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Il sorriso di August Diehl.

Sono mortalmente noiosa.
Ho scritto due micro-racconti per due diversi concorsi per due diverse antologie ed entrambi, alla fine, sono sullo stesso tema.
Sono mortalmente noiosa.
È che quando ti passano il bando (perché tu neanche li cerchi) per un concorso che richiede racconti lunghi meno di una pagina ti dici che, suvvia, puoi dedicargli cinque minuti di prova. Glieli dedichi, lo scrivi, e poi passi due giorni mandandolo in ricerca di commenti e critiche, ossessionata da un punto cruciale (il finale, tipo; o il titolo) per 48 ore.
Hallo, Murphy.

Tazza di caffè bollente non zuccherato, sigarette, appunti di linguistica italiana.

Rush in Peace ha 45 iscritti, cioè uno in più rispetto alle ultime righe scritte, ma è bello vederlo progredire lentamente. Una vecchia retorica, in realtà falsa come l’ipocrisia, dice che il lento sviluppo è saldo e sicuro, mentre quello fulmineo è effimero. Insomma, la vecchia retorica parafrasa l’arcano maggiore degli Amanti (o Innamorato che dir si voglia).
Lunedì ne aveva 30, comunque.
Il 31 maggio 25.
In mezzo deve essere accaduto qualcosa – qualcosa dopo il mio ritorno a casa. Non so quale cosa sia accaduta, e mi piacerebbe capirlo. Ossia, non so se sia l’averlo postato in gruppi a tema, se sia stato il consistente aiuto di J, o se la Rete funzioni a quanti e quindi ci sono soglie che aprono a nuovi livelli.

L’ultimo micro-racconto è stato scritto con impegnato scazzo. Sono seria. L’essermi, negli ultimi due giorni, trovata immersa in un magma di aspiranti e/o esordienti (perché si può essere esordiente per anni, temo di capire) scrittori impegnati a migliorare le proprie opere in attesa de Il Giorno mi ha portato ad amare poco moderatamente un certo scazzo.
Ma io sono io, e quindi riesco a riflettere anche sullo scazzo mentre lo attuo.
Ho riflettuto sui mille discorsi che faccio sulla differenza tra lingua scritta e lingua parlata. Sul mio andare dicendo, da anni, che dovrebbero essere meno dissimili. Scrivi come parli e parla come scrivi. Con un’ottimista premessa: che il singolo cerchi di parlare/scrivere al massimo delle proprie possibilità, in modo variegato e preciso (può esserci precisione anche nell’usare una bestemmia). Tanto io sono incomprensibile sia nello scritto che nel parlato, quindi…
Comunque.
(Perché mi perdo sempre in me stessa?)
… Comunque, ho riflettuto su anni spesi a giocare di ruolo personaggi che andavano sul bardo-andante, qualunque cosa fossero, più per de-siderio che per attitudine. L’attitudine sarebbe venuta fuori dopo, pare. Ne disegnavo anche, di bardi. E di giullari. Sorridenti e maligni e benigni al contempo. Astratti e carnali al contempo. Le labbra erano l’attributo più importante: da esse, infatti, m’immaginavo scaturissero parole che fossero poesia senza passare dalla carta, ma usando la noncuranza sardonica del popolo.
Vorrei dire che non sopporto chi scrive in modo sublime ed è poi incapace di parlare. Ma non lo dirò, perché Eco è tra questi, e lo adoro comunque. Però di principio non lo sopporto. Mi sembra ipocrita. No, stupido. Stupido come rendersi invidiabili mentre si mostra un fianco. Immagino truculente scene di nonnismo attuato su compagni di classe deficienti, quando vedo Eco parlare in modo impacciato. Eco fa il compagno di classe deficiente, in caso non fosse chiaro.

Odio il fatto che vengano composti dei meravigliosi pezzi a pianoforte rovinati dall’essere sottofondati con cinguettii sintetici.
Odio il New Age.

E amo i corsivi.
Il micro-racconto scazzatamente scritto vietava l’uso di corsivi. Immaginate che sfida? Intendo, io che non uso corsivi?

