alcohol

Birra e fatalità

Adesso ci vorrebbe una birra.
Ma non una birra qualsiasi: la Birrità fatta bevanda. Peccato essere post-moderni, con tutta la faccenda della caduta tra il legame tra significato e significante, idee platoniche e loro manifestazioni, come in cielo così in terra e dacci la nostra birra quotidiana.
Niente Birrità. E neanche una birra in casa, a dirla tutta.
Ho passato la prima parte della giornata a preparare un’e-mail di cinque pagine per poi scoprire che non avrei potuto mandarla perché la persona a cui avrei voluto spedirla mi aveva (già) bloccata. Ammetto il peccato: una piccola percentuale di me ha tirato un sospiro di sollievo. Almeno non avrei dovuto finirla e, soprattutto, rifinirla. E’ un casino quando si cerca la giusta parola, la giusta costruzione, il giusto concetto, la giusta prospettiva, e bla bla bla… quando si vuole scrivere con discrezione, e non nel senso di “celando lo scandaloso”. Ci avrei messo ore e ore, forse giorni, a finire quell’e-mail. Per questo mi sono detta: Magari è il caso di avvisare la persona del fatto che ho ricevuto il messaggio e proprio perché l’ho letto ci metterò un po’ a rispondere. E’ così che ho realizzato di essere già stata bloccata.
Ora, tolto il piccolo colpevole sollievo, rimane il resto, e non so esattamente di che cosa sia composto, questo resto. Amarezza? Sicuro. Dispiacere? Certo. Che altro? Quale altra cosa che ha continuato a sbattermi la testa contro un muro?
Ma questa è stata la metà facile della giornata. Quella in cui non avevo altro compito che quello di organizzare il mio complesso pensiero su una faccenda delicata. Poi è arrivato il vero divertimento.

Sono viziata, sapete?
Sono viziata dall’essere (stata) cresciuta a colpi di retorica e castelli di ragionamenti e costruire e decostruire sistemi. Poco concepisco l’essere troppo stanchi per continuare un ragionamento. Che ci vorrà mai, a continuare un ragionamento?
Ma poi arriva la vita che, per fortuna, te la mette in culo. Con vaselina, perché in fondo ti vuole bene. Abbiamo sempre quello che vogliamo, e io mai ho negato di apprezzare persone con cui poter fare lunghi e complessi e fini e whatever ragionamenti. Et voilà, esordì Ms Vita.
Verso metà pomeriggio ero a pezzi. Svuotata. Tipo quando la gente mi dice che è troppo stanca adesso per continuare il ragionamento. Non che io stessi neanche propriamente ragionando. Ero più alla fase preliminare: raccoglievo dati. E qui e lì, quando ne avevo abbastanza per osare un’ipotesi, ragionavo. O almeno ci provavo.
Ed è stato così, a fiato corto mentre con fatica ragionavo, che ho realizzato di essere viziata. E di essere un po’ manipolatrice – ma lo sapevo già. Sono tutte congetture, ovviamente, come il mio congetturare che molti discorsi in passato mi siano risultati poco impegnativi perché, quando in penuria di energie, passo dal “confrontiamoci” al “ora ti conduco qui, nel territorio che io conosco, dove già conosco tutto e ogni azione è compiuta in assenza di gravità”. Ma oggi non mi è riuscito. Oggi come altre volte con la stessa persona, beninteso, semplicemente oggi l’ho realizzato, osservandomi stanca come dopo ore e ore di studio indefesso a pieno regime.
Ora, non so bene se non mi sia riuscito a livello inconscio o se incosciamente io non abbia voluto che mi riuscisse, ma non conto sul fatto di poterlo scoprire a breve.
Birra, dicevo.
Birra, birra, birra.

In assenza di birra, bevo latte.
Non c’entra un cazzo, ma in questo post-moderno arbitrario mondo una cosa vale l’altra, simbolicamente.
Bevo latte e penso ai punti comuni dei due eventi della giornata, che di per sé in comune hanno obiettivamente una sola cosa: me. Persone che non si conoscono, che probabilmente mai si conoscerebbero, che se si incontrassero si liquiderebbe a vicenda nel tempo di un battito di ciglia.
Liquidata l’obiettività, c’è l’altra cosa in comune: la strutturale presenza del male – un male relativo, assolutamente soggettivo, anche quando a gran voce reputato oggettivo. Una fatalità. La solita, vecchia e fottuta, teodicea.
E’ quella fatalità, semplice e ineludibile e da tutti intuibile, che è tanto chiara nel dire che nella vita si muore. Non c’è vita senza morte. Stronzate del genere. E mi consolo, vagamente, dicendomi che quanto più si vuole avere, quanto più ampio – semanticamente, concettualmente, come esperienza di vita – è quello che si vuole, tanto più si sbatterà la fronte contro quella fatalità. O forse no – mi dico consolandomi all’inverso – forse è solo un caso. ‘Fanculo il “come in piccolo così in grande”. Pura casualità, altro che causalità. E sarebbe bello, perché significherebbe un’unica meravigliosa cosa:
E’ possibile.

