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Un’autrice in cerca di personaggi – e tutto quel Non Detto

Cercare di rientrare nell’ottica di Horton significa imitare me stessa.
Mi è capitato di farlo spesso, in questa vita né troppo breve né troppo lunga.
(Non posso avvalermi né dell’ardore della nuova arrivata né della saggezza dell’esperta – nessuna credenziale per coevi e posteri.)
Mi capita di farlo perché il mondo distrae. Non so come possa farlo, dato che in teoria parto dal presupposto che l’identità individuale non è che un accumulo di influenze esterne – eppure lo fa.
Lo fa e io mi perdo e devo ritrovarmi.
Dov’è, Horton?
(Aspettando Horton.)
Avevo lasciato quello sbirro di quartiere figlio del più becero cliché sul suo lercio divano. Era un luogo sicuro su cui custodirlo – cosa ammazza un vecchio divano pieno di cenere e briciole? Ma poi la vita è andata avanti, la casa è stata rifatta da capo a piedi, e l’Horton-divano non c’è più.
Si può rimpiangere lo squallore?
E così, in questa casa nuova e linda, accendo una sigaretta, stappo una birra e mi metto alla sua ricerca.

Ascolto Where the Wild Roses Grow di Kylie Minogue & Nick Cave, la Bella & la Bestia.
La ascolto cercando di sentirla come quando la ascoltavo scrivendo di Horton. Lui fa la Bestia, ovviamente, ma le mani insanguinate non sono le sue. Ma non importa. Questo voglio dire, anche, scrivendo di lui. Che i fatti poco importano dinnanzi alla coscienza.

Il mondo distrae, ma anche io faccio la mia parte.
A posteriori, mi dico che Horton era un meccanismo di difesa. Una maschera interiore con cui giustificarmi alcune brutture di un mondo che mal digerivo. Ne godevo come un mio vecchio amico godeva di Freddy Krueger:
Il male immaginario che consola da quelli reali.
Se mi trovo a parlare di meccanismi di difesa è colpa di un seminario di psicanalisi, e dell’interesse che ne è seguito. Quel seminario mi ha anche spiegato che si imita il proprio carnefice per non doverglisi contrapporre. E’ convincente, no?
Ma Horton non è un mio carnefice.
E’ un uomo qualunque, in un mondo qualunque, disposto a fare qualsiasi cosa per non essere una vittima.
(Potete biasimarlo?)
Non ho aspettato che venisse qualcuno a dirmi, come si è detto di me, che in fondo a ogni stronzo c’è un cuore spezzato. Gliel’ho spezzato io direttamente. Ma, per farvi dispetto, non ho creato un mostro: ho creato un Indifferente.

Passo le giornate a scrivere racconti per concorsi, precisi e calibrati come fossero papers; a informarmi e discutere di editoria, in tutte le salse, in tutte le speranze e gli imbrogli; trattengo il demone del fastidio dinnanzi alle maestrine dalla penna rossa e le risate-che-sono-violenza-sublimata dinnanzi a sconosciuti Qualcuno che spiegano a Qualcunaltro come diventare conosciuti; mi commuovo con il sogno di Tizio di aprire una casa editrice che risolverà tutti questi mali e con qualche frase, scappata per sbaglio, letta in un racconto che edito e proofreado per fare favori.
E, in tutto questo, dopo tutto questo, era ora di tornare a me. All’altra me. Non l’accademica trapiantata tra romantici scribacchini che sprona al cinismo e a considerare i fattori economico-legali. No, l’altra. Quella che ha creato Horton. Quella che ha il nulla dentro, e proprio perché ha il nulla dentro teme poche cose. Di non ricevere approvazione? Di non essere apprezzata? Di non essere all’altezza? Il mio Super-Io allena individui così costantemente massacrati interiormente che il resto diventa… Vanità (ciao, vecchio Leitmotivnon mi mancavi).
Devo muovere il culo, dice il mio Super-Io, perché rileggendo quel che avevo scritto su Horton ho scoperto con raccapriccio che mi sono persa qualcosa per strada. Cosa, non lo so. Ma era qualcosa di prezioso.

