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Di radical chic, torri d’avorio, Trump, vertiginosi polarismi e tutti contro gli -ismi.

Leggendo il Mittner (lʼautore di quellʼinfinita e appassionante storia della letteratura tedesca che tanto ho menzionato e probabilmente tanto ancora menzionerò) sono incappata in quella svolta del Novecento durante la quale, tra Germania e Austria (e non solo lì, ovviamente) andavano contrapponendosi sempre più due entità, o, meglio, la differenza che le separava, che rendeva sempre più impossibile una comunicazione tra di loro, andava allargandosi (lunghetta come frase iniziale, vero?): la (nobiltà) colta e lʼincolto (popolo).
Quando studi la storia della lingua italiana (e non solo), studi anche una cosa chiamata diastratia. Di questa, studi nello specifico una relazione: quella tra lʼorigine sociale dei parlanti (ricchi o poveri, riassumendo) e il tipo di lingua che parlano. Come parla una persona ricca? E una povera? Le domande-parametro sono queste. E sono domande che – si studia – hanno ormai poco senso. O dovrebbero averne poco. Perché oramai – in squisita teoria, e in teoria non solo in teoria – chiunque può accedere ai mezzi necessari per parlare un italiano corretto (e comprenderlo).
Mentre leggi il Mittner e ti ricordi la diastratia, però, incappi nel video di un qualche politicante (credi) statunitense di parte trumpiana che, con un sorriso di denti bianchi, denuncia come la politica degli Stati Uniti, per gli ultimi tot decenni, sia stata portata avanti avendo come must quello di non “offendere i sentimenti” (delle donne, dei gay, dei negri, degli islamici, etc…) anziché quello di “dire la verità”.
Ho pensato, dopo aver visto quel video, che il presupposto è ben strano. Il presupposto è che fino allʼaltro ieri, per motivi a noi non ben noti, non si volesse conoscere la verità. Ma questo è un presupposto secondario del vero presupposto, ancor più gustoso: Basta voler conoscere la verità per conoscerla. Che è quello che farebbero i trumpiani, a detta di Mr. Denti Bianchi. Decidono di parlare di fatti – anziché tessere discorsoni che non “offendano nessuno” – e in automatico sono in grado di farlo, ossia in automatico accedono alla verità.
Fenomenale, vero?
Poi ho visto un altro video, in spagnolo, e quindi con una comprensione limitata dello stesso: quel che era chiaro è che cʼera una qualche manifestazione di piazza con presenti degli spagnoli (di Spagna? Può darsi) che inneggiavano a Franco tendendo il braccio a moʼ di saluto fascista mentre urlavano “Duce!”, il tutto seguito da volti ripresi mentre pregavano – a seguire un breve discorso che conteneva la parola “Islam”. I volti erano in media non-proprio-giovani. Il mio primo indecoroso pensiero è stato: “Speriamo muoiano in fretta, e questo con loro.” Poi mi sono permessa una dissertazione interiore più lunga: “Gente che non ha mai visto una guerra che inneggia a un neo-nazifascismo militante, non avendo quindi un cazzo in comune con quelli che hanno costituito i primi nazi-fascismi.” Non che le motivazioni degli originali nazi-fascisti fossero dʼoro e sapienza, intendiamoci: ma, a posteriori, permettono di collegare le cose. Qui di collegato cʼè un nazi-fascismo la cui estetica potrebbe essere stata rodata in sessioni di giochi di ruolo dal vivo e parchi a tema e uno spirito da crociata che probabilmente ai tempi delle crociate non è mai esistito, ma che presenzia ben preciso in tanta filmografia popolare.
E, con “popolare”, torniamo allʼinizio. A Mittner e ai suoi nobili prusso-austriaci di inizio Novecento che proprio non digerivano lʼavanzare cieco (e in ciò folle, o viceversa) delle masse incolte. Generalizzavano, i nobili, forse un poʼ spaventati come mʼimmagino – diversamente ma similmente – spaventati i bianchi pro-Apartheid prima del crollo del regime, asserragliati in casa. Così, ma ideologicamente. Come quella Storia di un tedesco di Haffner che viene venduta come libro partigiano di resistenza al nazismo, ma che è in fondo la storia di un vecchio spirito nobil-ricco che, del nazismo, ha criticato i tratti più anti-elitari. Insomma, dubito che oggi Haffner sarebbe un umanista dedito a campagne per i pari diritti di tutti. Era colto, e in quanto tale aveva un ampio bagaglio da cui attingere per riflettere, e questo non è poco. Non è poco per nulla. Non lo è soprattutto se lo si paragona a quellʼignoranza tuttʼaltro che nuova, ma mai come oggi manifesta, che impera su quegli stessi social che se ne lamentano.
O sui giornali.
E qui torniamo a Trump.
A come, nel post-elezioni, ci si sia resi conto che chi aveva in mano i media non aveva la più pallida idea di quel che stava accadendo. E non lʼaveva perché non dialoga(va) con lʼelettorato di Trump. E la domanda, veramente, la vera domanda, è:
Siamo arrivati al punto in cui non cʼè più dialogo?
In cui si stanno creando due culture, una che si identifica con i poveri e che identifica lʼaltra con i ricchi (ma non è così semplice, ricordate la diastratia), lʼaltra che non conosce, semmai disconosce, la prima? E quante persone stanno in una credendo di stare nellʼaltra? E quante usano entrambe per poter sminuire coralmente nemici privati?
Ho (ri)cominciato a riflettere sulla trasversalità dei criteri dopo aver sentito una mia conoscenza “bianca, europea, di sicuro non povera, formata” fare generalizzazioni che in quanto a metodologia avrebbero potuto essere smontate da un bambino di sei anni (o da uno nella sacra fase dei “perché”, comunque, che non ricordo quando sia, ma che purtroppo finisce per molte persone, che poi rivestono uscite dʼodio con le vesti di un ragionamento – ma solo le vesti), generalizzazioni su (stupitevi) “gli islamici”, e questo un paio di settimane dopo aver avuto a cena un amico musulmano con cui ho parlato di gender e reificazioni e dellʼuso che si fa delle ideologie (religiose o meno) per sfruttare la paura e lʼodio. Ho pensato – nel modo di pensare meno decoroso – che lei era, tra i due, la retrograda pericolosa. Lei lo è, punto, in questa situazione. Eʼ il partire dal presupposto che basti una religione – o un qualsiasi altro criterio usato come descrittore affidabile a sproposito – a farci capire “chi usa di più il cervello” (permettetemi il lusso di un riassunto) il problema. Cioè, uno dei problemi. Assieme alla tendenza, che sempre più noto (e spero sia unʼillusione collettiva), di concepire solo due posizioni contrapposte: o con me o contro di me.
E io, intanto, leggo il Mittner. E, per quanto io abbia vissuto una lunga fase della mia adolescenza (e non solo) autosegregata in una torre dʼavorio, sentendomi (auto-appioppandomi, insomma) il ruolo della nobile di inizio Novecento di turno (Ah, beate-beote masse!), non lo sono. E, non essendolo, vedo quella posizione dallʼesterno. Vedo la mancanza di mezzi di quella crema culturale, la sua incapacità di comprendere i moti popolari (e borghesi). Vedo lʼassurdità – da una parte della barricata e dallʼaltra.
Ma, intanto, osservo il mondo attorno a me configurarsi in opposti, dar loro caratteristiche, e vedo – dallʼesterno – alcune mie caratteristiche individuali diventare parametri generali. Una volta mi auto-prendevo in giro dandomi della radical chic. Quel che intendevo fare, in realtà, e con non poca arroganza, era tacciare una certa maggioranza di esserlo: semplicemente, comodamente seduti a un computer, non sempre ci si rende conto di quanto alcune proprie pretese siano lussi. Chi le riconosce come lussi, invece, tende a parlare di tale iniquità – e viene etichettato come radical chic. O veniva, perlomeno.
Dove sono finiti i radical chic?
Eʼ da tanto che non vedo questa parola usata (nellʼunico modo in cui veniva usata: con disprezzo). In che categoria è finita? I buonisti? I filo-islamici? I sostenitori più o meno consapevoli dellʼ“impero delle banche”? Non sto chiedendo, ovviamente, dove siano finiti realmente – io, ad esempio, sono qui – ma in quale categoria siano stati ricollocati. Da che parte della barricata? Ma, visto che ci siamo, chiediamoci anche dove siano finiti. Tutti dalla stessa parte? Quanti tra loro si sono risvegliati anti-qualcosa? Anti-complotti, anti-islamici?
(E non ho ancora capito se i complottisti siano anche anti-islamici, se le due categorie siano contrapposte, o se siano trasversali. Sto capendo ben poco in generale, a dirla tutta. Ad esempio, i fondamentalisti cristiani odiano più gli omosessuali/bisessuali o gli islamici? Il Family Day del futuro accoglierà gli islamici conservatori? E i cristiani anti-islamici si alleeranno con gli omosessuali? O alcuni islamici indecisi tra progressismo e conservatorismo, al pari di certi cristiani, accetteranno lʼomosessualità per parlare di pari diritti?)
Quel che odio di questa situazione è che mi fa venire una voglia pazzesca – che mi tenta dolcemente, o che peccato sarebbe? – di rintanarmi di nuovo nella torre dʼavorio. Non per blaterare da un podio, stavolta, ma per assaporare un poʼ di silenzio. Leggere parole di gente morta e ascoltare quelle dei vivi che mi scelgo. Facebook è troppo una bolgia. Scrivere lì per ragionare è ormai come entrare al bar di paese e buttare un argomento sul tavolo: la similitudine vale per quanto riguarda le aspettative che si possono avere. Con la differenza – minuscola o enorme – che il fantomatico bar di paese, più mito che realtà, è un luogo in cui si ritrova chi non ha avuto, nella vita, modo di diventare un sapiente (e perciò va al bar, magari dopo una giornata in fabbrica, preferibilmente in una fabbrica ferma alla rivoluzione industriale). Ma la diastratia, la ricordate? Lʼindignazione cocente che porta ad armarsi, il prendere posizione fin da subito con lʼodio che il fanatico matura solo negli anni, lo scrivere con il tono di chi, per bontà divina (o equipollente), con il proprio solo intuito ha una saggezza che schiaccia tutti i ragionamenti altrui, tutte queste cose, insomma, non vengono da persone che non hanno potuto né studiare né hanno potuto, né possono, accedere a fonti di cultura. Vengono da persone laureate – così come si possono contare i (grandi) numeri di chi, auspicandosi nuovi nazi-fascismi militanti, non solo non ha mai visto una guerra, ma probabilmente hanno il cuore che va a mille al primo rumore di notte in casa.
(E faccio male a chiamarli nazi-fascismi. Non lo sono, oggi, non lo possono essere. Qualsiasi cosa uscirà dallʼoggi sarà una cosa nuova, inedita, che in comune con il passato avrà la tendenza di rifarsi a mitici passati a moʼ di consolazione e per auto-legittimarsi.)
E io taccio, spaventata sia dallʼidea di essere coinvolta in una bolgia di recriminazioni travestite da opinioni ben sostanziate (ah, maledetto ipse dixit, nemico nei secoli dei secoli), sia da quella di fare io stessa quel che trovo aberrante. Taccio, e poi, ogni tanto, rigurgito.

