south.africa

Multi.

La mia relatrice (quella ufficiale) avrebbe completamente distrutto la mia autostima, se il mantenimento della stessa dipendesse dal numero di critiche ricevute. Ma sono uscita dal suo ufficio con la sua fiducia e una serie di direttive che condivido, nonché con critiche effettivamente utili, e quindi l’autostima non è ancora disintegrata.
A parte il suo notare come l’usare il at the beginning suoni molto come un e in origine c’era il Verbo in alcune frasi, a parte il suo ammazzarmi l’uso di as al posto di when in alcune costruzioni, e il suo seppellirmi l’uso dei passivi (ti insegnano che il passivo è elegante e professionale – ma in un dipartimento formato da cultural studies l’uso del passivo viene visto come metodo per de-responsabilizzare l’agente – insomma, chi ha concesso questi diritti ai settlers olandesi?), nonché il bocciare (ma lo sapevo) le lunghe e involute frasi all’italiana (tendenza tinta dall’ironia che mi vuole sovente usare per sbaglio “convoluto” anziché “involuto” per colpa dell’inglese) – insomma, a parte tutto questo la parte meramente linguistica sta abbastanza bene.
Vuole un’introduzione più 4 dummies, la relatrice, e l’avrà. La mia targeted audience, quando ho scritto quel pezzo, era composta di persone con un’infarinatura sulla storia sudafricana, mentre dovrò rivolgermi al profano.
E tante altre critiche.
Ma si sono ammassate l’una sull’altra come sintomi di un impegno che lei si aspetta da me. E non solo lei.
Quando sono entrata nel suo ufficio mi ha chiesto se, avendo appena visto la relatrice non ufficiale (quella per cui sto sistemando un saggio con l’MLA), le avessi parlato della tesi – certo che sì, dato che la relatrice non ufficiale è l’esperta massima del dipartimento sul Sud Africa, e quindi le ho chiesto se alla fine darebbe una lettura alla mia tesi. Le ho anche chiesto se mastica l’Afrikaans, lei o qualcuno in dipartimento, perché non so come si pronuncino parole come Vooruitzigt o Witwatersrand. Posso pronunciarle in inglese o con un accento Afrikaans improvvisato che altro non è che un tedesco con le g che diventano ch. Comunque, non sa l’Afrikaans, e nessuno nel dipartimento lo conosce – quindi mi ha dato un contatto al consolato sudafricano. Mi ci vedete al consolato a porre una lista di parole a un tizio perché me le pronunci? Sarà divertente. Corso di Afrikaans in 2 ore.
La relatrice non ufficiale mi ha anche detto che si potrebbe contattare Worden. E voi mi chiederete: e chi è, costui? Ogni settore ha i propri autori immancabili, quelli che fanno da riferimento a cui non si può sfuggire, e Worden è questo – nonché un vecchio amico della relatrice non ufficiale.
La relatrice ufficiale, quindi, ha preso la palla al balzo, e mi ha detto di creare un file in cui elencare le domande da fare a Worden. In primis, dato che costui ha scritto un saggio che probabilmente userò, e che è stato scritto esclusivamente per essere tradotto in italiano e mai è stato pubblicato in inglese, e a me serve la versione inglese, per chiedergli la gentile concessione. E poi altro, ovviamente.
“Di quando sono questi infiniti articoli nella sua bibliografia?” mi ha domandato, poi chiedendomi di scrivere autore, data e luogo di pubblicazione anche nella bibliografia che le consegno ogni volta che ci vediamo (un lavoro ingrato, oh coevi). Al momento le ho solo detto che avevo notato una preponderanza di articoli dei ’70 e ’80 – l’ho notato perché la mia università di solito tiene i numeri delle riviste dagli anni ’90 in poi, creandomi non pochi problemi – ed ecco che sono giunta a ciò che voleva sapere lei, ossia il problematizzare la data e il luogo di pubblicazione. Perché questo sotto-sotto-argomento, infame argomento che mi sono scelta, è stato approfondito in quegli anni? Me lo sono chiesta. Me lo chiedo. La relatrice ufficiale se lo chiede. Chiediamolo a Worden. Poi inseriremo anche questo nella tesi, tra le altre cose. E inseriamo anche Williams – Williams? Eric Williams il giamaicano, economista in cui sono inciampata tempo fa. Inseriamolo assieme a Bairoch, solo come accenni, che male non fa.
Ah, e poi il titolo! Perché PP e la relatrice ufficiale ne hanno discusso, galvanizzati dall’idea di rompere le palle alle De Beers, e concentrandosi su rivisitazioni di A diamond is forever. Io mi domando perché dovrei infastidire la De Beers – non per altro, un simile titolo non dà neanche mezza idea sul contenuto della tesi, e ha dalla sua solo l’essere d’impatto come una battuta a sfondo sessuale che concerne la Chiesa Cattolica – insomma, quelle bieche strategie che funzionano sempre, ma perché devo infastidire inutilmente la De Beers?
Si è poi tornati a inquisire le fonti, con punti di domanda rossi di fianco ad alcuni nomi. “Chi è questo?” Un giornalista. “E questo?” Un giornalista. “E…” Un giornalista. Sono tutti giornalisti che hanno scritto dopo lo scandalo dei blood diamonds, molto probabilmente sulla scia dello stesso. A me non interesserebbero direttamente, ma nel rompere le palle alla De Beers vanno a indagare il suo passato – e allora, ha detto la relatrice ufficiale, problematizziamo anche questo. (Argh.)
Insomma, pagherò con sangue la mia scelta di analizzare un tema così infimo e complesso. Già di mio mi perdo nelle strategie di Rhodes per giungere al tanto agognato monopolio (entra nel Parlamento del Capo, proponi una legge che dà potere decisionale a coloro che hanno il maggior numero di concessioni – come, ad esempio, capita a te – compra di nascosto i titoli della XX per poi fonderla con la tua compagnia, poi disfala e creane una nuova che viene suddivisa così e così e… tutte quelle deliranti confusioni che provengono dal fatto che compagnie diverse hanno nomi simili – e sono fatte di… Damn, mi manca persino il lessico necessario a descrivere la struttura della De Beers in inglese, figuriamoci in italiano). C’è Beit che corre su e giù per l’Africa comprando e vendendo quel che poi Rhodes suddivide e confonde finanziato da Rothschild (che disse, in visita a Rhodes, “Never allow yourself to get caught without a loose million handy.” – amo questi uomini), mentre Kruger beve latte fumando il suo tabacco extra-forte nel Transvaal. Alla guerra anglo-boera non sono ancora arrivata, ma voi potete farvela introdurre da una canzone poco di parte.
Mi commuovono, i boeri. Mi commuovono come potrebbero commuovermi i panda – delle creature in via d’estinzione che in uno scontro frontale potrebbero farti a pezzi. Sono un interessante caso antropologico, i boeri – lì, isolati, ignorando tutto quello che intanto i cugini europei si vedevano passare davanti. Vengono spesso descritti – e mi riferisco a quelli del 1800 – come un popolo rimasto nel Medioevo, che non ha mai visto l’Illuminismo. Sono un caso etnico, il risultato di uno di quegli esperimenti che dividono due gemelli alla nascita per vedere come crescono.
E poi ci sono tante parole chiave che riappaiono fino alla nausea. “Popolo eletto”, “campo di concentramento”, “terra e sangue”… Sono così tanti i paralleli tra faccenda anglo-boera e faccenda tedesco-ebrea da far girare la testa, perché le similitudini vengono tracciate per essere stravolte. In Sud Africa sono i boeri a essere il popolo eletto, ma sono sempre i boeri a essere razzisti. Durante il periodo razzista europeo, quello dei regimi, la De Beers è in mano a una famiglia ebrea (o ex-ebrea, non ricordo quando Oppenheimer si sia convertito). Poi mi domando quanti tra i tedeschi che dopo la Seconda Guerra Mondiale sono fuggiti dall’Europa siano finiti in Sud Africa – quello degli ex-nazisti in Sud America è in vecchio Leitmotiv.
Non solo il Sud Africa ha saltato a pie’ pari l’Illuminismo, ha anche bellamente ignorato il “tirare le somme” europeo e americano conseguente alla Seconda Guerra Mondiale.
Mi chiedo se, quando avrò finito l’infinito studio necessario per la tesi, avrò i mezzi per inquadrare la transizione democratica, il cosiddetto “miracolo sudafricano”, per cui quella terra “barbara” è diventata nel giro di pochi anni – su carta – una democrazia migliore di quelle europee.

