dada

DaDa – 15

Da che ricordo Yveline non ha mai dato precisi avvertimenti educativi ai suoi figli. Le sue armi erano:
Preoccupazione e Silenzio.
Davanti a Moony che le diceva:
-Ed si è preso una sbronza.-
Con Ed dietro, seduto a tavola in attesa della cena, la sua reazione era il silenzio e l’ignorare. Non vuoi farmi conoscere la tua vita? Scontane le conseguenze in solitudine.
Cosa fa il figlio adolescente davanti a una minaccia così immane?
Scuse prostrate e le racconta tutto, anche quello che non ha fatto, in paziente attesa di vedersi ricompensato con un sorriso omnicomprensivo.
Se poi ci rifletti ti rendi conto che è l’ottica di una religione.
Dio Misericorde, âlRahîmu, che ti sprona a non peccare ma ti perdona poiché ti concede con la Vita la possibilità di errare. Per chi non crede in lui, per questi, nessuna Ricompensa nel Futuro.
Dio è dolce con i servi.

Ti esorta a peccare benché tu abbia nel cuore un innato timore della Gehenna, sempre pronto a redimerti.
Riuscirete ad essere timorati?
Mia madre è morta e io mi cerco un altro Dio.
Eppure dire semplicemente “attenti agli sconosciuti” sarebbe stato così semplice…

( Continua… )


Voi ogni volta credete che vi abbia abbandonati, e invece DaDa procede, inesorabile.
Ogni tanto rifletto, rimastico il finale, pensando a come riscrivere un paio di capitoli per smussare angoli, far sentire meno i deus ex machina, meno rumore di unghie sugli specchi.
Ero piccina.
(Adesso, invece…)
Cercavo l’Unico e Spettacolare.
(Adesso, invece…)
Ma tanto al finale mancano più di trenta capitoli.

E già che ci siamo, vi scodello l’ultima Vanitas creata:

Steam
Ossia: Quando non c’è una spiegazione, la spiegazione sono io.


Uff, devo rifarmi il sito. Da capo, sì. Da zero, sì. Cestinare quel garbuglio di HTML e CSS, abolire i frames, darmi a quel position: fixed; al posto del frame, e sì, sto parlando arabo.
Devo mettermi su carta e delineare uno schema.
Delle sezioni.
E tutto il lavoro pre-realizzazione che è entusiasmante se ci pensi, massacrante quando ti trovi davanti a incoerenze progettuali.


Poco fottuto mal di gola, poca fottuta febbre, poco fottuto raffreddore.
Un fottere generale, senza aver fottuto.


Ma spendiamo una parolina per lo Joglar’s Crew, che pian pianino procede – con l’odio che i due co-admin possono riservare ai miei metodi puntigliosi e dispotici.
Nuove entrate: il franscese e Caine l’Ostico.
Approposito di Caine, ci si organizza per vederci.
(E io che non avevo fatto l’avvoltoio che si lancia non appena lui non è più fidanzato…)
Approposito di Caine e delle fasi asessuate. Del dirci che dovremmo metterci nella stessa stanza per tre, quattro giorni, e se non scopiamo, beh, allora… Io posso farmi giudea e lui prete. È angosciante conoscere una persona che rientra nei tuoi ideali di bellezza e non provare la benché minima attrazione fisica. Angosciante, ecco. Spogliarsi in cam più per sfida che per altro e, nudi, guardarsi e dirsi:
“E adesso?”
“Mh. Sonno. Dormire?”
“Dormire.”
Non vorrei dirlo, ma temo che io e Caine ci si conosca troppo per provare passionale attrazione.
Troppo simili in certi punti.
Forse… Ci si conosce da troppo tempo anche solo per tentare di adottare inconsciamente quelle piccole cose che si adottano quando vuoi sedurre qualcuno. Troppo il timore che l’altro, che conosce perfettamente certi trucchi, possa vederli e svelarli. Il tutto si riduce a una piatta sincerità, che sarebbe ideale, se alla fin fine non ci si fosse abituati a distillare consciamente (lui) o inconsciamente (entrambi) piccole menzogne.
Suppongo.
I ricordi che ho del suo corpo hanno in sé l’intimità che sento nei confronti del mio; può attrarti se ci pensi, puoi usarlo se ti masturbi, ma infine raramente ti fa scattare l’ormone. Ci convivi, abbastanza comodamente.
Tutto ciò sarebbe ottimale, se non ti dicessi che ha l’aspetto di un modello di D&G. Ecco, fa un po’ girare i coglioni.
Ma, sesso e fisicità a parte, rifletto sul come Caine sia inesorabilmente – per me – se stesso.
L’ho teoricamente visto cambiare tanto; teoricamente ha visto in me lo stesso; a conti fatti Caine è Caine. Caine che è una delle persone più riprovevoli che conosco. Caine a cui mi sono ispirata per creare Moebius (solo che Moebius è un personaggio più convincente del personaggio Caine; dettagli). Caine che è forse l’individuo più amorale che conosco, e lesivo, ma che alla fine conosco da 7 anni e ci si perde e ci si ritrova – e da almeno 5 ci penso con affetto.
Probabilmente la realtà è che Caine è un aborto della mia mente.
(E lo metterei in una grotta, a osservare il fuoco, tutti in silenzio.)