Di esseri umani, bestie, etica e altri grovigli.

So che ci sono ottimi motivi per non fare quello che sto per fare, ma lo farò comunque (con un non troppo lieve brivido di puro terrore al pensiero delle conseguenze).

Parliamo di bestie ed esseri umani.
Questa mattina è passato su Facebook l’ennesimo caso: bambino cade nella gabbia del gorilla, il gorilla viene ammazzato, il bambino ripescato. Ci sono mille dettagli con cui arricchire la descrizione dell’evento, dal comportamento del gorilla agli effetti dei sedativi a diosacosa. Tutte cose che potrete agevolmente trovare in quel marasma di informazione e disinformazione che è la Rete, con un po’ di pazienza, interesse, e mente lucida.
Ma vorrei andare oltre (ossia prima).
Vorrei andare al cuore della faccenda, al cuore di ogni simile faccenda, perché ho l’impressione che con tutti questi casi singoli – il gorilla ammazzato per assicurarsi che il bambino vivesse, i chihuahua con un’eredità che sfamerebbe qualche piccola città, chi mangia cosa e chi mangia chi – ci stiamo prendendo per il culo. Ci prendiamo per il culo ogni volta in cui astraiamo (si dirà così, in italiano? Spero di sì), ossia ogni volta che riduciamo ogni singola questione a un:
Sono più importanti gli esseri umani o le bestie?
E da questa domanda squisitamente astratta parte la seconda ondata di delirio. Da una parte, il delirio neo-etico: la poca eticità dell’evoluzione umana, l’empatia e l’equilibrio con la natura, etc etc. Dall’altra, il delirio pseudo-scientifico, e dico “pseudo” non perché non vi partecipino persone ben informate, ma perché quando viene usata la scienza per fare etica mi viene da stringere le chiappe: la sopravvivenza della specie, l’evoluzione umana in un altro senso, i comportamenti più o meno naturali e quindi quello che ci si può aspettare dagli esseri umani e quello che ci si può aspettare dalle bestie etc etc.
L’etica esiste, ma ha ben poco a che fare con quello che la madre del bambino finito nella gabbia del gorilla vorrebbe che succedesse al proprio bambino e al gorilla. E questo perché prima dell’etica, in questioni tanto scottanti quanto quelle affettive, c’è, appunto, l’affetto.
Se il principio etico per cui la vita umana ha più valore di quella animale fosse assoluto, come si dà per scontato quando si parla di questi temi per trarne lezioni di vita e giudizi su altri esseri umani, nessuno di noi avrebbe a casa animali domestici. Le associazioni animaliste non esisterebbero, né canili né gattili, e tutti i soldi e le energie spesi per tali attività finirebbero (o cercherebbero di finire) in qualche modo a vantaggio della quantità spropositata di bambini che ogni giorno sono a rischio di morte (e quindi ne è appena morto uno, e fra poco un altro) non per malattie mortali o incidenti, ma malattie curabili e condizioni di vita migliorabili. Ma non è così. Non è così per tutti.
Sicuramente ci sono al mondo persone la cui etica è così assoluta da far versare loro soldi ed energie solo a favore degli esseri umani – così come esistono persone che si dedicano completamente alle bestie. Ma non è certo la maggioranza delle persone. Immaginate una persona che boicotti tutti quei prodotti il cui ricavato va a favore di qualche specie animale. Esiste? Sicuramente sì. Quante ne esistono?
Si dice che – questa è l’etica ufficiale – la vita umana viene prima di quella bestiale. Questa logica viene ridotta nel piccolo quotidiano: compro da mangiare prima ai miei figli; poi, se ho ancora soldi, accolgo un animale in casa mia. Ma la logica dell’etica è assoluta (o non sarebbe etica), e direbbe di dare invece quei soldi a uno dei tanti esseri umani che morirà entro la prossima ora per la mancanza dei mezzi di sostenamento necessari a sopravvivere. L’etica quotidiana, quella che viene ridotta, ovviamente non chiede questo (proprio perché è applicata e non pura), e mi domando come mi rispondereste se vi chiedessi di agire sempre in questo modo (incluso il boicottare i prodotti di cui sopra). Ma è pura curiosità. Si arriva al delirio, al prendersi per il culo, quando ci si appella all’etica assoluta (La vita umana è più importante di quella bestiale) per giudicare e creare norme di comportamento nella quotidianità, quella quotidianità in cui pochissime persone portano avanti quel principio etico in modo assoluto (o, perlomeno, assoluto per quanto la propria consapevolezza lo permette).
L’etica presa in sé, assoluta, porta a criticare la persona che spende ventimila euro al mese per un cane mentre nel mondo tanti bambini muoiono. Che siano ventimila o venti euro, poco cambia se l’etica è assoluta. Se proprio si vuole rifarsi ai numeri, bisognerebbe ragionare in percentuale: è eticamente migliore chi dà a un cane il dieci per cento del proprio stipendio o chi ne dà il venti? E se il dieci per cento di una persona fosse ventimila euro, e il venti di un’altra fosse venti euro? E se la prima persona desse un ulteriore quaranta per cento del proprio stipendio a Save the children e la seconda il venti? Chi sarebbe più in linea con l’etica? Con quest’etica assoluta che rasenta il tragicomico quando si cerca ad applicarla a numeri? (Eppure non ci si esime dal giudicare chi spende ventimila euro per un cane, parlando di numeri.)