Per la tesi devo scrivere un riassunto lineare dei vari movimenti succedutisi in Sud Africa fino alla scoperta dei diamanti. La parola chiave è “land” – di chi era, a chi è stata sottratta, per quali motivi era contesa – e io – come ho detto alla relatrice ufficiale – mi trovo in difficoltà, perché il riassunto storico deve essere relativamente breve, e non posso citare solo alcune delle popolazioni che vivevano in Sud Africa. Sono infinite. Ne verrebbe un paragrafo-lista. Ma non sarebbe giusto citare solo gli Zulu o gli Xhosa: o cito tutti o non cito nessuno. E poi ci sono i malesi, gli indiani, i cinesi…

In dipartimento ci sono rimasta tre ore (di cui due con le relatrici), tempo sufficiente a colorare l’esperienza di incontri.
Quello con l’austriaca, e lo scoprire che capisco benissimo l’austriaco (meglio del tedesco) e che riesco ancora a parlare in tedesco (e ora la diga si è aperta e io ho un’immane voglia di parlare tedesco).
Quello di VB con la relatrice non ufficiale, che – uscendo dall’ufficio – ha puntato i sandali che VB indossava, e che sono in realtà miei, chiedendole se secondo lei non erano un po’ dei sandali da leghista. Io non vi dirò come sono quei sandali – troppo semplice – vi dirò solo che non sono verde-Padania e che non hanno alcun simbolo dipinto sopra, né scritte, e vi lascerò a chiedervi come diavolo siano dei sandali leghisti. E anche a domandarvi cosa abbia pensato la relatrice non ufficiale quando VB le ha risposto con un accento romano-andante (ma ha insistito, la relatrice, dicendo: “Su, lo ammetta!”).

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La mia relatrice (quella ufficiale) avrebbe completamente distrutto la mia autostima, se il mantenimento della stessa dipendesse dal numero di critiche ricevute. Ma sono uscita dal suo ufficio con la sua fiducia e una serie di direttive che condivido, nonché con critiche effettivamente utili, e quindi l’autostima non è ancora disintegrata.
A parte il suo notare come l’usare il at the beginning suoni molto come un e in origine c’era il Verbo in alcune frasi, a parte il suo ammazzarmi l’uso di as al posto di when in alcune costruzioni, e il suo seppellirmi l’uso dei passivi (ti insegnano che il passivo è elegante è professionale – ma in un dipartimento formato da cultural studies l’uso del passivo viene visto come metodo per de-responsabilizzare l’agente – insomma, chi ha concesso questi diritti ai settlers olandesi?), nonché il bocciare (ma lo sapevo) le lunghe e involute frasi all’italiana (tendenza tinta dall’ironia che mi vuole sovente usare per sbaglio “convoluto” anziché “involuto” per colpa dell’inglese) – insomma, a parte tutto questo la parte meramente linguistica sta abbastanza bene.
Vuole un’introduzione più 4 dummies, la relatrice, e l’avrà. La mia targeted audience, quando ho scritto quel pezzo, era composta di persone con un’infarinatura sulla storia sudafricana, mentre dovrò rivolgermi al profano.
E tante altre critiche.
Ma si sono ammassate l’una sull’altra come sintomi di un impegno che lei si aspetta da me. E non solo lei.
Quando sono entrata nel suo ufficio mi ha chiesto se, avendo appena visto la relatrice non ufficiale (quella per cui sto sistemando un saggio con l’MLA), le avessi parlato della tesi – certo che sì, dato che la relatrice non ufficiale è l’esperta massima del dipartimento sul Sud Africa, e quindi le ho chiesto se alla fine darebbe una lettura alla mia tesi. Le ho anche chiesto se mastica l’Afrikaans, lei o qualcuno in dipartimento, perché non so come si pronuncino parole come Vooruitzigt o Witwatersrand. Posso pronunciarle in inglese o con un accento Afrikaans improvvisato che altro non è che un tedesco con le g che diventano ch. Comunque, non sa l’Afrikaans, e nessuno nel dipartimento lo conosce – quindi mi ha dato un contatto al consolato sudafricano. Mi ci vedete al consolato a porre una lista di parole a un tizio perché me le pronunci? Sarà divertente. Corso di Afrikaans in 2 ore.
La relatrice non ufficiale mi ha anche detto che si potrebbe contattare Worden. E voi mi chiederete: e chi è, costui? Ogni settore ha i propri autori immancabili, quelli che fanno da riferimento a cui non si può sfuggire, e Worden è questo – nonché un vecchio amico della relatrice non ufficiale.
La relatrice ufficiale, quindi, ha preso la palla al balzo, e mi ha detto di creare un file in cui elencare le domande da fare a Worden. In primis, dato che costui ha scritto un saggio che probabilmente userò, e che è stato scritto esclusivamente per essere tradotto in italiano e mai è stato pubblicato in inglese, e a me serve la versione inglese, per chiedergli la gentile concessione. E poi altro, ovviamente.
“Di quando sono questi infiniti articoli nella sua bibliografia?” mi ha domandato, poi chiedendomi di scrivere autore, data e luogo di pubblicazione anche nella bibliografia che le consegno ogni volta che ci vediamo (un lavoro ingrato, oh coevi). Al momento le ho solo detto che avevo notato una preponderanza di articoli dei ’70 e ’80 – l’ho notato perché la mia università di solito tiene i numeri delle riviste dagli anni ’90 in poi, creandomi non pochi problemi – ed ecco che sono giunta a ciò che voleva sapere lei, ossia il problematizzare la data e il luogo di pubblicazione. Perché questo sotto-sotto-argomento, infame argomento che mi sono scelta, è stato approfondito in quegli anni? Me lo sono chiesto. Me lo chiedo. La relatrice ufficiale se lo chiede. Chiediamolo a Worden. Poi inseriremo anche questo nella tesi, tra le altre cose. E inseriamo anche Williams – Williams? Eric Williams il giamaicano, economista in cui sono inciampata tempo fa. Inseriamolo assieme a Bairoch, solo come accenni, che male non fa.
Ah, e poi il titolo! Perché PP e la relatrice ufficiale ne hanno discusso, galvanizzati dall’idea di rompere le palle alle De Beers, e concentrandosi su rivisitazioni di A diamond is forever. Io mi domando perché dovrei infastidire la De Beers – non per altro, un simile titolo non dà neanche mezza idea del contenuto della tesi, e ha dalla sua solo l’essere d’impatto come una battuta a sfondo sessuale che concerne la Chiesa Cattolica – insomma, quelle bieche strategie che funzionano sempre, ma perché devo infastidire inutilmente la De Beers?
Si è poi tornati a inquisire le fonti, con punti di domanda rossi di fianco ad alcuni nomi. “Chi è questo?” Un giornalista. “E questo?” Un giornalista. “E…” Un giornalista. Sono tutti giornalisti che hanno scritto dopo lo scandalo dei blood diamonds, molto probabilmente sulla scia dello stesso. A me non interesserebbe direttamente, ma nel rompere le palle alla De Beers vanno a indagare il suo passato – e allora, ha detto la relatrice ufficiale, problematizziamo anche questo. (Argh.)
Insomma, pagherò sangue la mia scelta di analizzare un tema così infimo e complesso. Già di mio mi perdo nelle strategie di Rhodes per giungere al tanto agognato monopolio (entra nel Parlamento del Capo, proponi una legge che dà potere decisionale a coloro che hanno il maggior numero di concessioni – come, ad esempio, capita a te – compra di nascosto i titoli della XX per poi fonderla con la tua compagnia, poi disfala e creane una nuova che viene suddivisa così e così e… tutte quelle deliranti confusioni che provengono dal fatto che compagnie diverse hanno nomi simili – e sono fatte di… Damn, mi manca persino il lessico necessario a descrivere la struttura della De Beers in inglese, figuriamoci in italiano). C’è Beit che corre su e giù per l’Africa comprando e vendendo quel che poi Rhodes suddivide e confonde finanziato da Rothschild (che disse, in visita a Rhodes, “Never allow yourself to get caught without a loose million handy.” – amo questi uomini), mentre Kruger beve latte fumando il suo tabacco extra-forte nel Transvaal. Alla guerra anglo-boera non sono ancora arrivata, ma voi potete farvela introdurre da una canzone poco di parte.
Mi commuovono, i boeri. Mi commuovono come potrebbero commuovermi i panda – delle creature in via d’estinzione che in uno scontro frontale potrebbero farti a pezzi. Sono un interessante caso antropologico, i boeri – lì, isolati, ignorando tutto quello che intanto i cugini europei si vedevano passare davanti. Vengono spesso descritti – e mi riferisco a quelli del 1800 – come un popolo rimasto nel Medioevo, che non ha mai visto l’Illuminismo. Sono un caso etnico, il risultato di uno di quegli esperimenti che dividono due gemelli alla nascita per vedere come crescono.
E poi ci sono tante parole chiave che riappaiono fino alla nausea. “Popolo eletto”, “campo di concentramento”, “terra e sangue”… Sono così tanti i paralleli tra faccenda boero-inglese e faccenda tedesco-ebrea da far girare la testa, perché le similitudini vengono tracciate per essere stravolte. In Sud Africa sono i boeri a essere il popolo eletto, ma sono sempre i boeri a essere razzisti. Durante il periodo razzista europeo, quello dei regimi, la De Beers è in mano a una famiglia ebrea (o ex-ebrea, non ricordo quando Oppenheimer si sia convertito). Poi mi domando quanti tra i tedeschi che dopo la Seconda Guerra Mondiale sono fuggiti dall’Europa siano finiti in Sud Africa – quello degli ex-nazisti in Sud America è in vecchio Leitmotiv.
Non solo il Sud Africa ha saltato a pie’ pari l’Illuminismo, ha anche bellamente ignorato il “tirare le somme” europeo e americano conseguente alla Seconda Guerra Mondiale.
Mi chiedo se, quando avrò finito l’infinito studio necessario per la tesi, avrò i mezzi per inquadrare la transizione democratica, il cosiddetto “miracolo sudafricano”, per cui quella terra “barbara” è diventata nel giro di pochi anni – su carta – una democrazia migliore di quelle europee.

