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Sul tavolo: thermos di caffè e posacenere svuotato. Una grammatica tedesca. L’agenda. Un blocco note con disegni infantili e il cui significato risiede tra un’intesa e un gioco.
Poi ci sono le pareti.
Un salvagente con su scritto Wilkommen an Bord, e a cui è appesa una di quelle fake bamboline voodoo tenere perché grottesche, un sorriso che tende al ghigno cucito fintamente malamente. Il salvagente è sorretto da un filo di corda, che sale su fino al soffitto, passa per un gancio e poi per un altro, riscende e all’altra estremità è appesa una cartelletta in cui è depositata la ricetta del Lady of the Seas’ Grog.
Poco oltre pende un tassello di legno intagliato ritraente una due o tre alberi, troppo minuscola per capire, e non che il fatto di chiamarla "due o tre alberi" sia poi così importante: è una nave con vele. Il resto è feticismo da finti-esperti.
Avrei però voglia di leggere la saga di Hornblower. In inglese.
Avrei anche voglia di leggere Rimbaud, ma questo è normale: è da quando ho letto Rimbaud che avrei voglia di leggerlo, e galleggio in questa impossibilità, desiderio di svuotarmi la mente e ricominciare da capo con la meraviglia.
Avrei voglia di leggere "Tropico del cancro" di Miller, ma non ne sono sicura. Il pubblico lo suggerisce, anche quello interiore.
Avrei voglia di leggere "Abel" di Claudia Salvatori, perché mi piace come scrive, e nonostante rispetto ai due sovraccitati sia sconosciuta rimane nella mia testa come must – avete presente quando al piacere di leggere qualcosa si aggiunge quel masturbatorio senso del dovere, quel "serve alla mia cultura"? O alla mia prosa.
Ah, avrei voglia di scrivere.
Avrei anche voglia di rileggermi.
Vorrei prendere tutto ciò che ho scritto e rileggerlo. Mi ci vorrebbe un bel po’ di tempo. Ma il problema non è quello, bensì che – mi conosco – mi interromperei presa dall’esigenza di scrivere. E fallirei. Scrivere dopo essermi letta mi fa buttare righe degne di una groupie.
Ho voglia di citazioni che possano sostituire libri:

The lucky man is he who knows how much to leave to chance. (Commodore Hornblower)

… Ma tanto non possono.
Avrei voglia di citare me, per riassumere e concludere me, ma ogni volta che ci provo divento musiliana, il Musil dell’uomo senza qualità (o caratteristiche?), che deve affastellare tutto assieme per zittire un certo horror vacui.

Venezia è una despota signora vanesia affamata di lodi, e io, in fondo, non ho cuore che per una dama alla volta. Un solo cuore, una sola dama; l’ho sposata dando il mio pegno al mare, che affondasse a sollevare questa laguna; non era un anello, non è ancora il mio corpo. La torre dell’Orologio è l’unica che può contare il mio tempo.

Ho voglia di Venezia.
Voglio essere il foresto che rapisce la cortigiana più acclamata nel momento in cui egli sa tesserne le lodi meglio di tutti i veneziani.

Ho anche voglia di grafica.
Un paio di particelle fondamentali della mia anima devono stare negli sfondi rilucenti di quelle copertine grunge che ogni tanto sforno. Quelle particelle fondamentali della mia anima devono avere lo status di macchie bianche. Possono esistere macchie di purezza? Mi sto facendo poetica e sono anti-poetica, oltre al fatto che ci sarebbe da chiedersi per quale motivo l’anima dovrebbe essere qualcosa di puro, e per quale motivo la purezza dovrebbe equivalere a qualcosa di positivo. Ci prendiamo per il culo dando per scontati dei presupposti positivi e indagabili, e perciò inconfutabili nella loro positività – e, ditemi, non è insopportabile quando qualcuno, scrivendo o parlando pubblicamente, usa questo “noi”? È come scrivere addosso agli altri. È come decidere arbitrariamente come debbano essere letti. Sì, la parola è potere – sì, io penso che la parola sia potere e le dò tutta questa importanza. Non ne dò meno ad altri gesti, ma oggigiorno influenzare il mondo che ti circonda a colpi di fioretto è illegale. Quando ho tentato di farlo ho dovuto usare armi finte, ma ne avrei usate di vere se ne avessi avute, ma i condizionali non creano una vita, quanto una vita mancata. Cosa creano i congiuntivi?

Sua Eminenza Grinsekatze.

