teaching

Metodo maieutico & altre inusitate banalità.

Apprendere tedesco in un luglio senz’aria condizionata è una salita sul Golgota – ma senza sapere se ne varrà la pena, se sei nei panni del ragazzino a cui cerco di facilitare il compito.

 

Sono una facilitatrice, non un’insegnante, e non è una mera scelta di termini. (C’è qualcosa che lo sia? Speculazioni linguistiche al prossimo round.) Tutto quel che posso fare è facilitare, aiutare ad attivare quelle parti che ottimizzano l’apprendimento e scostare gli scomodi rami che a nulla servono se non a rendere nebuloso il percorso. Non credo nell’insegnamento come troppo spesso inteso: come travaso di nozioni da un individuo all’altro. Meglio l’impertinenza del metodo maieutico. La maggior parte delle nozioni sono utili quanto la carta igienica: utilissime, ossia, ma una marca vale l’altra, finché non si scende in sottigliezze.

 

Sono sempre più convinta del fatto che il mio lavoro consista per la maggior parte nel pulire la via dalle cose scomode e mettervi al centro le motivazioni.
Le cose scomode, nella maggior parte dei casi, si risolvono in varie forme d’ansia e insicurezza; in schemi mentali che sono stati utili, forse, altrove, ma non lo sono qui; in credenze cocciute che, pur di sopravvivere, tartassano l’individuo che le porta; in super-io affamati.
Le motivazioni, invece, sono più difficili da elencare. Sono troppo personali, individuali, irripetibili. E poi ce ne sono di grandi e piccole. C’è chi scopre che ama il suono di alcune parole in una lingua, chi è affascinato dal suo insieme; chi vuole un aumento di stipendio, chi si è posto come sfida l’apprendimento di una lingua; chi vuole dimostrare ad altri che è bravo, chi vuole dimostrarlo a se stesso.
Non che l’ansia sia la stessa per tutti, ovviamente. Ma quello sguardo vacuo, l’occhio umido e allertato della bestia stanata, la regressione a quell’infanzia in cui si è stati vittime accusate d’essere carnefici – tutto questo, beh, è abbastanza comune.

Il ragazzino accumula i fogli spiegazzati su cui ha stampato i compiti delle vacanze come se non fossero suoi. Non lo sono, ne deduco, nella sua percezione, così come non lo è stato fino a oggi l’interesse di studiare tedesco. E il mio compito, qui – l’unico che abbia una sua utilità sulle lunghe – è ridargli potere su ciò che fa.
Li spiegazzerei anche io, alcuni di quei fogli. Specialmente quel minuscolo A5 in cui la sua insegnante di tedesco ha riportato, in una calligrafia tuttattaccatacheamalapenadistinguoio, la classica tabellina degli articoli determinativi in nominativo, accusativo, dativo, genitivo. Temo l’abbia scritta apposta per lui. Temo che si sia messa di proposito a infittire la propria scrittura per riassumere in un gesto disperato le nozioni fondamentali che il ragazzino dislessico dovrebbe interiozzare ma non sa neanche ripetere a pappagallo (chi gli dirà che non imparare a memoria parole arbitrarie è tanto un pregio quanto un difetto?) in uno striminzito A5, che ai miei occhi, più che un utile riassunto, è un grumo indecifrabile e pesante utile a ricordare tutto quello che lui dovrebbe sapere ma non sa. Danno e beffa in un foglietto spiegazzato che il ragazzino si porta appresso con la fatalità con cui la croce non si schioda dalle spalle.
Esulto, quando il ragazzino mi chiede con gli occhi qualche secondo per appuntarsi qualcosa. Lo scrive in piccolo, in un angolo, occupando poco spazio. Può scriverlo sulle fotocopie dei suoi compiti delle vacanze? Sono tue, gli dico, puoi farci quello che vuoi. Può scriverlo in rosso? Sono tue, gli dico, puoi farci quello che vuoi. Può fare i compiti al PC e poi stamparli? Non sono qui per farti fare un esame, gli dico, non ho bisogno di farti scrivere a mano perché non so quale burocrazia lo richiede. Fai i compiti nel modo che preferisci: falli nel modo che ti aiuta di più ad apprendere.
Ha un’ottima pronuncia, rispetto al livello di competenza della lingua, probabilmente dovuta all’aver passato mesi in una classe ripetendo senza capire. Nella sua testa ci sono sequenze di suoni vuote, significanti senza significati, appena appena connotati dal contesto. Ci sono parole che deve aver ripetuto infinite volte, come un contadino che impara la messa in latino. Ti dice qualcosa, Lutero? Se almeno ripetere da dove si viene e dove si va, in tedesco, funzionasse come mantra…
Nonostante la frustrazione del non capire il tedesco rispetto ai compagni, che hanno cominciato a studiarlo prima di lui; nonostante il palese disinteresse iniziale per questa lingua; nonostante il fatto che la forma scritta, per lui, sia spesso più un intralcio che un aiuto; nonostante tutto questo, il ragazzino apprende in fretta e con poca confusione. Glielo dico. Abbiamo fatto un sacco di cose. Gli dico questo e altre cose nella speranza di, come precedente, pesare sull’altro piatto della bilancia. Di modo che il primo, ingombro, si sollevi un po’.
Nel piatto ingombro c’è l’insegnante dell’A5 (nonché creatrice di slides create con accostamenti di colori che, per un dislessico, sono come mettere 15 chili sulla spalla sinistra di una persona priva della destra) e una madre la cui priorità è che il figlio faccia i compiti delle vacanze – senza il suo aiuto a casa. Caso vuole che in questi giorni mi sia trovata a parlare degli sporchi segretucci che certe madri confessano tutelate dal segreto professionale, e del consistente numero di madri di figli dislessici (& altre) che – per risolvere il problema – fanno i compiti al posto della prole. Ho pensato che la faccenda della messa in latino viene presa sul serio da troppe persone: poco conta quel che capisci, basta saperlo ripetere – per iscritto, bene, nella forma che richieda meno sforzo mentale da parte di chi lo corregge, potendo.
E così, mentre aiuto il ragazzino a districarsi in questa lingua dall’apparenza castigatrice, faccio il tifo per lui. Letteralmente, a volte. Se lo merita, ma sembra così infossato nel proprio ruolo di caso incerto che è stato catapultato nel tedesco per ingiustizia divina da volgere lo sguardo altrove, quando mi complimento.
La prima, la seconda, la terza volta.
Alla quarta, talvolta, comincia a sorridermi di rimando.

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