Ho scritto, qualche giorno fa, che mi sono rinchiusa a lungo (so che il tempo è relativo, ma fatemi drammatizzare il momento) in un esilio volontario, da cui sto uscendo da poco.
Non che io ne sia del tutto convinta, di questo uscirne.
Capisco i vizi degli accademici, comodi comodi nel loro ambiente addestrato a ragionare con rigore – addio a polemiche, addio a ripicche volgari, addio al doversi lanciare in un’arena composta di ogni specie, dall’illuminato al fomentatore seriale. L’ambiente accademico offre una maschera simile, soprattutto nella funzione, a Horton.
Non che io ne sia del tutto convinta, di questo uscirne, ma mi serve, e c’è un grosso grosso problema con cui dovrò avere a che fare, per quanto io posticipi e posticipi.
Esiliarmi significava poter tacere. Ascoltare gli altri – in bene e in male – e liquidare tutti con una cortesia mutuata dagli ideali democratici peggiormente abusati: ognuno ha diritto di pensare quel che vuole (“Ma davvero?”). Crederci, anche, un po’. Non credere al fatto che ognuno abbia il diritto di pensare quel che vuole – non è forse scontato? Credere che sarebbe stata una buona soluzione per evitare stress, attriti, lotte inutili, di quelle che ti rimangono attaccate ai polpacci e non si staccano, non si staccano neanche quando le stacchi, perché per un po’ i loro minuscoli dentini ti prudono dentro.
(Il mio Super-Io è un Übermensch, e da tale ha una pessima opinione della guerriglia. Ognuno a modo suo, giusto?)
Uscire da quel beato distacco significa tornare nel mondo – quello vasto, fatto di accademici che odiano populisti e di populisti che odiano accademici.
Tornare nel mondo, per la sottoscritta, significa crescere in grembo una Lokasenna.

Lokasenna è una delle tag di questo blog.
Non smetterò di prendere per il culo la vostra, che è anche la mia, pigrizia, creature, e quindi vi dirò che:
Lokasenna significa “invettiva di Loki” ed è il momento in cui Loki – non quello dai capelli corvini su cui sbavate, in bene o in male, ma il fulvo mitologico (ci credereste, poi, che uno dei motivi maggiori per non smetto di essere rossa è proprio lui? Ma comunque…) – il momento in cui Loki, dicevo, si presenta a cena dagli Asi e fa il cinico (alla Diogene) della situazione, tirando fuori dall’armadio tutti gli scheletri accumulatisi di mito in mito.
Ad esempio:

Passare le giornate ad aggiornarmi sul mondo dell’editoria, della sotto- e medio- e cripto- editoria italiana, significa leggere il racconto di una persona (che chiameremo X per meri motivi legali) che scrive bene – non “bene” nel senso di “coinvolgente, innovativo, bla bla”, ma “bene” nel senso di “padroneggia la lingua italiana, specialmente nelle varianti che usa” – e leggere poi la seguente critica a lei portata (dovutamente rielaborata):
In italiano i nomi propri al femminile non vengono preceduti da articolo.
Sappiamo tutti che Eco non si sarebbe abbassato a tal punto. E non perché, creaturine giustamente incazzate come iene con la torre d’avorio, certi scritturucoli autoreferenziali pensano di potersene fregare delle basi dell’italiano. Esistono, tali “scrittorucoli”, eccome, ma non è questo il caso.
Eco non glielo avrebbe corretto perché avrebbe avuto gli strumenti – come altri – per riconoscere una prosa da 7 (numero a caso, relativo, non assoluto), e quello è un errore da 2. E avrebbe pensato, il nostro Eco (scusa, Eco, se abuso di te), che solo una persona affetta da doppia personalità avrebbe potuto commettere quell’errore da principiante in una prosa da esperto. Escludendo la malattia mentale, rimane una prosista da 7 che decide di usare un regionalismo per dare colore alla narrazione.
Difficile, eh?
(Taci, sarcasmo.)

