Gods.

Uno scrittore pubblicato (fin troppo, sputa fuori più libri lui che non-cazzate io) mi adda su Facebook, e fin qui tutto ok.
Poco dopo, arriva la seconda scrittrice pubblicata che io in realtà conosco a malapena.
Poi la terza.
E io penso:
"Per mercoledì notte corredo viola o rosso?"
Penso:
"Come vorrei farmi una doccia."
Penso che vorrei un boccale da un litro di birra. Penso a Sebastian che corre nella folla dell’Oktoberfest tenendomi cocciutamente la mano – è abitudine locale? No, è l’unica cristiano (protestante) a fare ciò in tutto il parco umano, e io mi domando:
"Perché?"
E gliela lascio la mano, mentre osservo il parco umano e lui e me e soprattutto me, e penso che dare la mia mano a un tizio in fanciullesca corsa tra un giostra e l’altra è un buon diversivo rispetto al mio essere chiusa in casa con la testa impegnata in discussioni esistenziali tra Me e Me, questa testa che si sente più espressiva quando scrive fiction che quando la vive.
La testa torna qui, in bagno, dopo la doccia, con il citofono che suona e una voce femminile e anziana che mi scambia per mia madre, mi riconosce, io non conosco lei. Sale lei o scendo io? Scendo io, che domande, anzi, aspetta che vedo se ho un oggetto contundente.
La placida vecchietta è accompagnata da un placido ometto (inteso come "piccolo uomo", non come aggeggio da armadio) che non può essere suo marito. O almeno credo.
La placida vecchietta si scioglie in nomi e ricordi. Non sapeva…! Dice che non sapeva della morte di mia nonna, l’ha saputo da poco. Mi ricordo di lei? (Suggerimenti…?) E che salgano, anche se non mi ricordo di lei. Il tempo di mettere piede in casa mia, e mi dice il suo nome – sì, mi ricordo il suo nome, sì – perché l’ometto ha una valigetta da assicuratore?

Una premessa fondamentale è: una settimana fa, al telefono con Joglar. Parliamo di Testimoni di Geova, e io dico:
"La prossima volta che te ne arriva uno, mandalo da me. Non me ne arrivano mai, e io vorrei veramente parlaci, capire tipo che cazzo sono, ecco."
Detto, fatto.

La valigetta da assicuratore contiene una Bibbia. Io ho una Bibbia? Certo che ho una Bibbia! Me l’ha regalata il mio amico che chiamo l’Arabo, col padre musulmano che odia gli ebrei perché l’hanno cacciato. La Bibbia la voleva bruciare, ma il figlio l’ha tenuta – ed è finita a me. Leggiamo la Bibbia? Sì, dai, leggiamo la Bibbia! Ho il tono giusto, la voce giusta, e l’inflessione!… Gli ospiti annuiscono soddisfatti dinnanzi alla mia interpretazione: devo aver compreso il Messaggio, dal fervore che ci metto.
Beh, dopotutto è proprio è un bel testo. Ma è un testo. Scritto da uomini, capite?
No, è scritto da Dio.
No, può essere ispirato da Dio, ma è scritto da uomini.
No, ma se leggi qui, vedi? Qui è scritto che ogni parola ispirata da Dio, è scritta come da Dio.
Sì, ma è stato scritto da mano umana! Cioè, mettiamo che ai tempi c’era una versione alternativa della Bibbia, che diceva la stessa cosa: "Questa è la parola di Dio." Chi aveva ragione?
Ma no, questo qui, vedi? Questo qui è un fariseo che è esistito, e ha fatto questo e questo.
(Anche Jan di Leida è esistito, e ha fatto questo, ed era un magnaccia attore sarto Re-Profeta di Münster. E io sono sua fan.)
Comunque, posso tornare a trovarti?
Ma certo. Ma sentite un po’… Voi che altri testi sacri avete letto?
Beh, ma tramite la Bibbia tutti, perché tutti dicono quello che c’è nella Bibbia, e quindi noi studiamo-
Sì, sì, ma dico: personalmente. Chessò… Libro Tibetano dei Morti? L’Edda? Interessante, l’Edda. Dai, la prossima volta ti presto l’Edda!
Ma no, ho letto la Bibbia per vent’anni, quando ho tempo di leggere tutto…?
Ehhh, la ricerca per la verità mica è semplice.
Ma è da vent’anni che la studio.
Ma questo libro esiste da duemila. Che sono vent’anni?