Annunci

DaDa – Woof!

Woof!
di ashuchan

Serge ha le mani di un rapace. Sono ossute, scarne come artigli. Per esserlo completamente dovrebbero essere mani ingiallite di un tabagista feroce, ma Serge, per sua fortuna, è nero.
Color caffè.
Serge fissa le unghie per non guardare i tasti. I tasti di quel fottuttissimo computer al quale lavora praticamente sempre, quando non scopa.
Forse Serge ha un giro di prostituzione informatica. Potrebbe essere.
Il momento contemplativo dello strato corneo che ricopre la punta delle sue dita è finito. Preme le lettere quasi con ferocia: no, non sta scopando. Ma potrebbe interpretare il ruolo del dominatore, però non è da Serge. Serge è il capo, non il sadico capo.
Semplicemente il capo, o mamma.
Maman.
( Continua… )


Ossia: Ashu, dopo aver letto DaDa, ha scritto una one-shot con Serge e con Theò – personaggio tutto suo. L’ha scritta Ashu, quindi, fossi in voi, non necessiterei di altre premesse per leggerla.

E a proposito di DaDa e terzi…

Anni fa, quando iniziai a scriverlo, chiesi a eredhikr di abbozzarmi qualche personaggio tra le tante puttane che dovevo inserire.
Jo è una sua creazione. Priscille è nata ispirata da un suo personaggio.
Ma vi metto direttamente a disposizione il materiale, che era sul sito vecchio e che non ho più linkato fino a ora…


novembre

La risata mi giunse prima dello schiaffo dei capelli.
– Non essere sciocca, Thérèse. Non volevo mica sposarlo. Era solamente un povero diavolo, probabilmente non aveva neanche famiglia (e in ogni caso, l’aveva mollata per vagabondare come un cane randagio), perciò non ci sono problemi.
Se non avessi fatto la puttana, probabilmente sarei diventato uno scrittore.
Fin da bambino, adoravo tracciare i miei pensieri sulla carta, e soprattutto rileggerli mi procurava un certo stranissimo piacere.
Per quel poco tempo che avevo studiato (ho abbandonato la scuola quand’ero in terza media), ricordo che i miei insegnanti incoraggiavano la mia attitudine, ed io ne andavo fiera. Beh, fiero, all’epoca.
( Continua… )

DaDa – 14

Quindi…
Tournassat a inizio serata si è avvicinato a Serge, e gli ha chiesto:
-Qual è il suo nome?-
-Edward.- ha risposto Serge, e negli occhi di Tournassat si è accesa una scintilla. Mi ha guardato per un secondo aggiuntivo e ha detto a Serge:
-Prenotalo per stasera.-
Serge ha concluso che la mia fama si sta propagando, e se ne è gingillato.
Io no, perché so chi è Tournassat.
E perché ora so che, a quanto pare, anche lui sa chi sono io.
-Cosa c’è dietro?-
( Continua.. )


Su richiesta di ashuchan.
Grazie, essere, di apprezzare DaDa.
Grazie a tutti.

Varie & Eventuali

-Perché quando guarda le cose…- assottiglia gli occhi scuriti dal mascara colato. Vorrei pulirla. Affettuosamente. Vorrei spulciarla da ogni residuo di non-perfezione prima che possa farsi guardare da uno specchio. -… Quando guarda le cose lo vedi che lui vede qualcosa. Che capisce. È come se capisse i legami tra le persone, e dove le persone stanno. Cosa possono fare e cosa no. Dove cadranno. Sai cosa dico a mia madre, Ed? Che Serge era uno in politica. Uno di quelli nell’ombra che muovono le cose. Lei crede che io faccia la ballerina nei locali, che canti, e le dico che mi vergogno a essere vista da lei, e lei ci crede e non sa nulla. Serge capirebbe che sto mentendo.-
-Forse tua madre-
-Mia madre pensa che sono stupida. Come lo pensi tu. E tutti gli altri. Ma Serge no.-


… Scrivendo quelle parti di DaDa che vanno scritte da secoli.
Il pezzo sopra parla di Serge – ovviamente, perché sono in Serge Syndrome.