Voglio vedere Die kommenden Tage. Voglio vederlo perché manco così tanto dalla Germania che mi risulta tedesco.
Mi risulta tedesco il modo in cui August Diehl parla in questa intervista.
Non è il suono di vocali e consonanti, ossia il suo parlare in tedesco, né la cantilena che il tedesco ha e a cui non sono più abituata.
È quell’esitare, appena, prima di introdurre una subordinata. Non è il pensiero che esita, ma il formularlo – si vede quasi il pensiero che si dà forma, qualche frammento di secondo, e poi viene espresso con ordine e puntualità (non potrebbe essere altrimenti: è tedesco. Non è questione di vecchi luoghi comuni, ma di grammatica).
Voglio vederlo perché c’è Diehl, e adoro Diehl come si può adorare un manuale di buone maniere da taschino, da sbirciare in caso di bisogno. Non sono le buone maniere a rendere Diehl utile, ma la sua mimica.
Ho scoperto i suoi sorrisi essere un ottimo compromesso tra me e il mondo. Sono la versione migliore dei sorrisi di cortesia che rilasci per abitudine sforzando grottescamente le labbra. I sorrisi di cortesia sono omologati, e quindi non comunicano nulla – per questo sono necessari: sono pacati. I sorrisi di cortesia di Diehl stanno sulla soglia: non sfondano la cortesia ma ne titillano i limiti. Non coprono l’espressività con una maschera muta, sono semi-trasparenti, e lasciano intravedere ciò che c’è sotto.
Per tali sorrisi si necessita una serietà sottostante rara, nel repertorio mimico italiano.
Siamo troppo costantemente espressivi, italiani. In tutto.
Quando sono arrivata in Germania non ho dovuto correggere la pronuncia delle vocali o delle consonanti, ma das Tempo. Il ritmo, ossia (ciao, falsi amici). Quella melodia che praticamente tutti i tedeschi che ho conosciuto dicevano di amare dell’italiano, così musicale. Devi startene all’estero a lungo, lontano da italiani, per rendertene conto. A me è stato spiegato da un’insegnante, che con delicatezza ha cercato di illustrarmi cosa intendesse con quel Tempo italiano. Me l’ha fatto notare non dopo avermi sentito parlare, ma dopo avermi sentito leggere, nel mio cercare di – come si suol dire – interpretare il testo.
Il bello del ritorno in Italia, poi, è stato il poter giocare con la musicalità della mia lingua madre. Farlo come se l’avessi appena imparata, con entusiasmo.
Parlare tedesco mi rilassava. Avevo voglia di parlare in inglese per voglia d’essere d’impatto. Avevo voglia di parlare tedesco per rilassarmi. Potevo prendermi tutte le mie amate pause in corrispondenza delle virgole e dei punti, prima delle sovraccitate subordinate, e poi lasciare che questa lingua dalle vocali lunghe e piene e dalle consonanti decise fluisse.
La mimica, invece, non ha subito percorsi schizofrenici a seconda della lingua parlata. Mi sono assestata su quella stessa mimica che adottavo anni prima – anni prima, nell’adolescenza, la adottavo per amor di ideali statuari – in Germania, anni dopo, l’ho adottata perché l’ho riscoperta congeniale. Non era la mimica dell’abitante di Kiel (che sovente ha una mimica da bravo boy-scout facile all’indignazione), semplicemente un distendere i muscoli.
Anche per questo mi piace Diehl, perché riflette una mia nostalgia. Ed è un buon suggerimento. Perché non voglio dimenticare.
(Interessante il fatto che ci siano montagne di letteratura a difesa del diritto delle persone di mantenere la propria cultura – tutela della cultura delle minoranze, per intenderci, e dei dialetti e di quant’altro – mentre io mi sforzo di non dimenticare quello che ho acquisito, di me, in un’esperienza all’estero.)

(Perché siete chiassosi, coevi, Dio quanto lo siete. Sciamate attorno e dentro me con i gesti impazienti, quelli entusiasti, i sorrisi troppo frequenti e gli occhi sbarrati in stupore esagerato – maschere del teatro che recitano un’esagerata espressività come se io fossi in file lontane tra il pubblico e non a mezzo metro da voi. Mie piccole scimmiette incapaci di distinguere un momento rilassato da una performance, rilassandovi chiassosamente e mettendo in scena performance castrate dal timore di esagerare. Ok, fine dello sfogo.)

… Comunque, vedrò Die kommenden Tage.

… Comunque, i bardi e i giullari che disegnavo avevano il sorriso di August Diehl.

Recensori, editori a pagamento e vaccari.

Habemus Recensore.
In realtà lo avevo anche prima, nel senso che Gianluca “Redrum” Santini mi aveva già citato recensendo Progenie – ma non credo di averne accennato (la mia megalomania deve essere più forte nelle valli del mio Io che nella Realtà di Fatto, dato mi sono puntualmente bellamente dimenticata di linkare mano a mano le mie apparizioni in commenti altrui).
(AGGIUNTA A POSTERIORI: Vedete che è più forte di me? Mi sono dimenticata di mettere il link alla recensione, gh. Eccolo.)
Redrum ha svolto un lavoro ingrato con un metodo e una puntualità che io non saprei da dove pescare (vi ho detto e dimostrato che non so recensire, vero? Anche se in passato l’ho puntualmente fatto su un giornale – ma l’essere umano è bello perché contraddittorio, nevvero?). Il “lavoro ingrato” consiste nel passare in rassegna vari tra i frammenti e i racconti presenti su quello che dovrebbe essere il mio sito letterario (neanche questo vi riporto mai – pessima marketer di se stessa, si sa), ossia un’accozzaglia di stili e forme diverse.
Al di là del recensire pubblicamente, Redrum mi ha offerto un grande favore: fare da specchio. Ogni volta che mando l’ultimo capitolo corretto di Rush in Peace prego i lettori di subissarmi con commenti, critiche, suggerimenti e quant’altro, da brava creaturina che ama farne tesoro. Ma, per motivi che ancora sto indagando, la voglia di dire la propria sul prossimo si fa corteggiare a lungo quando si tratta di darmi un feedback di ciò che scrivo. Non so se sono io o se è una tendenza generale. Comunque, Redrum ha bellamente saltato a pie’ pari il problema scrivendo nel dettaglio di ciò che ha letto.
Comunque, habemus Recensore e nessun dramma ha avuto luogo – non in ambito di recensione, perlomeno.

