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Mh.

Commentate, please. L’originale sarebbe questa, e sono ben cosciente del fatto che c’entri poco.


Ieri sera, studiando una Storia della Germania (tra le più pallose credo siano mai state scritte) ho fatto quella cosa che credo si chiami “GDR via MSN” (notate come prendo le distanze? Bene) in pieno cazzeggio scaturito da un “Quant’è pallosa questa Storia della Germania“.
Il fatto che un certo Sedlacek sia personaggio-perno dell’Acero, me lo fa capitare tra le palle diverse volte ogni settimana. Sedlacek era nato dal mio odio per gli avvocati così come Horton era nato dal mio odio per i poliziotti – sulla scia della filosofia del “conosci il tuo nemico”, che si tramuta in “com-patisci il tuo nemico”.
Amo il GDR come amo il disegnare: ambo le attività portano su carta (o su schermo o su labbra) la personale interpretazione del mondo. Il mio disegnare è viziato e capriccioso, quindi non si fa sottomettere dalla committenza – nel disegno sono la classica persona che non può decidere a priori cosa disegnerà, perché è l’ispirazione a muovere il tratto – nel GDR è diverso. Da che ne ho scoperto l’uso in ambito psicologico/psichiatrico, il GDR è diventato una dissezione delle mappe mentali umane (mia compresa).
C’è stato un tempo (eoni fa, nella mia percezione; tra i 5 e i 10 anni fa, nella RealtàDiFatto) in cui lo usavo per prendere padronanza con le infinite possibilità caratteriali. Creavo personaggi fatti apposta per combattere mie paure o insicurezze – poi ci ho preso gusto, differenza tra uso e abuso, e a tutt’oggi uso il trucchetto del “facciamo come se…” dinnanzi a una situazione sociale tesa.
È una strana forma di dialogo con se stessi, il GDR, e diventa qualcosa di paradossale quando le varie proiezioni di ogni Sé interagiscono tra loro giocando. Qualcosa di così complesso da concepire nel suo insieme da farmi girare la testa.
Anyway…
Giocavo il nostro beneamato Sedlacek, personaggio moralmente infelice, ma il cui modo di rapportarsi al mondo non differisce dal mio attuale. Passare un’ora usando un personaggio anziché usare se stessi ha i suoi lati positivi: ci si può osservare meglio. Se poi lo fai scrivendo, hai tutto il tempo di riflettere.
Ho osservato il distacco che genuinamente Sedlacek mantiene con il restante mondo. Il suo distaccarsi è faccenda intima, perché nella sua RealtàDiFatto è una persona socialmente aperta. In questo mi somiglia, questo gli ho inflitto di me – e lo osservo messo dinnanzi a una situazione non-sociale ma intima, come cerco di osservare me ogni volta che mi si richiede (ogni volta in cui sarei supposta avere) un atteggiamento non di distacco. Ad esempio, il baciare qualcuno, cosa che mi viene esponenzialmente sempre più innaturale – e il riflettervi mi fa scovare tutta una serie di sfumature solitamente non necessarie da contemplare nella quotidianità.
La sfumatura tra un bacio e una scopata, ad esempio. Insomma, cresci con una mappa mentale (è colpa della PNL se blatero di mappe mentali) che vede il bacio come complemento obbligatorio nel sesso, poi un giorno questo collegamento viene meno, come una figurina scollata che cade dall’album, e tu ritorni alla domanda: “Cos’è un bacio? A che serve? Come nasce? Che comunica?”
Ho alle spalle un lungo loop relativamente a queste domande. Ficcare in Sedlacek la questione non mi dà risposte logicamente relative, ma osservarlo mi fa pensare, inaspettatamente, che c’è un che di patetico in quel suo freddo e naturale distacco. Mi sorge, osservandolo, la domanda: “A che serve quel distacco? È paranoide.” (Paranoia è il Leitmotiv del periodo, sì.) E penso: “OMG, sono patetica?”
Ma soprattutto: “È veramente sensato mettere in dubbio il proprio distacco se lo si sta facendo nel timore di essere patetici?”
Ahhhh, quante seghe mentali. L’importante è sapere di starsene facendo, così che la volta seguente si possa evitare.