L’etica, nella maggior parte dei casi, non vive nella propria assolutezza. E non lo fa proprio perché i famosi i bambini sono il centro rovente che manda a puttane lo stesso impianto etico: perché il proprio bambino è, per motivi del tutto irrazionali, più importante di venti esseri umani. Si può arrivare a comprendere una madre che salverebbe il proprio figlio reo di aver ucciso qualcuno e che sacrificherebbe venti altre persone per salvarlo. Se non la si comprende, comunque, spesso si arriva a sospendere il giudizio perché è suo figlio, e l’etica va in tilt. E va in tilt perché l’etica è una sublimazione delle priorità umane, e spesso di quelle meno razionali. E l’irraziocinio (perdonatemi la parola) non riesce a essere, nonostante i mille discorsi pseudoscientifici sulla natura, spodestato da quello che si dovrebbe, per natura, sentire. Ripetere in mille salse, portando studi ineccepibili per metodologia, che l’essere umano dovrebbe porre la tutela della propria specie come prioritaria rispetto alla tutela di altri non ha fatto, e non fa, cambiare il sentire di chi vive con un gatto. Quella persona raramente se ne sbarazzerà per dare quei soldi e quelle energie a Save the children. Se quella persona è arrivata a quel punto, forse è perché la natura (qualsiasi cosa sia) non è quella cosa che impone strutturalmente a un essere umano di prediligere a priori un altro essere umano. Se una natura esiste, forse ha più a che fare con le strane configurazioni che vanno a formarsi quando le proprie priorità e il teorico impianto etico (che tutti abbiamo) interagiscono.
Perché nella maggior parte dei casi l’affetto è più forte della teorica etica, motivo per cui si può arrivare a salvare il proprio figlio reo a scapito di cinque esseri umani innocenti. Motivo per cui si può arrivare a salvare il proprio gatto a scapito di cinque gatti innocenti. Motivo per cui si può arrivare a salvare il proprio gatto a scapito di cinque esseri umani innocenti. Motivo per cui, specularmente, una persona cosiddetta “animalista” all’estremo può voler dare la priorità alla vita di una persona a lei cara a discapito di bestie che a malapena conosce, o che conosce e a cui è affezionata.
Ed è qui, quando si realizza che l’affetto va in contraddizione con l’etica ufficiale (la vita umana è più importante di quella bestiale), che l’impianto teorico etico traballa. Se l’etica è figlia delle priorità, non dovrebbe entrarvi in contrasto. Non puntualmente, sempre sulla stessa questione. E, se lo fa, forse significa che quell’etica non è la sublimazione delle nostre priorità personali. Non è la prima volta che l’etica muta, non sarà l’ultima. Nel Cinquecento europeo i contadini erano visti alla stregua di mucche (nel bene e nel male; quel noblesse oblige è sconosciuto a molti dei datori di lavori dei lavoratori salariati di oggi), domani le mucche potrebbero essere l’animale domestico favorito.

Ma ho, ovviamente, divagato.
Se scrivo qui è perché mi perplime la quantità di persone che tirano in causa un’etica assoluta non essendo al contempo persone che la vivono con tale assolutezza. Non mi auspico una società in cui ogni madre ammazza il figlio pur di salvare cinque innocenti, perché ogni assoluto è inquietante. Ci sono state società in cui molti figli denunciavano i genitori in nome di un’etica superiore, e non se ne parla con orgoglio.
Trovo solo che far trionfare, nei discorsi, l’etica assoluta dimenticandosi che è sublimazione delle priorità umane, e quindi cercare di eliminare le priorità umane (che favoriscano esseri umani o bestie), trattarle come eccezioni alla regola, come devianze, sia come, non so, far morire venti persone di stenti per costruire un ospedale che ne salverà altre venti. E nella metafora, prima che si ritorni a esseri umani e bestie, i muratori sono le nostre priorità irrazionali, i pazienti dovrebbero esserlo (ossia lo sono in teoria, almeno fino a che l’etica non entra in contrasto con le priorità personali), e l’ospedale l’impianto etico. Ne vale ancora la pena, quando per salvare venti pazienti se ne fanno morire trenta? (L’ho detto che l’etica assoluta accoppiata con i numeri rasenta il tragicomico, vero?)

Trovo assurda la domanda “Sono più importanti gli esseri umani o le bestie?” per un semplice motivo: assoluta com’è, si appella all’etica assoluta; ma nella quotidianità la maggior parte delle persone attribuisce importanza (giustificandola con l’etica o meno) a una creatura partendo dalla propria irrazionale individualità, dai propri tutt’altro che universali affetti, e scontrandosi più o meno con l’etica ufficiale – scoprendo che quest’ultima le è più o meno, come ogni mezzo può essere, utile o dannosa.

Se ho scritto questo discorso è perché mi concepisco, mentre poggio il mio culo sano su una sedia che a me costerebbe un centesimo di stipendio e ad altre persone in altre zone del mondo costerebbe due stipendi, una fortunata beneficiaria di tante morti nel mondo. Se vivessi con assolutezza l’etica ufficiale, dovrei ristrutturare la mia vita per darle come priorità quelle dell’etica. Non lo faccio, e non considero ipocrita chi non lo fa.
Considero ipocrita chi, per criticare la persona che spende ventimila euro per un cane, tira in causa la maggiore importanza della vita umana rispetto a quella bestiale, senza aver prima ristrutturato la propria vita per rendere tale principio una norma di vita; chi parla di “la vita umana è più importante di quella bestiale” mentre di fatto mette in pratica “alcune vite umane sono più importanti di quelle bestiali” (idem per il viceversa, ovviamente: è facile fare gli animalisti solo perché si ha un gatto in casa che si ama moltissimo, confondendo amore ed etica).

Scatoloni, giri di scotch e lame affilate come sogni molesti

Sono le 5:50 e tanto ormai sono sveglia.
Mi sono girata e rigirata sul letto come una bistecca sulla griglia, ma la cosa non mi ha fatta riaddomermentare.
Perché avrebbe dovuto?
Le cose non accadono da sole.

