tagliano. Sai quanti ne esistono di non registrati?»
Il gesso pesa come un martello di piombo nella mano di un bambino goffo.
«Conosco solo me.»

Transizioni.

L’ultima volta che ha viaggiato in treno non era alto abbastanza da poter vedere i propri fianchi riflessi nel vetro.
Aveva i capelli tagliati in un caschetto corto, da ragazzino, il colletto della camicia inamidato e una cravatta di cui non avrebbe saputo rifare il nodo. Quando ha imparato, il mercato è stato invaso da cravatte abbottonabili già annodate – e Meridian si era spalancata a lui.
Meridian è grande quanto un mondo, per chi sa viverla – e Damien è sempre stato un ragazzo dagli inaspettati talenti naturali.
Fino a che suo padre non ha cominciato a dargli del fallito.
«Mi spiace, Lawrence.»
«Di cosa?»
«Che sei qui. So che preferiresti essere sulla nave.»
«Ah. Beh, non era importante che partissi anche io, e poi era da tanto che non viaggiavo in treno. Intendo, mi piace viaggiare in treno.»
Lawrence è l’unica persona che Damien conosce che sappia essere sincero mentre mente.
È ovvio che preferirebbe essere in viaggio con Johann – con il suo Capitano, il suo rispettato, ammirato, idolatrato capitano – ma Lawrence non sa mentire bene – anzi, non sa mentire del tutto – e non può che essere vero che quel viaggio gli sta facendo piacere almeno un po’.
Ha portato con sé un terminale tascabile con un manuale di qualcosa che ha a che fare con legislazioni di svariati porti spaziali, righe e righe riflesse sul finestrino in cui formule giuridiche si susseguono senza fantasia. Ma neanche un tale tedio riesce a far appassire l’attenzione assoluta che Lawr concede a qualsiasi cosa o persona gliela chieda. Sia anche con un cenno.
«Questo treno fa schifo, Lawr.»
«Dite? Non è molto peggio dell’ultimo che ho preso, otto mesi fa.»
«Allora forse fanno schifo tutti i treni. Non sono ancora passati per offrire da bere.»
«Signorino… Non potete ancora bere.»
«Non intendevo quello.»
«Ah. Scusatemi.» Lawrence accenna a un inchino, come l’Accademia gli ha insegnato – ma, da seduto, sembra semplicemente profondersi in servizievole costernazione. «Comunque immagino siano partiti dalla prima carrozza, e quindi ci metteranno un po’ ad arrivare qui.» Pensa. «Volete che vada a prendervi qualcosa?»
«No. Grazie, Lawrence.»
I boccoli castani dell’ufficiale subiscono l’ennesimo annuire scattoso – sempre colpa della Marina, se anche questo gesto è codificato da gesti fluidi come lo scatto di una lancetta – e Lawrence torna al suo silenzioso studio di procedure d‘imbarco in porti troppo piccoli perché la Ragnarok li veda mai.
Damien lo invidia.
Invidia, cioè, l’intangibilità della sua vita quotidiana.
Lawrence ne ha viste tante, e partendo nel modo peggiore: da ingenuo assoluto. Tanta buona volontà, certamente, ma nessuno avrebbe scommesso a favore di quell’impacciato neo-ufficiale che oltre a non usare parole volgari non sapeva neanche riconoscerle.
Ora sa riconoscerle, sa da dove provengono ma continua a essere l’impeccabile ufficiale da sala ricevimenti che finge di non aver capito un’indecenza per evitare a chi l’ha detta di doversi vergognare.
Invidia anche come nella stanchezza riesca a rimanere riconoscibile – o forse è Damien a fare d’eccezione, Damien che non sopporta più di vedersi allo specchio perché quelli che una volta erano i suoi occhi adesso lo accusano.
È colpa tua.
Non sa di cosa – è dall’inizio di tutta questa faccenda che non sa da dove sia iniziata – ma il verdetto è già stato parzialmente e inesorabilmente decretato.
È colpa tua.
Non foss’altro che per mancanza di altri colpevoli e per presenza di troppe vittime.
Anche Lawrence che è su questo treno ad accompagnarlo – Lawrence che dall’inizio del viaggio si comporta impeccabilmente, impeccabile galantuomo che distoglie l’occhio dai falli altrui.
Ed è inutile dirgli:
«Mi spiace, Lawrence.»
«Non ne avete motivo, signorino.»