Vorrei una birra, o del latte, e una capanna a me deputata. Il mio nome all’entrata, e venga chi ha bisogno di uscire dalla propria norma – che sia quella comune alla società, che sia quella di una sottosocietà che, paradosso non-paradosso, contraddice quella a cui in teoria appartiene. Vorrei – oh moderno anelito – dare un senso al mio funzionare così bene come eccezione. Come presenza dell’assenza. Una capanna, ho detto, di fango e paglia, ben lontana da marmorei altari. Una capanna che si disfi e marcisca come io mi disferò e marcirò – disfo e marcisco ogni giorno della vita, perché altrimenti vita non sarebbe. Che si disfi e marcisca non appena io abbia l’arroganza di pontificarci sopra pretese, di usarla come muro dietro cui ripararmi, di cancello con cui darmi importanza. Di darmi un senso, insomma, che vada oltre a quello che ho nuda.

Guardo Måns Zelmerlöw cantare il pezzo con cui ha vinto l’Eurovision sorridente ed entusiasta in quel modo, assoluto, che ho visto in – benvenuta, retorica – “pazzi e profeti”, e vorrei mangiarglielo. Senza acrimonia. Me lo mangerei come Jean-Baptiste Grenouille è stato divorato al termine de Il profumo, con delirante amore, ma in solitaria.
Vorrei avere grazia nel bene e nel male, in salute e in malattia. Vorrei saperla spandere in chi amo senza che essa subisca le ripercussioni della mia confusione, anziché scrivere cinque pagine sconnesse o balbettare inconcludente al telefono. Ostracizzata e auto-rallentata, in entrambi i casi, dal timore (terrore) di portare bruttezza. Di rompere – rompere-rompere-rompere.
Paradossale che io sia riuscita ad accettare di rompere una creatura che pochi giudicherebbero pericolosa e che io non riesca a farlo con una creatura che a pochi verrebbe voglia di proteggere. Non è paradossale per un cazzo, in realtà, ma mi isola. Mi isola come mi isolerebbe cominciare a pensare in coreano (come, in un certo senso, mi hanno isolato inglese e tedesco): per esprimermi devo tradurre, e traducendo si perde sempre qualcosa – quando va bene. Quando non va bene, nascono i fraintendimenti, che fraintendimenti non sono – i fraintendimenti non esistono – ma diverse interpretazione della stessa sequenza arbitraria di lettere, parole, frasi, concetti espressi.

Ho cominciato a scrivere questo blog perché fungesse da diario pietista. Poi, re-interpretato, da catara confessione pubblica. Il senso è sempre lo stesso: abituarsi a dover rendere conto a se stessi. Anche della malagrazia. Perché io non possa, domani, accusare il prossimo di un atto senza appello e a occhi e orecchie serrati senza che il prossimo possa, volendo, ritorcermi contro quel che sono stata.

C’est moi.

Ascolto i Placebo, che mi danno qualcosa che solo loro possono darmi, eppure non so che sia. Sa di stanze insonnolite e quell’accidia tipica dei dopo-sbronza, ma senza la sbronza. Un po’ di vernice scrostata, un po’ di lustrini impolverati, persone che si sussurrano confidenze dolci e atroci.
Stavo scrivendo, prima di scrivere qui. Stavo scrivendo un romanzo che non ha ragione di non essere finito, e che quindi farò il possibile per finire. Richiede un lavoro non puntiglioso, ma quotidiano, e con tanto Genie ad assistermi, perché il romanzo è lungo e rischio di perdermi per la strada. Mi sono già persa, ma in sentieri che approvo.
Saltello da uno stile all’altro, chiedendomi se questo sia il mio stile. Saltellare. Improvvisare rime sfacciate nel posto più inaspettato, poi perdermi in barocchismi a occhi sognanti, e poi un po’ di ironica critica, perché il barocchismo la richiede, e poi un colloquiale disilluso ma che s’impegna tanto per prendere la vita con filosofia.
Perché no?
C’est moi.
Accendo la sigaretta e faccio un altro sorso di birra. A casa o in giro, e che la casa sia in Italia o altrove, che io sia sola o con un gruppo di persone ad aspettarmi, la birra ha unito tante variazioni di me. Birra e sigaretta. Per consumarsi sapendo di farlo. E’ un rituale, ormai, e lo so, come caffè e sigaretta. Il resto muta, svanisce persino, e queste cose tornano – sapori diversi, gesto identico. In questo mio continuo tentativo di non fissarmi in un solo punto di vista, una sola vita, un solo essere, prego a Dea Nicotina e a Dio Alcol e a Dio Caffè perché scandiscano la mia vita. Come il peggior cliché di un decennio ingrigito, da ricordare negli annali con un po’ di nostalgia e un po’ di riprovazione. Come quando si parla della propria gioventù. Quella cosa dannata e necessaria e sempre bella e sempre atroce. E penso, io che non mi sono mai sentita nella mia gioventù, che non voglio fare il passo. Quello che proietta oltre la gioventù. Quello che piomba in un campo ben ordinato da cui giudicare a posteriori. Never ever. Lungi da me spaccarmi, usando il tempo come scusa, in parti, sì che una giudichi l’altra.
Dopotutto, ehy, c’est moi. Tutta.