Lascerò alla placida vecchietta l’Edda, se torna. Convertiamola all’Odinismo!

Il problema, in fondo, è uno: la paura della morte. Senza questa, l’opuscolo lasciatomi è più utile come carta igienica che altro. E non ho intenzione di avere paura della morte, al momento.

Ho pensato, guardando la placida vecchietta raccontare aneddoti ridendo e rendendosi piacevolmente incomprensibile, che forse non mi sarebbe spiaciuto vedere Nonna altrettanto radiosa. Nonna aveva più un carattere alla Horton, invero. Ma avrei saputo avere in casa una Nonna la cui felicità risiedeva nel leggere lo stesso libro per vent’anni?
A un certo punto, durante il dibattito (invero frustrante, perché a ogni mia ardua domanda sollevata veniva letta un’altra parte della Bibbia per avere risposta), ho sbarrato gli occhi con stupore e ho detto, semplicemente basita e scuotendo la testa:
"Ma è… tautologico!"
E ho causato il silenzio.
(Di sottofondo, i grossi punti di domanda: che cazzo ha detto? Tautoche?)
È stato invero assai frustrante.
A domanda fatta, ipse dixit in risposta. Molto frustrante. Fai una domanda a qualcuno e ti risponde la sua tessera del Partito, una cosa così. (Non sto paragonando Dio al Führer, non sto… d’oh!)

Comunque, pare io stia guarendo. La doccia era necessaria. Necessario cestinare i vestiti indossati in questi giorni, grattarmi via sporco a malattia.
Ho lavorato al sito, perdendomi in inezie e tornando al quadro d’insieme per tornare a inezie e via discorrendo. Ho letto, Guerreros (Spook Country) di Gibson, perfetto da leggere in stato debilitato, perché deliri come delira Gibson. Ho dormito. Sono giaciuta sul divano smaltendo calore in eccesso. E via discorrendo.
Saranno questi giorni di malattia ad amplificare il senso di inutilità che mi sento addosso. Non avere un’Uni a rincoglionirmi (in bene) quotidianamente, né un lavoro. Né scrivere seriamente (ossia: concludere qualcosa). Devo sentire gente. Incontrare gente. Gente. Ricordare gente, soprattutto. Gente. Gentegentegente. La scelta delle parole è tutto.
Penso al corredo Ikea. Alle lenzuola da cambiare, pulite e fresche. Al pavimento da pulire. A quelle piccole cose che nelle riviste vendono come "coccolarsi", e che infine sono un modo di rincoglionirsi occupandosi del superfluo.

A while ago, I messed up when measuring maccaroni and ended up filling this great big pot. And, it’s really bad when you mess up the seasonings. If you’re not careful you start putting in more and more and end up screwing up. Portions that would feed three turn into enough for ten and stuff. And you can’t exactly undo it. Well, you can think you’re just saving it for later… for hamburgers and lunchboxes and stuff like that… But that won’t work for stuff like stews. You always try to do just what it says in the book, right? You do just what it says and the flavor always seems to come out wrong, doesn’t it? I wonder why.

Script dell’episodio 33 di Utena. Quando l’ho rivisto dovevo essere bevuta, o particolarmente insonne, fatto sta che avevo gli occhi sbarrati a mezz’asta (sì: sbarrati e a mezz’asta, perfettamente logico) e leggevo i sottotitoli mentre lei parlava per minuti di ciò. Trovo Utena particolarmente geniale, perché ti mostra l'”incasalingamento” (in società patriarcale) con un monologo. In realtà lo trovo geniale solo perché mi ha colpito tanto, e con una certa frequenza, con climax quieti quali quello.

Cerco di convincere Seb a registrare il suo okay.
L’okay di Seb viene pronunciato più o meno così: okè’.
È detto in un fiato, come se non volesse rubare troppa aria. Dice: “Sì, assolutamente come vuoi tu, e con piacere”. Senza nessuna discussione. Senza nessun impedimento. Scivola liscio senza incontrare resistenza – dando una certa sensazione di onnipotenza in piccolo. È la dolce virgola tra una richiesta e la sua esecuzione. Sono arrivata a implorarlo, “Dillo ancora!”, per saziare il rinato desiderio d’essere compiaciuta in un ordine.

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