jan.van.leiden

Westboro Baptist Church & altri paradisi perduti.

Odio stare scrivendo.
Stare scrivendo implica – essendo che sono ciò che sono – un ragionare sullo scrivere in sé.
Odio stare scrivendo perché mi fa riflettere sullo scrivere in generale.
Mi vengo a nausea in fretta, creature.
È giorni che vi scrivo cose relative allo scrivere, e ho iniziato dicendo – poco tra le righe – che non avevo voglia di vedermi blaterare sullo scrivere.
Belli gli esseri umani, nevvero?
Ho appena finito di scrivere un pezzo per Rush in Peace. Inizialmente avrebbe dovuto essere scritto con Noesis, ma considerato l’alto tasso di informazioni contenente e il fatto che vengono portate a galla da un mio personaggio ho preferito chiederle di aggiornarsi quando l’avessi finito.
L’ho finito e mandato a J, nostro sacro advisor, sì che me lo epuri da cazzate.
Adoro infilare dettagli tecnici in ciò che scrivo – mi danno quell’illusione di solidità che danno le pubblicità di cosmetici che vi blaterano addosso nomi di sostanze che mai avete sentito nominare e mai più sentirete – ma continuo ad avere le nozioni di un bambino svogliato, e quindi abbisogno di uno spirito iper-critico (ce l’ho: si chiama “Tanz”) e di J.
Dovrei studiare.
Dovrei anche, mi sono detta, parlarvi meno di cazzate e più di cose importanti. “Importanti” nel senso di “che coinvolgono qualcosa in più oltre alla mia mente solipsista citante gente morta o viva”. Tutto è importante, per chi ne parla. Però concepisco ancora la differenza a livello d’importanza che c’è tra le mie paraseghe mentali sullo scrivere e la situazione sociale a Johannesburg, per dirne una.
Vorrei, infatti, sapervi scrivere qualcosa su Jobu – ma non ne sono in grado.
Vorrei esserlo, davvero.
Vorrei fornirvi dati e motivi, ma tutto quello che ho in mano è misero e superficiale quanto una pubblicità progresso. Ho solo quel bagaglio di sensazioni e dati che copulano assieme che forma la cosiddetta “cultura generale” di molta gente. Ho paura di dire cazzate, insomma. Ho paura di diffondere cazzate controproduttive al livello di un “Anche gli omosessuali sono gente normale” – quei tentativi fatti con buone intenzioni che tanto odio.
Vorrei.


Sono inciampata nella Westboro Baptist Church, ennesima stranezza eccessiva che compare in alcuni documentari.
Sono un gruppo piuttosto esiguo di persone resosi famoso a causa dei lati più folkloristici – il loro andare in giro con cartelli come God hates America, o Thank God for 9/11 o God hates fags – anche a funerali di soldati americani.
Riassumendo (male), Dio odia tutto ciò che non solo loro. E qualche altro sconosciuto eletto.
Ma potete approfondire voi questo movimento, io volevo fare la solipsista circa questo video, che mi ha fatto riscoprire un desiderio che in me non sentivo da tempo. Dovete guardarlo osservando i sorrisi delle due ragazze. Dovete – per capirmi – com-muovervi dinnanzi alla freschezza del loro parlare, alla tangibilità della loro auto-eletta condizione, e con me riscoprire la voglia di averle nel momento in cui una accarezza con affetto ed entusiasmo il viso dell’altra.
Sono stupende.
Sono qualcosa che vorrei incontrare più spesso – sia follia o illuminazione, non m’importa, né m’importa decidere se vi sia una differenza tra le due cose.
Comprendo chi si oppone loro. Comprendo la loro pericolosità. Ma il desiderio di avere quelle due (so che “avere” è un po’ generico; è che non è una questione spiritual-filosofico o mera voglia carnale: è ambo le cose) è più forte di tutto il resto.
Non è desiderio di dissacrazione. Non voglio averle tra le mie manine per imporre loro ciò che loro combattono. Le voglio mentre continuano a essere ciò che sono in quel video.
Poi, a parte questo, come si fa a non adorare il loro sito?
75 – people whom God has cast into hell since you loaded this page.
144,000 – Jews that will be saved in these last days.
0 – nanoseconds of sleep that WBC members lose over your opinions and feeeeellllliiiiiings.

(Eh, i 144000 che avrebbero dovuto riunirsi a Münster – e voglio una di quelle due nel ruolo di Divara. La voglio ballare ilare su un tavolo a cui sto banchettando.)

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Incenso.

È bello scoprire, dopo anni, che quel decorato e decorativo oggetto che avevi comprato per una miseria in un negozio di cianfrusaglie usate, e che avevi nascosto nei recessi dove finiscono le cose inutili, è un incensiere – soprattutto quando hai da parte dell’incenso proveniente dal Vaticano e sei appena tornato a casa con dei carboncini.
Mi domando se chi è stato costretto a seguire messe per la durata di un’infanzia possa adorare, come me, l’odore pervasivo di questi grani.
Ne brucio in sequenza con il proposito di spandere il fumo nei recessi della stanza, sì che le lenzuola se ne impregnino – e, un giorno, analizzerò questo rapporto quasi fisico che mi lega feticisticamente ad alcuni dei simboli di Santa Madre Chiesa – che madre per me non è stata – eppure sono suoi i rituali che rimetto in scena, con il piacere immotivato di un figlio traumatizzato post-freudiano (e quindi motivato – ma Freud ci sta sulle palle).
Gli odori hanno un potere evocativo immenso, e perciò mi domando perché non ne sia nata un’arte – deve esserselo domandato anche Suskind prima di scrivere Il profumo.
Incapace di produrre musica, ho sempre mantenuto una certa, ma non troppo rancorosa, invidia nei confronti di chi invece sa farlo, perché la musica giunge all’intestino in modo molto più veloce e insinuante – come una scheggia che scivola dentro per non uscire più – della parola o dell’immagine.
Ma gli odori sono ancor più laidi – o forse è la mancanza di un’arte su di essi basata, e quindi la mancanza di uno spirito critico sviluppato in ognuno, a renderli così acuminati.
Incenso da chiesa bruciato in camera in un incensiere comprato con incoscienza è il Kitsch di una messa – è, ossia la riproduzione in piccolo mezzo sensazioni per il singolo di un qualcosa che nella sua genuinità non si può avere.
Certo, potrei andare a messa – ma quest’incenso mi ricorda la solennità di un prete che per me vorrei (la solennità – dopo, semmai, il prete), non il sedere su panche pregando – cosa che non ho mai potuto fare, se non nella sua versione kitsch, ossia il sedere e fare come se io fossi lì per gli stessi motivi di tutti gli altri preganti. Ma ne ho sempre potuto trarre solo un piacere estetico, non spirituale – quello spirituale lo derivo da altri luoghi di una chiesa, da altre prospettive, non dallo stare seduta pregando (preghiere che non conosco) assieme agli altri.
È la solennità del prete, il sublime dei Gesuiti della Controriforma – contro il pulpito infervorato della Riforma.
(Canto di un’anima lacerata tra Ignazio di Loyola e Jan van Leiden.)