Tequila

Ero dal parrucchiere.
(E qui devo aprire una parentesi.
Perché alcune persone amano andare dal parrucchiere?
Sarà che ho una chioma abbastanza consistente da meritare un proprio status giuridico, dinnanzi a cui gli ignari parrucchieri si accartocciano in attimi di disperazione, ma veramente… Perché alcune persone amano sprecare tempo a farsi lavare e tagliare e colorare la testa? Sappiate, coevi e posteri, che ci sono andata soprattutto per un motivo pragmatico: impiegare tre minuti per bagnare tutti i capelli è troppo.)
Ero dal parrucchiere, il mio parrucchiere easy going nel centro di una delle città più snob e borghesi che io concepisca: la mia. Il fatto che i miei parrucchieri riescano a essere una coppia di persone tranquille nell’animo, così tranquilla da non essere (… qual è il participio passato di “tangere”? Beh, quello) dai pettegolezzi milf benpensanti che pagano loro le vacanze, mi fa pensare che tutto è possibile. E’ un bel pensiero, ma c’è di meglio.
Ad esempio, mentre il parrucchiere litiga con i miei capelli parlando di quanto i limoni siciliani siano deliziosi, ai limiti dell’erotico, enfatizzando il concetto con una serie di “cazzo” armonicamente distribuiti all’interno della frase, VB fa notare quanto siano buoni i limoni di Sicilia con il sale.
E io penso, cazzo (adeguandomi al parrucchiere), che conosco quel sapore.
Poi realizzo.
Tequila.
E continuo ad averne voglia.

Lobbying & Robin Hood

La tradizione del tè pre-sonno è tutta italiana e decisamente recente.
L’ho coltivata per una manciata di mesi, quando ero ancora in Italia.
Tè: “Quella cosa che sorseggio prima di andare a dormire – dopo la giornata appena passata, prima della sua fine”.
Ora ho tre medie in corpo (due Guinness, una Beck’s), e il tè mi farà concludere la serata. Mi aiuterà a digerire lo squisito cheeseburger – che credo sia squisito, e l’unica cosa che so è che lo è, lo è stato stasera e quell’altra volta, ed entrambe le volte ho ingurgitato alcol in quantità necessitando quindi una variante nutritiva.
Avrebbero dovuto essere tre Guinness, ma al secondo pub avevano solo bionde. Preferisco la Guinness. (Preferisco la Murphy’s, a dirla tutta.) Ma stasera ho cercato di sdoppiarmi – dal Porter’s all’Adventure al Porter’s – e non si può sempre avere tutto, no?

A mi ha definito la sua cattiva coscienza. O, meglio, e più teneramente: il diavoletto che ha, astratto, sulla spalla. Un paio di ore dopo mi ha detto, stupita, che la stupisce quanto io riesca a riassumerla. Non è ovvio, dato che è interessante e mi piace? No, non lo è.
L’ho guardata spiegare a S, greca a sua volta, cosa sarei io per lei. Le ho osservate annuire. Mi sento a casa, insomma.

Ho le mani devastate dal freddo. Freddo-umido, come spesso lamento. Anche la madre di Jane Austen lamentava l’umidità di Bath, dice la guida. Freddo-umido e il fatalismo che ne consegue: a un certo punto ti arrendi. Te ne rendi conto quando, proponendo a ANY di uscire dal pub per fumare una sigaretta, non ti premuri di raccogliere il cappotto per coprirti. Who cares? Non sono ai livelli delle ragazze inglesi, capaci di vagare in mini-minigonna, senza collant, canottiera e infradito l’11 ottobre (11°). Più ubriache di me, è vero – decisamente pià ubriache della sottoscritta – ma non riesco a non stimarle. Anche se è (solo?) abitudine.

L’idea originale era: una serata tranquilla tra amici (in procinto di diventare) intimi. Ma Bath è Bath. Bath è quel luogo in cui raccogli un cheeseburger in centro, chiacchierando con il tizio che te lo vende tanto per, e mentre torni a casa a piedi bussi al pub che ti ha ospitato per due settimane, e fai due chiacchiere con quell’Aussie dall’accento così pesante che quando cominci a capirlo ti senti fiero di te stesso, e che adori. (E’ tenero, oltre a quell’accento – e oltre ai suoi modi di fare così esasperati.) Gli riassumi la tua vita (ossia le ultime due settimane) e forse sì, domani, quando VB arriverà, passerai al pub – ma lui non ci sarà, peccato – beh, passerai un’altra volta.
Quindi.
Doveva essere una serata intima ed è finita con l’essere la solita serata dai mille stimoli e spunti.
Anna sarebbe dovuta venire – e, se fosse venuta, avrei abbandonato i miei amati internazionali per bere una birra con lei sola – ma Anna è Anna, e necessita dei suoi spazi, in momenti non preventivabili, e that’s it e così ho chiacchierato con l’irlandese e l’americano (Arkansas?) con cui dovrò fare una presentazione per un corso (l’ennesima presentazione per l’ennesimo corso).