Latousen.

Aristide diviene nome creolo alle orecchie la prima volta che lo si sente.
Si sarà al Latousen, con le narici bruciate da troppe essenze diffuse in stanze sempre chiuse – oppio e chiodi di garofano, e rum e vino acido, artificiali e vendute per naturali, naturali con la possenza di un artificio – si sarà all’entrata ma sarà come essere ospiti abituali, con i vestiti impregnati dei fili di fumo che si disfano solo quando raggiungono il basso soffitto.
Su un divano ingrigito da scorie di pelle umana e macchie di sudore ormai innocue, con vestiti che scoprono quel che andrebbe coperto, una ragazza dalla pelle color caramello lo pronuncerà con quel tono indolente che solo in bocca a una puttana non è sintomo di noia.
Aristide.
Arrota la r raschiando la gola e serra le labbra prima di sputarlo.
Aristide lo riconoscerai per sottrazione, eliminando tutti gli astanti dalla pelle scura o abbronzata, rosolata a fuoco di candela o dorata. Di quel che rimane escluderai tutti gli uomini, e le poche donne, che hanno dipinto in viso l’agio di chi è lì per essere servito.
Esclusi lavoratori e clienti, Aristide è quello bianco come un neon che rivolge servizievoli ma dignitosi sorrisi a chiunque – l’ospitalità di un nobile all’antica, che si toglie il mantello per non far sporcare i piedi al santo – un nobile di un’antichità romanzata per puttanieri santificati.
È così poco credibile come magnaccia che acconsenti alla messinscena per gentilezza – quella faccia giovane, quasi ingenua, facile a sorprendersi davanti a secondarie inezie, ammicca a un’anima da bambino che ci rimarrebbe male, se qualcuno gli mostrasse la dura realtà dei fatti: non intimorirebbe neanche uno zoppo senza protesi. Gente con quel faccino, nel quartiere, non dura una settimana.
Ma Aristide non esce mai dalle mura affumicate del Latousen, e quando lo fa è preceduto dalla fama del Latousen. Clienti temibili rendono rispettabile l’ospite e – benché anche Aristide un paio di volte sia tornato alla tana trascinandosi su arti maciullati – continua imperterrito a essere il neon bianco e soffice a cui potresti spezzare le ossa per sbaglio.
“È questione di riverbero.” dice Ajit, cliente stagionale. “Il rispetto in cui viene tenuto dai lavoratori riverbera e viene trasfuso nei clienti, che se lo confermano senza avere prove per smentirlo. È un gioco di specchi.”
Ajit è in città per due mesi all’anno, quando la compagnia lo spedisce a coordinare gli incontri dei capi-sede. Un lavoro moderatamente inutile e decisamente umiliante, a sua detta, ma ben pagato.
Al Latousen ci è finito per una breve serie di decisivi equivoci.
Gli era stato detto, tanto per dire, che in un certo posto cucinavano un certo piatto tipico delle sue parti, e lui aveva preso le chiacchiere alla lettera.
Gli era stato detto che era pollo al curry, o forse aveva capito male lui, fatto sta che al Latousen si mangia pollo al rum, bevanda che Ajit odia cordialmente, ma una volta sul posto aveva scoperto che non si trattava di un ristorante – per quanto il Latousen cerchi, a suo modo, di rivendersi anche come tale – e, per quanto Ajit non sia un uomo dedito al vizio, l’accogliente benvenuto lo aveva convinto a pernottare.
Prima dell’alba Sahahie era anche riuscita a fargli mangiare del pollo al rum.
Il gran mistero del successo del Latousen, a detta di Ajit, è che si regge su una serie di ingarbugliati equivoci che nessuno ha motivo di motivo di sciogliere – e ti passa la voglia di indagare mentre una diciassettenne ti spinge pollo al rum in bocca con i propri seni. Ti passa la voglia anche di essere schizzinoso – ed è la cosa più importante, perché senza giochi di specchi e favole per adulti il Latousen apparirebbe tragicamente per quel che è: una bettola sporca e consumata.
Ajit non esclude neanche che la bruma profumata che galleggia su entrambi i piani sia allucinogena. Tossica lo è di sicuro, come lo è non riuscire a respirare per mancanza di ossigeno, ma chi si lamenta di allucinazioni che agevolano un orgasmo?
“Allucinazioni?” domanda Sahahie risucchiando il punto interrogativo tra le labbra. “Questa parola non ha senso, cheri.” conclude con una scrollata di spalle e squittisce ridendo.
Sahahie non si è mai preoccupata di domandarsi a cosa possa essere associato quel suo così acuto timbro di voce. Frivola, puerile, vagamente isterica, forse volgare – no, sicuramente volgare – semplicemente stupida – ha sentito queste parole e altre, nel brusio che ogni notte le fa spazio, ma erano di sfondo, lontane e ininfluente, messe a tacere da ben altri epiteti.
“Neanche il Latousen ne ha…” ribatte Ajit, con un centesimo della pedanteria che condisce le sue parole quando coordina le riunioni.
Sahahie, il Latousen, le allucinazioni… Niente che possa essere analizzato, pena il vedere crollare la favola per adulti che gli inturgidisce i sensi prima che la carne.
Riporta le mani sui fianchi di lei – come se potesse cadergli dalle gambe, la piccola Sahahie che non è più piccola da qualche anno, e sparire sotto uno dei tappeti ingrigiti.
“Lo senti, Aristide? Ajit non ci vuole più bene…” lamenta Sahahie con un broncio dipinto per attirare tutt’altro che compassione.
Lo squittio a venire viene soffocato sotto ai baffi di Ajit – che è un buon cliente, di quelli che fanno dire a Nali:
Fossero tutti come lui, Aristide, potresti startene a casa a riposare.
Aristide raddrizza l’ultima bottiglia posata sul bancone, l’ultima del rifornimento di oggi. Sangue di San Patrizio. Un vino speziato, liquoroso, di un rosso così intenso da sfiorare il rosa fucsia, chimico come un trip deliberatamente cercato, sinfonia chiassosa di ingredienti per palati poco fini e assetati di sapori unici,
Come Sahahie, che si divincola ridendo sotto al bacio di Ajit e che, racchiusa tra le mura del Latousen, è una principessa. Di quelle cresciute con la cecità degli eletti.
È una puttana convinta che le puttane siano il più ambito traguardo di ogni uomo – e Aristide le darebbe ragione. Ajit gliene dà ogni volta, come la maggior parte dei clienti.
Come contraddirla?