Del candore.

Leggo la Yourcenar e mi chiedo il motivo dell’articolo determinativo prima delle autrici donne. Lo so, lo so, si usa anche con alcuni autori di sesso maschile, ma con le donne è quasi regolare. Perché?
Mi opporrò e dirò:
Leggo Yourcenar e mi dice:

Sorrido all’idea che spesso va così: ci crediamo puri sinché disprezziamo quel che non desideriamo.

Leggo Yourcenar e mi chiedo perché io sia maledetta da una predilezione per i francesi. Ho adorato Hugo, adoro Rimbaud, adoro lei e adoro Foucault. Cos’hanno i francesi quando scrivono…? Tutti e quattro hanno una particolarità: riescono a farmi soffermare ogni tre righe su un qualcosa che non hanno scritto ma dato per scontato scrivendo di altro. O su un appunto. Su una considerazione secondaria. Su un inciso. Yourcenar non sarebbe neanche francese, quindi deve essere la lingua. Cos’ha il francese che…?
Non so perché venga acclamata per Memorie di Adriano. Ho preferito L’opera al nero, senza dubbio. Me lo regalò Joglar dicendomi qualcosa sul come io dovessi leggere di Zénon per scoprirlo o di come dovesse leggerne per ri-trovarmi. La seconda, in ogni caso, ha vinto sulla prima.
Mi domando dove Joglar sia finita. Aveva, in comune con Yourcenar, un’intelligenza acuta accostata a un modo d’esprimerla leggero, noncurante, totalmente mancante di autocompiacimento. La ricordo l’ultima volta al telefono in lacrime – no, quella era la penultima, una telefonata durante la quale piangeva, credo, ancora lacrime di gelosia. E non so che altro. Il suo ragazzo aveva dormito da me, ipotesi che non le arrideva. Per questo il suo ragazzo gliel’aveva detto dopo. Credo che il suo ragazzo volesse così agire performativamente e prendersi una rivincita al contempo mostrando i propri diritti. Chissà. Non era la prima volta che le gelosie di Joglar s’interponevano tra me e qualcuno, e non credo di essere mai stata io il soggetto della sua gelosia. Lo spero. Strano come io non mi sia mai interrogata seriamente sul come la facessi divenire gelosa. Una volta e mezzo ho rinunciato a una scopata da sogno per lei. "Da sogno" nel senso che me la sognavo spesso: non avendola mai messa in pratica non so come sarebbe potuta essere. Quell’evento mi ha segnato. Mi aveva segnato anche il fidanzarsi di Joglar. Significava che non poteva più darmela. È stato allora che ho cominciato a mettere in dubbio il presupposto che voleva me anti-monogama come la stronza della situazione. Devo esserci rimasta male, di principio, per principio, soffrendo anche del sentirmi stupida. Comunque. Comunque alla penultima telefonata ci era rimasta male perché sapevo che il suo ragazzo avrebbe dormito da me senza dirglielo prima e c’era rimasta male. Ricordo un conato di vomito – nei confronti di lei e del ragazzo. La sensazione di aver messo le mani in feci non tue. Intendiamoci, tra l’altro: non ho fatto nulla con il suo ragazzo se non addormentarmi guardando un trash film sul Vietnam. Comunque. Dinnanzi alla nausea ho optato per la soluzione candida, ossia: perdono per le brutture umane e dirle di chiamarmi se aveva altri dubbi, comprensiva, gentile e irremovibile. L’ultima telefonata è quindi consistita in lei che mi chiedeva se io e il suo ragazzo avevamo dormito assieme. La nausea ha preso il sopravvento sul candore – e anche sull’amor proprio. Lo chiedeva a me perché non credeva al suo ragazzo – a me, odiata, per non essere stata dalla sua parte. Ho visto un baratro, quella situazione in cui non hai nessuno di cui fidarti e necessiti delle risposte certe. E non l’ho più sentita.
L’ho incontrata, tempo dopo, sul treno. Ho visto dopo anni il freddo che viene calato su di te da un’altra persona. Capitemi, non sono una persona rancorosa, né una persona che dimostrerebbe d’essere stata disillusa: le considero brutture e debolezze.
A posteriori, ossia oggi, mi chiedo cosa non avessi visto in Joglar. Perché c’è qualcosa nell’immagine che ora ho di lei che ai tempi della nostra frequentazione non esisteva. È una pesantezza che in lei non avevo mai visto. Una morbosità che non ho mai preso sul serio, forse. Mi ha agghiacciato, sul treno, quello che in Gioco della rosa descrivo come:

Al bancone lo aspetta Natalie facendo finta di non aspettarlo, come finge di non sapere che sono a dieci metri da lei, o forse finge di ignorarlo palesemente.

È il fingere di ignorarti. Una complessità ripiegata su se stessa troppo paradossale per la semplice creatura che sono. Sì, emotivamente sono una creatura semplice, ricordatelo, e voi siete complessi. Joglar era una creatura complessa che scriveva poetica prosa, delicata e tagliente, ed esigua. Frustrantemente esigua. Non so se fosse la ricerca della perfezione o l’incapacità di essere ispirata a comando o cos’altro, ma i suoi scritti andavano invocati a lungo.
C’è una cosa che non ho mai capito di lei: le poche pretese. Si proiettava in un futuro semplice, senza sogni. So che questo ha probabilmente accomunato molte tra voi creaturine, ma Joglar era un essere troppo involuto e sognante universi paralleli perché io riuscissi ad accostarle una tale semplicità di aspettative. Quasi mi offendeva, l’esiguità dei suoi propositi.