Avrei voglia di studiare storia tedesca su quel pallosissimo libro, che non è abbastanza palloso da spegnere la mia passione per la storia e per quella tedesca. Sono a Kennedy che dice “Ich bin ein Berliner” e non inganna nessuno dicendolo, a detta dell’autore. Sono alle porte del Muro, alle porte della parte che più mi angoscia della storia tedesca, molto più della Seconda Guerra: la DDR (Deutsche Demokratische Republik) e la mia accesa domanda “Come cazzo hanno fatto a farsi così?”. Nella Seconda Guerra vediamo un popolo tedesco figlio della propaganda – ma poi la Seconda Guerra esplode, fa “BOOM!” e tutto crolla.
Invece, cazzo, la DDR va avanti decenni.
C’è un che di molto romantico in una Berlino spaccata a metà come simbolo della Guerra Fredda (lo stesso romanticismo della Corea e del Vietnam, solo che nel caso di Berlino si ragiona orizzontalmente e non verticalmente), intendo: un romanticismo come cosa romanzabile. Un tema abbastanza consistente da poter stare al fianco di tutti quei temi che fanno dire “non viene mai scritto nulla di nuovo”, come il tema della fine del mondo, o del protagonista che cede alla corruzione, o della lotta tra padri e figli o – in questo caso – di una città spaccata a metà come esatto microcosmo del macrocosmo “mondo”.
Un evento che rimpiango di non aver visto: il crollo del Muro. Il mio amore per l’abbattimento delle divisioni per genere avrebbe colmato il mio cuoricino in quel momento – ma subito dopo viene “Wir sind ein Volk”, Leitmotiv vecchio nelle germaniche terre e con lati che mi ispirano non poca inquietudine.

Sto cercando i protagonisti della storia. C’è chi dice sia il popolo, chi sette segrete, chi i grandi uomini sugli scranni – e io non so chi sia protagonista nella mia visione storica. Non so neanche se c’è spazio, per protagonisti, nella mia visione storica, Miss Casualità a parte.

Vorrei studiare la storia tedesca, ma mi aspetta la lingua.

Vi lascio una canzone della voce più languida che conosca (a parte, beninteso, quella che dentro di me mi sussurra promesse):

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A volte ritornano.

Prendiamo per buono che in questo periodo la sfera onirica fa da padrona…

Nel sogno, sono in un paesino. Un paesino italiano moderatamente minuscolo, moderatamente bello, moderatamente benestante.
Sono lì perché sono andata a trovare un gruppo di persone sulla scia delle mie accidiose ricerche su Peiper – accidiose: ricerche che non chiudi ma che lasci germogliare per i fatti loro, senza intervenire – in compagnia di un gruppo di quasi-vecchietti appassionati di storia. Tendo ad andare d’accordo con chiunque sia appassionato di storia, per quella curiosità comune, e si instaura quindi un clima di simpatia a scadenza – quel genere di simpatia che setti per un tot di giorni, per sfruttarli al meglio.
Uno dei vecchietti, il più serio, mi dice di mettere il braccio sollevato in un certo modo (avambraccio perpendicolare a terra, gomito piegato) e di tenerlo così. Me lo dice tra il gioco e la serietà, lo dice alla sottoscritta che prende ogni gioco con serietà perché non esiste nulla di serio e tutto è un gioco, e prende tutti i giochi come sfide – la conclusione è che quel cazzo di braccio rimane sollevato per ore, mentre passeggiamo – tutti in fila – per il paese, rimane sollevato fino a che diventa faticoso tenerlo su, fino a che diventa doloroso, fino a che si è oltre il dolore e riportarlo giù sarebbe lacerante.
Il braccio è ancora su quando la fiaccolata senza fiaccole si ferma nella piazza del paese, e io leggo il mio nome in una lista. Lo intravedo in diversi luoghi, mi intravedo “accettata” in un gruppo di persone, che evidentemente considerano un onore ciò, perché tale accettazione mi permette di presentarmi alla abbondante figlia del vecchietto più serio, che ovviamente è il capo (di cosa, non si capisce). L’incontro ha un che di rituale, viene sancito un legame esclusivo tra me e l’abbondante figlia. L’inizio di un legame, che mi permette di capire la situazione, vederla nella sua interezza, e quindi dire, circa:
“No, avete capito male. Io non sono con voi.”
E trovarmi nella situazione della persona che deve nascondersi e scappare perché ha tradito, con l’abbondante figlia del vecchietto serio che mi nasconde e questi e il figlio maschio che mi cercano con un coltello da cucina in mano…