Gli spunti sono così tanti che potrei scrivere vagonate di romanzi. Ma quell'”esotismo” funziona finché rimane tale, ossia finché ti è estraneo. Per apprezzare l’intrinseco fascino di un irlandese devi reificarlo: renderlo appositamente irlandese, e quindi guardarlo dall’esterno, apprezzarlo come costrutto, come possibilità.
Sarebbe ipocrita.
Sarebbe una menzogna.
Dovrei mentire a me stessa e fingere che sento l’irlandese abbastanza distante da me da percepire la sua diversità – lui, NYA, V, e – reificando – l’olandese pacata, l’americana anni ’50, e via discorrendo.
Sarebbe una menzogna perché mi sono tutt’altro che distanti.
Dovrei fingere, con me stessa, di conoscerli meno. Di vedere, delle loro persone, così poco da poterli riassumere con un solo tratto.
Dovrei tornare nella caverna platonica, insomma.
Bath non è la Germania che tanto mi ha viziato. Bath è fredda, umida, classista, disorganizzata. Ma ha i suoi buoni lati positivi, tra cui l’università, e quest’ambiente internazionale.

Mi vengono in mente i dorati anni Venti tedeschi, ma solo perché sono fatalista.

L’ideale sarebbe una via di mezzo, ma non so se la raggiungerò mai: tendo, troppo, a preferire l’oscillare vertiginoso tra estremi.
Cerco la via di mezzo a Berlino. Un anno a Bath, un anno a Berlino. Berlino: quel posto che vorrei chiamare “casa”. Forse non una “casa” completa, forse una casa provvisoria – ma meno provvisoria di questa, e di altre – altre case, altre situazioni, altri stati d’essere.
A mi dice che sono una corporate bitch e ride. Ride fingendosi imbronciata come quando mi dice che un giorno sarà fuori dalla finestra del mio ufficio a protestare – come quando mi dice che sono la sua migliore nemica. E io mi chiedo se, veramente, do quest’impressione. L’impressione – di A – che vorrei un giorno finire in politica – in qualche anfratto ben nascosto, uno di quelli per cui i movimenti sociali urlano all’ingiustizia. Do quest’impressione? Rido e la prendo in giro per il suo essere una no-global radical-chic new-age. Non ero io, la radical-chic?
Rifletto seriamente sul divenire una lobbista. Il punto è che non so per chi o per cosa. Lobbismo come atto performativo-critico – vorrei fare la lobbista per un’entità altamente criticata.
Insomma, l’avvocato del diavolo.
(Che, visto da un altro punto di vista, è una specie di contorto Robin Hood.)

Alcol, fondamentalmente.

Maguire mi guarda e mi giudica.
È passato più di un mese dal mio ultimo aggiornamento, e Maguire mi ha moderatamente tenuto compagnia. È stato utile, soprattutto mentre sollevavo l’ennesimo scatolone ricolmo di libri e poi ancora mentre lo trasportavo in soffitta (ma non potevano far arrivare l’ascensore fino alla soffitta?) chiedendo ai muscoli della mia schiena di fare un incredibile sforzo di memoria performativa e ricordare, e quindi diventare, ciò che sono stati nei miei periodi più allenati.
Ha funzionato.
Gli avambracci però non sono mai stato granché allenati, e così ora dolgono sbeffeggiandomi.
Ma posso ridere loro in faccia, e riservare una smorfia sprezzante anche alla mia stanchezza – che avrebbe dovuto essere molto più gigantesca di quanto effettivamente è, dato che è da una settimana, più o meno, che fatico.
Ok, i primi quattro giorni sono stati scanditi da una fatica piacevole: il camminare tutto il giorno (e la sera) per quel di Praga – finalmente. Finalmente potrò scriverne, o maledetta Praga dagli autoctoni che non sorridono, ma smirk. Sono stati bei giorni. E l’hotel era perfetto – questo gigante che in epoca comunista doveva essere gloria di fasti e lusso, e che ora ha mantenuto gli alti soffitti e le tende pesanti e la moquette barocca accanto a quell’aspetto denudato che le nobiltà (seppur comuniste) decadute hanno.
Amo la decadenza, quando vivo in Italia – Dio sa perché. Quando ero in Germania avevo smesso di comprenderne il fascino. Qui, forse, la decadenza funge da sublimazione di ciò che altrimenti sarebbe squallore.
Tornata negli italici lidi, dopo una cena portuale a base di pesce e ottimo vino, ho cominciato a scavare un doppio canale corrispondente al percorso camera-soffitta.
Perché?
Perché trasloco temporaneamente, e alle 14:30 degli individui verranno qui per prelevare i miei due armadi. Dovendo svuotare quelli, ne ho approfittato per spogliare anche le librerie – oh maledetti libri.
È da una settimana, più o meno, che sottopongo il mio ozioso fisico a sforzi a cui non sarebbe abituato, dormendo meno di quanto vorrei – ma, ehy, sono viva. E in forma, a parte gli avambracci.
La mia vita interiore è cosparsa di no comment, e per questo Maguire è un’ottima compagnia: anche la sua vita, intera, è cosparsa di no comment.
Lui, però, essendo il derivato di uno stereotipo come il 75% dei miei personaggi, ed essendo nello specifico un irlandese, beve in continuazione – e l’alcol aiuta a zittire, si sa, o perlomeno io lo so, e ho poco moderatamente bevuto nell’ultimo mese, realizzando che ho cambiato paradigma: prima bevevo raramente e concentratamente rendendomi una larva blaterante e sbavante alle 4 del mattino su qualche pavimento, ora sono capace di passare giorni di fila ingerendo con regolare costanza piccole dosi di alcol. Per fortuna, lo faccio al massimo per 3-4 giorni di fila – altrimenti sarei diventata un’ubriacona, e non essendo io un’irlandese non potrei neanche sentirmi nobilitata.
Ah, e ho ricominciato a bere Jack. È colpa di Maguire (e di Simòn). La Germania mi aveva disabituato ai distillati e abituato alla birra, che, giunta in Italia, era stata sostituita da vino-a-caso. Praga mi ha soddisfatto, con i suoi mezzi litri a prezzi irrisori, e soprattutto con l’amata vodka Finlandia, che è come bere acqua e ti scivola in gola facendosi sentire solo quando ti scalda il cuore.
Ah, il Lady of the Seas’ Grog piace a tutti. Perlomeno, a tutti quelli che lo hanno assaggiato – compresi gli ospiti deliziosi che mi hanno deliziosamente colonizzato casa per qualche giorno ad agosto.
Ho amato lasciare la cucina nelle loro manine – anche perché nelle mie sarebbe diventata un laboratorio alchemico. Ho amato vederli zampettare da una stanza all’altra.
Ho amato, insomma, vederli entrare nel mio spazio – il che mi ha rassicurato, molto, perché temevo di essere diventata una di quelle creature con la fissazione del tenere tutto sotto controllo – ed è vero, assolutamente vero, ma per fortuna psicopaticamente lo sono solo nell’intimità – tra me e Me.