Sul tavolo: tazze vuote, posacenere pieno, una dispensa, un libro quasi finito di riassumere, il taccuino.
Moleskine.
Che sta venendo divorato.
In camera ho una lunga fila di Moleskine. All’incirca uno all’anno – acquisita abitudine di prendere l’agenda giornaliera, anche se l’uso che ne faccio è poi quello di un qualsiasi taccuino. Ma è più grossa, dura di più, ed è vecchia abitudine quella di usare agende come quaderni.
Prima dei Moleskine e dopo le agende ci sono stati quaderni – una decina, incollati o legati l’uno all’altro, a formare questa pila sgangherata.
Sono una delle persone meno legate alla conservazione di ricordi che conosco, ma alla fine ho una cronaca dettagliata della mia vita, dalla pubertà in avanti, mezzo parola scritta. A volte diario, a volte racconto, a volte ideazione – a volte ghirigori a bordo pagina.

Quasi finito di riassumere uno dei saggi, come detto. Poi è venuta un po’ di trascrizione di Gioco della rosa, intervallata dalla grafica relativa (sto cercando di fare una copertina).
Sul desktop un file attende. Al suo interno vi sono poche righe, scritte da ubriaca o qualcosa del genere.

Il bastone da passeggio è lo stesso – ne riconosce l’unicità dal modo in cui la luce dei lampioni s’infrange sulle sfaccettature dei diamanti incastonati. I riflessi creano una ragnatela di luci che scompare prima di completarsi.
Ma basta e avanza.
Dopotutto la fatalità si fa appena intuire, prima di abbattersi.

Giusto per fissare il concetto.
I diamanti mi parlano. Quando ne vedo uno (riprodotto, tendenzialmente, nella vita quotidiana non inciampo in diamanti), questi mi parla e mi dice:
"Sono un simbolo-simbolo-simbolo! Dì di me! Di me!"
Un simbolo potente, appena finisco di capirlo.
Anche il bastone ha la sua potenza, come simbolo.
Un bastone con diamanti incastonati dovrebbe far sbocciare qualcosa di orgasmico – se saprò non farmene travolgere, rimanendo a contemplare alla Genet.
E diamanti e rose si mescolano nella mia testa, come pistole e rose nella testa di qualcun altro. Credo tra l’altro l’accostamento non dia un prodotto dissimile.

Il mio caro compagno che chiameremo X insiste bonario. Dopo avermi fatto notare che il mio sfregare la mano tra le gambe durante la lezione ha un suo particolare senso (al che gli è stato risposto che lo capisco perfettamente, anche io mi farei cogliere da quel senso, se fossi lui; ma capita io non sia lui), dopo il chiedermi via e-mail se può lasciarmi un bacio, reitera il mio essere distante.
Dovrei dire alle persone che in realtà sono il Papa; mi si chiami "Sua Eminenza Grinsekatze" e ci si arrenda a questo fatto.
Gli ho scritto:

Sono spesso sentita "distante", senza che io stabilisca alcuna distanza volutamente, ma in questo caso credo che la tua sensazione dipenda non tanto da un mio mettere distanze, ma dal fatto che tu vorresti più vicinanza di quanta ne voglia io. Quindi: tu ti avvicini, e io invece sto ferma.

E trovo molto grottesche queste tentate analisi seriose dopo due settimane di conoscenza (per un totale di ore settimanali di 9, tutte di lezione); ma trovo grottesche molte cose; qualcuno potrebbe dirmi che “Sua Eminenza Grinsekatze” ne ha da insegnare sul grottesco, e avrebbe ragione – ma si sa, la ragione di Io suona sempre più sensata della ragione di Qualcuno.
Credo comunque dovrò cambiare tattica. Non mi va di fanculizzare l’amico, probabilmente al suo posto non sarei differente (beh, magari forse; per sentire me dire che qualcuno mette distanze dobbiamo prima aspettare che smetta di fumare o bere caffè), e poi è simpatico&interessante, quindi ricorreremo all’antica grottesca tecnica del dirgli di considerarmi un uomo: magari per assurdo con un uomo potrebbe finirci a letto (e mi pare in questo senso abbia già dato), ma non triturerebbe i coglioni al suddetto con retorica sulla vicinanza e sulla lontananza, e se lo facesse sarebbe una checca e io odio le checche, quindi potrei cominciare a deriderlo suggerendogli dignità.
Di solito – so che è assurdo – funziona.
(Dell’uso e abuso di reificazioni altrui.)
Domani farò la mia performance sociale da scaricatore di porto e tutto si risolverà (self-fulfilling prophecy).

Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa è una…

Lo so, dovrei comprarmi un dominio, ma nel frattempo sperimento.

DiosBIOSFiction

La struttura e grafica base sono state messe su in un giorno, senza pretese. Era l’unico modo – il senza pretese – per concludere qualcosa, perché DiosBIOS e il "Sito personale di DiosBIOS" hanno di base un rapporto molto conflittuale, per cui la prima vuole il secondo perfetto e avente in sé tutto e oltre, con grafica, testi e codice ineccepibili (l’ultimo punto sempre impossibile, perché DiosBIOS si mette a ficcare Javascripts e CSS dubbi che il W3Cvalidator mi risputa indietro con sdegno – ma con un sito senza pretese il validator si fa magnanimo).

Well, se mi date commenti su struttura o grafica o comodità o quant’altro mi fate solo un piacere.


Riaprendo quell’account su Altervista ho trovato cose allucinanti, tipo questo, che era un progetto di sito attorno all’A.D.1630, per unire documentazione a narrativa a dio sa cosa – il che non sarebbe un peccato mortale, se non mi fossi messa a fare cose come questa – volete una bibliografia ragionata su Riforma e Controriforma, comprendente fonti cartacee e online? Bene, c’è una psicopatica che l’ha fatta. Con Capi, ai tempi che furono. Alcuni dei libri citati vengono dal suo sacco. Sono stupita. Avevo rimosso quel coso. (E ci sarà un motivo…)


Prima di tornare alle mie faccende di trascrizione, vi lascio l’incipit di quella cosa che avrà una rosa nel titolo:

Stroud mi ha sempre dato un’idea di ordine radicale.
Non sono i singoli elementi che lo compongono, quanto il modo in cui quell’accozzaglia di imperfezioni accostate con armonia riescano a creare una perfezione.
Non ho mai sopportato la parola “armonia”.
«… I diritti fondamentali sono quelli comuni a tutti i membri della…»
Il suo viso non è regolare. Naso troppo lungo, labbro inferiore esageratamente carnoso rispetto alla misera ombra superiore. Orecchie grandi dalle scanalature troppo profonde attaccate a una mascella fragile precariamente incastrata nel collo troppo sottile; la sua mimica abituale fa scattare il tendine destro dolorosamente, squarciando la pelle – e più si va nel dettaglio, più il particolare ammicca al deforme.
Le clavicole sono frastagliate come denti di una sega, e qualcosa nella conformazione delle sue mani fa spiccare una gobba ossea sul dorso, vicino al polso, quando stringe le dita a pugno.
Soprattutto quando scrive, prendendo freneticamente appunti.
«… Quindi viene la tutela dell’ambiente. Usiamolo come esempio. Considerando l’aria come un prodotto, la produzione e salvaguardia di…»
Ciò nonostante, Stroud è un composto estetico ineccepibile. E costante. Uguale a quel se stesso tirato a lucido fin nelle ossa in ogni contesto.
Anche – e soprattutto – a lezione, in questa miscela di coetanei che infestano l’aula di una noia dismessa e insulsa, Stroud fa forza del confronto per uscirne vittorioso, è un contorno che non sfuma, impermeabile a ogni forma di mediocrità pur non avendo nulla di veramente speciale.
«… Poiché tutti ne giovano allo stesso modo, tutti ne ricavano gli stessi doveri, ma come accertarsi che un singolo…»
Lo disprezzerei, se non fosse obiettivamente stimabile – se non venisse di stimarlo a pelle, anche senza sapere il perché, e anche se il perché non l’ho trovato, Stroud non mi ha ancora dato un appiglio per cominciare a disprezzarlo.
«… E prima della nascita dello Stato moderno, chi garantiva omogeneità?… Vanderveer, dì pure.»
Abbasso la mano, e attendo che il silenzio si imponga e risvegli anche le ultime file e faccia voltare il loro apparente interesse alla seconda fila, coordinate dello studente Lloyd Vanderveer.
Io.


Se state per commentarmi il sito, visto che ci siete, votate per uno tra questi titoli:
1) Gioco della rosa
2) Disciplina e la rosa
3) Il tutore della rosa
4) Custodi della rosa
5) Eco della rosa
6) Cerchio della rosa
E visto che ci siete proponetene altri, tanto ormai i parti sono deliranti (“L’ornitorinco e la rosa”, “Quattro matrimoni e una rosa”, “300 (rose)”, “E morì con una rosa in mano”, “La rosa rosa”, “Rosa la Rosa”, “Rosa mangia rosa”… Sigh).