Per la tesi devo scrivere un riassunto lineare dei vari movimenti succedutisi in Sud Africa fino alla scoperta dei diamanti. La parola chiave è “land” – di chi era, a chi è stata sottratta, per quali motivi era contesa – e io – come ho detto alla relatrice ufficiale – mi trovo in difficoltà, perché il riassunto storico deve essere relativamente breve, e non posso citare solo alcune delle popolazioni che vivevano in Sud Africa. Sono infinite. Ne verrebbe un paragrafo-lista. Ma non sarebbe giusto citare solo gli Zuli o gli Xhosa: o cito tutti o non cito nessuno. E poi ci sono i malesi, gli indiani, i cinesi…

General Delaray.


Black black heart why would you offer more
Why would you make it easier on me to satisfy
I’m on fire I’m rotting to the core
I’m eating all your kings and queens
All your sex and your diamonds

Sulla scrivania: tazza di caffè con zucchero dello Swaziland, preso per il semplice fatto che viene dallo Swaziland (consumismo da fan di posti improbabili e sconosciuti – promemoria per conoscerli meglio).
Cinque e qualcosa del mattino, sveglia presto per una valigia molto esigua da preparare. Il bagaglio più ingombrante è composto da pacchetti regalo – un sacchetto pieno di colori come un incubo di Carroll.
Ieri ho passato venti minuti gratuitamente a dire cazzate al telefono con C., dopo due per accordarci per oggi. Strana creatura, C., che in compagnia starei a osservare facendo da silente pubblico, e che quando un pubblico non c’è ha un modo di comporre frasi molto più… timido. Non che lo sia effettivamente, lo è per confronto rispetto alla performance che fa quando ci sono più di tre persone.
C. è quel genere di persona con cui il rapporto inizia saltandosi al collo. A mani nude, però, con un’affilata simpatia, o un’opinabile cortesia. Quel genere di rapporto che, se va oltre al primo giorno, si setta poi su una media rassicurante, senza alti e bassi, con limiti già posti silentemente dal principio e molto lontani, abbastanza da non doversene preoccupare.

Oggi sarò in giro con tre persone che ho presentato tra loro (tranne due, per cui sono mediatrice solo indiretta >_>), e ciò mi conferisce la rilassatezza che di solito si accompagna a questi "eventi". Sarà che sono fiera delle persone che conosco, ma raramente mi trovo a dovermi preoccupare che due persone che frequento possano non piacersi, o piacersi poco. Sono abbastanza fiera delle persone che conosco da reputarle i più bei "doni" che abbia mai fatto ad altre – sarà che la conoscenza di alcune delle persone che conosco è tra i migliori doni che abbia mai ricevuto (da altri, da Dio, da Mr. Caso).

Ieri "shopping in periodo di saldi", che per la sottoscritta significa "acquisto di più di un capo" – due, per la precisione.
La stagione autunnale nella mia testa è qualcosa di serioso quanto non lo è l’estate: lo dice il taglio dei pantaloni e della camicia a maniche corte. Il colore dei primi fa invece dire a mia madre che ho molta fantasia, dato che da un po’ di tempo a questa parte opto per "tutte le sfumature del kaki". Ma smetterò.

Want my vrou en my kind lê in ‘n kamp en vergaan
En die Kakies se murg loop oor ‘n nasie wat weer op sal staan

Perché mia moglie e mio figlio stanno morendo in un campo e il sangue dei Kaki scorre su una Nazione che tornerà a sollevarsi.
Canzone boera, in Afrikaans – ossia canzone per Afrikaner nostalgici.
Il campo è un "campo di concentramento" (qualsiasi cosa sia), perché come ben sappiamo se li sono inventati gli inglesi e non i tedeschi.
I Kaki sono gli inglesi, infatti, così chiamati dai nostri amati (…) boeri. Prima venivano chiamati "aragoste", e non dai boeri, a causa della divisa rosso fuoco – poi gli inglesi hanno capito che girare per il deserto così li rendeva un po’ troppo visibili dai nemici. Sagaci inglesi.
Amo i boeri, perché hanno fatto inventare agli inglesi i campi di concentramento e ne sono stati le prime vittime nella storia – poi hanno preso il potere e hanno creato l’Apartheid, e qualsiasi vittimismo è stato nullificato.
Adesso che l’Apartheid è stato smantellato (politicamente), e i boeri-Afrikaner fanno parte dell’esiguo 10% bianco vivente in Sud Africa, credo si stiano (francesismo) cagando in mano.
Non possono né starmi simpatici né starmi sul culo. Per questo li amo.

La canzone, Delaray (De La Ray, boh) viene cantata da persone di tutte le età. Su internet trovo poco – qualche video con gruppi di bianchi che la cantano ondeggiando, fiere – interviste che parlano dell’orgoglio di una cultura, che negano altri significati, che li sottintendono o che non lo fanno. Trovo questo, e non so come interpretarlo. In Sud Africa c’è troppa, troppa roba. Troppo poco pubblicizzata. Quel che trovo in giro sugli Afrikaner è poco materiale che si vuole distinguere utilizzando una lingua – l’Afrikaans – usata come mezzo culturale.
Questo è il sito dell’Afrikaner Weerstandsbeweging, e folkloristicamente c’è in Afrikaans, italiano, tedesco, ma non in francese – e fino a poco fa non c’era neanche in inglese.