Mi sfogo con S parlando di questi piccoli aneddoti – sono piccoli e non cambieranno il mondo, anzi, con l’ottimismo che contraddistingue Horton direi che lo preserveranno benissimo da cambiamenti – che chiamo (un’altra maschera?) “guerre delle pulci”.
Vuoi staccartele addosso prima che gli affilati dentini ti si conficchino nel polpaccio, ma vuoi rimanere nell’arena.
Come fare?
Ciao, Lokasenna.
Non che sia una scelta, chiariamoci.
Semplicemente, mi cresce dentro finché non è grande e grossa abbastanza da dirmi:
Allora, qui dobbiamo tagliare due etti di carne – preferisci dal fianco o dalla chiappa?
Sto zitta e rinuncio a Horton, o rischio di rompere il cazzo a qualcuno?
La Marvel mi ha fatto un favore, in questi anni: sapete come risponderebbe Loki.

E’ opportunismo, il mio, davvero.
Ho capito che per ritrovare Horton devo ritrovare una parte di me stessa, una parte che si è zittita più o meno quando ho smesso di aggiornare con costanza questo blog – blog che, mi ricordo, è nato come “diario pietista”: un modo per affrontare davanti a Dio (o, in un’ottica più immanente: io e voi, noi tutti) la propria coscienza.
Pesa, bilancia. Pesa.

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Di generi abortiti e di altre bussole senza ago.

Gli idoli steampunk si accumulano sul calorifero, guardando il mondo con i loro indifferenti sguardi bullonati.
Indici e pollici, intanto, acquistano quella dolorante ruvidezza che piacerebbe tanto a Genet. (Quand’è che Genet è entrato nella mia coscienza? Deve essersi intrufolato inseguendo il generale Tanz.) A me meno. Mi toglie sensibilità ai polpastrelli, e ciò in certi frangenti è fondamentale.
A proposito di Genet, ho chiesto a VB di dare un’occhiata nelle librerie in cui passava alla ricerca di Querelle de Brest. Potrei anche cercare la trama del suddetto e copia/incollarvela qui, ma non prendiamoci per il culo: Genet parla sempre della stessa cosa (che non è, per la precisione, il cazzo).
Abuso però di wiki per farmi dire che il protagonista, oltre a essere un marinaio, is also a thief, a prostitute, an opium smuggler, and a serial killer – ossia è il riassunto di ciò di cui Genet parla sempre.
Mi rammarico di non avere qui Diario del ladro, perché avevo sottolineato un passaggio in cui Genet sottolineava il potere estetico del nazismo (all’estero), ossia quello derivante dall’essere al contempo la Polizia Suprema e il Supremo Criminale. Parlava anche di come Corona e Prigioni siano i due vertici di un’unica struttura, come un castello e il suo riflesso in un lago – ma sottolineare libri è una pratica feticista, e il Dio che Ride punisce la mia vanitas facendomi prestare i suddetti sottolineati libri quando ne avrei bisogno.
Il Dio che Ride attende anche il momento in cui avrò finito di leggere Querelle de Brest e con questo avrò dato fondo ai romanzi scritti da Genet. È il lato negativo della mortalità degli scrittori: non hai più niente in cui sperare. Potrei anche accettare la contemplazione dell’infinito – ossia accettare l’ipotesi di rileggere all’infinito le sue opere – ma la cosa mi angoscia – come mi angoscia il rendermi conto di aver letto tutto in traduzione, in mancanza (ma verrà ovviata, questa mancanza) di una padronanza del francese (molto salda padronanza – ma è sempre così: i miei autori stranieri preferiti sono tendenzialmente per me illeggibili in originale).