Van Vaals non è un personaggio semplice. Ho scritto freneticamente sul taccuino ragionamenti liberi supposti nel suo cervello per capire quale prosa possa renderlo. Adoro Van Vaals per la sua brutalità, che sottintende una distanza dalle cose che io non ho. Ho adorato Van Beumer per motivi simili, anche se la sua brutalità era servita con guanti bianchi. Quella di Van Vaals no, è servita di malavoglia – il che rende paradossale la terza persona immedesimata, mio antico amore. Come far narrare se stesso a un personaggio che non trova utile dire niente? E rincorro il suo umore per capire la sua ironia.
Nel contempo, leggo la Yourcenar che è l’opposto di Van Vaals. Nel frattempo ho scritto un paper tanto impegnato nella causa (la causa: a morte i Nazionalismi) quanto Van Vaals non lo è nella propria. Nel frattempo ho una Zefi che pop-uppa nelle mie giornate e che mi ispira autocompiaciute e vellutate lodi. Il mondo degli estetismi che non s’interrogano non attecchisce da tempo in me, amo troppo l’ironia. Come si fa a prendere sul serio la vita quando una cavalletta, a venti centimetri di distanza, deposita uova nel post-it che hai attaccato all’armadio? E questa è un’osservazione alla VB, che deve essere entrata nella mia coscienza. Stanotte sognerò uova depositate sotto la mia pelle. Ah, VB mi ha comprato dell’incenso da chiesa. L’incenso da chiesa mi fa lo stesso effetto della formalità nel linguaggio e della briosa musica classica: mi fa pregustare la trasgressione. Me la fa pregustare e basta, perché anche per trasgredire bisogna prendersi sul serio, e io lo faccio, ma nel mio caso prendersi sul serio corrisponde a un dirsi: “E a cosa trasgredisci? Sentiamo, quali limiti vorresti valicare?” Ma dicono che la ricerca della trasgressione sia un normale umano metodo per ricavare piacere. Forse ho estirpato da me tutti i semi che potrebbero farla nascere, ho disseccato il terreno in cui farla crescere, ma lei se ne sta lì pronta ad apparire a sorpresa, aggrappandosi a quelle due o tre cose rimaste. Il linguaggio altamente formale, briosa musica classica, incenso da chiesa. Potrei scrivere una formalissima lettera ascoltando sbarazzina musica classica con dell’incenso da chiesa che brucia. Probabilmente avrei una visione e vedrei Jan di Leida scendere dalla gabbia e darmi i suoi testicoli.
“Dammi anche il tuo latino.” gli direi.
“Il mio latino è sempre stato pessimo e meraviglioso.” mi risponderebbe.
“Lo so. Voglio scriverci un’eretica lettera di passione.”
Jan di Leida, stampato e appeso sulla parete, guarda a sinistra con i suoi occhi tristi e cadenti. Il ritratto gli è stato fatto prima dell’esecuzione. Lo hanno fatto vestire da Re qual era diventato, tutto ingioiellato e abbellito da simboli sacri – e poi l’hanno ammazzato. E sapete qual è la cosa peggiore? Lui si è messo in posa. Oh, lo avrei fatto anche io, probabilmente.
Sapete cosa mi piace di lui?
Che se ne sa così poco che anziché diventare un personaggio storico è diventato un Giano bifronte, rimanendo più umano di molti personaggi storici su cui abbiamo archivi di informazioni. Jan di Leida è la pensierosa creatura che cerca un senso troppo fine per le masse e il saltimbanco analfabeta che le stordisce con effetti speciali di dubbio gusto. Il fatto che la sua promiscuità sessuale sia una delle prime cose che gli vengono appioppate lo salva da un destino comune a molti Grandi della storia: essere liquidato con una perversione a caso mai appurata. Volete demolire Giulio Cesare? Dite che si faceva inculare da Marcantonio. Funziona con tutti, quali fossero i loro gusti sessuali. È una marca della nostra società: epicizzi personaggi storici e li butti giù a colpi di sfintere sfondato – tutto questo perché non stigmatizziamo l’omosessualità. Non lo facciamo come l’Europa della Conferenza di Berlino non faceva guerre: in Europa nessuna guerra, tutte nell’oscurità del cuore di tenebra africano.
Con Jan di Leida non puoi farlo. Cioè, potresti, ma dopo tutto quello che ha fatto che cambia uno sfintere integro in più o in meno? Con Jan di Leida si può, finalmente, mettersi a speculare seriamente.
Ecco, io avrei voglia di scrivere di tutto questo. Di Giulio Cesare, di Jan di Leida, lettere di passione e imprecazioni van vaalsiane. Mi ero detta che il ritorno in Italia avrebbe risvegliato la vena letteraria. La fiction è, anche, una fuga. Meglio gli orrori partoriti dalla vostra mente che quelli che non potete scegliere. Da qui deve venire la mia abilità a dipingere cose disgustose. Lo squallore, poi, in forma scritta acquisisce un senso. Genet docet. Guardavo un film dei ’70 su una scuola elementare di disadattati senza soldi che rovistavano in discariche come lavoro e ho capito Pasolini. Non lui-lui, lui mi è troppo lontano esteticamente per capirlo, ma ho capito quel che tentava di fare. Guardo poi un coro di bambini e penso “prostituzione”. Lo penso guardando il film, quando il maestro chiede di scrivere un tema sulla famiglia e tutti iniziano enumerandone i membri. 4, 5, 6. La mia famiglia è composta da… La formula “è composta da” è sperma adulto in bocche fanciulle, come i lenti canti di Natale inculcati a bambini delle elementari. Marmocchi modellati secondo il gusto estetico adulto e messi in riga a ripetere la stessa battuta con minacciato candore. Se fosse amore, i bambini non userebbero in coro la stessa formula ma userebbero il proprio, sperimentale e scorretto, incipit. È prostituzione perché gli metti in bocca un pezzo di te.
Insomma, siete proprio dei porci feticisti.


Harding mi ha scritto che il paper sembra substantial e thoughtful, il che può significare che sembra di valore e accurato o che sembra un mattone noioso.

Münster anabattista e altri delirii di massa.

Nei bordelli dell’impero
Nelle locande straboccanti
Ho brindato con la daga
All’epopea dei nuovi santi

Un profeta fornaio
Un poeta pappone
A ripulire il Tempio
Dai mercanti in confessione

Quello che devo fare
Quello che devo fare
Rivestire la mantella
E cominciare a camminare

Quello che devo fare
Quello che devo fare
Rimboccare la bisaccia
Di ferro, piombo e rame

Ma seminare la gramigna
In una terra concimata
Può portare a fioritura
Una rosa avvelenata

E se il frutto dell’orrore
È annaffiato con premura
Il raccolto di cancrena
È cosa assai sicura

Re Davide scortato
Dagli unti e dai bambini
A partorire il suo delirio
Tra le braccia dei becchini


L’edificio che ospita l’ostello deve essere ottocentesco – è situato al di fuori delle mura che c’erano e che non ci sono più, a Nord.
La camera ha pareti alte, il soffitto decorato a stucchi, e delle allungate finestre percorrono tutta la parete, coperte da tende di velluto che sfiorano il pavimento.
Il lavandino, dio sa perché, è in camera e non in bagno. Esigenze architettoniche quando si ha a che fare con un edificio vecchio. Sbaglio. Vezzo. Mi ricorda un’aula o lo studio di un artista.
(Ed è da due settimane che ho voglia di dipingere – quella voglia che non sentivo da tempo, pretenziosa e assillante, che rende ogni altra azione vana e fastidiosa.)
Ceniamo nel ristorante dell’ostello, un luogo dall’atmosfera tedesca-e-punto. Kiel ha un’atmosfera tedesco-nordica, Monaco un’atmosfera tedesco-bavarese, Colonia svetta verso il nuovo e Lubecca verso il vecchio.
Münster, invece, è tedesca-e-basta. La tedeschità che t’immagini perché così ti hanno venduto la Germania, qualcosa a metà tra le case appuntite di mattoni rossi del nord e i cubi decorati del sud.
Münster è una città piccola – la città delle biciclette e dei conigli, come Venezia è la città delle gondole e dei gatti. Un grappolo di conigli si assiepa dove una volta c’erano le mura. Gli abitanti sono incredibilmente brutti e questa è un’osservazione sommaria e ingiusta. Mi perdonerete: li ho amati lo stesso. Li ho amati anche se sono così tanto cattolici.
Münster è di un cattolicesimo nauseante.
Alle otto e mezza del mattino entro nel Duomo, durante la messa. Mi è sempre piaciuto partecipare a messe, più o meno come a un turista piace indossare il burqa – per vedere l’effetto che fa. La totale mancanza di esperienza cattolica pone uno strano vetro tra me e il grappolo di fedeli rivolti verso il prete salmodiante – il senso di libertà del turista e il suo imbarazzo nel non sapere quando deve alzarsi e quando deve sedersi.
VB, inginocchiata di fianco a me, mi dice:
“China la testa.”
“Perché?”
“Rispetto.”