Ci attiriamo ciò di cui parliamo, e così ieri mi sono imbattuta nel mio primo Editore a Pagamento (EaP). Ciò è avvenuto ovviamente per caso, compicendo il Dio Che Ride, mentre discutevo di nulla in un gruppo su Facebook.
Ne sono uscita distrutta dopo aver distrutto lui. Non voglio ripetere l’esperienza, ma dato che l’ho fatto, concludiamo qui quel che ho iniziato là.
L’EaP è Andrea Ferrari Group (mi piace fare nomi e stare sempre sulla sottile linea che separa un commento da una possibile denuncia).
Si è pubblicizzato chiedendo €400 per pubblicare in e-book con diffusione in Italia e all’estero.
Ci sono diverse figure che prendono percentuali delle vendite, e trovate i dati in questa pagina. Riassumendo e lasciando alla pagina linkata il compito di essere precisa: lo scrittore paga, UNICEF, illustratori, modelle e casa editrice incassano.
Le librerie presenti sul sito che copre sono 10, tutte in provincia di Modena – come sito recita. Lui ha risposto dicendo che le librerie ruotano, cambiano, gli ho chiesto il perché e non ha risposto.
Per il circuito internazionale, gli ho chiesto se il servizio di traduzione è incluso e va pagato dall’autore, nel caso in cui ci sia, ma non mi ha risposto. AFG ha ammesso di avere un inglese maccheronico dopo aver vantato il fatto che copre l’estero. Il suo italiano potete valutarlo sul suo blog, l’inglese sul sito che vi ho linkato – ed è importante che il sito sia perlopiù in inglese, molto importante.
Prendete questo dato e mettetelo di fianco al fatto che quest’editore si presenta come un publishing project about love, peace and freedom called Andrea Ferrari Group, ossia: il sito si presenta come editore di libri con il fine di aiutare, e ciò si realizza nel dare una percentuale ad associazioni come “Emergency” e “UNICEF”. Questa vena da istituto di beneficenza non è stata riportata da AFG quando si è pubblicizzato sul gruppo di Facebook – e anche questo è importante.
Mettete insieme questi due dati, il fatto che il sito sia rivolto a un pubblico non italofono e il fatto che si presenti come un politicamente corretto benefattore mentre si fa pagare dagli autori, e rimirate la genialità dell’opera. Rimiratela. Amo rimirare cose come questa, e infatti la mia tesi di laurea è sulla De Beers.
Nota a margine: tutti i libri pubblicati presenti sul sito hanno come autore l’editore stesso (o il comune di Modena, in – mi pare – un caso). Anche quelli che ho trovato googlando – se ce ne sono altri, non li ho trovati. Giusto per chiudere il quadro.

Ci attiriamo ciò di cui parliamo, e così tra ieri e oggi mi sono trovata nel mezzo di una comunità di persone immaginaria e non, che nuota freneticamente per pubblicare, scivolando tra case editrici che ti pagano, che devi pagare, gratuite, con profitto o senza, tra quelle grandi e quelle piccole, quelle mainstream e quelle di genere.
E mi ha angosciato.
A morte.
Mi è apparso come un gorgo che ti trascina in sé fingendo di volerti proiettare in qualche empireo. Una trappola per topolini con la penna in mano.
Un incubo kakfiano.
Quanto sto bene nel mio limbo.
(E Rush in Peace ha 43 fans, gh. 44, tra la scrittura e la rilettura di queste righe.)


Ho fatto l’errore, ieri sera, di inciampare in The Wings, parte della OST di Brokeback Mountain. Letale errore.
Tra i tanti film in cui si può veder immedesimato il proprio rapporto potevo trovarne uno migliore – è che ci sono troppe cose in comune, e non quelle d’alto tasso drammatico (non vivo in una sperduta comunità rurale circondata da omofobi pronti a massacrarmi i connotati contro a uno steccato), bensì le più quotidiane e bieche.
Avevo già visto BBM, quando mi sono trovata sul divano con VB a seguirlo. Mi ha intrappolato in una scena collaterale, diventata memento mori: quella in cui si palesa sempre più che la distanza fisica tra i due non può che separarli sempre più, se il vaccaro timoroso non cambia vita. Non ho le paranoie del vaccaro timoroso che crebbe con un padre omofobo, solo una vita che mi vorrebbe emancipata dall’esigenza di seguire qualcuno. Mi vuole, mi voglio così – ho fatto tante piccole, più o meno raschianti, scelte per costruirmi così, per ribadirmi che avrei sempre anteposto la carriera – la libertà di costruirsene una – a tutto. E continuo a proseguire per questa via.
Sono fortunata, perché VB mi seguirebbe con piacere in molti dei posti in cui potrei capitare, ma persisto nel pensare che anche lei debba mettere se stessa al primo posto. Sono fortunata, perché la sua formazione le permette di lavorare in diversi luoghi – ma rimane il memento mori, il pensare che un giorno potrebbe non essere così.
BBM mi si è attaccato alla schiena con zampette da zecca per piccole cose, ma che raramente ho trovato altrove tutte assieme.
C’è uno strano rispetto – o perlomeno, amo rileggerlo così – tra me e VB, per cui non mi ha mai visto né sentito piangere a causa sua (per nostalgia, per il dispiacere di salutarsi quando una delle due parte, per la lontananza), né io ho mai visto lei. È un favore prezioso, per cui le sono grata. È già abbastanza difficile così, direbbe una certa becera retorica.
C’è una nostalgia che si esprimerebbe con le mani, sbattendomi contro un letto e riempiendomi di botte. La ascolto e sorrido, con una certa voglia – certe volte – di andare in vacanza in un nulla silenzioso, terra di nessuno in mezzo a due persone. Io e VB abbiamo un accumulo di ricordi scanditi da colazioni-pausa consumate in stazioni sparse qui e lì, quando il sole sta sorgendo e la gente ti scorre attorno partendo e arrivando. Con lei ho osservato molti di quei passaggi in cui vorresti perderti, quegli squarci per cui alcune persone viaggiano molto – li ho trovati inaspettatamente, oltre il finestrino di un treno osservando eliche gigantesche stagliarsi sul tramonto incandescente, su una spiaggia innevata nei riflessi del mare congelato, in un porto deserto a mezzanotte, su sabbia calda mentre il sole scompare lentamente e lo prendi di mira cercando di far rimbalzare sassi piatti sull’acqua.

Così parlò la larva.

Eoni fa qualcuno notò l’incapacità della sottoscritta di badare a se stessa, cosa che neanche la sottoscritta aveva notato e che da allora antepone come presentazione di sé (e come ottimo modo per spiegare ai coevi perché non cucina).
Per questo motivo approfitto di VB per farmi portare dal dottore. Non nel senso che mi ci porterà a manina (beh, potrei pensarci), ma nel senso che quando ti accordi con qualcuno per fare qualcosa poi è più difficile procrastinare.