Tim Willocks (Il fine ultimo della creazione) non è male. La traduzione è a tratti confusionaria, e dovrei averlo in originale tra le mani, ma ci sono limiti anche alla traduzione più creativa. A fine lettura ci saranno diversi passaggi che vorrei aver sottolineato, ma mi basta il generale continuo avere Bentham come riferimento, esplicito e implicito.
Ho chiesto a What Should I Read Next? what I should read next, ma non è stato granché utile. Vedete, miei lettori suddivisi tra quelli senza particolare gusto e quelli a compartimenti stagni, la verità non è che io non sia una lettrice di genere, lo sarei, se esistesse il genere “architetture benthamiane”. Ma non esiste. Lo userei per il preciso scopo per cui si ricorre a un genere: andare sul sicuro e leggere una letteratura che non ti riserva sorprese. Ma non esiste. La verità, oh miei lettori divisi tra lettori della domenica e lettori dai gusti sopraffini, è che non esiste persona che si salvi dall’avere gusti ossessivi: semmai ne esistono i cui ossessivi gusti non corrispondono a un genere riconosciuto. Vi ricordate Manganelli? Ve lo citai come esempio di letteratura alta, altissima, da vertigini, incomprensibile per farvi andare su tutte le furie in quanto a prima impressione scritta apposta per dirvi “oh popolino, voi non potete leggermi” – beh, Manganelli me lo passò un tizio il cui gusto ossessivo tendeva ai tempi verso gli snuff movies – che sono sì un genere, ma illegale, quindi non istituzionalizzabile. Così, se chiedo a What Should I Read Next? what I should read next il sito mi risponde facendo leva sui temi riconosciuti. Che è poi quello che il mio limitato cervello sa fare, fa, e si ribadisce che quello di cui parla sempre Genet non è il cazzo di un marinaio succhiato da un galeotto, o mi basterebbe darmi alla letteratura gay; e non è neanche la vita di un ladro, perché se così fosse potrei darmi alle biografie di celebri ladri; è qualcosa che sta a metà tra gli esiliati di Genet, gli internati machiavellici di Musil, i perdenti di Testori, i recidivi di Bunker e gli spietati deliranti di Littell, ma solo se illuminati da un profeta rimbaudiano – ed ecco che il sistema di catalogazione del mio cervello va in tilt e si ritrova in mezzo al nulla.
Ci sono dei biechi modi di trovare una soluzione, metodi matematici che nel 75% dei casi non funzionano.
Se ad esempio unisco la tag “guerra” alla tag “tedescaggine” alla tag “omosessualità” ne esce La morte della bellezza di Griffi – ma già il titolo unisce il sublime all’eleganza, e certi accostamenti poco mi convincono.
Se invece unisco la tag “Foucault” a delirii rimbaudiani esce un Hallucinating Foucault, e probabilmente andrà meglio.
Tropic of Cancer, invece, ha dalla sua semplicemente una prosa accattivante e il fatto che troppo spesso è stato accostato da terzi (ossia, oltre a me e Me) alla sottoscritta.