Vb è una di quelle, tante persone, che l’esperienza cattolica l’hanno loro malgrado avuta. Una delle tante persone che ne sono uscite. Se non ho pensato che dovevo chinare la testa non era per malizia, ma per ignoranza. Ora che lo so, non la chino comunque, e i motivi stavolta sono almeno un paio.
Uno risiede nel fatto che sono in una città cattolica dopo così tanto tempo e realizzo nuovamente quanto ricco e pomposo e gesuitico (denominazione che agisce retrospettivamente) il cattolicesimo sia. Da non cristiana amo il cattolicesimo: è bello e spettacolare. È barocco. Suscita sensazioni. Non ti convince a parole ma a immagini. Il protestantesimo è troppo nudo e sincero per avere un estetismo che regga il paragone. Una chiesa protestante non la visiti: è noiosa e seria, e ti senti veramente un guardone. A parte la struttura architettonica e i fedeli non c’è molto da guardare.
Il cattolicesimo invece ha pompato nelle proprie casse oro e denari per secoli e – se Dio mi ama anche se io non amo lui – ho perciò il diritto di risiedere nella sua casa. (Oh, Dio non c’entra in questi discorsi; sono i fedeli che istituiscono le regole sociali, non Dio.) La chiesa di St. Lamberti non ha – come altre chiese – la mostra di souvenir per turisti all’entrata: si limita a dirmi che io, turista, sono ben accetta mostrandomi dei depliant acquistabili per la modica somma di due euro.
Rispetto la chiesa cattolica che si vende: compro i suoi feticci e feticizzo la messa vivendola come attimo estetico individuale – e quindi tengo la testa alta per guardare le vetrate.
L’altro motivo sta sempre lì sopra, anche se dall’interno della chiesa non posso vederlo: è appeso sul campanile, sono appese sul campanile, le tre gabbie per i tre capi della Münster anabattista. Jan van Leiden stava in quella più in alto. Morto, dopo essere stato torturato. Niente di anormale, per l’epoca. Le tre gabbie dovevano fungere come monito – devono aver svolto bene la loro funzione, data la concentrazione di cattolicesimo odierna. È triste, no? Non perché io sia anabattista, ma dopo quel che è successo a Münster non è triste un tale totale fallimento? Ma dovreste conoscere quel che successe. Quel che successe è più o meno questo: gli anabattisti presero la città con l’intento di farla divenire il punto d’inizio di una rivoluzione religiosa che avrebbe liberato il mondo dal cattolicesimo deviante. Qualcuno direbbe che il problema consistette nel fatto che Münster stessa deviò, ma è un giudizio un po’ troppo semplicistico. Münster si trovò circondata dagli imperiali e sotto assedio dalla conquista in poi, e la reazione dei cittadini fu guidata dai precetti di una nuova ideale comunità nascente. Più aspre si facevano le condizioni, più estrema fu l’applicazione dei precetti. A un certo punto il profeta in carica, Jan Matthys, uscì dalle porte della città assediata andando incontro alle truppe, dopo aver detto che Dio l’avrebbe salvato. Le truppe lo fecero fuori e appesero i suoi testicoli alle porte della città e io amo questi seri dettagli della storia della Chiesa e delle Chiese. Mi ricordano come gli uomini siano uomini e la sacralità del tragicomico. Ma comunque. Jan van Leiden prese il suo posto e le riforme continuarono, passando per aneddoti a metà tra il vero, l’immaginato da chi era lì, l’immaginato da chi era in quel tempo ma non in quel luogo, immaginato dai posteri. Chi sa? Quando si dà l’etichetta di diavolo a qualcosa quel qualcosa accoglie in sé tutte le peggiori nefandezze immaginate. Io guardo il quadro generale e credo di capire l’ottica, ovviamente perché la condivido. È sempre la stessa ottica, da la Repubblica di Platone passando per tutte le città ideali. Contempliamo stupefatti come, quando tali ideali si applicano, sfocino nell’incubo. Io mi chiedo invece cosa ci fosse nella testa di Matthys quando uscì dalle porte. Credeva che Dio lo avrebbe salvato? O si martirizzò con coscienza prima di poter deviare dal proprio percorso? O era un atto di vandalismo nei confronti di se stesso, dopo tanti atti di vandalismo negli altrui confronti? Chissà se Jan van Leiden lo sapeva? Mi piace immaginarlo solo, dopo essersi autoproclamato successore di Matthys come unico modo per mantenere un senso in quella città, solo a chiedersi quali fossero i piani di Matthys, a chiedersi come procedere ora. Simpatizzo per lui, e gli do un’intelligenza impreparata, o troppo preparata per quegli eventi.
Ma comunque.
Le tre gabbie sono ancora lì, dio sa per quale motivo. Sono tre gabbie, non pezzi d’arte. Le guide parlano male tanto del regno anabattista quanto dei cattolici che li trucidarono. Ma le gabbie sono lì. Ho detto a VB che mi sarei fatta artista e avrei fatto un’installazione: mi sarei fatta mettere nella gabbia di Jan van Leiden. Un altro artista mi ha preceduto e ha fatto porre tre bulbi luminosi nelle tre gabbie. Fuochi fatui, si chiamava l’installazione. Si ha l’impressione che nelle tre gabbie ci sia qualcosa, debba esserci qualcosa, anche senza bulbi luminosi. Che senso hanno, d’altro canto, tre gabbie vuote? È come disegnare tre vertici di un triangolo senza unirli: la mente completa l’immagine e si ha l’impressione di vedere un triangolo fatto e finito. Che ricordano quelle gabbie? Sono il memento che erano, o ora simboleggiano la crudeltà dei cattolici? Cosa significano in un’epoca in cui mostrare la sofferenza altrui è crudele?
Comunque, ho fatto il mio pellegrinaggio. Non mi sono, come avevo detto, arrampicata per raggiungere le gabbie in un attimo di com-passione venendo arrestata. Non ho attuato alcun revival, mettendomi ad esempio a pisciare sulle chiese o rompendo statue. Ho anche lasciato che il responsabile dell’ufficio “comunità della chiesa – cultura e dio sa cosa” mi infilasse in un “noi” parlando di cattolicesimo anziché urlare che per me Münster è anabattismo. Insomma, non ho commesso alcun gesto stupido e catartico, limitandomi a lasciar apparire di tanto in tanto un sorriso ebete sul mio volto. Ho anche brindato, con VB, dopo aver chiesto una birra tipica della zona per fare la turista.
Si viaggia soli, si dice, e significa questo: che ogni viaggio è un’esperienza intima (con mia grande frustrazione, io che vorrei tutto condividere – ci sarà un motivo per cui la Münster anabattista mi ha affascinato così tanto, no?). Ho discusso a lungo – in passato e durante questo viaggio – con VB di cattolicesimo, anabattismo, feticismo, indulgenze, materialismo e affini. Trovo il feticismo un peccato morale, e mi ci scaglio contro come certi sermoni si scagliano contro l’idolatria – ma ho il temperamento di un profeta rompicoglioni che bussa alla porta altrui, non del prete cattolico comprensivo che mormora leggendo. Ho la stessa tolleranza della Münster anabattista, interiormente – Null-Toleranz – ma lo sapete. Sapete che disprezzo, amo e odio tutti voi e che non è nulla di personale. È che, insomma, voi siete esseri umani e quindi fallaci, io sono un essere umano e quindi so odiare e amare e disprezzare.
Il problema è che per motivi opposti saremmo tutti capaci di rimettere in scena la Münster in cui le truppe imperiali sono entrate.