Era da tempo che non mi svegliavo da un sogno così tanto caricata da pensare:
Ecco, ora apro il blog e scrivo.
Era un sogno, ma aveva un fondo di realtà, ed è stata – credo – quella realtà a farmi svegliare, e quella realtà è una sensazione: che Lei non sia aggiornata. Che sia sfasata, fuori tempo, e che da questo scaturisca uno di quei drammi che quello stronzo di Baricco sembra tanto amare, lui e il suo lamentarsi che oggi le distanze sono ridotte e non può crearsi quella scollatura tra fatto e informazione che crea…
Che crea cosa?
Per quale morbosa sofferenza provi nostalgia, Baricco?

La cosa bella (leggesi: ironica), che mastico e rimastico, è che quella cosa a tre fosse, nella mia mente, un gioioso simbolo di cambiamento. Integrazione. Andare a letto con lui e con lei per non essere, quella volta, espulsa dalla vita di lei all’entrata del lui di turno. (E so che suona male, ma nessuna offesa per lui.)
L’ho scritto a P, approfittando dei toni melodrammatici che con lui mi permetto, sempre salvata in corner dal Dio Che Ride. Gli ho scritto: Siamo due Espulsi. Il problema del tono drammatico è che rende le affermazioni più assolute di quel che dovrebbero essere – e ora, a posteriori, immagino queste due creature mitologiche condannate a ripercorrere il mito dell’Espulsione. E non è ovviamente così. Ma è proprio tale visione di sé, il suo fantasma, ad avermelo fatto scrivere. Le narrazioni che ci raccontiamo. Le fiabe della cattiva notte con cui ci anti-esorcizziamo. Quelle che ce le fanno prendere con la realtà quando, per caso o meno, ci riconferma la superstizione.
Non sto dicendo che ho fatto una cosa a tre solo per il suo significato simbolico. Sarebbe ipocrita. E mi trovo, di nuovo, nell’infuocato terreno in cui bisogna schivare sia ipocrisia che semplistiche autostigmatizzazioni. I cinquanta milioni di sfumature di grigio della realtà. Non sto dicendo che quella cosa a tre era solo un simbolo. Lui era ed è di bell’aspetto. La cosa si presentava come allettante, anche se sapevo che non sarebbe stata semplicemente allettante. Sapevo che avrei passato buona parte del tempo a monitorare lei, un occhio cauto e attento a ogni minima vibrazione negativa, insicurezza, blocco, dramma prima che nascesse. Ho fatto una cosa a tre con l’intensità e la delicatezza di una funambola che stia eseguendo uno spettacolo che costituirà precedente. E non per la prestazione sessuale, ovviamente. Se quella nottata avrebbe dovuto essere il primo passo de ‘La mia nuova vita integrata in un rapporto di lei’, allora che fosse rappresentativa di tutto, in primis compreso il mio volere che lei si sentisse a proprio agio, non sminuita ma anzi fatta brillare da quel contesto, così come un diamante brilla di più se gli viene dedicato il giusto taglio.
So che – consapevolezza amara ma non così pressante, in fondo, e infatti quanto ci ha messo per essere espressa? – le file di persone disposte a vedermi fare una cosa a tre per amore del pensiero che ciò mi avrebbe permesso di essere integrata nella vita di lei non saranno così numerose. E’ come quando dissi che avevo tirato a M quel pugno non sull’onda dell’ira, ma con fredda premeditazione. Perché era il giusto gesto simbolico. Quello serviva. Il che non significa che in quel momento non ne abbia approfittato per scaricare un po’ di rabbia repressa. Il giusto rituale è una ricostruzione realistica, no? E che sia catartico, dunque. Non mi aspettavo, né ora aspetto, di essere creduta a braccia aperte. Non me l’aspetto con quella punta di sopportabilissima amarezza. E’ esattamente la stessa storia. So che la mia mancanza di sofferenza nel fare una cosa a tre, in una cultura in cui l’abnegazione mantiene diversi primati positivi, non gioca a mio favore. Soprattutto se c’è di mezzo del sesso. Ma tant’è. Continuo a pensare a quell’evento come a una vacanza promessa dai genitori e poi non realizzata. Con placida accettazione. Con lei potrei vincere le olimpiadi della placida accettazione – e non è una lamentela né un moto passivo-aggressivo. (E io odio fare discorsi pieni di negazioni, perché hanno sempre il suono di una tesi poco convincente. Ma tant’è. Sono una tesi poco convincente.) E’ la mia via per amarla, in un certo senso. Per poterla amare senza dover soffrire eccessivamente, e quindi per poterla amare e basta, perché una sofferenza eccessiva mi renderebbe difficile non sollevare alcun sentimento negativo tra me e lei. Sospensione delle aspettative? Può darsi. Sì, può essere una simile sorta di contorta strategia. E se ripenso alla cosa a tre è perché mi ricorda che non le so sospendere tutte, queste aspettative, e queste finiscono nei posti – apparentemente – più improbabili. Come una cosa a tre vista come proemio a una paradisiaca opzione di vita in cui un rapporto a due non rimette te fuori dalla porta.

Parlo al presente perché è il tempo delle evocazioni. Parlo al presente perché i sentimenti sono sempre al presente, quando li pensi. Ed è per questo, anche per questo, che una volta amata una persona la amo per sempre. Nessun bisogno che questa persona faccia qualcosa, a parte esistere – i miei ringraziamenti di cuore vanno alle persone per il fatto di esistere, nella stragrande maggioranza dei casi, no? E’ un amore dispotico, visto così, che se ne fotte della meritocrazia. Forse non è neanche amore (ma, suvvia, ‘amore’ ha tante definizioni quante le persone che usano questa parola, se non di più). Qualsiasi cosa sia, mi permette di avere il prossimo senza averlo. Al confronto, l’avere qualcuno nella propria vita è fatto vano e sfuggente, come ogni immanenza.
E che facciamo dell’amata immanenza, allora? Di questo svegliarsi alle cinque del mattino da un sogno mal digerito?
Lo sputiamo sul blog, ovviamente. Giusto per complicare il quadro.
E’ la Lokasenna che chiedeva tributo, disse postumamente – anche se già allora sembrava una tesi poco convincente.
Non è una Lokasenna. Ci sarebbero troppe cose da elencare, per rendere questo sputo di saliva senza terra una Lokasenna. Parlo del passato, che è passato e chiuso, e parlare di cose seppellite ci fa sentire più in diritto di sputare sentenze. Sarà una questione di non-aspettative. Sarà, forse, un laido modo della mia mente di distrarmi dal presente, che è complesso, incerto, multisfaccettato, parziale e in continuo movimento. Allora faccio un salto in soffitta – l’ho sognata ieri notte, la vecchia soffitta, che sgomberavo e pulivo e lucidavo per renderla abitabile, salvo poi realizzare che non aveva finestre – e apro e richiudo qualche scatolone. Doppio giro di scotch che tanto si può riaprire con la lama di una forbice, e pure con una certa eleganza. Il fascino degli strati di scotch tagliati che si accumulano. Ho segnato, sullo scatolone, l’anno in cui vi ho riposto il primo oggetto, ma non quello che ne sancirà la meramente (sì, meramente) simbolica chiusura definitiva. Vivo di scatoloni che accumulano scotch. Ho vissuto un’infanzia – mi ha ricordato il sogno di ieri – a fare incursioni in soffitta per cogliere oggetti con cui reinterpretare il presente. Ma che se ne stiano in soffitta, intanto, in stand-by, lasciando spazio al presente – quell’immanente sopra liquidato in fretta.