… Beh. Mr Pumpkin mi ha mandato la scan del pessimo disegno ritraente Peiper da sistemare, e sto cercando di sistemarlo. weir_wanderer mi ha fatto notare che c’è del manga in mezzo, avendo perfettamente ragione (ho cominciato a disegnare disegnando con quello stile).
Adesso che rivedo il disegno, a parte constatare ciò, constato nel mio (rispetto alla foto originale) il collo più reclinato, come se stesse ascoltando con maggiore attenzione; il sorriso più stanco e una punta di perplessità.
Osservare come una persona interpreta senza volerlo fare dice molto, troppo.
In ogni caso, vediamo di dare un aspetto migliore a quella scansione. L’ideale sarebbe trasformarlo nel tipico disegno d’epoca a grafite – ma temo sarà già tanto se non lo trasformo in un’illustrazione con influsso nipponico contemporanea.
Non ho ancora capito se Mr Pumpkin, non riuscendo a usarlo per la rivista di novembre, voglia usarlo per quella di dicembre o se come pubblicità nel numero di dicembre per l’uscita dei tre volumi sul Terzo Reich o se come illustrazione o copertina per uno dei volumi del Terzo Reich. Il mio disegno di Peiper mi guarda e mi dice:
“Cambia qualcosa?”
“Beh, la portata. Non so se hai notato, ma sei vagamente amatoriale…”
E vediamo di collegare la tavoletta grafica e svezzarlo un po’.

In loop, in questi giorni:

Deus Mater – Illustrazione & Musica

Svegliarmi alle 7.30 del mattino non mi fa bene.
Poi verso il caffè americano nei bicchieri da bibita.


Duuuuuuuuuuunque…

Ecco a voi la Prima Vera Illustrazione che Sna abbia mai fatto (da piccina voleva fare l’illustratrice – poi ha smesso con questa ossessione e le si è presentata l’opportunità di farlo veramente. Odio Murphy).
Il racconto è Deus Mater, che definirei… Mmm… Una fiaba sci-fi per adulti con estetica steampunk e assolutamente illeggibile per un bambino. Si consiglia la lettura a un pubblico maturo, nel senso che è una di quelle cose che consiglio di leggere, ma che abbisogna un minimo di discernimento.
Illustrazione + Terzo Capitolo = http://diosbios.altervista.org/deusmater.pdf (al solito: copia/incollate il link, Altervista dà problemi – prima o poi prenderò un dominio. Prima o poi.)
Dentro tutte le informazioni utili nel caso voleste leggere il racconto per intero.


Ho una valigia da terminare.
Per ora ho terminato quella su laptop, ossia: infilaci quel che ti servirà. Musica, perlopiù. OST di Cowboy Bebop, perlopiù. (Vorrei rivedermi la serie con tutte le persone che ho conosciuto e che la adorano; credo ne verrebbe un colpo di stato o qualcosa del genere.)
Cosa ascolto?
Is it real? – Seatbelts (Cowboy Bebop OST)