Anche Genet è diventato una tag – ma il Dio che Ride mi ricorda che certe parole diventano tags solo dopo essere state significate (per il verbo “significare” vedesi L’insostenibile leggerezza del potere) dalla sottoscritta, e quindi le tags sono fondamentalmente un feticcio – oh, vanitas vanitatum et omnia vanitas – quanti tra i lettori si sono resi conto del fatto che nella grafica di questo blog vi sono parole tratte da L’Ecclesiaste in tedesco? Come sono cripto-massonica.

Caverne e laghetti pietistici.

Sul tavolo: thermos da mezzo litro di caffè, solubile, con zucchero. E un dizionario italiano-tedesco.
Mi vergogno un po’ a dire che sono occupata, perché non dovrei esserlo; ho meno cose da tradurre dal tedesco, più da leggere in inglese, e ciò mi riporta (quindi/però) a standards più vicini ai miei soliti, ossia: studiare di più.
Anche se si tratta perlopiù di leggere e riassumere e cercare un metodo. Ho troppi libri da leggere (8 o 9), e non posso applicare il mio solito puntiglioso metodo. Le lezioni sono interessanti, sono partecipativa, ma non so bene esattamente cosa devo fare.
La mia vita cambia leggermente, ma qui non si tratta di cambiamenti dovuti a Kiel, quanto più a VB – VB che fa la spesa e si domanda cosa mangiare. Non è una domanda scontata. Non quando implica fantasia. Non ho molta fantasia nel decidere cosa mangiare. Con VB come ospite mangio meglio – e cucino, anche se il mio cucinare consiste nel buttare ingredienti più o meno a caso, perlopiù patate e cipolle, nell’adorata Pfanne senza alcun condimento, tanto c’è la salsa BBQ Jack Daniel’s.
Sono diventata anche una saltuaria bevitrice di latte freddo, che viene ingoiato d’un sorso dal bicchiere, al mattino. Prima di andare a dormire sistemo la camera; la sistemo quando torno a casa; nel fine settimana la pulisco. Di pomeriggio, dato che solitamente ho lezione al mattino, studio; la sera ceno abbondantemente alla tedesca; poi studio di nuovo.
Parvenza di una vita regolare.
E massacrante, dato che per tre (o quattro, dipende dalla settimana) giorni di fila dormo pochissime ore a notte. Stamattina, quando mi sono addormentata, era l’alba, e avevo la sveglia alle 7. Tanto, mi dico, tanto ce la faccio. Tanto devo farcela. La maggior parte delle lezioni hanno frequenza obbligatoria con massimo due assenze, a meno che non si porti certificato medico. Non so se mi sento alle elementari o se al lavoro. Ci sono cose dei tedeschi che odio, sì.
Ogni tanto c’è la pausa, che, per riequilibrare, di solito consiste in una serata a ingurgitare alcol, cosicché il giorno seguente viene passato a non fare nulla. A parte riprendersi, nel caso. L’ultima volta – sabato – mi sono vista tutta la seconda serie dei Tudors. Sottotitolo: non fare nulla.
Insomma, il Tanz che è in me – per chi se lo ricorda – ha ripreso il controllo, salvo il perderlo ogni tot giorni per farmi rilassare. La mia tendenza all’ordine sta diventando una mania, ossia: redarguisco VB se lascia cose in giro. E le faccio i complimenti se fa le cose in modo giusto – ed è questa la parte preoccupante, il sentire di dover fare complimenti e una giustizia (secondo chi, a parte me e basta, dato che l’esercito non ce l’ho?) presupposta.
Non sono neanche particolarmente gentile, a dirla tutta, troppo impegnata e stressata per esserlo. Mi faccio perdonare dalla mia coscienza tramite atti utili, fare cose al posto di VB, fare cose per VB – sempre più Tanz, Tanz, Tanz.