Io e Maguire torniamo a faticare.

Hortonismi.

Dopotutto c’è un motivo alla base del mio rifiuto della nazionalità come elemento fondante dell’identità individuale.
Non ho bisogno di una Nazione: ho l’HD con i miei backups.
Ed è terribile, terribile davvero.
I vecchi scritti e le vecchie canzoni sono gli odori della mia casa d’infanzia, e ciò mi dona il distacco dalla materia dei santi (quelli snob) e l’alienazione dei nerds. A scelta.

Ho aperto il vaso di Pandora per dare in pasto canzoni al nuovo lettore MP3, e sono mio malgrado inciampata in Horton.
Pessima cosa, inciampare in Horton.
Horton causa invidie atroci che non posso soddisfare – voglio il suo divano malconcio, la sua carriera umile ma di sicura supremazia sul vicino, il suo vuoto interiore.
Ho slanci genetiani nei confronti della pace spirituale di Horton. Vorrei descriverla con le metafore atterrenti che Genet usava per parlare di organi genitali maschili, ma mi trovo invece – atterrita – a contemplarla come Lovecraft si paralizzava dinnanzi ai suoi Antichi.
Lovecraft è un pessimo narratore, sappiatelo.
Io gli credo, e credo che i parti della sua mente non siano stati merito suo, ma gli siano stati imposti.
Giacché per descrivere l’indescrivibile non sa fare altro che usare gli aggettivi “indescrivibile” e “inenarrabile”, con l’alternativa “Tizio impazzì [e fine della storia]”, mi spiegate in cosa sta la sua genialità? È simile a quella post-trip del “ho realizzato cose, ieri, che neanche ti immagini… ma ovviamente adesso non so descriverle”.
Ma comunque.
Va di moda associare canzoni a personaggi (perché siamo incapaci di descrivere a parole, quindi bariamo) e io sono figlia del mio tempo, e anche Horton ha la sua, che è Closer dei Nine Inch Nails. Horton è rilassarsi ascoltando questa canzone. Horton è la pace dei sensi che viene dal guardare snuff movies. Horton è anti-epico, anti-romantico, anti-anti. Horton è la neutralità fatta persona, che per caso ha virato in direzione di un poliziotto di quartiere corrotto nei gesti ma non nella morale. Perché Horton la morale ce l’ha – a differenza di Sedlacek – imparata quando era un marmocchio, ma ha smesso di darle ascolto. Horton è splendidamente sordo e cieco. È l’apoteosi dell’average man in casa alienato a guardare la televisione senza rifiutarla né accettarla, come sottofondo, perché di sicuro anche questa pratica – come ogni pratica di ogni Zeitgeist – ha i propri santi.
Horton è il mio memento mori, perché è uno di quegli uomini che – dopo essersi affrancati dalla disillusione – decidono un giorno di bussare alla vecchia porta e stringere coscientemente un patto con il cinismo. Nel cinismo ci puoi finire come ripiego, sapendo che è una scelta secondaria da scartare non appena possibile. Ma tornarci coscientemente dopo un giro di 360° delle proprie viscere ha tutt’altro valore, quello di un non-ritorno. Horton può permettersi tale grigia visione della vita, perché ha una professione che gli tutela il culo quotidianamente, permettendogli di non alzare un dito oltre a quelli sollevati meccanicamente ogni giorno, senza sforzo. Horton nasce, come tanti altri, dalla fede nel “cane mangia cane”, che nonostante migliaia di cose mi ha tra i suoi adepti. Probabilmente smetterei di essere chiara ai limiti dell’aggressività, se non ci credessi – ma ci credo, e la pratica t’insegna che se mostri i denti il prossimo non ti rompe i coglioni. Ma “mostrare i denti” è retorica, in pratica basta non mostrare pubblicamente le proprie debolezze aspettandosi di essere com-patiti. Non chiedetemi perché, ma funziona, giuro, provate. È la stupenda vita di chi non deve inghiottire umiliazioni, non deve parare insinuazioni, non viene svegliato alle 3 del mattino da qualcuno che vuole farsi consolare, non deve ascoltare recriminazioni. (Ora, tale paradiso funziona ottimamente in una società in cui il prossimo sconosciuto ti rispetta a priori e a priori non si sente in diritto di romperti il cazzo – infatti in Germania stavo bene, non avendo eccezioni a confermare la mia regola.) Un sacco di creaturine, oh creaturine, lamentano d’essere vittima di un prossimo che si attacca al loro strascico e bela lamentele, suppliche, richieste d’aiuto, quasi non fosse colpa loro, ma vi rivelerò un segreto: si può trasmettere a priori al prossimo il chiaro messaggio che recita “non t’infliggere a me”. Il prezzo da pagare, ovviamente, c’è, e consiste nel fatto che tu non puoi affliggerti al prossimo – ossia, non puoi usare il prossimo per farti consolare, per scaricare lamentele, recriminazioni, richieste d’affetto, paranoie irrisolte e via discorrendo. Il contro è che talora il prossimo vuole averti pronto a raccogliere le sue recriminazioni per venire a letto con te, ma non si può avere tutto.
Horton se la cava meglio di me, perché abusa del proprio potere per soddisfare le esigenze quotidiane. L’ho detto che è un santo, ossia: ha trovato un equilibrio perfetto. In lui le esigenze non sussistono più, perché la sua vita quotidiana è fatta in modo da assicurargli a priori tutto ciò di cui necessita. Niente più caccia, tutto già pronto.
Non chiedetemi perché Horton pop-uppi mentre sono in Italia, lo sapete già.