La nazione Boera è una nazione. Questa verità naturale non può essere cambiata, né con leggi di uomini né attraverso una costante disinformazione, la nazione Boera non è la nazione Afrikaner. La situazione per cui una nazione, che fu internazionalmente riconosciuta, sia oggi privata di tale riconoscimento e considerata solo come parte della razza Bianca è totalmente inaccettabile. Se riconoscerci come nazione, con il diritto all’autodeterminazione e ad una nostra patria, potrebbe per qualcuno costituire un pericoloso precedente, non c’è dubbio alcuno che impedire ad una nazione, come nel nostro caso, di godere del diritto naturale all’autodeterminazione sia un crimine contro l’umanità. Una nazione può essere una nazione soltanto quando è libera di parlare nella propria Lingua, quando è libera di prendere le proprie decisioni e di scegliere il proprio destino, associandosi con chi vuole, praticando liberamente le proprie tradizioni e coltivando la propria cultura e… ancora di più.
Per tornare ad essere completamente una nazione, dovremo essere in grado di prendere le nostre decisioni, di guidare un nostro governo, nel nostro paese; allora, potremo affidarci al nostro patrimonio culturale. I nostri bambini cresceranno come Boeri, e i Boeri torneranno ad occupare il proprio posto naturale in mezzo alle differenti nazioni.

Che casino…

They describe us.

… All your sex and your diamonds…
… All your sex and your diamonds…
… All your sex and your diamonds…

… Gli hotels nelle metropoli sudafricane tengono a farti sapere che sono luxury!luxury!luxury!, e ti vendono tanto colonial style – sempre suites, come potrebbe mancare una suite in un viaggio in Sudafrica? Cape Town, città gay – ma con lusso, camera matrimoniale per honeymoon, poggiapiedi tigrati, e pronti per il tour nel safari – li senti, i leoni che ruggiscono per te?
Poi trovi hotels piccoli, poche stanze, nomi Afrikaans e foto dei proprietari – lui, lei, cane – sorridenti al cliente a venire. Non vogliono bambini sotto i dodici anni – perché?
Ma non voglio una vacanza scintillante a Cape Town – benché l’idea di una notte o due nel mezzo del nulla africano, anche senza leoni a ruggire, in pieno colonial style (volente o nolente: quella è la linea che il turismo sudafricano vende) tenti.
Il Sudafrica costa meno, con il cambio, ma gli hotels medi hanno quattro e non tre stelle. Si suppone gli hotels a tre stelle siano meno di qualità dei loro corrispettivi qui, ma in compenso quelli a quattro si sentono in dovere di offrirti un servizio luxury!luxury!luxury!, con di sottofondo un servilismo che qui manca.
Poi, essendo a Kimberley, perché non passare dal Big Hole, dove hanno ricostruito le strutture di fine Ottocento? E al Mine Museum, di passaggio – prima di finire in qualche riserva privata con i leoni che ruggiscono per te, bevendo vino sudafricano.
Girare per siti con VB su Skype, dando occhiate non impegnative. Ehy, Cape Town è la città gay! Per una volta posso semplificarmi il viaggio seguendo le procedure gay-friendly.
VB che dice che mi porterà in Sudafrica per sposarmi, io che le scherzo addosso, e penso che sarò felice di sparire a Kiel, perché mi eviterò tutte le complicazioni che avrei qui. Non con VB, no, non è da lei che devo sfuggire, ma da tutto il contorno.

"Dato che ci sei, perché non ne approfitti per impegnarti?"
"Perché non ti infili due uncini sotto ai pettorali e poi ti fai appendere?"

No, non è un dialogo veramente avvenuto; solo la prima parte; e la seconda, battuta che al momento non avevo pronta, non è un’accozzaglia di parole assemblata per essere caustica, ma un parallelo: tra due culture.
Non ricordo quale etnia, come prova di maturità, ricorresse alla folkloristica pratica di farsi appendere per i pettorali, spiacente.
Immagino la cosa possa causare orrore o ilarità, ma loro ci credevano.
Immagino molti ci credano, ma l’idea di fidanzarmi mi causa orrore o ilarità.

"Dato che ci sei, perché non ne approfitti per impegnarti?"
"Io mi sto già impegnando."

Scrivere in modo fluente e divertente a volte si fa difficile, perché per rispondere a una domanda devo prima decostruirla. Ossia: "Cosa significa impegnarsi?"
Dinnanzi alla domanda, "Dato che ci sei, perché non ne approfitti per impegnarti?", ho intravisto un futuro prossimo pieno di domande simili. E ho pensato:
Perché?
Intendo… Non che discutere di rapporti e società non sia un’ottima e utile pratica, ma l’idea di passare troppo tempo a spiegare le mie scelte non mi fa gioire. Perché le mie scelte sono sempre le stesse e le domande sono sempre le stesse. E lo saranno, se è vero che una società ci mette generazioni a cambiare. Oh, lo sarebbero anche a Kiel, ma a Kiel sarò una sconosciuta tra sconosciuti, e avrò altro per la testa.

Premessa alla parte che sta per seguire: come al solito, non scrivo qui per lanciare messaggi tra le righe, ma per discutere tra me e me e sfogarmi. Una strana mania da bestia da palcoscenico fa sì che io lo faccia pubblicamente, ma ciò non significa io stia cercando di comunicare una specifica cosa a una specifica persona. Per privacy (o chiamatela come vi pare) ometto nomi, al solito. Se anche adoperando l’anonimato doveste sentirvi spiattellati in pubblico, smettete di frequentarmi e dopo un po’ smetterò di parlare di voi – a meno che non siate persone come Nicky Oppenheimer, beninteso.

Questo fine settimana sarò a casa di amici, che sono anche amici di VB, con altri amici che conoscono VB. Ho già discusso con una di queste persone, incontrando le prime complicazioni – ho già discusso ribadendo che una settimana splendida passata con VB non cambia me, sono sempre la stessa, e giacché tengo a questa "me stessa" vorrei essere trattata come tale, non come merce il cui organo sessuale è proprietà di VB.
Tempo fa, parlando di VB, scrissi che il nostro rapporto aveva smosso qualcosa in lei, qualcosa bastante a "cambiarla" – ma che per quanto lei potesse cambiare, non cambiava la struttura in cui era inserita.
VB ha stupito tutti (cioè, per quanto mi riguarda, me) mostrando di sbattersene altamente della struttura, e ciò va ad aggiungersi alle cose che mi rallegrano della sua persona.
Tornando al presente, parlare con persone della mia attuale situazione può aggiustare l’idea di me che hanno in testa, ma non cambia la struttura in cui sono inserite, e quindi rimangono piccole fastidiose scorie. So che posso ribadire fino alla morte a certe persone che il rapporto tra me e VB è settato, a chiare lettere, senza vincoli di fedeltà sessuale (né altri vincoli, per quanto mi riguarda, se non l’essere sinceri fino alla morte, e da parte sua posso solo augurarmelo), ma tanto in queste persone rimarrà un senso di stonatura qualora dovessero finire a letto con me. Queste persone non include un gruppo predefinito e che io abbia ben in mente, ma una maggioranza vaga e indistinta.
Andare a Kiel non mi farà trovare in una struttura diversa, ma mi estrometterà dal contesto in cui sto ora.
Si sa, Sna ogni tanto fa un bel repulisti dei propri contatti (per poi, successivamente, ritrovarli tutti con gioiosa e divertita sorpresa); in questo caso a Sna serve l’impressione di aver fatto repulisti del contesto.
Il fine settimana a casa degli amici che sono anche amici di VB sarà il culmine pre-partenza del contesto; è normale che un amico si preoccupi, si preoccupi del fatto che la tua ragazza non ti cornifichi, e apprezzato e stimabile; nello specifico nessuno è la ragazza di nessuno, e la persona che meglio conosce il rapporto tra me e VB è VB, quindi non c’è spazio per fatali rivelazioni da fare a VB, come non ce n’è per discorsi seri da fare a me.
Ed è normale e giusto che sorgano tante domande quando un tuo amico si infila in un rapporto strambo; il fatto è che è da mesi che parlo di monogamia e scelte sessuali e, benché reputi siano argomenti importanti nella mia vita, comincio a sentirmi pedante. Vorrei poter risolvere ogni domanda a riguardo con un bel: "Ci piacciamo, ci piace passare del tempo assieme, ci sproniamo a vicenda, che altro serve? Del futuro non si sa." Con uno sconosciuto sarà più facile dare questa risposta (tolto il lavoro di traduzione in tedesco, beninteso), perché non ho voglia di ri-spiegare me stessa a persone che conosco già. Mi offende che una persona possa pensare che una gioiosa settimana spesa con VB possa con uno schioccar di dita cambiare la sottoscritta; so che non è intenzione di nessuno offendere, e spesso vedo gioia provata per me, con affetto, mentre le persone mi infilano nella loro idea di rapporto a due elitario; vedo buone intenzioni; vedo mancanza di malizia; ma non basta. Anzi, peggiora le cose.