Ieri sono rimasta a mo’ di cadavere sul divano a guardare la televisione per impossibilità di fare altro.
Il tutto è cominciato con una stanchezza dal normale tenore, che si è trasformata in una nausea non allarmante, che è diventata il percepire l’odore del pollo cotto come qualcosa di simile a carne morta e conservata spargendovi sopra polvere. Ma l’ho mangiato, facendomi da sola discorsi da nonnina preoccupata (“Su, mangia che stai meglio!”).
Poi sono rimasta sul suddetto divano contorcendomi come un bigattino (larva della sarcophaga carnaria) – avete presente quando ne isolate uno e questi si piega in due strisciando sul posto? Il malessere rinverdisce la mia capacità metaforica. Tali contorsioni erano conseguenza di strane scosse lungo le mie fibre muscolari, qualcosa vicino al dolore ma non esattamente dolore, simili a quel fastidio che provi quando sta per salirti la febbre. Ma non mi è salita la febbre.
Con un lampo di lucidità rimasta ho ricordato che l’ultima (e prima) volta che mi era accaduta una cosa simile (quella in cui sono semi-svenuta sul letto sudando freddo) bere camomilla era servito allo scopo – secondo la tesi di Mater per cui dovevo mangiare qualcosa per fermare contrazioni dello stomaco vuoto se non d’alcol (ne avevo bevuto abbastanza) e la camomilla avrebbe compartecipato a tale rilassamento. Arrancando fino ai fornelli ho quindi preparato una camomilla, ne ho bevuta metà e sono corsa in bagno a vomitare, per la prima volta nella mia vita anche dal naso. (Bleah – e, voglio dire, nella mia vita ho vomitato sovente, essendo una persona che sa ubriacarsi senza limiti.) Sono poi tornata al mio divano rimanendoci a mo’ di bigattino per ore, per andare a letto stremata relativamente presto.
Niente esclude che tale malessere sia di origine psicosomatica. Può essere qualcosa che mi colpisce lo stomaco e in qualche modo l’olfatto – dio sa come. Ieri sera l’odore di pollo – stavolta salato – sapeva di piscio. Psicosomatico o fisico, non ci capisco più un cazzo e mi sono rotta le palle (tra l’altro perché ho perso un’intera giornata di studio).
Mi sono svegliata dopo una giornata in cui in tutto avevo ingerito due cosce di pollo (e non so quanto me ne sia rimasto in corpo, dopo la visita al cesso), e senza la benché minima fame. Mi chiedo ora se tale mancanza di fame sia sintomatica di un malessere che alle mie spalle mi sta ancora nello stomaco o se lo sia, semplicemente, di un’abitudine presa (c’è chi si abitua a mangiare 400 grammi di cibo a pasto – come la sottoscritta in Germania – e chi si abitua a mangiare un pugno di riso al giorno – come la maggioranza della popolazione globale, probabilmente). Mangiucchio fragole felice del sole che ben si accosta loro. Mangiucchio fragole con la felicità con cui un bambino mangia dolci: quella di poter finalmente ingerire un cibo che ti piace, non un cibo che devi ingerire.
Che palle.
Mi sento molto molto poco spartana al momento.


Come i coevi di Cornelio Agrippa sapevano, essere debilitati è un ottimo modo per farsi deliranti trip.
Nel mio agonizzare sul divano ho riflettuto sulla volgarità della malattia, quindi sull’autocontrollo, ossia su quanto – pur da sola in casa – io stessi controllando le esternazioni della mia sofferenza. Esattamente come sarebbe più vittorianamente a modo evitare di farvi sapere di come io abbia vomitato dal naso, per intenderci.
Mi sono quindi interrogata sull’origine del mio autocontrollo: dovevo imputarlo a una prudery iniettata 150 anni fa alla mia cultura, o a residui di un super-uomo che non mostra debolezze per non essere com-patito?
E se le due cose fossero in realtà una sola?
Tale pensiero si è trasformato nell’ennesimo spasmo indegno con nausea in crescendo.
Ma soprattutto: mi è dato ragionare in maniera non delirante sulla posizione sociale del dolore dato che faccio parte di una cultura che come simbolo religioso ha un tizio in croce? Difficile farsi neutrali quando sei cresciuto in aule scolastiche che sulla parete hanno idoli sanguinanti e sofferenti. Una posizione devi prenderla: quello lì ti sta simpatico o no? Com-patisci o disprezzi? Vorresti lenirgli le ferite o abbatterlo per pietà?
Io tento l’indifferenza: l’ho tentata anche ieri, cercando di ignorarmi mezzo TV.