Münster è stata una meta decisa all’ultimo, quando ho realizzato che era sulla strada per Colonia. Bella città, Colonia. Belle le persone, bella la vita per le strade. Mi sono sentita incredibilmente di Kiel al terzo sguardo ricevuto, alla terza volta in cui mi sono domandata: “Ma perché mi guardano?” Colonia è estroversa, e comunque da una certa latitudine in giù il Nord della Germania diventa quel luogo dove “le persone sono fredde e chiuse”, e io ho risposto che “no, non è vero, è solo l’apparenza”, ma la differenza è visibile, la si tocca, come a Colonia tocchi le persone e a Kiel no.
Sono tornata a Kiel con sollievo, chiedendomi se avessi introiettato la mentalità della persona di campagna che vuole vivere nel suo remoto paradiso. Ed è probabile. Ho persino capito come mai la gente tenga tanto all’omogeneità: quando vivi in un posto in cui tutti sono simili, tutti alti e con gli stessi tratti facciali (e gli stessi colori) non c’è nulla di visibile da temere. Quando vivi in un luogo in cui una sola cultura regna, non c’è nulla che tu non conosca. È rilassante – e noioso e sulle lunghe rende meno elastici.
Non potevo comprendere questo amore per l’omogeneità prima: l’omogeneità del luogo da cui vengo ha caratteristiche che non apprezzo, e quindi è stata rifiutata a priori. E continuerà a esserlo, e io ho addosso quest’umore fatalistico e grigio – manca così poco al ritorno. Ed è strano, strano abbastanza, perché ho avuto abbastanza dalla Germania. Ho compreso il modo in cui si annoia osservandosi, in cui abbisogna di esotismo, i suoi limiti. Non starei comunque qui a lungo. Ma non è in Italia che voglio tornare, e quindi siamo punto e a capo. Vacillo nel nulla da cui sono partita. Parlo con persone che hanno avuto esperienze all’estero (la maggior parte, qui) e mi chiedono se non sono felice di tornare a casa. Mi parlano dell’importanza della madrepatria e no, non li seguo. Dico loro che è frustrante partire ora, ora che parlo tedesco, ed è veramente solo frustrazione. Daf dice che sono pigra, perché chiedo sempre alle persone se conoscono l’inglese, perché non ho voglia di parlare in tedesco. È vero. Ho dato le mie tre annualità di tedesco, sono a posto, fatemi parlare in inglese, è più rilassante. Parlate in tedesco, vi capisco, e fatemi parlare in inglese, tanto mi capite. Si dice che una traduzione non possa rendere le sfumature di una lingua, ed è vero, ma siamo sinceri: neanche i miei connazionali mi capiscono quando voglio rendere quelle sfumature in italiano. Non basta essere madrelingua, bisogna trattare la lingua in un certo modo. La Münster anabattista è una sfumatura della cultura tedesca e i tedeschi non la conoscono. Spendo ore della mia vita analizzando inglese e tedesco per trovare parole che nessun inglese e tedesco usa – o quasi. Dovessi mai (ci sto lavorando) avere una padronanza dell’inglese da livello C2, avrei lo stesso problema che ho in italiano: solo una fetta dei parlanti mi capirebbe. Anche se questo discorso è un po’ datato: dopo mesi all’estero il mio italiano si è impoverito. Centinaia di parole sono diventate passive, e io correggo l’uso dialettale delle preposizioni di VB prima che contagi anche me. Mi tappo le orecchie quando usa parole a me sconosciute perché dialettali – non le voglio nel mio vocabolario personale. Sta già messo abbastanza male. Ho avuto anche l’intenzione di correggere la mia pronuncia, togliendo le “e” e le “o” pronunciate alla nordica, ma mi è mancato l’entusiasmo. Nella paranoia della lingua ho scoperto che “settimana prossima” è la versione nordica del corretto “la settimana prossima”, ma dato che l’uso è ormai diffuso a breve anche “settimana prossima” sarà corretto – sono pigra, la televisione diffonde la parlata del Nord Italia e io mi metto comoda, a breve nuovamente circondata da italiani il cui hobby è correggere “gli” che è “le” al femminile (italiani che fanno i linguisti della domenica – fossero veri linguisti saprebbero che ormai “gli” è accettato come corretto italiano, e a quel punto non rimane che dire “eh, ma a me piace più com’era prima” anziché “eh, ma a me mi piace più com’era prima” – perché gli italiani sono linguisticamente così passatisti? Hanno la pedanteria di un professore che nessuno ascolta e poi dicono “beach” anziché “bitch” – non è paradossale?).
… E mi sto facendo pedante. (Beh, lo sono.)