C’è un’altra sensazione che, in questo stesso periodo, è nata lentamente e ancora non ha preso esatta forma.
Ha a che fare con la libertà d’espressione, mia.
Quando ho aperto questo LJ l’ho fatto per un preciso motivo: unire tutti i pezzi di me.
Ai tempi avevo preso l’abitudine di scrivere e-mails a due destinatari, Ula e Joglar, persone a me molto vicine allora, molto diverse tra loro.
"Se scrivo a entrambi usando le stesse parole non possono venire fuori due quadri opposti della sottoscritta." ho pensato allora.
La me di allora cercava La Verità – ossia, un qualcosa che sia assoluto e non liberamente interpretabile.
Sono passati un paio d’anni, e continuo a essere una persona che nell’arco di tre giorni viene indicata da persone diverse come "comunista", "nazista", "femminile", "maschile", "aperta", "fondamentalista", "etc". Comprese le persone che leggono questo LJ.
Dopo un po’ ci si arrende, e io ho cambiato scopo del LJ, acuendo un obiettivo che prima era secondario: Una Verità.
Dato che la Verità non è una sola, devo essermi detta, vediamo perlomeno di dare la mia, di Verità – vediamo di dare per intero Una Verità.
Prima ho scritto di essere affetta da una strania mania da bestia da palcoscenico, e non nego sia parzialmente vero, ma la ragione che viene prima è che sono una catara nel posto sbagliato: le mie confessioni sono pubbliche, nella comunità. A differenza dei catari non raduno la comunità per far procedere ognuno, a turno, ma mi limito a scrivere, a mettere lì, a disposizione di qualunque persona parlante italiano passi (una comunità molto allargata).
Agire così significa abbonarsi a una certa forma mentis: smetti di ricordarti cosa hai detto a chi, non hai più modo (almeno parzialmente) di rielaborare ciò che hai affermato, negare, nascondere. Puoi solo dire di aver cambiato idea, o di aver scritto una cazzata, ma non puoi negare di averla scritta, di averci creduto.
E non sai chi sa cosa di te. Chiunque, tra i tuoi conoscenti, potrebbe sapere cosa ti è successo e passato per la testa negli ultimi mesi.
Non tengo il conto delle persone che leggono questo LJ. In ogni momento so che alcune persone in quel certo periodo lo stanno leggendo, ma potrebbero smettere un mese dopo; ogni tanto scopro delle persone insospettabili essere abituali lettori; la persona appena conosciuta potrebbe trovarmi qui o non cercarmi mai.
Ogni machiavellico giochetto mi è precluso a priori – oh, non tutti, certo, e mi scopro a giocare con significanti e significati nonostante tutto, ma so che tenendo questo LJ ho dei limiti oltre a cui non posso andare neanche volendo.
Questo LJ mi fa da coscienza – quel che sei stato e hai detto e hai creduto.
Questo LJ dovrebbe essere Una Verità.
Poi ci sono le leggi italiane e la privacy – qualsiasi cosa sia, va a braccetto con la democrazia, e nasce dallo stesso contesto nella sua forma attuale – e la mia abitudine a chiedere sempre il permesso prima di citare qualcuno – sia un citarne le parole, l’immagine, il suono.
Il problema è che la privacy, come la democrazia, è un concetto assolutamente impreciso, e varia di persona in persona. Così, mi sono trovata a tacere sempre più, mano a mano che le persone si rifacevano al mio LJ; prima a usare nicknames anziché nomi, ma nicknames usati; poi a inventarmene; poi alle iniziali; poi a non sfiorare i nomi propri, veri o inventati o improvvisati.
Ma non basta.
Non ho smesso di fare nomi solo per rispetto all’altrui privacy, cosa che da sola non sarebbe bastata.
Ho smesso perché dopo un paio di avvenimenti mi sono resa conto che questo LJ veniva letto come fosse un bollettino; non lo è, è solo un farfugliare di una persona; è Una Verità, e non La Verità; e se bollettino è, lo è della visione di una persona su ciò che la contorna, non bollettino direttamente su ciò che la circonda.
Ho cominciato a smettere quando mi sono resa conto che scrivere un’assurdità a caso – come l’incipitare con un "Andrò in Sudafrica con VB in luna di miele!" – avrebbe causato conseguenze reali al di fuori del LJ. Una volta l’avrei scritto, "Andrò in Sudafrica con VB in luna di miele!", perché le parole sono parole e quello è un modo svincolato da obblighi nei confronti de La Verità di dire che forse andrò in Sudafrica con VB e ciò mi rende molto felice.
Il problema, attualmente, è duplice.
Da una parte la libera espressione della mia Verità finisce dove inizia la privacy altrui. Vi odio per questo, ovviamente, ma è un problema mio.
Dall’altra parte la libera espressione della mia Verità si autofrena pensando a come ciò che scrivo verrà interpretato. Dovrò scrivere solo ciò che è vero-vero e in modo chiaro. (Sappiamo che sono comunque incomprensibile, sì, ma solo per le cose importanti; le cazzate vengono sempre seguite e spesso fraintese.)
Non so che soluzione trovare per questo duplice problema.
Sono contro l’anonimato e la fuga, quindi aprire un altro blog di nascosto non è una buona soluzione – il mio amore per la confessione pubblica me lo farebbe linkare di nuovo a tutti, e tornerei al problema iniziale.
Mi sono anche detta che avrei potuto scrivere un paio di assurdità a caso, per educare il pubblico alla mia non affidabilità come bollettino; ma non mi riesce di mentire, no.
Una terza soluzione, più tipicamente mia, sarebbe prendere il duplice problema venutosi a creare – privacy e conseguenze reali di un’affermazione parziale – e cancellarlo dalla mia testa. Un poco ragionevole "Chissenefotte." Un’ennesima Lokasenna. L’ennesimo non voler scendere a compromessi.

Ed è strano, pensavo in questi giorni, come il cercare di vivere secondo principi di libertà senza voler scendere a compromessi porti a un essere relegati. Interiormente, beninteso.
Circa un anno fa, da qualche parte, ho scritto:

I count the things I love, the ones that matter, the kind of things that makes you say:
"This is my life."
I begin:
"The first…"
… I’m still at the first. A little but not cute creature that lives in me says that there’s something that’s before the first and in the meanwhile at the top of the list, and this one summarizes the reasons I live for. The little creature says that I can find this "something" or not. The damned creature has no suggestions about the way I should choose. After all that creature is a son of mine, selfish little bastard.