È cominciata la sperimentazione per il “best Glühwein ever”, ossia quello che già è stato fatto a Kiel con il grog. Dato che siamo psicopatici del metodo, tale sperimentazione è precisa: si segnano su un foglio ingredienti e dosi e si procede aggiungendo e togliendo. Alla prima prova so che devo togliere limone e aggiungere zucchero, ma l’odore è esattamente quello che ricordavo.
Il problema del Glühwein è che non va bevuto in casa al caldo, perché con un bicchiere sarete ubriachi (io no, ormai sono vaccinata a vita) e girerete a mezze maniche con un ventaglio in mano.

Bohémienne andante.

Sei in bagno, una mano sulla spalla di una sconosciuta che ha tutta l’aria di necessitare urgentemente l’evacuazione via bocca di troppo alcol in corpo. È francese e parla poco inglese, ma certe situazioni non richiedono la padronanza linguistica di un maestro di retorica. In realtà, basta chiedere a che punto sta la nausea dell’altro (domanda puntualmente inutile, quanto inaffidabili sono le auto-disamine di un ubriaco) e rassicurarlo circa il fatto che se serve aiuto e ti inciampa addosso lo aiuterai anziché prenderlo a calci. Credo si tratti della tipica cameratistica collaborazione che si sviluppa tra sconosciuti che condividono un vizio comune.
Poi la sconosciuta ti dice:
"Tu sei Serena."
E tu dici:
"Sì."
E pensi:
E tu chi cazzo sei?
E aggiungi:
"… Scusa, come lo sai?"

Ero partita dall’errato presupposto che la gente è troppo pigra per tradursi un blog scritto in italiano. Di base penso che la gente sia troppo pigra per leggere un blog che non segue il condiviso principio democratico per cui ognuno deve essere in diritto di capire – il mio blog è confusionario e criptico, si avvale di arcaicismi e neologismi.
Avevo dimenticato che le parole sono in primis comunicazione, e che la comunicazione è in primis trasmissione di informazioni, e che Kiel è una città piccola – e che quindi questo blog, per qualche entries, si è trasformato in qualcosa a metà tra Gossip Girls e Sex and the City.
Ora, se io fossi una mente machiavellica mi ricorderei tutte le persone che mi hanno detto di averlo letto – ieri sera, party a Kiel, alcol in abbondanza, non troppo ma sufficiente per rimuovere, cosa che alla mia memoria riesce già bene.
Giacché non lo sono, tornerò nel mio limbo da cui il pubblico non è visibile e mi darò a uno stacchetto pubblicitario.