(Il mio primo babau era uno zombie, e ho rischiato di divenirlo.
Il mio secondo babau era un uomo dagli arti lunghissimi, psichedelico, che rideva sempre; e ho creato Serge.
Il mio terzo babau era Dio l’Onnisciente, e tra Serge e Jan di Leida come concept ci siamo.
Quale sarà il prossimo?)

La soundtrack è un vecchio CD ripescato che contiene, intervallati, pezzi pop con suadenti voci femminili, lounge, blues.
Il sottofondo di un lounge bar con divanetti sporchi di cosmetici e lubrificante.
Mi sto dicendo, DaDa tra le mani, che dovrei immergermi nuovamente in quella merda.
Quella merda: ciò a cui la persona media può dirsi dovrebbe anelare per la propria vita quotidiana in una città.
Darmi di nuovo lo stupido obiettivo di girare per locali senza spendere un euro.
Porte aperte.
Cocktail d.o.c.
Ai limiti del campo visivo l’intelaiatura su cui si regge la vita quotidiana.
La mia, la vostra, la nostra.
Quella più fasulla, fallace e mortificabile.
Imparare a vedere senza guardare.
Sarà che mi sono rotta i coglioni di stare in casa a riflettere.
Sarà che mi serve una via d’uscita.
… Sarà che leggo DaDa e mi dico che non ho più quella sveltezza di lettura della realtà a me circostante.
DaDa che ha una trama vacillante, che non rispecchia esattamente ciò che oggi vorrei comunicare, ma che intanto comunica. Sa di vita. Vivere – non un intricato mosaico da tradurre per pochi eletti.
Tornare al microcosmo.
Nel frattempo.
(Bello questo nel frattempo. Molto indicativo.)
Sarà che scrivere DaDa è fottutamente catartico – e scivola, pur avendo ritmo, come i pinguini di Tyler Durden. Sarà che è più abbordabile – alla scrittura e alla lettura – perché parla di cose che si toccano con mano.
È divertente dire ad ashuchan, mentre lo legge, quali parti sono fiction e quali non-fiction.
È fottutamente… rassicurante nella sua materialità.

Fra tre ore colazione con L’Angelo.
Americano (caffé) numero n di queste ventiquattro ore no-sonno, ma preferibilmente all’aperto – magari in riva al lago, e fissare la superficie d’acqua semi-immota dopo averlo rassicurato circa le mie condizioni interiori.
Non lo vedo da troppo.
Il mio tono di perenne scazzo l’ha fatto preoccupare.
E io sono un danno ad acquietare le persone.
E ho, mi rendo conto, una pessima reazione davanti alle persone che mi chiedono d’essere rassicurate circa la mia condizione o la mia salute. La reazione che uno studente svogliato ha davanti a una predica del professore, all’incirca.
Pro e contro dell’essere cresciuta con un un certo tipo di epica.
(Non importa da che parte stai, ma come ci stai. Amen.)
Sono cresciuta ingoiando bile ogni volta che, chiedendo a un amico di giocare sul serio, trovavo riserve.
Poi ho capito che non era agli amici che dovevo chiedere di giocare senza riserve. Né dovevo chiederlo.
Gran parte dell’opportunismo e dell’utilitarismo in ciò che si può chiamare “sfera di amicizie” è stata allora falciata via. O forse sostituita, non saprei.
Togliere utilità a una cosa ne rivela la purezza.
E poi ci sono i rapporti sacri perché opportunisti a livello animale.
Quando – come ho detto a Hyoga in una chat – fai quel breve passo che tramuta il “ogni essere umano è egoista per una semplice questione di istinto di sopravvivenza” al “il tuo istinto di sopravvivenza include la sopravvivenza di altri”.
Nella stessa chat si è parlato di dormire culo a culo con una persona senza sapere chi sia.
Nella stessa chat ho soprannominato Hyoga “Mezza Pagnotta” per il suo dirmi che se ha metà pagnotta, quella metà è di qualcun altro.
Approviamo.
Benché ci sia un’arroganza ben poco latente nell’approvare. Parlare di cose che non si conoscono e si dovrebbero conoscere. Per rispettarsi. Per scavare più in profondità. Per vedere cosa c’è sotto la pelle. Nei miei sogni – che in questi giorni stanno tornando a essere vividi, dopo un’eternità di amnesia post-risveglio – le ferite nella carne rivelano una certa mancanza di sangue. Sono simboliche, fiabesche. Ricordo, in un esercizio di PNL, che mi fu chiesto di immaginarmi una strada che attraversava una città. Cosa vedevo? I palazzi erano di cartone. C’era silenzio. Non erano palazzi. Erano i fondali di uno scenario. Adesso le cose sono cambiate, ma ogni tanto – aguzzando la vista – mi rendo conto di aver confuso qualcosa, credendolo di carne quando invece era di cartone.
Prima di oggi, prima della città fatta di fondali, guardandomi un giorno mi ero scoperta io stessa fatta di cartone – scoprendo che per mesi e mesi, forse anni, mi ero creduta di carne.
Pare che le cose migliorino gradualmente, o quantomeno si approfondiscano.