In quell’inglese abbozzato parlavo della sensazione di vuoto che mi porto spesso appresso.
Mi sono spesso chiesta come risolvere il paradosso: la sottoscritta che non chiude porte, non tace cose, si trova poi a sentirsi isolata.
La mancanza di cose d’amare è una mancanza di collegamenti con il mondo.
Se VB ha colmato un po’ quel vuoto è perché, suppongo, è qualcosa che amo tanto, ossia un legame con ciò che è esterno a me. Mera matematica – no, geometria.
E mi vengono in mente le tante volte in cui qualcuno, sentendo dall’altra parte (la mia) una mancanza di giudizio su alcune questioni, si è aperto riversando piccoli torbidi segreti. Ho ben presente la sensazione conseguente, il modo in cui queste persone si sentivano quindi legate a me, parlando di un "rapporto speciale", con me che pensavo: "Coglione, mi hai semplicemente detto un segreto. Potevi dirlo al muro, era la stessa cosa. Anzi, era meglio – e staccati, ora, mi contamini."
E mi trovo ancora a pensare che quella sensazione, quell’isolamento, proviene da me. Dalla mancanza di cose che amo – oh, sono infinite le piccole cose che amo, a piccole dosi, ogni tanto, prima che possano rompermi le palle. Credo tale ampio amore si accompagni alla mia curiosità, ma raramente dura abbastanza da accompagnarmi fino al letto, quando vado a dormire.
E mi trovo a chiedermi se questo mio interrogarmi sul perché non amo le cose, questo mio usare scelte di parole quali "mi contamini" o "prima che possano rompermi le palle" concorra a farmi additare come esserino arrogante. Se lamentassi di essere una merda capace solo di contaminare e di temere di rompere le palle al prossimo probabilmente non sarei reputata l’esserino arrogante di cui sopra – come se uno dei due modi d’essere soddisfacesse l’ego più dell’altro.

Passando alla parentesi shojo del LJ, tenendo conto del fatto che VB tornerà qui a metà agosto e quindi io mi lascio cadere al rimembrare con i sensi, cominciamo a ripescare ricordi di sensazioni.
Tipo: la sua voce.
Su Facebook, durante il suo soggiorno qui, scrissi che avevo sospirato svenevole.
Ho sospirato svenevole distesa sotto le lenzuola, su VB, dopo qualche ora di sesso, quando lei ha detto qualcosa.
A questo punto la regia vorrebbe che io ricordi cosa ha detto, ma la regia dovrà fottersi, perché non lo ricordo – so che era un complimento, e so che era detto nel tono di un’osservazione – o forse era un’osservazione che in quel momento si trovava, suo malgrado, a essere un complimento; so che è stata pronunciata col tono di chi la subisce e quindi deve liberarsene dicendola, da una voce stanca e asessuata. O bisessuata. O trisessuata, se vogliamo essere precisi e annoverare anche la percentuale di ermafroditi.
L’ho ascoltata, ho sospirato svenevole, e ho detto:
"Cazzo. Ho sospirato svenevole."
E abbiamo riso.
Quella voce è riapparsa altre volte, nei giorni seguenti.
A dirla tutta non era la prima volta che la sentivo. Mi era capitato, sentendo VB quando era assonnata, di trovarmela davanti, e volermela scopare (sì, avete capito bene: scoparmi la voce).
L’ho risentita in frasi dette con un sorriso percepito con le orecchie, con l’ultima parola che sbuffava una virgola sorniona e la risucchiava in fretta.
L’ho risentita in altre osservazioni mascherate da complimenti o viceversa, e solo a posteriori mi sono chiesta quale ingrediente della ricetta abbia fatto sì che io abbia reagito in modo positivo (vedi: sospirare svenevole come esempio) a un complimento, considerando che la maggior parte delle volte o mi scivolano addosso o li catalogo e metto assieme agli altri, annotando i più creativi. Rispondere "Sna è innamorata." non è la soluzione corretta, perché Sna è ancora ferma alla fase dei perché, e quindi dovrebbe poi chiedersi perché ama quella voce. Ribadire "Sna è innamorata." sarebbe una tautologia, e le tautologie sono inutili se non dannose, nonché sminuenti.

Nell’ultimo esame che ho dato, nel libro da studiare, una delle mie due relatrici (sì, ne ho due, una ufficiale e una sostanziosa), citava i Satanic Verses di Rushdie:

[…] "Every night I feel a piece of myself beginning to change" […]
"But how they do it?"
"They describe us."

A parlare è la Manticora, che simbolizza la condizione della Black Britain che non ha accesso ai mezzi di rappresentazione, neanche di sé stessa, e soccombe alle descrizioni imposte dalla master narrative.
3/4 dell’esame vertevano su tale rapporto, su tale imposizione culturale – la minoranza senza potere che viene riletta e ridefinita dalla maggioranza, secondo le strutture e i giudizi della maggioranza.
Non sono una minoranza, sono una singola, ma la sensazione è quella quando dico sminuente – la sensazione che non ci sia posto per me nelle strutture di decodificazione che vanno per la maggiore, e quindi vengo "stereotipizzata".
Tale imposizione avviene sia in male che in bene – il black o è uno sporco negro o è un povero negro, e Sna o è una creaturina inumana o, se è innamorata, avrà tutti i sintomi dell’innamoramento per come è concepito dalla master narrative.
È sminuente.
E non perché tale stereotipizzazione non rende bene il mio vero Io (questo credo lo soffra chiunque, a meno che Chiunque non sia uno stereotipo egli stesso), ma perché spesso mi dipinge come una creatura che – ai miei occhi – è aberrante, da impalare, anche se tale dipinto viene fatto con tutte le buone intenzioni – povero negro.
OE, nel corso di una lezione che verteva sull’affidabilità dell’indice di sviluppo usato dalle Nazioni Unite, disse qualcosa come:

Bisogna informarsi prima di porre domande, o si rischia di fare la domanda sbagliata.
Se si compilasse una statistica delle religioni praticate in Giappone e si chiedesse a ognuno "Qual è la tua religione?" le risposte sarebbero inaffidabili, perché le persone darebbero una sola religione come risposta, considerando quella religione come quella principale tra le due che seguono.
Non sarebbero le risposte a essere sbagliate, ma la domanda.

Si sa già che ho amato profondamente OE. Mi è tornato in mente perché è da qualche giorno che blatero di "domande sbagliate", "domande stupide" e via discorrendo.

"Dato che ci sei, perché non ne approfitti per impegnarti?"

Se dovessero chiedermi se sono innamorata non potrei rispondere, perché quella parola, "innamoramento", è diventata, ai miei occhi, un coacervo confuso di sentimenti, buoni e cattivi tutti assieme, giustificazioni, buone intenzioni, ammissioni di colpa e via discorrendo.

The word ‘Pakistani’ had been made into in insult. It was a word I didn’t want used about myself.

Kureishi (pakistano).
Questo intendo quando dico a qualcuno che “mi sta offendendo” mentre mi dice che “Sna si è innamorata”, e gli brillano gli occhi, e gli brillano nel modo in cui gli brillano quando pensa a ciò che intende con “innamoramento” – quando ciò corrisponde a quello che per i miei canoni è un “coacervo confuso di sentimenti, buoni e cattivi tutti assieme, giustificazioni, buone intenzioni, ammissioni di colpa e via discorrendo”, e quella persona di tale visione partecipa.
Questo ho inteso in queste settimane, parlando con svariate persone, dicendo “mi offendi”, quando mi si diceva che “Alla fine anche Sna…”
“Alla fine Sna un cazzo.” era la risposta nella mia testa.
E ho dovuto rifletterci, perché in questo periodo mi sono spesso sentita offesa, e senza sapermi spiegare il perché, e quindi senza saper spiegare al prossimo perché le sue parole mi dessero tanto fastidio. Lo saprei spiegare, ora? Dubito che ciò che ho scritto finora sia chiaro così com’è scritto, dubito lo sarebbe a voce riassunto. Troppe volte mi sento rispondere che “Le cose funzionano così.”, che “In natura funziona così.” (in svariati argomenti – monogamia, eterosessualità, razzismo, dibattiti carnivoriVSvegan, rabbia, debolezza, omicidio, compassione, sterminio), e l’argomento si chiude così.
Oppure, dato che sono una singola e non una minoranza, mi viene detto che “sono un caso a parte” (che è denominazione per un’altra minoranza, storica e non geografica, quella che include i santi e i matti, e in ogni caso gli inaffidabili), ed egualmente il discorso non può proseguire.