Ieri ho seguito due film della maratona Queer (giornata all’insegna del cinema lgbt), e la mia mente delirante ha anche realizzato il fallimento a priori che l’amicizia donne&omosessuali ha in sé.
Negli anni ’60 tutta una serie di gruppi stigmatizzati sono usciti allo scoperto (da cui la nascita degli women studies, cultural studies, post-colonial studies), percorrendo parallelamente – e spesso a braccetto – lotte simili. In comune avevano una mancanza di diritti rispetto al modello egemone (l’uomo bianco caucasico eterosessuale alphaman), e forse per questo si sono coalizzati – insomma, questo spiegherebbe perché percentualmente sono le donne a essere a favore dell’omosessualità maschile e della parità tra etnie. Poi credo sia subentrata una certa confusione, nel senso che a furia di accostarsi gli uni agli altri alcuni attributi sono stati estesi: gli omosessuali, da pervertiti che ragionano con l’uccello, sono diventati creature sensibili.
Ma, rimanendo sulla sola amicizia sociale tra donne in quanto categoria con minor status e omosessuali maschi in quanto categoria con minor status, c’è un problema di base: la cosa che accomuna queste due categorie, sfiga storica a parte, è il far coppia con uomini. Queste due categorie, di norma, sono per definizione non accoppiabili.
Parlavo con Mater del contemporaneo desiderio femminile di avere un amico gay, così conosciuto da essere stato parodizzato (“Adotta anche tu un gay!”), avendo come prototipo di gay la checca femminilizzata che pensa a rifarsi il guardaroba (perché come amico gay per una donna non si prevede Tom of Finland, di norma), ossia dell’amicizia tra due creature accomunate dall’avere come gioioso scopo quello di diventare una barbie, che è la versione fintamente emancipata della damina vittoriana.
Ho riflettuto anche sull’emancipazione del corpo femminile, nei miei delirii da bigattino, guardando l’ennesimo film in cui il maschio attraente è tale per status e non per corpo – ossia, è fasciato da un completo elegante che non fa intuire le forme del suo corpo neanche con tutta la fantasia del mondo. All’ennesimo white-collar di status ho realizzato la diffidenza che di base il completo classico da uomo fa sbocciare in me: voglio dire, sotto a quelle stoffe da migliaia di euro potrebbero esserci un paio di pettorali striminziti e depressi, che brutta sorpresa.
Mi sono quindi chiesta perché l’emancipazione della donna sia corrisposta a uno sviluppare la tendenza della donna a mostrare il proprio corpo, riconoscendo la non-peccaminosità del corpo semi-nudo o nudo, e non allo sviluppare nella donna l’apprezzamento per la nudità maschile. Insomma, anche nella nostra amata epoca vittoriana vendevano sottobanco foto di damine nude e seminude – dov’è la novità culturalmente parlando? E non è paradossale che l’emancipazione spogliante del corpo femminile sia alla base del nuovo sessismo, quello che vuole il corpo della donna come oggetto di piacere?
A volte ho l’impressione che la storia sia figlia di una serie di malintesi.

Il senso della vita.

La sottoscritta presenta:

Il fantastico sogno di VB di stanotte

… Che rimanga ai posteri come paradigma del senso della vita.

Attori principali:
– VB
– Io
Lui

Svolgimento:
Lui, dopo aver fatto per ore discorsi esistenziali, viene interrotto da VB che – sollevandosi in piedi e sollevando romanescamente il braccio destro in direzione di Lui – dice:
“Ma ancora lo stamo a sentì ‘sto cazzone.”
Al che sul mio volto si apre un illuminato sorriso, e dico:
“Eh beh, è merito mio.”
(Non si sa di cosa.)
Il tizio ci guarda perplesso e il sogno finisce.


Guardare Mouth to Mouth fa male.

Kiel IV.

Pausa forzata dal dover attendere che si attivi la ricarica della surfstick (Internet). Questione di qualche ora, ma data l’ora attuale – 00:51 – sarà questione di domani.
Stavo scrivendo un Referat per il corso di tedesco. Credo che Referat si possa tradurre con «presentazione», ma non ne sono così sicura, e per il semplice fatto che il sistema universitario italiano non funziona in questo modo, e quindi non ha una salda terminologia a cui riferirsi.
Il Referat in questione dovrebbe essere sull’Italia. Siamo in tre, nel mio gruppo, a venire dall’Italia, e onde evitare di annoiare gli astanti sarebbe preferibile scegliere argomenti diversi – questo io e un’altra ragazza italiana abbiamo pensato.
Il mio Referat verte sul rapporto culturale tra Germania e Italia, spizzicando qui e lì: si inizia con il Romanticismo, Goethe, si passa da Mann per arrivare a Luchino Visconti. Una cosa breve. Dieci minuti. Essendo in tedesco dieci minuti equivalgono all’infinito, ma ci ho preso gusto.
Ho un rapporto intimo con il tedesco, nel senso di «è una cosa tra me e lui, e non riguarda gli altri parlanti» (o, per meglio dire, li riguarda a livello superficiale: lo utilizzo per migliorarlo e perché… Perché sì, perché mi sono abituata al tedesco come lingua di comunicazione e ora mi si sta fottendo l’inglese). Non potrei mai parlare come scrivo, per quanto pur scrivendo io probabilmente suoni meccanica e legnosa da brava principiante, e quando scrivo mi… rilasso. Come fare equazioni. Con un bel suono. Con una pronuncia la cui cadenza è il nocciolo duro – da brava italiana in Germania.
Mi ripeto, ossessivamente, che sono l’unica persona che ha studiato tedesco per un anno a essere nel gruppo più avanzato del corso di tedesco; che ho surclassato persone che lo hanno studiato per anni; che anche se non è vero che lo so meglio di loro, dato che lo balbetto schifosamente, ho pur sempre interiorizzato la grammatica abbastanza in fretta da finire nell’Oberstufe quando la docente italiana mi scrisse maternalistica che dovevo passare l’estate a studiare perché dovevo almeno finire nel Mittelstufe I (3 livelli sotto; sono in tutto 7 livelli); che quindi potrebbe leccarmela, se la conoscessi di persona.
Rimiro il mastodontico Sartorius II, che è un tomo componibile (metti e togli i fogli per aggiornarlo) composto di trattati internazionali e conferenze e non so neanche i nomi in italiano, robaccia per diritto internazionale, un tomo cubico: è largo quanto è spesso quanto è alto. Lo rimiro e mi dico che posso. Lo mostro lamentandomi per ricevere il compatimento altrui, perché tal compatimento implica che io sia in grado di studiare su quel coso. E lo sono. Il problema è sempre il tempo. Avrei bisogno di qualche era per raggiungere il mio livello medio di studio in italiano (o inglese, giacché ormai l’inglese è la lingua che percepisco con affetto, quasi fosse la mia madrelingua, così fottutamente deliziosamente comprensibile nel 90% dei casi).
Il fatto che io abbia una mole di lavoro superiore a quella degli altri studenti internazionali qui mi porta a due riflessioni interlacciate: in primis, chi conosce il tedesco meglio di me ha meno corsi da seguire, quindi tutto ciò è folle; in primis a pari merito, ciò dovrebbe dimostrare che sono di più.
Strategie psicologiche per la sopravvivenza.
Non sono abituata da eoni a seguire lezioni senza intervenire, e vengono a galla le brutte sensazioni scolastiche di quell’età in cui senti che potresti dire cose stupide. Ora la sensazione è che potrei dire cose in modo stupido (no, è una certezza). Odio la passività. Soprattutto in questo sistema che invece permette di essere così attivi, così creativi, partecipativi.
Ma come faccio a essere partecipativa nel commentare un testo quando per farlo necessito di un lessico che dovrei studiare anche in italiano perché specifico?
Che frustrazione.
(E mi masturbo scrivendo in solitudine in tedesco.)