Un tizio che sa essere pedante quanto me, da qualche parte, parla del rapporto Italia-Germania, dell’invidia italiana per la Germania e viceversa. Scrive che:
“[…] Varcare il confine non ha cambiato una virgola di voi. Siete materialmente ancora gli stessi stronzi di prima.”
Lo leggo cercando punti di vista di persone che si sono trovate nella mia stessa situazione, e mi dico che non sono mai stata la “stessa stronza di prima”. C’è una cosa che chiameremo “il comportamento del turista”, per cui ci si comporta in un certo modo nella propria madrepatria e in un altro all’estero. In Italia sei timido e all’estero sei espansivo. In Germania segui le regole e in Italia no, tanto non è il tuo Paese (e più parlo con tedeschi più ho la convinzione che in Italia si comportino meno civilmente per lo stesso motivo per cui in un Paese musulmano non offrirebbero vino: osservi le abitudini e le imiti credendo di fare la cosa più adatta). In Madrepatria cerchi di mediare e all’estero pretendi servizi. E via discorrendo.
Ma non puoi essere lo stesso stronzo di prima se prima non eri uno stronzo. O forse sì: forse un Paese può farti così schifo che per nostalgia diventi più italiano di quanto lo fossi prima. Beh, non è il mio caso. Non buttavo cartacce per terra prima e non lo faccio ora. Non abbandonavo bottiglie di birra vuote per strada e non lo faccio ora – a meno che non sia vicino alla stazione o dove so qualcuno passerà a raccoglierle (le bottiglie hanno il vuoto a rendere, quindi può capitarvi di vedere qualcuno che gira con un carrello raccogliendo bottiglie per arrotondare; sono barboni, spesso – intendo, quei pochi barboni che vivono qui). Ho imparato delle cose, qui, e spero di poterle applicare anche dopo (ho imparato a organizzare al secondo, e questo in Italia non è fattibile). Non ho imparato ciò che trovavo stupido, anche se la Germania ha rincarato la mia dose di pedanteria. Sono pedanti-pedanti-pedanti i tedeschi. Moralmente e non solo. Ricordo Kokott chiedere agli studenti se non si vergognassero, quando venne fuori che all’università per passare un certo esame bastava comprare i libri del relativo professore. Nuovi, ovviamente – il professore li segnava a fine esami per riconoscere un usato. “Non vi vergognate?” ha chiesto Kokott, e dinnanzi a una tale manifesta vergognosa corruzione il suo atto è parso eroico – e lo era, in Italia. Qui sarebbe pedante, perché prima di partecipare manifestatamente a una tale corruzione devi essere sicuro di sbattertene del giudizio comune, e non è facile sfuggirvi.
Il tizio in Rete scrive:
“Che cos’e’ l’umanesimo? Mi spiace per il leghisti, che straparlano di “radici cattoliche” senza conoscerle, ma “umanesimo” e’ il nome di quello che (a mio avviso, e NON sono cattolico) e il piu’ bel lascito storico , o la piu’ bella tra le radici cattoliche del paese. Si tratta effettivamente di una cosa che e’ solo italiana, e cioe’ la convinzione che la ratio debba fermarsi di fronte alla dignita’ della persona.”
E scrive:
“La dura durissima verita’ puo’ sembrare bella se si criticano i politici, ma nel quotidiano significa essere sempre vasi di ferro tra i vasi di ferro. Il giorno in cui siete deboli in un mondo ove tutti non sono abituati a trattenere l’ascia, puo’ essere un problema. Quando il tedesco diventa vecchio, ci parlerete molto volentieri. E scoprirete che il vostro umanesimo somiglia molto alla delicatezza che il tedesco acquista quando, dopo una vita a gridare e sentirsi gridare sempre e solo l’amara verita’, e piu’ e’ amara piu’ si grida, capisce di non essere di ferro, e capisce che trattarsi con meno ferocia forse e’ piu’ conveniente.”
E mi chiedo che dignità ci sia da preservare quando si paga per passare un esame con un buon voto. Intendiamoci, quella situazione era peculiare. C’erano due possibilità: o dare l’esame con Cercignani comprando i suoi libri o dare l’esame con Maletta senza libri nuovi da comprare. Maletta è sempre la solita Maletta, che parla in modo incomprensibile e quindi mette a disagio le persone. Che non ti dice cosa devi studiare perché se studi per sapere sai già cosa devi studiare. Meno di un decimo delle persone ha fatto l’esame con lei, e il giorno dopo Kokott ha infierito sulle altre:
“Quanti libri ha comprato?”
“2”
“Ha preso 28?”
“Sì.”
“Quanti libri ha comprato lei?”
“3.”
“Ha preso 30?”
“Sì.”
L’atto di Kokott è stato eroico perché è andato oltre il timore di mettersi contro Cercignani (boss del dipartimento) e perché è andato oltre il cosiddetto “silenzioso rispetto”. Non c’era niente da rispettare, se non un must sociale, quella cosa che nella mia testa è battezzata “ipocrisia”.
Ma sono di parte. Sono per la logica e per la verità. Per dare a ognuno la propria responsabilità, anziché vendere un’indulgenza di massa per un peccato collettivo. Finché ho la coscienza a posto nessuno giudizio veritiero può scalfirmi – prego il prossimo, al fine di rispettarmi, di essere sincero.
Come fai a rispettare una persona che ha pagato per prendere un buon voto? Il 90% degli studenti l’ha fatto. Il novantapercento. È una generalizzazione il dire che più della metà degli studenti è pronta a partecipare alla corruzione? Mi si dice che l’Italia deve risollevarsi, che il problema è la classe dirigente, i politici, ristretti gruppi di persone cattive e malintenzionate – e io ho in testa quel 90% degli studenti. Non credo che la classe politica possa veramente rappresentare il popolo, è utopico, ma nel caso italiano ci vorrebbe una purga sociale. Se si multassero tutte le persone che lasciano in giro immondizia si potrebbero implementare i bellissimi cessi che ho trovato a Colonia, premi un pulsante e ti igienizzano il cesso cosicché puoi sederti tranquillo (anche se era già pulito prima, ma son paranoici). Se si licenziassero tutte le persone che svolgono servizi e ti trattano con poca gentilezza rimarremmo senza personale – e forse è questo il problema, non Berlusconi o chi per lui. Berlusconi è un tizio. Non è lui il coglione, ma chi lo difende quando se ne esce con un paranoico “è colpa dei comunisti”. Sarebbe coglione se non si difendesse, considerato quel che gli farebbe una fetta di popolo se fosse depauperato; il coglione non è l’attore che impersona il clown, ma il pubblico che crede che quel che è detto in scena corrisponda a verità.
Odio l’impersonalità del mancato civismo. Qui a Kiel c’è l’impersonalità del civismo: la sera prima c’è stato un party con 40 persone e il mattino dopo è tutto pulito. Non sai chi è stato, il luogo è stato pulito. Salgo sul treno Lecco-Milano e non so chi è stato, ma cartacce sono state incastrate (con dovizia) tra i sedili e sono stati imbrattati i sedili con scritte oscene.
Quando sono partita per Colonia ho lasciato allo Hausmeister il modulo apposito compilato con scritto che la lampada in camera mia non funzionava più. Sono partita, sono tornata e la lampada è stata aggiustata. È stato un fantasma: non ci sono segni dell’entrata di qualcuno, il pavimento non è sporco, nessuna delle mie cose è stata spostata. L’ho fatto fare nel weekend, quando sarei stata via, così non avrei dovuto sorbirmi la presenza di persone in camera che aggiustavano. Dalle mie parti, come si suol dire, se avessi fatto così al mio ritorno di lampade ne avrei trovate due – ironico modo di dire che avrei trovato la camera derubata.
Non ho, semplicemente, voglia di rinunciare a tali comodità in tale rilassata atmosfera, considerato che sia in Italia che in Germania do alla società (e che, in Germania, pago meno). I nazionalismi non contano (il nazionalismo se l’è inventato un crucco due secoli fa), e neanche la cultura (che è un modo gentile per dire al tuo prossimo che è diverso da te ma può migliorare e lo aiuterai). È solo… la lampada in camera.

Punti di fuga.