… Tornando alla parentesi shojo.
Credo di aver trovato nella voce sopraccitata una specie di… di… nudità. Una nudità che non si dibatte per coprirsi, che rimane così, distesa scomposta come un gatto che non necessita una posa contegnosa per farsi rimirare, né si cura che ciò avvenga. La nudità di parole dette per significare ciò che significano, senza scopi aggiunti, senza mire, senza dubbi a farle tremare.
E ciò si ricollega alla nudità di gesti che ho trovato in VB. No, non sono stati i gesti a essere nudi, ma la voglia. Senza belletti né cesure. Si può parlare di integrità del desiderio? Lo stimo, è un desiderio integro. Forse. Se nei racconti epici all’eroe integro cedono le speranze del popolo sentendosi al sicuro, al desiderio integro ho ceduto io. Sensazioni che immagino si possano trovare all’incontro di due persone che toccano il fondo contemporaneamente, e non hanno nulla da omettere, possono agire senza riserve; ma senza dover toccare il fondo, senza quel lacerante e breve bisogno che ha portato sulle spalle il mio orgasmo talvolta.
Rivelazioni del guanciale.
Quando sono stata a letto con Kate mi ha insegnato qualcosa – quella creatura intollerabile nella veglia e nella sfera del pragmatismo, e irresistibile tra le lenzuola e sulle ginocchia. Dire "Mi ha insegnato qualcosa." non è un mero modo di dire: le mie scopate successive con altre persone sono state "migliori", più intense.
Ho già scritto, e detto a VB, che a letto mi ha insegnato qualcosa, e mi ha risposto che per la lezione sono €50.
La pagherò in sangria, sigari, cazzate, improvvisazioni e rivelazioni da guanciale – e si ricomincerà a indebitarsi.

Facebook mi ha un po’ risucchiato via da questo blog, e lo ha fatto attirando a sé i pensieri più incollocabili, non contestualizzabili, quelli più stupidi e quelli più banali, ma necessari al quadro d’insieme. Ha come raschiato via la superficie mobile del mio pensiero, lasciandomi a questo blog in tutta la mia serietà e in tutto il mio solipsismo – in tutta la mia libertà e abitudine di scrivere cose incomprensibili, insomma.

Sul tavolo: guida del Sud Africa, dépliant di vari tour operators.
Il viaggio andrà organizzato su misura, perché il turista medio non pianifica "tour dei diamanti". Magari visita Kimberley, dà un’occhiata al Big Hole, ma poi parte per una riserva alla ricerca di leoni per concludere a Città del Capo.
Cape Town.
Kaapstadt.
Lingua più parlata: Afrikaans. E quindi: Kaapstadt.

Ascolto una canzone in Afrikaans dai dubbi risvolti politici (ma neanche tanto dubbi) per comprendere la fonetica. Ed è una delle undici lingue ufficiali. A Pretoria la più parlata è il Pedi. A Johannesburg lo Nguni. Non saprei neanche da dove iniziare, né con l’una né con l’altra. Ci accontenteremo dell’Afrikaans? Ci accontenteremo. Vaga impressione che in alcuni luoghi le lingue parlate siano passepartout più che in altri. In questo caso mi sento come se fossi alla schermata iniziale di un gioco di ruolo online, in cui devi scegliere la razza che giochi, e a seconda della scelta avrai diversi vantaggi e svantaggi.
E ripeto battute sul come in Sud Africa siano molto aperti perché il matrimonio è gay è legale, quindi non c’è discriminazione, ma ti ammazzano se sei bianco. O nero. O coloured. Estremizzazioni, a cui arrivo perché non mi arrendo al pensiero di poter essere io la discriminata per il colore della mia pelle. L’educazione politicamente corretta e buonista che viene somministrata assieme alle informazioni sull’Africa prepara a una forma mentale pronta a non discriminare, ma non prepara all’accettare di essere discriminati.
Anche per questo il Sud Africa è una meta importante.

La guida è divertente da leggere per piccole note folkloristiche, come:

Se vi trovate a un’intersezione stradale e le circostanze vi insospettiscono, è buona norma non rispettare il segnale semaforico e allontanarsi il più velocemente possibile. Ancora una volta è importante ricordare che gli aggressori sono quasi sempre muniti di armi che non esiteranno a usare in caso di resistenza. Da notare che le assicurazioni sui veicoli noleggiati in Sudafrica sono parimenti elevate.

Lo classificano come “dirottamento d’auto”.
La tendenza, in alcune società moderne, a classificare qualsiasi cosa senza metafore mi inquieta un po’. Si ricollega a un foucaltiano dire che è la società a creare l’infrazione, perché le dà nome. Non un nome metaforico, che dice non dicendo e quindi non nominando il tabù, ma il chiamare per nome creando così uno slot pronto a essere riempito dalla corrispondente azione.
… Comunque.
Dato che i tour operators non organizzano gite alla scoperta della storia dei giacimenti diamantiferi, noleggiare un’auto sarà necessario. Ho detto scherzando a VB che voglio un 4×4. Mi ha risposto che lo vuole con la mitraglietta sopra.
C’è molto da organizzare, per questo viaggio che si vuole fare nelle vacanze invernali. Molto da capire – destrutturare, ristrutturare. Il bello dell’alterità: scoprire cose nuove. Il brutto dell’alterità: per me è scontato che il centro di una città corrisponda alla zona sicura, mentre a Johannesburg è l’esatto contrario. Sono abituata alla forma mentale europea, in cui a detenere il potere non è una minoranza ridicola. Beh, non così tanto ridicola, perlomeno. Blacks: 80% della popolazione.
L’Apartheid non c’è più, e questo significa che un individuo ha la libertà di attraversare i confini segnati sulla base della sua supposta etnia – non che tale attraversamento sia sicuro. Accettato. Lecito.
Il Sud Africa in cui il matrimonio gay è legale ma è meglio se non scambi effusioni in certe zone, perché rischi trattamenti peggiori di quelli ricevuti in Italia.
Amo il Sud Africa – come si può amare una porta socchiusa – ma non so se il Sud Africa amerà me.


Non so come commentare il soggiorno di VB qui. Sei giorni di convivenza. Convivenza. Beh, non ho sviluppato intolleranza né ho sentito di essere privata del mio spazio vitale, il che sfiora di per sé il miracolo.
Non ho ancora dovuto spiegare questi giorni a qualcuno, perché le domande che mi vengono poste si aspettano risposte semplici. Hai passato sei giorni con VB, o andava male o andava benissimo, allora, com’è andata? Basta rispondere “la seconda” perché la domanda sia risolta con l’interlocutore, ma non con me. Non condivido molte delle strutture di chi mi pone domande, e quindi il problema non è che la risposta sia corretta, ma che non lo è la domanda.
Ho scherzato, in questi giorni, con VB sul cosa scrivere su questo LJ, che essendo della sottoscritta ha pochi filtri, ed essendo letto comunica informazioni.
“Metterò tutti i dettagli.” le ho detto ridendo, e poi abbiamo coniato espressioni riassuntive che servivano solo ad allietare il momento e che non possono riassumere, infatti le ho rimosse.