Gesù Cristo siede in un letto d’ospedale – uno qualsiasi, non importa quale, importa che sia uno qualsiasi.
L’infermiera siede due stanze oltre, il mento indolentemente appoggiato sul palmo della mano, e guarda un film senza sottotitoli in russo. Il russo lo riconosce – non saprebbe riconoscerlo tra altre lingue slave, ma associato a quelle divise può riconoscerlo – ma non le torna la presenza del giappocinese a petto nudo che viene angariato a parole e minacce sussurrate da ampi petti gonfi. Il film è in bianco è nero, le riprese tagliano a metà la fronte dei personaggi – un giappocinese collocato lì in mezzo non è la prima stranezza a cui doversi abituare.
Gesù respira, perché stavolta è vivo.
Per questo breve lasso di tempo – quello di una vita – è mortale. Gesù può morire – ma non nell’attimo contingente, con macchine a monitorare i battiti del suo cuore.
Non che se sapessero che è Gesù le cose gli andrebbero troppo diversamente.
Se possibile, cercherebbero di tenerlo più in vita di quanto stiano già facendo – insomma, il Regno dei Cieli dovrà attenderlo ancora per un bel po’.
Poiché il Figlio di Dio è per definizione sempre sincronizzato con lo Zeitgeist, se Gesù potesse vedersi dall’esterno sciorinerebbe ai posteri un commento senza acredine. Qualcosa come:
Che vita del cazzo.
Ma nell’attimo contingente ha gli occhi chiusi e l’unica coscienza che ha è quella morale.
Gesù Cristo è in coma.