Friedrich Reck-Malleczewen doveva essere un prussiano con i coglioni – con «prussiano con i coglioni» intendo quelli che vengono così chiamati et quindi caratterizzati a posteriori, retroattivamente, con una certa nostalgia per questi uomini all’antica, legati alla propria terra da generazioni di nobiltà, e che trovavano il nazismo aberrante almeno quanto il comunismo.
Tutto questo io lo suppongo leggendo il suo Il re degli anabattisti, uscito poco dopo il ‘45 e in Italia non so quando, di sicuro è fuori edizione, e ringrazio il pio uomo che l’ha messo online sì che io potessi leggere Reck-Malleczewen introdurre l’opera chiedendosi perché scriva un’opera su Jan di Leida dato che lo depreca tanto.
Anch’io, fossi in lui, me lo chiederei, affiancando alla domanda una parentesi di auto-psicanalisi, ma suppongo che il prussiano trovasse anche Freud un’aberrazione.
… Comunque, grazie, Friedrich Reck-Malleczewen.

Sto leggendo per la terza volta la narrazione degli eventi münsteriti. La prima è stata con Q (geniali Luther Blissett, geniali, che danno al protagonista del romanzo i panni del personaggio storico, predicatore, che accompagnò Jan, e a Q. il fondamentale ruolo di… Beh, non spoilero), la seconda con Kristus (c’era un’H? Dov’era?).
Luther Blissett ha dipinto uno Jan Bockelson carnevalesco; in Kristus è un ispirato mistico molto pietistico; Reck-Malleczewen lo odia in quanto popolano che prende il potere con mosse da popolano, nonché come precursore di Hitler.
(E mi domando se vi sia questa triplica visione anche nei confronti di Hitler, con Chaplin che fa da avatar della prima.)
Riuscirò a unire le tre visioni?


«Parli come quel profeta…» commentò Geertje, e accarezzò la piccola rotondità che andava formandosi sul ventre del novello pappone. Quando era arrivato aveva le ossa coperte da uno straccio di carne, Jan.
«Quale?»
«Si chiama come te, Jan. Viene da Haarlem.»
«Lo hai ascoltato?»
«Non io…» Geertje si accostò maggiormente, una coscia stesa su di lui. Scintille di calore, un guanciale più caldo per la notte. Un guanciale meno pidocchioso, quello di Jan. «Dicono…»
«Hai detto che parlo come lui.»
«Cieli venduti come puttane. L’ha detto lui.»
«E ci credi?»
«A cosa?»
«Ai cieli venduti come puttane. A lui. A me. Alle puttane che salgono in cielo. Ci credi?»


Sì, mi è tornato il PC. Solo che manca la linea. Quella dovrebbe tornare massimo entro quarantotto ore.
Mi piace avere il mio amato LeBaron senza connessione. Sono operativa e non distratta, anche se devo rimandare una serie di ricerche («Le sanguisughe hanno denti?» – «Che velivolo inserisco nel ‘42 a Stalingrado in mano alla Wehrmacht?» – «Che faccia aveva Rothmann?»). Intanto trascrivo, schematizzo, faccio i miei schemi per sociologia… Bevo caffè e mi faccio venire mal di testa. Faccio bozze di siti. Backuppo e raccolgo scritti. Studio e bevo MartiniBianco&SuccoDiMelaVerde e mi faccio venire mal di testa. Aspetto con dedizione che i due saggi di Foucault arrivino – e penso che Foucault e il suo indirizzo mi danno speranza. No, speranza non è il termine; diciamo: mi danno un posto. Probabilmente è una cloaca o un boudoir mal areato o il bordo di un precipizio, ma, si sa, l’importante è sapere qual è il proprio posto. I saggi di sociologia, a furia di parlare di Stati ed etnie e minoranze e generi e scomporre ognuna di queste cose mi hanno in qualche modo spiegato perché non faccio parte di un genere – o meglio, perché non mi sento facente parte. Qualsiasi cosa io mi senta, sono parte delle cifre che la Chiesa Cattolica dice comporre il totale dei suoi fedeli, di quelle che compongono il popolo italiano, e di una serie di altre statistiche – il problema, al solito, non è il cosiddetto dato «oggettivo» (quantificabile) ma quello «soggettivo» (che dovrebbe essere qualificabile, ossia darmi qualità, ma sorvoliamo).


Il dramma è la mancanza di un dramma, dice Erich. È la solitudine ignorata del busto d’uomo strappato alle proprie gambe e gettato sull’angolo del tappeto. Se i cecchini non l’avessero sotto tiro ne raccoglieremmo i resti e li seppelliremmo. Bruceremmo. Occulteremmo. Perché smetta di puzzare e di suggerire geometrie contorte nel gomito piegato al contrario.
Al crepuscolo, quando i cecchini cambiano zona, i bambini salgono – Erich butta un altro tozzo di pane sul tappeto – e si chinano sul torso, assottigliano gli occhi cercando di capire la fisica di quel gomito distorto. Rotolano sul tappeto a occhi chiusi, li aprono all’improvviso gettandosi nelle trame infinite dei fili, impossibili da comprendere nella loro interezza, costante fonte di sorprese. Incapaci di dare una spiegazione satura di sé. Come il torso decomposto. A ogni disamina rimane una fessura, un buco nero pronto a risucchiare la certezza sul quadro d’insieme, a rosicchiare come un tarlo la sazietà di chi vorrebbe dire:
«Ho compreso.»


Continuo la lettura della Salvatori, cui ho accompagnato quella di un paio di interviste.
Ecco, come dire… Mi ha fottuto.
Mi ha tratto in inganno, mascherandosi così bene dietro la sua scrittura da farmi credere che la narratrice coincidesse con l’autrice.
Mi ha fottuto e l’adoro per questo.
Il fatto che la copertina del libro ritragga una mistress in abiti pseudo-nazi con un frustino in mano mi dà un’idea della necessità che l’editoria ha di vendersi, di quali compromessi debba adottare e di come le apparenze siano tutto (quella copertina deve aver convinto lettori a leggere come avrebbe convinto me a non leggere, se quel romanzo non mi fosse stato regalato con un «Ti piacerà.»).

(Perché in italiano si aggiunge l’articolo determinativo ai cognomi delle autrici e non a quello degli autori?)

In questi giorni di manca di PC o di Rete o di entrambi, sento con una certa costanza Capi. La certa costanza mi fa sorridere e mi fa porle domande tipo:
«Ma perché lo fai?»
Ossia: «Ma perché alla fine di ogni telefonata mi dici che ci sentiamo domani? Che ne sai, che ci sentiamo domani? Come puoi sapere che ti ricorderai di chiamarmi?»
Oppure mi fa porre paranoici trabocchetti come sbottare in eccessi e vederla reagire con pazienza per poi dirle che vuole sempre compiacermi. (L’ho soprannominata «tonno», quello che tagli con un grissino, e ne sono nate deliranti speculazioni in cui la sua monogamia è la scatoletta e quindi io non allungherò il mio grissino o si sbriciolerebbe.)
Ora, è indubbio che per avere un rapporto quotidiano et paritario con me bisogna essere dotati o di immane menefreghismo (e capacità di non prendermi sul serio) o di immane pazienza, e suppongo che quella più che pazienza sia una naturale predisposizione al compromesso. Ossia: io sciorino estremi e lei li riduce al compromesso, ossia, dal mio punto di vista, li compromette, e quindi io esagero gli estremi perché non possano essere attenuati – e lei rimane placida e ironica.
Si è sviluppata una tale sintonia che ormai ogni involontario provarci con lei si sta sciogliendo – il «provarci» tipico include una persona che conosci poco e che vorresti conoscere avvalendoti anche di un letto – e quindi suppongo sia un lato positivo – il mondo è pieno di persone che conosco poco e che vorrei conoscere avvalendomi in primis di un letto.
Rimane, forte come la fede, il Vanitas vanitatum, lo strisciante memento mori che dice che se Capi dovesse svanire domani sopravviverei benissimo, e piangerei più la mancanza di ore spese chattando e giocando che quella della sua persona, ed è per questo che ogni tanto esce il:
«Ma perché lo fai?»
E analizzo e mi interrogo, e mi chiedo se questo suo essere mediatrice bendisposta e che tende a soddisfare il benessere altrui (quando «altrui» è parte della sua cerchia di amici, cosa che a me pare toccare) sia un fatto per così dire «caratteriale» o se «culturale», e se esiste una differenza non squisitamente teorica tra le due cose.
E ovviamente non ho risposta.