Leggo L’opera al nero, Yourcenar, e ogni pagina è una badilata sulla nuca.
Leggo di Zenone, protagonista, immerso nella prospettiva di poter subire tortura.
Niente di metafisico, no.
Tortura-tortura.
(Una rosa è una rosa è una rosa.)
(Malkut è Malkut.)
(-Che cosa vedi nelle nuvole?- gli chiedo, guardando la microscopica immagine inquadrata.
-Nuvole.- mi risponde, e rimaniamo distesi fino al tramonto.)

(Ho citazioni e autocitazioni per tre giorni, a questo proposito.)
Tortura-tortura più vera dell’ipotesi più immedesimata di provarla.
Il terrore di non poter raggiungere, con la mente, ciò che accadrà.
Il terrore di essere impreparati.
A cosa?
Ho fatto flessioni per mesi dandomi come obiettivo la capacità di sollevare con le braccia il mio peso – perché se mi fossi trovata appesa a un dirupo con le sole mani, avrei dovuto avere la forza di sollevarmi. Sarebbe stato troppo stupido morire così.
Ok, abito vicino a tante montagne, ma non credo che trovarmi appesa a un dirupo sia più probabile di trovarmi un lampadario in testa a trenta all’ora.
Ma le flessioni le ho fatte comunque.
Comunque ho chiesto a Ula di usare tutta la propria forza, senza riserve – con la smania di capire quanti chili in urto il mio corpo sapesse reggere (con Ula era una garanzia, data la circonferenza dei suoi bicipiti).
E il lato fisico di me è quello meno messo alla prova.
Le cicatrici che ho fuori sono la minima manifestazione di quelle interiori. La maggioranza autoinflitte. Masochismo tenace di chi si fa massimo masochista per non essere ferito neanche dal peggior sadico. E siamo Gemini. Non potrete mai farmi il male che so farmi. Amen.

… Poi arrivi a chiederti: fra dieci anni come sarò?
Avrò soddisfatto le mie aspettative?
Finora mi è andata fin troppo di culo, capitemi, un fallimento sarebbe insostenibile. Perché dobbiamo sempre confidare in noi, noi, perché tutte le ancore a cui aggrapparsi sono dentro di noi.
(Come nel desiderio che abbiamo espresso.)
… E oltre ai rapporti d’amicizia privi d’utilità, oltre a quelli sacri perché puri nella loro utilità, ci sono i rapporti-ancora-a-cui-un-giorno-potresti-aggrapparti.
La ricetta richiede persone che abbiano espresso il desiderio di avere ancore di salvezza in se stesse – ma coscienti che l’essere umano fallisce, e quando l’essere umano fallisce si farebbe tirare sotto anche da un triciclo.
(Le mie ipotesi più drammatiche hanno sempre un che di ridicolo. Lontano da me con quei tricicli.)

… Ma torniamo alla colazione con l’Angelo e all’osservare in silenzio l’immoto lago.
Pomeriggio cinque ore di lavoro con le adorabili colleghe, miei paradisi artificiali di rassicurante quotidianità. Non mia. Ma che rubo a loro per viverla come fosse mia. Sna, sul lavoro, è un esserino quasi quieto. Quasi silente. (Quasi, ho detto.) Che preferisce ascoltare l’altrui quieta vita senza imporre nulla di proprio. Ascolto le loro vicende quotidiane, come sono i loro mariti, i loro figli, le ricette che hanno in mente di cucinare per pranzare il giorno seguente, gli sconcertanti (…) documentari che hanno visto in TV e dove andranno in vacanza; ascolto come una persona che io non sono ascolterebbe qualcuno parlare di three-some, gangsta locali e risse, vivere senza orari, stare al PC per ventiquattro ore filate, dormire in una stazione e quant’altro. Con la stessa stupita dedizione. Con lo stesso trattenere risatine incredule, credo-noncredo partecipe..
Qualcosa del genere.