Credo il fulcro della faccenda non sia in realtà nulla per cui serva spendere milioni di parole; spendere milioni di parole serve per allietarsi.
Credo il fulcro della faccenda sia che nel rapporto con VB c’era un’intesa confermata all’80%.
Il 20% rimanente era ed è composto in parte da quelle cose che conosci solo con lo scorrere del tempo, con il vivere assieme svariate situazioni scoprendo come reagisce l’altro: questa parte non verrà mai saturata, perché l’essere umano è mutevole.
La restante parte di quel 20% era composta da quello che mezzo skype non si può esperire, la sfera fisica e cinestesica, in cui in questi giorni ci siamo tuffate. O forse è stata la sfera a sommergerci, e lo ha fatto perché quella sintonia che pervadeva l’80% pervade – così abbiamo scoperto, e in nessun altro modo potevamo scoprirlo – anche la sfera fisica e cinestesica.
Questo è il fulcro.

Poi ci sono i discorsi attorno al fulcro, che stanno al fulcro come la sessualità sta al sesso, come la normalità sta alla norma, come le varie -ità stanno a ciò di cui parlano.
Mi sono tanto interrogata, in precedenza, su cosa significava per VB questo rapporto – rapporto nuovo dopo anni di rapporto con il suo (ora) ex-ragazzo, rapporto con una persona (me) che non è monogama, e che è donna, e che… e che…
In questi giorni VB non mi ha offerto una briciola per pensare che alcuno di questi “passaggi” potesse ostacolarla. È stata spontanea e lieve e appassionata in un modo così genuino che più che parlare della mia felicità per ciò dovrei parlare della mia felicità nel sapere che ciò è possibile. Mi ha mostrato una possibilità dell’essere umano, e non so se io sarei come lei in grado di essere così tanto genuina.
Per quanto invece riguarda me, credo di poter dire di essere stata rivoltata come un guanto. E qui la faccenda si fa difficile da spiegare. Cerchiamo di spiegare una sottoscritta abituata a tenere in mano la situazione e se stessa. Abituata ad avere un occhio aperto anche nella maggior rilassatezza. Arresa a priori a dover reggere lo scettro dell’iniziativa. Arresa a tante e piccole e stupide cose – ma siamo foucaltiani, e l’Anticristo è un insieme di minuscole e invisibili cose. Auto-addestrata a saper cogliere il lato migliore del momento, sempre pronta a lasciar andare il momento perché le tante e piccole cose torneranno a reclamare la loro fatale presenza.
Rivoltata come un guanto – ed estremamente felice di ciò, battello ebbro che sussurra dolci inviti al mare in tempesta.
Ho riassunto interiormente lo stupore meravigliato nato da questi giorni dicendomi che ciò che lo ha causato è il fatto che la situazione ha fatto andare sia me che VB oltre a noi stesse. E in modo assolutamente positivo. Credo ciò sia parte di ciò che intendo dicendo che un buon rapporto è un rapporto fruttuoso. Un buon rapporto è la trasposizione di un buon rapporto d’affari, e io sono tornata a casa con le mani ricolme di me – una me che non so ancora come sistemare e classificare, ma al momento poco conta ciò.
Dal punto di vista sessuale potrei riassumere dicendo che ne sono uscita dolorante per incapacità di moderarmi, che è un modo moderato di dirlo. Non ho saputo (né voluto) moderarmi né su di me né su di lei – non ho sentito la necessità di farlo, e questa mancanza di limiti è un toccasana per certi individui così tanto affezionati all’abbattimento dei limiti.
I dettagli non servono. Un po’ alla volta, credo, torneranno a galleggiare nella sfera conscia e ci farò discorsi sopra, paralleli, li interpreterò, ma sono dettagli. Ho avuto nel letto una persona che non si è mossa e non mi ha mosso secondo coreografie precotte, ho avuto la mia dose di ermafroditismo in terra, e ne sono uscita con una nuova forza nel poter – la prossima volta che qualche passante mi chiederà come fanno due ragazze a scopare, se non sentono che manca loro qualcosa, e via discorrendo – dire che no, non c’è risposta a tali domande perché sono tutte stupide, o forse ignoranti, perché ignorano, mancano dell’esperienza. I sottotitoli diranno “Voi miseri mortali che perdete tempo con le domande sbagliate”, se avrò ancora il deliziato entusiasmo di adesso. Credo tra l’altro VB mi abbia anche insegnato qualcosa, nel mentre – anche qualcosa su di me.
I giorni sono volati, inghiottiti dalle onde che scuotevano il battello di cui sopra. Era martedì, e improvvisamente si è fatto venerdì – un unico ininterrotto giorno, ordinato non dallo scorrere delle ore ma dai festeggiamenti rituali fatti.
Sigari, sangria, doccia. Lavarsi a vicenda – scambio di dedizione a colpi di spugna, passaggio di sigari, imboccarsi con pezzi di frutta macerati, cospargere il tutto di battute e toni e volgarità e irriverenze che, dette, mostravano che se un bicchiere d’acqua non ha sedimento neanche un tornado potrà annebbiarla. Il mio disprezzare e compatire chi cerca il meglio censurando quel che reputa il peggio si è acuito, dopo questa prova del nove. Si è acuito il mio far combaciare tutti i rapporti chiamati con diversi nomi in un unico rapporto, l’unico che mi va di idealizzare, perché il farlo non richiede abbellimenti posticci né cesure santificate dai buoni propositi.
So che tutto questo ha il suo prezzo, anche se so solo in parte quale sia.
So che rimarrò all’erta, molto all’erta, perché ora VB è una single e io non sono monogama, e ci sono rischi come vi sono quando si traduce qualcosa: rischio di diversa interpretazione, non per volontà ma per sistema di segni usati. Destrutturarsi è una faccenda complicata. Anche io adesso sono destrutturata – ossia, rivoltata come un guanto – e se lei non è abituata a rapporti non monogami io non sono più abituata a rapporti così intensi da così tanti punti di vista. Lei è sempre lei e io sono sempre io, ma Me accarezza il capo a me e dice:
“Vediamo come pedali.”
So anche che un rapporto non è un compartimento stagno ma vive in un contesto – e questo contesto interpreta e interpreterà il rapporto in un modo che andrà aggiustato. VB non ha lasciato il ragazzo per me, non è quella la logica dell’evento, ma lo sarà per molte interpretazioni. C’è una strana coincidenza tra “serietà” e “monogamia”, e ora che la sottoscritta vive un rapporto con manifesta serietà (tradotto: si sbatte per il rapporto e per quel rapporto ha sofferto; anche la coincidenza tra “dolore” e “serietà” andrebbe analizzata) viene riconosciuta come monogama. Non posso fare dito e augurare morte atroce a chiunque lo fa, temo sarebbe poco produttivo. Posso fare lunghi discorsi mentre continuo a essere la solita persona che nel tempo libero cerca di saltare in letti nuovi con la divertita e seria curiosità con cui salta da un argomento di studio all’altro. La mia limpidità non mi salverà dalle complicazioni ma dall’inferno sì.

Quando VB è partita ho sentito la sua mancanza, e in senso letterale: sentivo la presenza della sua assenza. E la sento. Stanotte ho dormito in un letto che era vuoto, e a cui mi ero in fretta disabituata.
Non farò discorsi sul genere “la sua partenza ha lasciato un vuoto in me”, perché in realtà la sua presenza mi ha reso più piena di quanto la sua partenza possa avermi svuotato. Ho pensato al mio primo rapporto consistente, anni fa, che era a distanza, e ho ricordato il dispiacere del salutarsi in stazione. Ho pensato: amen. Non è questo che conta, o meglio, conta più il fatto che VB mi ha lasciato e lascia in continuazione cose. Alla resa dei conti abbiamo la solita sottoscritta, però energizzata da più voglia di essere quel che è, di esserlo meglio, e che ha un bonus sull’umore quando sente VB.
Penso che un rapporto possa essere una benedizione in questi termini: quanto più migliora una persona – quanto materiale le lascia dentro, a uso e consumo della sua realizzazione nel mondo. Altrimenti, un rapporto è una droga – e per quello ho già il tabacco.