È uscito Progenie per la Edizioni Scudo, il che, tradotto, significa che mi hanno pubblicato un racconto (contenuto all’interno).
Il racconto è Sei quello che mangi, e diamo a Cesare quel che è di Cesare, ossia ai Rammstein i ringraziamenti per il titolo, ispirato da questa canzone.
Non vi aspetterete che il racconto sia bello quanto il video – il racconto è solo un delirio lovecraftiano che rivela quanto forte sia la mia segreta attrazione per ciò che è ripugnante. Non leggetelo mentre state bevendo birra. Io penso di averlo riletto in tutto tre volte, proprio perché la birra mi piace e non mi voglio così tanto male. Se l’ho scritto deve essere stato per le stesse motivazioni che portano altri a guardare snuff movies per rilassarsi, solo che il tempo era poco e quindi mi sono chiusa in casa due giorni di fila per finirlo, finendo in questo stato delirante e abbastanza nauseato.
E ho voglia di scrivere.
Ieri il Fratello in Cristo (FiC) mi ha detto che aveva letto quel mio racconto che inizia in uno studio fotografico o qualcosa del genere e c’è questa descrizione di questo tizio che
… Che?
Avevo rimosso di aver scritto quel racconto. L’ho riletto, oggi, trovando un sacco di ripetizioni e di base un’ingenuità molto impegnata a rendersi seriosa (fallendo miseramente, IMHO), ma trovando anche una fluidità che mi manca.

Una ciocca corvina tagliava perfettamente a metà l’occhio, emulazione fotografica di una serpe che ieratica ti fissa, nemico; l’iride nera, profonda, catturava la luce e la inglobava, la inghiottiva e deglutiva a qualche passo oltre l’abisso.
Lo zoom catturò quel particolare, e ne venne catturato. Il flash inondò la stanza e venne risucchiato dalle pupille, che scattarono all’erta.

È di cinque anni fa.
Mi chiedo se dimenticare ciò che si è scritto significhi il considerarsi poco, o se invece implichi che lo scrivere non è altro che l’espletamento di un istinto – ma la metafora per cui scrivere è come andare al cesso, stessa sensazione di appagato svuotamento, è vecchia.


Ieri sera ho fatto il bis, ossia: dispersa a Kiel con la neve sotto e la pioggia sopra nel cuore della notte e una vaghissima idea di dove sarei finita.
L’ho detto, a VB:
“Non aspettarmi. Non so quando torno. È la mia vita, è fatta così.”
(E ho riassaporato uno dei miei concetti di libertà: quella di finire dove e come voglio senza che nessuno mi infligga la sua preoccupazione.)
Poi il pullman (ossia quello che mi scarrozza a casa abitualmente) è magicamente apparso davanti ai miei occhi, e vi ho trascinato sopra la recalcitrante creatura che mi stavo portando appresso.
Amo Kiel, città delle fatalità positive – Kiel in cui, quando conosci una persona, la incontrerai di continuo nei giorni seguenti.
Kiel che mi sta dando questi spaccati di vita improvvisata, dal sapore forte e stordente del grog: ti brucia la gola, stordisce i sensi, coccola con il retrogusto e poi rimane questo obnubilamento, ogni riferimento decade ma sei così riscaldato che la neve non è più un ostacolo, interiorizzazione della neve, copula con l’elemento naturale, e la lieve consapevolezza che quei fiocchi dolci sono un assassino caritatevole, pronto ad accoglierti e farti addormentare senza sofferenza.
Ma, nonostante il mio speculare su morte e affini, non sono depressa – perciò ho scarrozzato, più o meno a forza, la recalcitrante creatura fino a casa. Io le avevo detto che l’avrei aspettata, anche se era insensato – più o meno quanto può avere senso decidere di consegnarsi alla Kiel congelata non avendo la più pallida idea non tanto di come tornare a casa, quanto più del fatto che si abbiano o meno le facoltà mentali per farlo. Ho smesso di avere una personalità borderline, e di cercare l’insensato ciecamente, quindi continuo a non capire perché io mi dia così leggiadramente a tali crociate notturne. Forse perché ho imparato a non pensare.
“Casa”, questa notte, è stata la mia stanza e una partita a poker: tre persone e il morto. Giacché persisto nell’avere un letto singolo, ho assaporato a tratti l’esperienza di dormire sul pavimento (lurido).
VB, a posteriori, ha commentato la faccenda usando la parola bohémienne. Può essere. Un sottofondo di gente che parla in francese rafforzerebbe l’impressione, ma aggiungere parole cariche di contenuto estetico ha il retrogusto del ri-raccontarsi la vita quotidiana per farla divenire più simile a come l’avremmo voluta. Non ne ho bisogno. Quella mancanza di programmi che mi fa finire deambulante sotto la pioggia notturna mi permette anche di non farmi aspettative, né in positivo né in negativo, perché la vita qui è un’orgia di così tanti elementi pronti a balzare e capovolgere la situazione che farsi aspettative sarebbe come fare immersione con un salvagente legato sulla schiena. Non so neanche più che lingue parlo e, permettetemi, è stupendo. Il passaggio dall’una all’altra lascia sospesi in questo limbo ricolmo di tutti i condizionali non usati parlando, e questo deve essere un buon paradiso per i decostruttori.
Una consistente lavatrice è stata fatta, la camera più o meno sistemata, la doccia mi è stata negata da un mal di testa tardivo a trivellarmi le tempie. Ho dormito nel letto del morto, sperando di giovare dell’obnubilamento dei sensi che ha accompagnato lo smaltimento della sua sbronza. Ha funzionato. Le lenzuola sono ancora da cambiare, a favore del sovraccitato bohémienne, ma tanto non ho più lezione. Non ho più impegni fissati per orario. Gli esami da dare sono stati dati.
A questo proposito, sono finalmente arrivata al fatidico momento: quello del confronto con gli esami di “diritto internazionale” e di “tutela internazionale dei diritti umani”.
Il primo era esattamente come me lo aspettavo: una pagina con dieci domande in tedesco che interrogavano il ragionamento e la capacità di far copulare tra di loro articoli di trattati internazionali. L’ultima domanda era sul tono “Gioca anche tu a fare il piccolo giurista!”, con un caso da risolvere, e io amo tutto questo, anche se in astratto, perché da quei trattati ho tratto quanto competenze linguistiche e tempo mi hanno permesso.
Non so come sia andato. Lo saprò più avanti. Perlomeno ho potuto scrivere in inglese, riuscendo così a rispondere (più o meno) a tutte le domande.
L’esame di “tutela internazionale dei diritti umani” era invece orale, in tedesco, e ha visto presenti il docente, la sottoscritta, altri due studenti erasmus (che studiano giurisprudenza) e un tizio tedesco che aveva il compito di segnare domande e risposte, e che se ne è stato lì con questo ieratico sorriso greco-germanico ad ascoltare inquietante.
Ho preso un voto migliore di quello preso dai due giuristi ma – indovinate? – non è abbastanza. Non lo è mai, lo sapete. Probabilmente l’anno prossimo mi troverete a Kyoto a dare un esame di macroeconomia. Nei confronti dei traguardi che mi pongo ho lo stesso atteggiamento di quella me che si lascia beatamente vagare per la Kiel congelata: dirsi “Forse non ce la faccio.” non è ammesso.
Per quanto concerne i voti per le lingue sono in una situazione ridicola: sono più alti per tedesco che per inglese – e no, il mio tedesco non è diventato migliore del mio inglese. La cosa da una parte mi rende felice – implica che il mio tedesco è migliorato, avendo preso “1,3”, “1,7” e “2,0” in una scala che va da 6 a 1 e in cui il massimo è uno – ma dall’altra il basso voto in inglese mi ha rattrappito le palle che non ho. D’altro canto ho sempre avuto un pessimo riscontro a livello universitario con l’inglese; d’altro canto per anni ho odiato il mio non conoscere abbastanza questa lingua; d’altro canto posso anche non pensarci adesso.