E così, alle 6:45, è di nuovo giorno.

Scrittura, vanitas e altri indigesti sprechi.

Inciampo in persone che decidono di dover diventare lettori e/o scrittori e mi chiedo il perché.
Seriamente mi chiedo il perché.
Seguitemi nella mia mania di scegliere con accuratezza le parole, seguitemi in quel mio usare “dover”. Sono puntigliosa e talvolta indigeribile (come semi di girasole in un’insalata, che raschiano lungo la gola), ma un motivo c’è: le sfumature sono tutto, a volte.
Non inciampo in persone che, con l’entusiasmo della scoperta, mi spiegano come, dove, quando e perché tutti dovrebbero leggere e scrivere. Potrei guardare a costoro con un sopracciglio alzato ma tanta com-prensione/passione – ma non è questo il caso.
Osservo persone, invece, approcciarsi a lettura e scrittura come si approccerebbero a un corso online appena acquistato di Search Engine Optimization – o qualsiasi altro settore che ti fa alzare un sopracciglio suggerendoti: Dovrai avere pazienza, perché sono incomprensibile fin dall’inizio: armati di pazienza e cerca di capirmi. C’è indubbiamente un certo piacere nel mettersi a studiare un manuale di SEO (non ditelo a me), ma c’è anche, di base, essenziale, un certo dover.
E la mia domanda è:
Cosa porta una persona a pensare di dover diventare una lettrice critica e/o una scrittrice che conosce tutti i trucchetti del mestiere?
Quale misterioso valore, invisibile ai miei occhi, hanno la lettura e la scrittura, un valore così alto da convincere delle persone che vale la pena di impegnarsi nonostante la fatica e le difficoltà?

Sono cresciuta leggendo e ideando. Forse per questo guardo con perplessità tutti coloro che mi parlano della necessità di sudare sette camicie, sputare sangue, subire umiliazioni e farne tesoro, etc, al fine di diventare un “vero scrittore” (qualsiasi cosa sia).
Sono cresciuta, indubbiamente, con un’idea molto romantica dello scrittore. Troppo romantica. Così romantica che mi sono trovata, per anni, a cercare le grazie della Musa al fine di scrivere pezzi ispiratissimi – ma inconcludenti, incomprensibili, e che per lo più erano disperati inni al prossimo affinché mi ascoltasse e comprendesse.
Mi sono poi rotta le palle di ciò – non dell’incomprensibilità e dell’auto-referenzialità, bensì dell’inconcludenza. Era frustrante. Leggevo Hugo e come Hugo avrei voluto scrivere una grande metafora fatta di personaggi e vicende, ma ero vincolata a brevissimi e ispiratissimi squarci.
Allora ho cominciato a imparare. Senza manuali, senza gruppi di discussione, mi sono imposta di imparare a strutturare una trama, mi sono imposta di ascoltare il prossimo anziché pretendere di essere ascoltata, mi sono imposta di non dare per scontato che il prossimo indovinasse i passaggi che davo per scontati. Ci sto ancora lavorando, a essere sinceri.
In tutto questo, dall’inizio a oggi, sono stata una nazista della parola scritta. Una nazista vera, ossia una tedesca benintenzionata e perciò pedante, con una certa mania della perfezione. Noto l’inciso aperto e non chiuso, il “perchè” al posto del “perché”, l’uso del remoto quando ci andrebbe il trapassato, l’aggettivo approssimante, il deus ex machina che piomba nella storia sperando di non essere notato, etc. Ho anche imparato – ma l’ho imparato dopo – a dare un nome e una definizione ai tipi di “errori che noto”. Ehy, fino a vent’anni non sapevo cosa fosse una subordinata. L’avevo studiato anni prima, ovviamente, e poi l’avevo dimenticato. Non lo sapevo e mi avvalevo di una sintassi in cui le subordinate creavano castelli e labirinti.
E non capisco, veramente non capisco, coloro che puntano il dito contro un periodo (ho dovuto googlarlo: non mi ricordavo il termine) lungo otto righe e sei tra subordinate e coordinate dicendo che annoia, o che è illeggibile o che, addirittura, è scritto male. Il problema è loro, non del periodo. Siamo quello che leggiamo. Da persona che ha passato l’adolescenza leggendo gente morta, un periodo di otto righe e sei tra subordinate e coordinate è perfettamente normale. Abitudine, nulla di più. Capirei se, dopo il dito puntato (con fare meno normativo), seguisse un “E’ poco commercializzabile” o un più esteso “La maggior parte della popolazione, statisticamente, non legge né mastica periodi di otto righe con sei tra subordinate e coordinate, quindi fa fatica”. Sono la prima a dirlo. Ma siamo sinceri, posteri e coevi…
Se non riuscite a seguire un periodo di otto righe con sei tra subordinate e coordinate è perché non siete abituati a ragionare a livello complesso. Stop..
Senza che ciò sia un peccato mor(t)ale. Semplicemente, non fa per voi. E – similmente – non è detto che le vostre inclinazioni facciano per il resto dei lettori.

Da persona che ha imparato a scrivere similmente a quei musicisti che imparano a comporre musica senza saper leggere uno spartito, non capisco coloro che – avendo deciso di approcciare questo campo – cominciano dalle regole relative allo spartito.
Perché massacrarsi così? Perché sottoporsi a una tale agonia? Qual è il grande premio che aspetta alla fine del percorso?

Notando l’approccio iper-tecnicista che domina alcuni contesti del sottobosco letterario (quel luogo in cui si è uno scalino sopra il “Nessuno” e un quantitativo indefinibile di gradini sotto il “Qualcuno”), mi viene in mente il Seicento. Beh, mi viene spesso in mente il Seicento.
Nello specifico, mi viene in mente quel Seicento in cui Dio è stato messo in dubbio dalla nascente scienza empirica, in cui i fedeli più incerti (coda di paglia, eh?), pur di dimostrare l’esistenza del loro Dio, ricorrono a un approccio iper-formalista, pantonima di quello scientifico, per dimostrarne l’esistenza.
Amo il Barocco. E’ uno dei miei periodi preferiti (o non mi verrebbe in mente il Seicento ogni tre giorni). Lo amo con la sua vanitas costante e con il suo costante memento mori, enormi sintomi di una crisi di valori. C’è un vuoto di significato e in qualche modo bisogna riempirlo – e lo si riempie il più possibile, perché l’Abisso non ci guardi negli occhi. Eccolo, il Barocco.
Il prezzo da pagare è una certa vuotezza di disegno. La decorazione è meravigliosa, la strutturazione impeccabile, ma sotto – se si riesce ad andare sotto a quel tripudio di angeli e demoni aggrovigliati – l’artista non ha più niente da dire. Dio è malconcio, la scienza – che avrebbe dovuto sostituirlo – incespica, e allora… Di cosa vogliamo parlare?
E allora arriva Caravaggio.
Caravaggio che non ha tecnica. Ciò che rende così reali (correttamente: verosimili) i suoi quadri non è una strutturata conoscenza delle proporzioni umane (qui e lì, in alcuni quadri, l’anatomia va gioiosamente a farsi fottere a braccetto con la prospettiva), ma uno spirito d’osservazione encomiabile. Caravaggio copia – e, come per ogni copia, quel che realizza è un’interpretazione, e perciò sempre e comunque arte (qualsiasi cosa tale parola significhi).
Caravaggio non sa cosa siano subordinate e coordinate, non ha studiato la gestione del ritmo, ignora completamente cosa sia la focalizzazione, show e tell sono termini ignoti. Eppure lo fa. Le fa tutte, queste cose, per lo stesso motivo per cui un interruttore funziona anche se non sai come mai funzioni.