(Intanto ho di nuovo la connessione. Amo la Germania. Amo come mi sorprende. Meglio di un amante a letto che mi scopre nuovi punti G.)

VB è stata qui per sei giorni. VB è stata la mia pausa. Fino a un certo punto. Il sistema universitario tedesco è puntualmente propedeutico, quindi non puoi assentarti a scelta: di settimana in settimana c’è qualcosa da fare.
Ma è stata una pausa.
(E ora ho vagonate di studio davanti a me.)
Ricordo con piacere un perdersi dopo una gelida passeggiata sul lungo mare, sentire il suono di un violino all’interno di un locale (di una Kneipe, altro termine intraducibile) ed entrare, così, in quel calore, facce giovani e vecchie e rilassate, strumenti in mano, ognuno il suo, birre sul tavolo. Un indigeno commovente, che mi ha dimostrato come le leggende metropolitane abbiano fondamenti di verità: due settimane fa ha nevicato e questo marinaio era in giro in pantaloncini al ginocchio e infradito.
Abbiamo bevuto delle Jever, birra tipica del Nord della Germania che tendo ad adorare. Tre giri, se ben ricordo. Una musicista né giovane né vecchia, né bella né brutta, semplicemente un po’ unica, ci ha rivolto (a me o a VB, non ho capito) occhiate così profondamente piene d’odio che l’ho adorata. Vi ho letto genuinità. Ero di buon umore. Ero intoccabile, non ero né una turista né un’autoctona, e mi ero infilata sotto le coperte ancora tiepide di Kiel.
La bacerei anche ora, la musicista, la bacerei mentre mi guarda con odio proprio perché mi guarda con odio, mio piccolo gioiello autoctono spuntato dal nulla.
La mia camera – nel mio appartamento che ha sulla porta un oblò – ha sempre più cose marinaresche. Richiami, solo richiami. VB ha contribuito massicciamente, ma è stata la ciliegina sulla torta. Ora ho una tazza con sopra stampati nodi marinari, ma il Captain Tea l’avevo anche prima. Ho anche un anello a forma di Kreutzknoten. Ho un thermos. Non che il thermos sia tipicamente marinaresco, ma la mia carriera di bevitrice di caffè inizia con un pubblicità della Nescafè, in cui una tizia usciva sul terrazzo al gelo con la sua tazza in mano, e sorseggiava guardando il mare. Potrei cominciare ad amare il freddo, perché qui è così fortemente chiaroscurato con il calore degli interni e delle bevande. Il thermos è tedesco e costando 5 euro tiene il caffè caldo per una notte intera. Non hai bisogno di sesso quando la vita funziona così. (Ok, quest’ultima non era credibile.)
E a proposito di sesso, ho avuto la mia dose. I dettagli non li volete, tanto li tradurreste nelle cose che per voi significano piacere. Dire «piacere» è tutto quel che di vero e assoluto si può dire. Le speculazioni attorno a questo piacere riguardano mappature e rotte, e cercare il corpo altrui alla ricerca di kymberlite che segnali la prossimità di un diamante.
Le conseguenze di questa caccia al tesoro sono: una settimana con i muscoli doloranti, mi si sono riscolpiti i muscoli e sono ancora mancante energie. Gli incontri con VB riconfermano un’antica verità: non so moderarmi. Quando la vedo, forse perché la vedo una settimana alla volta tra un vuoto e l’altro, le altre necessità fisiche vanno in secondo piano. Smetto di avere fame, smetto di avere sete – salvo, quando siamo in un luogo in cui non si può cadere l’una addosso all’altra (il che esclude i bus, perché sono riuscita ad avere un orgasmo anche in un bus tedesco – sì, sono pessima – sì, ne sono fiera e gongolo), l’arrivo improvviso di una fame vorace e il bere alcol senza riserve e senza ubriacature, perché il mio corpo è così stremato che anziché ubriacarsi cerca di far della birra (o del vino) puro nutrimento.
Insomma, sono a pezzi e soddisfatta.
Mi spiace solo di aver finito City of Thieves dopo la partenza di VB, perché avrei voluto passarglielo. Beh, vorrei passarlo anche a voi. Beh, l’autore è David Benioff (quello de La venticinquesima ora) e il libro è questo. Fatene tesoro, se amate i creativi che non si sottomettono alla retorica proprio quando la retorica setta regole imprescindibili. Non che sia un «senza genere», ma ci si avvicina.
E, visto che siamo nel momento dei consigli per gli acquisti, beccatevi:

Credo sia il primo film che ho visto in cui i personaggi fanno quello che è più intelligente fare e non quello che sono supposti – dal pubblico, dai canoni estetici, dai canoni, da Dio, da me – fare, ma che al contempo non delira solipsistico.
L’ho visto con Marcus, che sto vedendo poco. Non ho tempo. Me ne prenderò ancora, qualche sera, e lo sto dicendo a me stessa.