Intervista a Claudia Salvatori:

Intervistatore: In una intervista rilasciata cinque anni fa (M — Rivista del Mistero, anno 1 n.4) nella quale ti viene fatto notare come, nei tuoi romanzi e racconti, tenda a prevalere il punto di vista maschile, affermi:
“Ho fatto questa scelta inizialmente perché volevo evitare la “debolezza” del personaggio femminile. Nella nostra cultura, all’io narrante femminile si attribuiscono contenuti precisi, atteggiamenti e anche pregiudizi. Volevo evitare tutto questo, per avere un io narrante sufficientemente forte e autorevole.”
E, nel Commento precedentemente citato, precisi:
“Assumere un io maschile è un espediente con cui tento di catturare il lettore maschio […]. Non per mangiarmelo, come una mantide religiosa, ma per costringerlo a essere me.”
Personalmente, trovo profondamente catartica la demistificazione della imàgo femminile che contraddistingue i tuoi romanzi — irresistibile, in questo senso, il racconto Nel corpo della dark lady. Dall’altra parte, si moltiplica il numero degli scrittori (soprattutto noir) che privilegiano un punto di vista femminile (V. per esempio Lucarelli, la cui investigatrice “seriale” è appunto una donna). Credi ancora che il pubblico non sia ricettivo ad una voce femminile “forte” e che sia necessario “mimetizzarla” in un personaggio maschile per fare scattare l’identificazione?

Salvatori: Rispetto all’epoca di quell’intervista ho scritto e sperimentato di più, e sono ancora più pessimista. Premesso che non credo nei sessi, ma solo in un patrimonio culturale controverso di segni e simboli correlati, mi sembra che l’umanità, sulla via della conoscenza e integrazione, non sia arrivata neppure all’età scolare. Scrivendo posso solo arrangiarmi, ricorrere alla finzione per dire la verità, come proponeva Jean Genet. So che se mi propongo in un personaggio maschile, uso una chiave che mi apre tutte le porte; ma non rinuncio del tutto alla speranza di trovare la formula giusta per un io femminile che le sfondi. La mia impressione comunque è che il pubblico accetti volentieri i personaggi femminili quando sono proposti, veicolati, dalla mente di uno scrittore, da un io maschile forte.

Amo amo amo questa donna. Anche se la sto leggendo per mezzo di una delle cose più kitsch che probabilmente ha mai scritto.
E poi cita Genet.

Landsknechte und Zecken.

My bed is black, with white spirals.
My little dog has fleas again – that means my bed had fleas in it, joyfully springing on my pillow.
My little dog likes black-and-white duvet. She’s lying on my pillow again, with her fleas.
(I hope she’ll never have ticks. I’ve never had a tick, but an arachnid that wants my blood is not exactly the kind of pet I’d like to have.)

Altieri wrote me an e-mail. He gave me his phone number. It’s time to have a coffee somewhere, I’m not able to summarize the plot of my wannabe romance (that hasn’t still a title; I call it A.D.1630, but it should be called The Wandering Jew) by e-mail, it’s too complicated. There are two plots within the frame plot, and a flashback plot. There are the Thirty Years’ War with its battles and Venice with its sub-plots, France and the fucking Wandering Jew. I need Altieri because of the Landsknechte, a captain and his mercenaries. He’d already written about this stuff – know-how of gunpowder, how did a camp burst? Is my captain a captain or a… lieutenant? General? What-the-fuck? (I hate hierarchies, every era and every country grades degrees by different criteria.) I need suggestions. I need someone who hears the entire story, someone who faced the same historical context and knows how to “use” it.
Having a coffee with him it’ll be a pleasure. I like him, I liked him instinctively. Gut reaction. It’s the way he shrugs his shoulders.
After all, I’m a monkey.

Discipline and Punish: I want it.
It is an examination of the social and theoretical mechanisms behind the massive changes that occurred in western penal systems during the modern age. […] Foucault challenges the commonly accepted idea that the prison became the consistent form of punishment due to humanitarian concerns of reformists, although he does not deny those. He does so by meticulously tracing out the shifts in culture that led to the prison’s dominance, focusing on the body and questions of power. Prison is a form used by the “disciplines”, a new technological power, which can also be found, according to Foucault, in schools, hospitals, military barracks, etc. The main ideas of Discipline and Punish can be grouped according to its four parts: torture, punishment, discipline and prison.
I need it. A step I can’t avoid.

I found an old incomplete novel (Horton&Kendall) while I was making a back-up. I haven’t finished it yet, but in the meanwhile I made the cover.