Sono ben lontana da Caravaggio. Sono la nazista della parola scritta di cui sopra. Noto l’anatomia incespicante di Caravaggio come noto l’uso dell’imperfetto al posto del remoto, e in ambo i casi sento un formicolio spiacevole risalirmi lungo la spina dorsale.
Ma finisce lì.
Non definirò Caravaggio un incompetente perché non saprebbe descrivere le proporzioni dell’uomo vitruviano, né definirò incapace lo scrittore che sbaglia il congiuntivo. Sarebbe stato meglio se, ma non è. All’approccio formale preferisco un approccio “olistico”.
Ed è questo il motivo per cui mi troverete a entusiasmarmi dinnanzi allo scritto sgrammaticato ma rivelatore di un diciottenne e a guardare con sufficienza al racconto formalmente impeccabile di un autore che non ha niente da dirmi. Il primo avrà sempre tempo per imparare la tecnica, per il secondo le cose saranno meno facili. Non che non si possa imparare a dare una certa profondità, una certa innovatività (termine improprio, ma concedetemelo), una certa unicità a ciò che si scrive – ma per farlo bisogna imparare a conoscere se stessi e a esprimere il (quasi) inesprimibile. Insomma, imparare la tecnica è decisamente un gioco per bambini, al confronto.

Perciò non capisco chi, affacciandosi alla lettura e alla scrittura, eleva la tecnica a proprio idolo. Non capisco chi della tecnica fa un fine, non un mezzo. Perché conoscere a menadito la tecnica, in una scala da 1 a 10, permetterà di raggiungere un 7. E chiunque può impararla – e il prezzo (e quindi il valore, in questa nostra società intrisa di capitalismo) è un indice di rarità.
Mi chiedo il perché.
Seriamente mi chiedo il perché.
Perché puntare così in basso?

(Sì, questa era una Lokasenna. Intelligenti pauca. Amen.)

Un’autrice in cerca di personaggi – e tutto quel Non Detto

Cercare di rientrare nell’ottica di Horton significa imitare me stessa.
Mi è capitato di farlo spesso, in questa vita né troppo breve né troppo lunga.
(Non posso avvalermi né dell’ardore della nuova arrivata né della saggezza dell’esperta – nessuna credenziale per coevi e posteri.)
Mi capita di farlo perché il mondo distrae. Non so come possa farlo, dato che in teoria parto dal presupposto che l’identità individuale non è che un accumulo di influenze esterne – eppure lo fa.
Lo fa e io mi perdo e devo ritrovarmi.
Dov’è, Horton?
(Aspettando Horton.)
Avevo lasciato quello sbirro di quartiere figlio del più becero cliché sul suo lercio divano. Era un luogo sicuro su cui custodirlo – cosa ammazza un vecchio divano pieno di cenere e briciole? Ma poi la vita è andata avanti, la casa è stata rifatta da capo a piedi, e l’Horton-divano non c’è più.
Si può rimpiangere lo squallore?
E così, in questa casa nuova e linda, accendo una sigaretta, stappo una birra e mi metto alla sua ricerca.

Ascolto Where the Wild Roses Grow di Kylie Minogue & Nick Cave, la Bella & la Bestia.
La ascolto cercando di sentirla come quando la ascoltavo scrivendo di Horton. Lui fa la Bestia, ovviamente, ma le mani insanguinate non sono le sue. Ma non importa. Questo voglio dire, anche, scrivendo di lui. Che i fatti poco importano dinnanzi alla coscienza.

Il mondo distrae, ma anche io faccio la mia parte.
A posteriori, mi dico che Horton era un meccanismo di difesa. Una maschera interiore con cui giustificarmi alcune brutture di un mondo che mal digerivo. Ne godevo come un mio vecchio amico godeva di Freddy Krueger:
Il male immaginario che consola da quelli reali.
Se mi trovo a parlare di meccanismi di difesa è colpa di un seminario di psicanalisi, e dell’interesse che ne è seguito. Quel seminario mi ha anche spiegato che si imita il proprio carnefice per non doverglisi contrapporre. E’ convincente, no?
Ma Horton non è un mio carnefice.
E’ un uomo qualunque, in un mondo qualunque, disposto a fare qualsiasi cosa per non essere una vittima.
(Potete biasimarlo?)
Non ho aspettato che venisse qualcuno a dirmi, come si è detto di me, che in fondo a ogni stronzo c’è un cuore spezzato. Gliel’ho spezzato io direttamente. Ma, per farvi dispetto, non ho creato un mostro: ho creato un Indifferente.

Passo le giornate a scrivere racconti per concorsi, precisi e calibrati come fossero papers; a informarmi e discutere di editoria, in tutte le salse, in tutte le speranze e gli imbrogli; trattengo il demone del fastidio dinnanzi alle maestrine dalla penna rossa e le risate-che-sono-violenza-sublimata dinnanzi a sconosciuti Qualcuno che spiegano a Qualcunaltro come diventare conosciuti; mi commuovo con il sogno di Tizio di aprire una casa editrice che risolverà tutti questi mali e con qualche frase, scappata per sbaglio, letta in un racconto che edito e proofreado per fare favori.
E, in tutto questo, dopo tutto questo, era ora di tornare a me. All’altra me. Non l’accademica trapiantata tra romantici scribacchini che sprona al cinismo e a considerare i fattori economico-legali. No, l’altra. Quella che ha creato Horton. Quella che ha il nulla dentro, e proprio perché ha il nulla dentro teme poche cose. Di non ricevere approvazione? Di non essere apprezzata? Di non essere all’altezza? Il mio Super-Io allena individui così costantemente massacrati interiormente che il resto diventa… Vanità (ciao, vecchio Leitmotivnon mi mancavi).
Devo muovere il culo, dice il mio Super-Io, perché rileggendo quel che avevo scritto su Horton ho scoperto con raccapriccio che mi sono persa qualcosa per strada. Cosa, non lo so. Ma era qualcosa di prezioso.

Ho scritto, qualche giorno fa, che mi sono rinchiusa a lungo (so che il tempo è relativo, ma fatemi drammatizzare il momento) in un esilio volontario, da cui sto uscendo da poco.
Non che io ne sia del tutto convinta, di questo uscirne.
Capisco i vizi degli accademici, comodi comodi nel loro ambiente addestrato a ragionare con rigore – addio a polemiche, addio a ripicche volgari, addio al doversi lanciare in un’arena composta di ogni specie, dall’illuminato al fomentatore seriale. L’ambiente accademico offre una maschera simile, soprattutto nella funzione, a Horton.
Non che io ne sia del tutto convinta, di questo uscirne, ma mi serve, e c’è un grosso grosso problema con cui dovrò avere a che fare, per quanto io posticipi e posticipi.
Esiliarmi significava poter tacere. Ascoltare gli altri – in bene e in male – e liquidare tutti con una cortesia mutuata dagli ideali democratici peggiormente abusati: ognuno ha diritto di pensare quel che vuole (“Ma davvero?”). Crederci, anche, un po’. Non credere al fatto che ognuno abbia il diritto di pensare quel che vuole – non è forse scontato? Credere che sarebbe stata una buona soluzione per evitare stress, attriti, lotte inutili, di quelle che ti rimangono attaccate ai polpacci e non si staccano, non si staccano neanche quando le stacchi, perché per un po’ i loro minuscoli dentini ti prudono dentro.
(Il mio Super-Io è un Übermensch, e da tale ha una pessima opinione della guerriglia. Ognuno a modo suo, giusto?)
Uscire da quel beato distacco significa tornare nel mondo – quello vasto, fatto di accademici che odiano populisti e di populisti che odiano accademici.
Tornare nel mondo, per la sottoscritta, significa crescere in grembo una Lokasenna.