Mi manca un po’ l’Italia, potrei dire, ma ancora sarebbe scorretto: mi manca una lingua che so maneggiare sufficientemente. Mi manca conoscere, almeno ogni tanto, quel che ho attorno, sapere come gestirlo.
Ma sono felice di essere qui. Mi sento provvidenzialmente in viaggio, stando ferma qui. Attacco immagini di navi pescate qui e lì sulla porta e le infilo nei raccoglitori, ricordandomi che Kiel è una tappa, e per questo la sto adorando, perché mi ha permesso di considerarla tale.
Mi stanno venendo sottratte due tra le mie più vecchie e fidate certezze – la padronanza linguistica e l’essere preparata meglio degli altri – e sto su, abbastanza su da avere spesso squarci di pace interiore. Questo è fottutamente importante. Questo è fondamentale. Odio gli impegni fissati e la sveglia e sto su, dinamica e attiva. Sarei aracnofobica, vivo nel paradiso degli ottupedi e lo dimentico. Non ho tempo per speculare e non mi sento alienata (anche perché lo sono a livello formale, quindi sentirmici non sarebbe granché creativo). Esco con dei britannici! Quando VB era qui, a mezzanotte dopo il gioco atto a ubriacarsi (un gioco importato dai britannici, ovviamente), eravamo in giro con cinque britannici. (E volevo anche trascinarne uno a letto con noi, ma a VB non piaceva. Sigh. Non che io mi fossi chiesta se il tizio in questione ci sarebbe stato, ma quel che conta, si sa, è il gesto – e il non farsi domande fino a che non senti qualcuno che ti dice «Cosa stai facendo?» – ma, ricordando ubriachi frammenti, mi pare il tizio in questione ci stesse provando. Odio non avere memoria, rende la percezione che ho di me così instabile – amo non avere memoria.)
Sento di aver imboccato la via, cosa che solitamente risulta essere per me la più difficile in ogni processo. E la costanza, ovviamente. Ma – amo Kiel – Kiel è un passaggio.
E vado a crollare con Confessioni di una maschera.

Steerpike.

«Ti fanno male?»
«Cosa?»
«I lividi.»
«No.»
«Sono punizioni?»
«Sì.»
«È sadico?»
«È irrilevante.»

Dire che sto scrivendo sarebbe impreciso. Sto perlopiù facendo opera di mixaggio ed editing.
L’unico pezzo scritto da zero è quello iniziale, 27 aprile 1945 a Berlino – no, non ne so abbastanza della battaglia di Berlino, ma vedrò di sfuggire dalla possibilità di scrivere inverosimiglianze senza finire in vicoli ciechi.
Cerco di ravvivare con musica e spunti esterni una trama che altrimenti rischia di cadere nel dualismo del sadomaso, che è per l’appunto un dualismo, e i dualismi da soli non mi hanno mai convinto.

Ho visto Gormenghast, ed è molto colorato.
Personaggi vividi, fantasy usato per caricaturare e non per alienare – insomma, ho apprezzato. Anche il personaggio interpretato da Rhys-Meyers, Steerpike, un personaggio indecente, epicità da camera al negativo, anti-eroe senza dignità perché troppo suscettibile al riguardo.
Mi ha lasciato dentro riflessioni sul modo di porsi, perché quello di Steerpike è servile – è miele per orsi golosi di servi e adulazione – ossia l’esatto contrario del mio. La sua opinione sull’umanità non deve però discostarsi troppo dalla mia, e quindi devo pensare, e domandarmi se preferisco Kant o Machiavelli. Kant, pare – ma l’assoluto servilismo di Steerpike è uno schiaffo morale molto più bruciante di quelli che l’arroganza potrebbe scagliare, e così io mi trituro il cervello su questi inutili paradossi.
E mi domando: "Come sarò a Kiel?"
I dormitori hanno dei simil-Prefetti, eletti ogni semestre, che si riuniscono in una specie di Consiglio. Ogni mese le condizioni dell’appartamento vengono controllate: se non è abbastanza pulito bisogna pagare un’"ammenda" che serve in verità a pagare delle pulizie professionali.
Quando ho creato l’Acero Rosso – con i suoi Prefetti e i suoi Consigli e la sua Sorveglianza – stavo ragionando per estremi, per assurdi, romanzando una realtà foucaultianamente letta.
E ora vado a Kiel e avrò tutto questo.
Certo, siamo a Kiel – Germania – e non in un parto della mia mente, quindi non ci sarà un’atmosfera da regime del terrore con voti raccolti a minacce, ma la struttura c’è.
(Parola del periodo: struttura.)
… L’ammenda se non pulisci l’appartamento.
Da qualche parte avevo scritto che vedo la Germania come una Grande Madre, ossia una versione più piacevole e rassicurante del Grande Fratello, e avrò un emissario della stessa che controlla se pulisco il mio spazio privato.
… Ok, smetto di basirmi pubblicamente.

Steerpike:
If ever he had harboured a conscience in his tough narrow breast he had by now dug out and flung away the awkward thing – flung it so far away that were he ever to need it again he could never find it. High-shouldered to a degree little short of malformation, slender and adroit of limb and frame, his eyes close-set and the colour of dried blood, he is climbing the spiral staircase of the soul of Gormenghast, bound for some pinnacle of the itching fancy – some wild, invulnerable eyrie best known to himself; where he can watch the world spread out below him, and shake exultantly his clotted wings

Cazza la randa!