Una delle prime cose fatte a fine esami è stata il concedermi la lettura di un libro. Mi sono presa in parola, e ne ho letto uno intero (seppur breve) in una serata.
Il libro in questione è L’amico ritrovato di Fred Uhlmann che, per riassumere, è sempre la solita storia tra nazisti ed ebrei che un certo filone di cultural studies taccerebbe di riflettere un rapporto master/slave con una certa componente di sindrome di Stoccolma.
Mi chiedo spesso quando sia nata questa rilettura, questa strana fascinazione che questo rapporto (immaginato, ideale, idealizzato al contrario) causa. Voglio dire, non conosco molte riletture pseudo-erotiche del rapporto tra Hutu e Tutsi, eppure anche loro si sono ammazzati a dovere e la memoria di Freud esisteva anche durante quei massacri.
Mi viene in mente non ricordo quale libro, forse La variante di Lüneburg di Maurensig, in cui viene descritto lo sguardo dei prigionieri di un lager mentre questi osservano le guardie tedesche fare a pezzi dei loro compagni. Il libro diceva qualcosa a proposito dello sguardo ammaliato delle gazzelle che osservano i leoni pasteggiare con altre gazzelle.
Per rimanere in tema, devo scrivere una Hausarbeit sul nostro amato Memoriale di Berlino, quello in nome degli ebrei morti, quello che il capoccia della Nuova Sinagoga berlinese ha commentato dicendo (lasciatemi riassumere in modo incisivo) che “Non riguarda noi ebrei; l’Olocausto è un problema di voi tedeschi”. Devo parlare della sua costruzione e del dibattito sorto. Il dibattito: perché un Memoriale solo per le vittime ebraiche? Metterò una gazzella in copertina.
L’altra Hausarbeit da scrivere è su un racconto su Rilke in relazione a Nietzsche. Ne ho già parlato. Ora che sono andata a definire la faccenda con il docente, so di preciso cosa tratterà: la concezione della “com-passione” (ciao, Maletta – sì, sto andando esattamente nella direzione opposta di quella che mi ha fatto innamorare di te, e continuo ad amarti perché sono musiliana) nell’ottica di Nietzsche (e quindi di Rilke).
Ora, il racconto è moderatamente ridicolo. Gli manca ogni forma di ironia, intesa come “distanza”, e il personaggio principale – che viene utilizzato per trasmettere perle di verità tanto al pubblico nel racconto quanto al lettore – viene descritto con l’ingenua contemplazione di un innamorato quindicenne. Avete presente quando, leggendo un racconto, avete l’impressione che l’autore si sia masturbato mentre scriveva la descrizione del protagonista? Ecco. Credo si dica: tragicomico.
D’altro canto concordo con i contenuti; d’altro canto sono nietzschiana senza aver mai letto Nietzsche.