Lokasenna è una delle tag di questo blog.
Non smetterò di prendere per il culo la vostra, che è anche la mia, pigrizia, creature, e quindi vi dirò che:
Lokasenna significa “invettiva di Loki” ed è il momento in cui Loki – non quello dai capelli corvini su cui sbavate, in bene o in male, ma il fulvo mitologico (ci credereste, poi, che uno dei motivi maggiori per non smetto di essere rossa è proprio lui? Ma comunque…) – il momento in cui Loki, dicevo, si presenta a cena dagli Asi e fa il cinico (alla Diogene) della situazione, tirando fuori dall’armadio tutti gli scheletri accumulatisi di mito in mito.
Ad esempio:

Passare le giornate ad aggiornarmi sul mondo dell’editoria, della sotto- e medio- e cripto- editoria italiana, significa leggere il racconto di una persona (che chiameremo X per meri motivi legali) che scrive bene – non “bene” nel senso di “coinvolgente, innovativo, bla bla”, ma “bene” nel senso di “padroneggia la lingua italiana, specialmente nelle varianti che usa” – e leggere poi la seguente critica a lei portata (dovutamente rielaborata):
In italiano i nomi propri al femminile non vengono preceduti da articolo.
Sappiamo tutti che Eco non si sarebbe abbassato a tal punto. E non perché, creaturine giustamente incazzate come iene con la torre d’avorio, certi scritturucoli autoreferenziali pensano di potersene fregare delle basi dell’italiano. Esistono, tali “scrittorucoli”, eccome, ma non è questo il caso.
Eco non glielo avrebbe corretto perché avrebbe avuto gli strumenti – come altri – per riconoscere una prosa da 7 (numero a caso, relativo, non assoluto), e quello è un errore da 2. E avrebbe pensato, il nostro Eco (scusa, Eco, se abuso di te), che solo una persona affetta da doppia personalità avrebbe potuto commettere quell’errore da principiante in una prosa da esperto. Escludendo la malattia mentale, rimane una prosista da 7 che decide di usare un regionalismo per dare colore alla narrazione.
Difficile, eh?
(Taci, sarcasmo.)

Mi sfogo con S parlando di questi piccoli aneddoti – sono piccoli e non cambieranno il mondo, anzi, con l’ottimismo che contraddistingue Horton direi che lo preserveranno benissimo da cambiamenti – che chiamo (un’altra maschera?) “guerre delle pulci”.
Vuoi staccartele addosso prima che gli affilati dentini ti si conficchino nel polpaccio, ma vuoi rimanere nell’arena.
Come fare?
Ciao, Lokasenna.
Non che sia una scelta, chiariamoci.
Semplicemente, mi cresce dentro finché non è grande e grossa abbastanza da dirmi:
Allora, qui dobbiamo tagliare due etti di carne – preferisci dal fianco o dalla chiappa?
Sto zitta e rinuncio a Horton, o rischio di rompere il cazzo a qualcuno?
La Marvel mi ha fatto un favore, in questi anni: sapete come risponderebbe Loki.

E’ opportunismo, il mio, davvero.
Ho capito che per ritrovare Horton devo ritrovare una parte di me stessa, una parte che si è zittita più o meno quando ho smesso di aggiornare con costanza questo blog – blog che, mi ricordo, è nato come “diario pietista”: un modo per affrontare davanti a Dio (o, in un’ottica più immanente: io e voi, noi tutti) la propria coscienza.
Pesa, bilancia. Pesa.

Lokasenna e grecismi che non saturano.