Ho passato la serata guadagnandomi 150 euro – sì, suona male, ma ho semplicemente aggiornato un sito con metodo stakanovista per calcolare un costo opportunità alto.
Posacenere svuotato, caffè bevuto, canzoni sconnesse nelle orecchie.
Il metodo stakanovista ha lasciato brecce aperte all’amore per il multitasking, e mentre lavoravo mi facevo distrarre da Facebook.
Il fine settimana via è stato molto produttivo, e gli scatti lo dicono: sono tanti, divertenti, stupidi.
Si è creato un linguaggio tra i partecipanti, che viene rimbalzato dall’uno all’altro; si sono formati attimi da finire in ricordi intrecciati l’uno con l’altro; le persone si sono piaciute, ed è questa la cosa importante per il mio animo da mezzana sociale.
Non ho scopato, ma lo sapevo ed ero preparata; in compenso ho ricevuto un delizioso massaggio ai piedi.
Ho socializzato con un cane – socializzazione al negativo, che ha preveduto il cane in soggezione dinnanzi a me. Pare io non sopporti i cani non disciplinati. Forse rileggo nei cani la capacità di disciplinare del padrone, e sono i padroni incapaci di disciplinare che non sopporto – comunque, il cane si è tenuto a distanza evitandomi di trovarmi la sua goffa massa addosso, e ciò è bene.
Ho mangiato, ho bevuto.
Ho letto quarantanove pagine de Il Guardiamarina Hornblower di Forester, in italiano, per capire se mi andava di leggerlo in inglese. I termini che non capirò in inglese saranno probabilmente gli stessi che non capisco in italiano (“Cazza la randa! Ala la drizza!”), quindi sono sempre più tentata di darmi a questa lunga saga.
Al momento sto leggendo Le navi degli schiavi di Thorkild Hansen, regalatomi da VB non so bene per quale motivo (navi a parte), ma fa da collegamento tra l’ultimo esame dato e non so che cosa. Insomma, non è un’isola sperduta nel nulla. In compenso è un mattone, ma un mattone che sta scivolando veloce (per motivi a me ignoti, dato che non esattamente mi piace; scivola e basta).

Il pensiero serio della giornata dovrebbe ricadere sulle foto sparse su Facebook, quelle che ritraggono me e in cui mi cerco. Ci sono anche dei video. Ce n’è uno, sul cellulare di M., che ho osservato a lungo senza sentirne il sonoro, concentrata, un po’ stupefatta, e non solo perché così mi sono resa conto di quanto insopportabile sono, ma perché ho capito perché conosco Caine. La mimica e la gestualità che vedevo in me non mi risultava mia, ma sua. Non che io abbia sovente modo di osservare la mia mimica e la mia gestualità, e quindi è comprensibile il mancante senso di familiarità, ma continuo a chiedermi il perché di questa somiglianza con Caine. Non ho avuto il tempo di capire se mi piacevo o meno; è giunto prima il ricordare che ho spesso trovato la gestualità di Caine tenera, ben cosciente del fatto che “tenero” mal s’associa a Caine – come mal s’associa a me, dicono dalla regia, e subito smentiscono, qualcuno asserisce e segue qualcuno a smentire, etc etc… Insomma, riassumendo, questa somiglianza ha forse un senso.

Mi è stato detto che si era felici del mio rapporto con VB, perché lo stesso aveva migliorato l’umore di VB, e mi sono scoperta a stupirmi del fatto che mi venisse detto.
Corretto: che venisse pensato.
Non che io abbia una bassa stima di me come taumaturga emotiva, piuttosto ne ho una pessima del rapporto tra la mia scala di valori e quella egemonica.
Stupirmi dinnanzi a tale pensiero altrui mi ha fatto un po’ sentire il ritrito personaggio cinico che si vede diffondere cattiva sorte e malaugurio, maledizioni da becero hard-boiled.
Il ritrito personaggio in questione avrebbe probabilmente reagito negando, mentre io ero, semplicemente, stupita – e non avevo battute pronte con cui rispondere.

Progetto di vedere Garmenghast per sconnessi motivi:
1) L’ho scoperto con quel video, e quel video incipita con un’espressione rhys-meyeriana che adoro.
2) Mi piace la canzone del video e mi ha pesantemente influenzato, e accetto ciò senza resistenze.
3) Il personaggio protagonista mi sembra caratterizzato in maniera sufficientemente schizoide.
4) Uno degli attuali personaggi portanti di VB ha la faccia di Rhys Meyers – dato che io deleto in continuazione in quanto nella foto da VB scelta Rhys Meyers è adulto, e Rhys Meyers è un viso con la sindrome di Tadzio, ossia: non deve invecchiare. Maturità come bestemmia.
Ma VB mi ha insegnato ad apprezzare molte insospettabili cose, anche bestemmianti cose, onore a lei, e alla fine mi sono affezionata anche a Rhys Meyers adulto.


Scrivere di un personaggio che recita con se stesso.
Devo scrivere, sì – al momento sto trascrivendo, e la fase creativa deve ancora venire.
Voglio e devo (e devo e voglio; e vorrei mettere queste parole una dopo l’altra in cerchio, di modo che non possa esservene una prima e una dopo) scrivere di un personaggio che recita con se stesso, perché i miei personaggi soffrono di un pudore strano, che li costringe a essere sempre ciò che sono – e se smettono di esserlo avviene dietro le quinte, dove l’occhio del lettore non può sbirciare.
Nel video qui sopra linkato il caro Rhys Meyers (a 00:46) sorride troppo per poi farsi troppo esasperato – e io penso che i picchi di lirismo li ho esperiti in fiction che mi mostrava come una persona possa essere il contrario di se stessa pur continuando a essere se stessa.
C’è chi, per tollerare questa triste vita, deve farsi rassicurare sull’immutabilità di alcune rare cose.
Io, per tollerare questa triste vita, ho bisogno di sapere che certe rare cose sono assolutamente mutabili. Se poi sono così tanto mutabili da saper mutare anche ciò che hanno attorno credo si possa parlare di “ispirazione a un modello di moralità”. Parole a caso? “Moralità” è una parola a caso.