Nella stanza di fianco siede tutt’altro tipo di dilemma, il cui problema contingente è di essere cosciente e di avere un’ingombrante gesso là dove si è sempre abituato a vedere il proprio braccio destro.
Preferirebbe la crocifissione per tre giorni e il peso di tutti i peccati umani, se glielo chiedessero – ci volesse tanto a sopportare l’insopportabile quando sai che poi resusciterai intonso come un bebè.
Il problema secondario dell’uomo cosciente, risponde al nome di Nikolaus Schneider, è di essere nato con il volto che ha nello spazio-tempo sbagliato.
Ai tempi del Nazareno non avrebbe sfigurato come apostolo, ma in quelli presenti è condannato ad apparire sempre quantomeno poco convincente quando si tratta di credere nelle buone intenzioni altrui. E quando non è supposto averne risulta semplicemente un po’ ambiguo – modo grazioso di dire che ti fa venire in mente il volto a cui penseresti se qualcuno ti dicesse che vogliono fotterti. In modo raffinato e machiavellico, all’occorrenza un po’ viscido.
Il problema di Nikolaus è di aver creduto ciecamente all’impressione che dava, accettando il proprio sembiante come un affezionato ma zoppo randagio da portarsi appresso.
Non è il sembiante che ha fatto la sua vita – semmai ne ha caratterizzati alcuni angoli indecisi, ininfluenti, altrimenti noiosi. Il naso troppo lungo e il mento troppo sporgente e dio sa quali sottese minacce che tali eccessi fisiognomici comunicano al prossimo hanno spesso operato da contraccettivo: prevenzione contro quelli che pensano di fotterti con facilità.
Le mani troppo grandi e nodose e veloci, poi…
La mano destra.
Anaïs posa la propria sul gesso gonfio e informe – e, per il Nazareno morto e risorto, fa che non si metta di nuovo a piangere.
“Vado.” dice, e ingoia la commozione lacerante con un contegno sorretto da una nobiltà fuori moda, la stessa che le drizza la schiena e rende il suo profilo degno di un bassorilievo su madreperla.
Anaïs è il proprio profilo – o perlomeno quel profilo di punte smussate è l’unica immagine che la mente di Nikolaus riesce a memorizzare, per preponderanza sulle altre.
“Mh.” è la laconica reazione dell’ospedalizzato, a cui quel che ha al posto della coscienza ingiunge almeno una goccia di prolissità. Basta continuare a essere quel se stesso che era fino a qualche giorno prima – il fatto che quell’identità ora è dispersa in una fossa che non prevede risuscitamento gli fa uscire parole smorzate. “Grazie, piccola.”
“Ci vediamo domani.”
“Certo.”

Il cadavere – Anaïs lo chiama così – nella stanza di fianco non ha mosso un dito.
C’è da chiedersi se qualcuno lo faccia per lui – qualcuno che lo cambi, pulisca, scuota almeno un po’ da quell’immobilità snervante.
Deve puzzare, di sicuro – ed è al pensiero di quel fetore incosciente che Anaïs disperde in sua direzione un po’ della compassione che gli è rimasta per la giornata. Non è molta, ma non rivedrà Nikolaus fino all’indomani, e donare gli avanzi non è mai un sacrificio costoso. Solo qualche goccia, le lacrime che non ha pianto, compatimento a basso costo per quell’uomo senza nome.
Puzza che Anaïs non vuole conoscere a parte, anche quell’uomo deve avere buone ragioni per avere qualcuno che vada a trovarlo. Il fatto che non ci sia mai nessuno sa d’iniquità – ma non è il cadavere a conoscerla da prima che lei imparasse a conoscersi, cercando Campanellino in sussulti di solletico, una pazienza lunga quanto la carica di un orologio a pendolo, anni rintoccati da feste di compleanno nella polverosa casa infestata di riflessi.
Non è quell’uomo ad aver rischiato la vita per lei, e quindi – a malincuore – Anaïs pensa che il cadavere può anche crepare in solitudine.