Tra i boudoir di Foucault e Jan Bockelson e Capi e le riflessioni sui massimi sistemi, in questo periodo il Requiem mi sta esaltando come si suppone dovrebbe esaltare un Wagner – ma Wagner non mi dice una sega, e ne soffro molto.


Vescovo von Waldeck al detronizzato e in attesa di giudizio Jan Bockelson:
«Sei tu re?»
Risposta di Bockelson:
«Sei tu vescovo?»

Quale sinistra danza avete ballato?

Finito Per amore o per denaro – e sono tentata di andare sul balcone, alzare le mani al cielo e rivolgere un’ode a qualcuno lì sopra in ringraziamento.
Il relativismo è un’esigenza: come spiegarmi, altrimenti, come mai per fare 50 pagine di questo coso (Per amore o per denaro) ci metto tanto tempo ed energie quante ne spendo per 150 del saggio su stampa e Riforma e Controriforma?
Nel mentre ho compreso perché la mia mente ha continuato a pensare “Che stronzate.” da inizio a fine: miss Hochschild parte con l’assunto che la famiglia monogama sia un fattore naturale, ossia non la decostruisce mai. Decostruisce tutto il resto, in compenso, arrampicandosi per dirupi dai pochi appigli forte di un paio di indagini fatte.
Ho intravisto, in lei, un legame non professionale con il concetto “famiglia”. Un legame sacro – o quella cazzona non conierebbe tipologie chiamandole “calde” e “fredde” (“moderno caldo” e “moderno freddo”, dove il “moderno caldo” è quello che ascolta la famiglia – no, Miss, non si vede dov’è il tuo Sacro).
Nel mentre, mentre la mia testa cercava volgarità per esecrarla manifestatamente, mi è sovvenuto un “Madama Baciamilculo qua sotto”, memorie di un Leida interpretato da Luther Blissett – perché lo trovo poetico? Sacro, quasi? Dovrò ergere un po’ di fede per abbattere quella della Hochschild – e ho bisogno, tanto bisogno che arrivino i libri di Foucault, per purificarmi con un po’ di sano dissacramento.

A proposito di Sacri…
Ringraziamo non so chi per questo.

“Ah! Knipperdallitig, Knipperdolling, quale sinistra danza avete ballato?”

Baricentri.

Fetish libro su Peiper in Italia, con aggiunto processo a Dachau con tutte le angherie del caso, finito.
La conclusione è: quando i socialisti scrivono, scrivono “fascisti” per dire “nazisti”; quando i filonazisti scrivono, scrivono “comunisti” per dire “socialisti”. Non che io sappia cosa sia un socialista o un nazista, beninteso. Forse non esistono (di sicuro non i nazisti, non esistono più; e d’altro canto i nazisti sono nazionalsocialisti, ed ecco un paradosso).

Il Tale – ossia l’autore – ha il difetto di metterci troppo cuore, colorendo un saggio con commenti tra le righe degni di un pubescente o di un pensionato politicamente disilluso. Chiariamoci, mi diverte vederlo insultare in ogni modo possibile gli italiani raffrontandoli ai tedeschi, ma ciò vanifica il suo lavoro.
Tra un insulto e l’altro, però, mi ha dato informazioni. E traduzioni. E altri dati.

Peiper è un perfetto esempio di figlio esemplare del Vaterland. Lo si vuole corretto col nemico ma implacabile; umano ma con il cuore in mano alla patria; coerente, di quel genere di coerenza che confonde. Argomento succulento per nostalgici sopravvissuti e per inferociti oppositori: ha le caratteristiche giuste per entrambi. In Italia dà la caccia a ebrei rifugiati e ha un ebreo che testimonia a suo favore al processo. Sconfigge gli americani in Belgio e il maggiore statunitense sconfitto, al processo, finisce col farsi dare del filonazista traditore perché dice di essere stato, come prigioniero, trattato con i guanti. Etc etc…
Il processo a Dachau a Peiper (e altri) è stato riconosciuto dagli stessi giudici (USA + Germania) non valido, perché le testimonianze sono state fatte da uomini maltrattati. Percosse e contusioni varie, amputazioni d’arti (senza stampelle sì che non potessero suicidarsi), castrazioni a calci, angherie varie. Questo non annulla le angherie tedesche, né le angherie tedesche annullano questo. Cerco di stare in mezzo. (Sempre detto: chi sta in mezzo se la gode di più.) Una fetta di storia fatta di propaganda narrata da saggi che fanno propaganda (di due tipi: filoebraica, filonazista; no, in mezzo non ci puoi stare).

Ora ci sarebbe quel tomo totale di 800 pagine con 500 foto, formato gigante, copertina rigida, pezzo da collezione equivalente a un fazzoletto usato SS (nel senso che costa uguale)… La tentazione è forte.
Mi fa riflettere il fatto che i due libri chiave dei due personaggi storici che al momento ho al centro del focus costino uno sproposito.
Mi fa impressione incappare in libri che costano lo sproposito di cui sopra non per le immagini a colori, non per la grafica d’autore, non perché rappresentative di un evento pubblicizzante, non perché di moda, ma perché…
… Perché?


Scambio di mail.
Oggetto: Da Milano a Londra, passando per Sarajevo.
Estratti:

A: “Sto evitando in tutti i modi di entrare in contatto con italiani a Londra (per ovvi motivi), ma un contatto di Maletta è caso a parte.”

B: “Anch’io cerco d evitare gli italiani a Londra, ma non certo un contatto della Rosalba Maletta. […] Non a caso in questi ultimi giorni il pensiero di Lei mi tornava di continuo alla mente.”

A: “Ho evitato, nello scriverti, di usare le maiuscole scrivendo «Sua», «Lei», benché mi venga naturale anche se ne parlo come terza persona – pare che non venga solo a me.”

Quanto fottutamente è importante che Maletta guarisca. Dove la trovo un’altra idealista che crede di cuore ma riesce a non essere fanatica, eh? Non ci riesco neanche io. (Neanche Tanz. O Peiper. Tantomeno Jan di Leida. Giordano Bruno, ma, appunto, è morto.)