Settimana prossima un po’ di cose da fare, che presuppongono il muovere il culo dalla Sna casa.
La mia quieta camera è divenuta un’accogliente camera. (Perché non ci sto mai.) Entrando, anziché sentire puzza di mozziconi c’è un vago profumo non ben identificato ma che profuma. (Non come i mozziconi di sigaretta, insomma.) Un posto in cui tornare.
Ma c’è bisogno di muovere il culo da casa.
DaDa è stato scritto per la maggioranza in treno o in giro, sapevate? In ritagli di tempo assurdamente ritagliati.
Devo vedere Veronica per farmi dare il testo per la preparazione al test d’ingresso all’università. Milano. Se tutto andrò bene, si prospetta una vita da pendolare – che non ci spiace, in verità. Potrebbe significare rivedere Katim, se non mi ha già interiormente fanculizzato – Katim che tra le altre cose ha esattamente il fisico di Serge. Allampanato manichino altezza pertica, definito come uno scorticato e dolorosamente magro. (E nero e liscio e glabro, pelle di pesca tirata sui muscoli definiti alla veneranda età di 36 anni, maledetto sia lui.) Di Serge, Katim ha la mancanza di espressioni serie. Di Serge ha il fatto che, quand’è serio, attraverso lui vedi la profondità del mondo – e atterrisce.
(Di Serge ha anche altro – benedetta razza superiore.)
… Ma sorvolando su ciò che per nome dovrebbe volare ma non ha ali per farlo, diciamo che settimana prossima c’è anche un pinguino da conoscere, e relativo articolo o racconto da scrivere (sì, un pinguino).
Un cavetto e un HD da prendere.
Una cena con purple_vertige ed eredhikr da fare, in cui io devo svolgere come da promessa il compito di aiuto-cuoca (non ero sobria, quando l’ho promesso).
Tre libri da ritirare, se arrivano.
Una fiorista da vedere.
Un avvocato con cui discutere di fantomatici progetti di cultura/lavoro.
Se non sovrappongo per sbaglio due impegni andrà tutto bene.
Tutto bene.
Devo solo muovere il corpo e mettere ogni tanto in stand-by il cervello.
(Ah, ecco. Anche scopare, magari. O arrendermi alla pace dei sensi.

No, non ora che ho ripreso in mano DaDa. Sarebbe inumano.)

DaDa – 13


È una grande famiglia allargata. Una sippe, un ateneo, una casa di assistenza McDonald’s, un monastero con villaggio attorno.
Serge è la Mamma, il fondatore, il capo, Ronald McDonald, l’abate.
Non ci puoi fare niente, lo rispetti.
Perché ti dà il lavoro, perché ti protegge, perché ti minaccia apertamente, perché sa, perché può, perché è Serge ed è quasi un sostantivo. ( Continua… )


(Serge Syndrome in corso.)

DaDa – 12

-Vuoi un the?-
Moony è improvvisamente una donna adulta. Sette giorni e lei è sempre più il riflesso di Yveline.
Mamma, dammi tregua.
-Sì, grazie.-
Sì, grazie?
Si muove con sapienza. Non è più poco più che una bambina, mai veramente adulta sorellina da infastidire. Emana l’aura autoritaria, quell’aura autoritaria che non puoi contraddire.
Tazze piene fino all’orlo nel microonde e tre minuti di attesa, con il timer che si muove lento, lento, lento, e quando sono ormai alienato dall’immobilità assoluta i tre minuti scoccano.
Il rituale del the. Le bustine nella credenza, i cucchiaini nel lavabo, una sciacquata, asciugamano, il the è pronto.
Questa casa è vuota da sette giorni quando per anni non ha mai avuto un minuto di tregua dall’Essenza Trastet.
Comprendo l’inesorabile ritmo del mondo.
( Continua… )

DaDa – 11

-Qualche giorno.- ha detto Yvonne. -Qualche giorno e vorrà vederti.-
È da cinque giorni che non rivedo Moony.
È da cinque notti che dormo in albergo.
È da 120 ore, più o meno, che il tempo e il mondo sono concetti relativi.
( Continua… )


(Sembro dimenticarmene, ma non è così. 😛 )