streben

Grazia

Leggo i racconti dell’Uomo Pieno Di Grazia e faccio pausa. Ancora, ancora e ancora.
Cerco una canzone da ascoltare – una canzone che ho reso Leitmotiv, simbolo, cerchio disegnato per evocare una ben determinata cosa, che tale è per le parole tracciate a terra, ma che, quando giunge a me, è vaga e confusa – ed eccola, di sottofondo, con la sua chitarra e il suo accento americano e tante piccole altre cose che poco avrebbero, di prima impressione, a che spartire con la grazia.
Non so avere quella grazia.
La contemplo in Lei e in Lui, la ammiro e rimiro, provo gratitudine – e poi ascolto questa sgraziata canzone, perché così vibro: con la voce irrochita, un accordo dissonante, un’inesatezza. Celebro la difformità.
E poi amo essere una testa di cazzo, soprattutto se questo porta a sentirmelo dire con affetto. Sei una testa di cazzo. Cogliona. Non cambi mai. Ditemelo ancora. Mi aiuta a ergermi sullo sgangherato trono di Jan di Leida – tra bottiglie rotte e puttane che scimmiottano sante – nell’unica epica che conosco: quella che deride l’epica.
Anche se poi mi trovo a leggere i racconti dell’Uomo Pieno Di Grazia e a farmi smuovere dalle perfette forme dei suoi disegni. A farmi com-muovere.
Ed ecco lo Streben, ecco la Sehnsucht.
Bentornata anche in questa casa.

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