La mia vita sociale continua ad assomigliare, più o meno, alla mia vita sociale.
Nuove conoscenze di cui sono entusiasta, o conoscenze approfondite, e poi una miriade di gente di contorno che non riconosco, e che quando riconosciuta non ha nome, dato che la mia memoria è quella che è. Tale amnesia costante ha i suoi lati positivi: Kiel è piccola, ma a me sembra sempre di parlare con persone nuove. Adduco sempre la mia amnesia costante come scusante, perché il pubblico non pagante capisca che non c’è malizia né intenzione nei miei “Ah, sì… Aspetta, aspetta… No, non mi ricordo”, o, peggio, nel mio sorridere a priori a tutti più o meno nello stesso modo, sì da evitare di essere scortese con chi mi conosce e sta per sorridermi.
Si potrebbe dire che la memoria è selettiva e che, quindi, io do scarso valore alle persone; non è esattamente (solo) così. Ho una memoria scarsa e selettiva, i cui criteri di selezione mi sono spesso ignoti (ho sovente bellamente rimosso persone che la volta successiva ho trovato interessantissime).
Sono anche riuscita, da ubriaca, a non riconoscere VB. Per credo una ventina di secondi. L’ho anche baciata, da sconosciuta. A posteriori le ho detto che è stata una prova del fatto che mi piace, dato che mi è piaciuta anche quando non l’ho riconosciuta – ciò nonostante, non posso che essere perplessa. Soprattutto, mi trovo ad avere un problema: in testa ho questa persona, questo Doppelgänger di VB, che io ho baciato e che non esiste. Mi è piaciuto un fantasma alcolico. Mi sarei scopata una proiezione della mia testa.
Anyway.
Non ho discorsi compiuti da riportare qui, ma solo frammenti.
Ho un tornare a casa a piedi nudi, per una ventina di minuti, di notte, e rendermi conto di quanto le siringhe dell’era dell’eroina abbiano segnato il mio camminare, abbiano psicotizzato i miei piedi – fino a Kiel.
Ho una Germana e un Germano che quotidianamente vengono a reclamare cibo starnazzando davanti alla mia camera. Qualche giorno fa il coinquilino ha chiamato VB (io dormivo), dicendole qualcosa come:
“Senti… Ho un problema.”
“Cosa?”
“Vieni a vedere… Ho delle anatre in camera.”
“Germano! Cosa ci fai qui?!”
“Ma è tuo…?”
Ho anche un gabbiano, che viene a raccogliere briciole di pane. I gabbiani sono, ho deciso, brutti e inquietanti. Rapacemente minacciosi. Il gabbiano che sosta qui ha un collo da mastino. Oggi ha tentato di scacciare Germano per prendersi le briciole di pane, ho aperto la porta-finestra, si è allontanato facendo finta di niente. L’ho richiusa ed è ripartito all’attacco. Ho rifatto la stessa cosa tre o quattro volte, concludendo che il suddetto gabbiano è un simpatico figlio di puttana (e Germano lo scemo del villaggio, nonché pavido, che si faceva difendere da me guardando con aria di sfida il gabbiano).
(Sì, ho così poco tempo per scrivere di me che finisco con lo scrivere di vite altrui: ci vuole meno tempo.)
A proposito di germani reali, sono diventata un’appassionata divoratrice di carne d’anatra. Cucinata da cinesi tedeschizzati. Vaghi ricordi d’infanzia mi ricordano gusti personali dire che “la carne d’anatra è troppo grassa”, ma siamo in Germania e il grasso si scioglie ed è deliziosa. Poi, però, si finisce col chiedersi per lo stomaco di chi si sta quotidianamente dando da mangiare ai due germani reali (tre, incluso l’ufficiale di Germano).
Sì, sto mangiando tantissimo. Sì, sono in Germania e non ingrasso. Sì, in Italia sarò tristissima: il latte al mattino saprà d’acqua – e io non bevo acqua se posso – le patate non sapranno di un cazzo e via discorrendo. No, non sto facendo la sovversiva che disprezza il cibo italiano a favore di quello tedesco: parlo del sapore degli ingredienti primi, che mi permette di mangiare quello che cucino anche se non so cucinare.
In generale, non voglio pensare al ritorno in Italia. Nonvoglio-nonvoglio-nonvoglio come una bambina che sbatta i piedi dinnanzi a se stessa allo specchio. Mi figuro tornare prostrata e diffondere un verbo che le mie paranoie riassumono in: “Mentono, non credete loro, vi mentono, vi prendono in giro”. Non voglio tornare nella caverna platonica. Neanche per quell’anno che mi serve per finire la triennale. Non voglio e basta, capite? La sola idea di uno sguardo femminile che mi disseziona o di uno maschile che mi riverisce e rinchiude al contempo mi fa salire fiotti di bile in gola. Non voglio, vi odio. Tutti. Anche i benintenzionati, perché credo nella banalità del male. Il problema non è l’odio ma il non riuscire a perdonare, e senza perdono quando necessario non è possibile consolazione. Rimetto in atto imperterrita la scenata dell’ex-fidanzatina all’ex-fidanzatino che non ha ancora mollato del tutto, anche se considerato che la cittadinanza di nascita non si sceglie dovrei optare per una metafora più freudiana. L’ironia mi salvi da me stessa e dal vostro, ricercato, rifiuto. Ho assunto l’ottica del profeta münsterita, che sente d’essere in un epoca così grama da richiedere a chiunque il massimo degli sforzi morali per la salvezza. Jan di Leida mi è sempre piaciuto, sì. Gli spiriti insoddisfatti si masturbano con apocalissi, nell’ottica che tanto c’è poco da perdere, o forse con punte di rancore. O forse entrambi. Freud ha parlato anche di questa dualità. Freud ha parlato di tutto – Freud ha definito i confini della parola “tutto” disseppellendo estremi. Da quando i sovversivi sono bambini traumatizzati? Ogni sovversivo è un bambino capriccioso, che non vuole sottostare a certe regole – diciamocelo, una regola vale l’altra. L’asse spaziale e quello temporale in combinazione dimostrano che qualsiasi regola può essere considerata sacra e naturale. Voi vi ribellereste al pisciare nella sedia su cui mangiate durante un banchetto (avete presente quei bei pezzi di mobilio medievale con un buco al centro? Ecco). Di vomitare tra una portata e l’altra forse no.