C’è, da qualche parte in soffitta, una vecchia moneta un cui lato rappresenta delle caravelle.
La rappresentazione è in qualche modo erronea – un “refuso” artistico, le vele che non seguono la direzione del vento, una contraddizione di questo genere. Non ricordo. So che tale difetto è del genere che impreziosisce un pezzo da collezione.
La moneta mi venne regalata anni fa, quando mi diplomai, da una donna che in giro per Internet – e non solo – viene riconosciuta come “L’istitutrice”, o “L’insegnante”, o qualsiasi altro modo di riconoscere a una persona una posizione di preminenza a livello d’intelletto e d’esperienza di vita. Lo era, lo era con tutta se stessa, perlomeno per come presentava se stessa: un’intellettuale impegnata, confinata in una piccola e gretta cittadina di provincia, che porta avanti il proprio amore per il sapere – e per il far sapere – con gli studenti che si ritrova.
Era, in effetti, quel genere di persona che una certa categoria di persone – la me di allora inclusa – ama riconoscere come insegnante e riferimento. Credo vi sia una nostalgica, idealista, fetta di persone che mitizzano il ruolo dell’anziano – non l’anziano in quanto “essere umano dai tanti anni”, ma come figura spirituale: di guida che è tale perché offre la propria esperienza, perché dedica se stessa alle future generazioni, cercando di far sbocciare fiori anche nei campi più aridi – come quello di una cittadina di provincia.
Non era una mia insegnante, né l’ho conosciuta come insegnante: l’ho conosciuta come madre della prima ragazza che frequentavo seriamente (ossia: di cuore e intelletto), con tutti gli annessi di tale condizione. Il fatto che mi scopassi sua figlia mi portava, per motivi intuibili anche se non condivisibili (io stessa non li condivido), a rimanere chiusa anziché aprirmi a lei, come forse altrimenti avrei fatto. Come ho fatto, in altre situazioni e con altri “mentori”, nei limiti del possibile (del mio e dell’altrui “possibile”).
Leggendo, ora, elogi alla sua persona, mi torna in mente l’amata Lokasenna. Leggo e riconosco, nelle definizioni con cui viene ricostruita, quel che incontrai allora, seppur non vivendola così.
Il problema è, come accade spesso, la Lokasenna.
Ho conosciuto poco quella donna, per poi ricontattarla – dopo aver smesso di frequentare sua figlia per motivi che allora non mi erano ben chiari – perché come persona mi piaceva. Difficile non apprezzare, se si è speculativi come me, una tale interlocutrice.
Non so quante volte, allora, l’ho incontrata. Due? Tre? Poche. Poche volte, prima di scoprire che perlomeno per una piccola fetta – quella fetta che può essere minuscola o enorme, e si chiama “l’influenza dei genitori e la loro autorità morale e via discorrendo” – lei aveva compartecipato alla rottura tra me e sua figlia.
Non l’ho scoperto da lei, e ciò mi ha ferito. Non mi ha ferito come una stilettata a tradimento da parte di una persona in cui riponi fiducia – non riponevo, in lei, quella fiducia né quell’abbandono che ho visto in diversi suoi “allievi”, ma semplicemente la apprezzavo e stimavo. Mi ha ferito concettualmente, se così si può dire. Mi ha ferito il realizzare che una persona tanto stimata, tanto sacra e importante per tante persone, potesse essere semplicemente umanamente… Laida? Meschina? Dovrei fermarmi a fare un elenco di parole possibili e consultare il dizionario etimologico per appurarne la precisione. Lei lo avrebbe apprezzato, immagino. Come si definisce una persona che agisce alle spalle altrui per giungere alla propria meta, anziché parlare direttamente con il problema, ossia me?
Non ho amato la sensazione, e, forse per sentirmi diversa da tale impressione, ho calcato la mano sul mio essere diretta. L’ho, ossia, contattata nuovamente per parlarle proprio di ciò, faccia a faccia, contando sul fatto che non avrebbe potuto negarmi un po’ di onestà, intellettuale o meno, se palesemente richiesta.
Così, è giunta la seconda ferita. Sicuramente chiunque avesse assistito alla scena avrebbe pensato che quella ferita era lei – l’Istitutrice, l’Insegnante, la Mentore che dopo aver cercato di spiegarmi con passaggi razionali un’irrazionalità, è scoppiata in lacrime dicendomi che non poteva sopportare il pensiero di una figlia lesbica. Perché quelle lacrime mi hanno ferito? Perché ho smesso di capire che ruolo avessi. Che ruolo hai, diciottenne, se l’Istitutrice in lacrime ti implora di non frequentare sua figlia?
Amo la Lokasenna perché mostra un’umanità a cui raramente si lascia spazio nei resoconti epici. La Lokasenna, “Invettiva di Loki”, è quel momento in cui Loki rivela di sapere un piccolo sporco segretuccio di ogni divinità presente al banchetto – i famosi “scheletri nell’armadio” – dimostrando così che nessuno, neanche gli Dei, sono creature intangibili. Che tutti siamo mortificabili.
Non ho un resoconto dettagliato di cosa accadde dopo quel giorno. Sapevo che la figlia dell’Insegnante frequentava un individuo capace di essere violento, e che l’Insegnante acconsentiva – e mi sono chiesta se un individuo capace di essere violento, e che lo fu, fosse comunque meglio di una donna. Cosa fa più male? Il violento o la donna? A chi fa più male la donna, alla madre o alla figlia?
L’esperienza mi ha segnato. L’Insegnante stessa mi è rimasta e mi rimarrà in mente a lungo, come individua particolarmente unica, nel bene e nel male. L’ho sognata diverse volte e molto probabilmente la sognerò ancora.
Nel frattempo, tempo fa, l’Insegnante è morta – morta male, come si suol dire, lentamente, con dolore e (suppongo) umiliazione – passando così nell’empireo dei santi. Leggo i coccodrilli che le sono stati dedicati, e sorrido ricordandola. Mi commuovo, anche. La ricostruisco e mi spiace – come sempre mi spiaccio quando qualcuno di raro e capace di diffondere rari concetti muore, ci priva di sé, e per queste rare persone veramente mi sento in lutto.
Rimane un però, che non va a tangere i bei ricordi di lei. Non credo di averla mai saputa odiare. Scoppiandomi a piangere in faccia e supplicandomi mi ha impedito di farlo, credo, lasciandomi a un destino più ambiguo. E’ come se la sua colpa nei miei confronti non fosse stata quella di cercare di scalciarmi via di nascosto, ma bensì quella di essere una vittima. Se di qualcosa l’ho colpevolizzata – ma non ricordo, sinceramente – è stato di essere, anche lei, vittima di se stessa. L’Istitutrice, l’Insegnante, la Mentore, che si sottomette a un proprio impulso irrazionale (era troppo onesta intellettualmente per cercare di rivendermi la sua omofobia come logica o giusta – ci ha tentato, brevemente, pietosamente, e poi ha ceduto), come tutti gli altri, uno strano e inaspettato modo di imparare la mortificabilità dell’essere umano.
Da allora, e per un bel po’ di tempo, ho usato sovente il termine “mortificabile”. Mi piaceva e piace l’accoppiamento tra il suo significato nell’uso comune e la sua etimologia – questo accostamento tra umiliazione e morte, un lento e sottile ridurre la persona, accostarla alla morte, privarla del sé a cui vorrebbe attenersi.
L’Insegnante è stata anche la donna, la prima e l’ultima, che mi disse che soffrivo di un complesso di Edipo al contrario. Non conoscevo Freud, allora, e forse l’Insegnante mi ha aiutato a tollerarlo poco. A posteriori, ho scoperto che da donna a cui piacciono le donne, dovrei provenire da un tentativo, nell’infanzia, di proteggere la Madre dal Padre. Se fossi eterosessuale, da piccola avrei semplicemente amato il Padre. Da bisessuale, di conseguenza, soffrirei della sindrome di Stoccolma. Da pansessuale… Boh?
L’Insegnante è stata la donna, la prima e l’ultima, a soprannonimarmi “Fantaghirò” – e credo avesse ragione, in buona parte: amavo (e amo) le armature scintillanti e le bestiacce inselvatichite.
L’Insegnante è stata colei che mi ha donato quella moneta con caravelle difettate augurandomi un “Buon viaggio”. Non so che pensasse in quel momento – se mi odiasse già come possibilità nella vita della figlia, se non temesse ancora questa opzione, se facesse convivere in sé il timore e l’apprezzamento – ma percepii affetto. Percepii un sincero augurio. Forse mi stava augurando di levarmi dal cazzo, ma se pur così è, lo fece con affetto. Con commozione, perlomeno.
Amo la Lokasenna perché è sfogante.
Probabilmente tale mio amore proviene da un trauma infantile legato a Babbo Natale. Ricordo che, un giorno – un giorno in cui già non credevo a Babbo Natale e non so perché, perché non ricordo di averci mai creduto (a posteriori ricordo di avervi riflettuto e averlo trovato inverosimile fin dall’inizio, ma forse a posteriori ci si abbelliscono i ricordi) – litigai con i miei compagni alla scuola materna, litigai perché affermavo che Babbo Natale non esistevano e loro dicevano il contrario. Quel giorno la maestra fece un gesto che, sempre a posteriori, mi fa pensare che avrei dovuto augurarle ogni male, o perlomeno di essere licenziata: mi prese da parte e mi disse che Babbo Natale non esisteva, che io avevo ragione, ma dovevo mentire e fingere che esistesse. La Lokasenna, in quel momento, sarebbe stata un urlare in piazza che Babbo Natale non esiste, urlarlo finché le maestre non ti prendono definitivamente da parte e non ti chiudono in qualche stanza dicendo agli altri che sei pazza – che è quello che succede a Loki, più o meno. Ma c’è una piccola, sottile, fondamentale differenza.
Dire che Babbo Natale non esiste, perlomeno nella nostra società, significa sostituire una verità con un’altra. Significa sostituire in toto “Babbo Natale esiste” con un “Babbo Natale non esiste”.
La Lokasenna è più tragica. Gli scheletri nell’armadio che Loki svela non annullano tutto ciò che gli Dei sono – non annullano la loro interezza, semplicemente la incrinano. La rendono sfaccettata. Aggiungono alla rappresentazione che gli Dei fanno e vogliono fare di sé un elemento fastidiosissimo, imbarazzante, esorcizzante in senso negativo: li sfatano. Loki è odiato perché grazie a lui avviene questa disillusione – come dare la colpa a qualcuno di aver scostato il velo che celava un mostro anziché darla al mostro. (Oppure, terra-terra, provate a sottolineare il difetto che qualcuno ha e vedrete che odierà voi e non se stesso.) La Lokasenna è odiosa perché ferisce a morte inibendo al contempo il martirio: bisogna essere puri e intoccati per divenire martiri o santi.
Mi domando, ogni tanto, quanto in tal senso l’Insegnante abbia funto da agnello sacrificale per permettermi di procedere sulla via della disillusione. Ci sono state persone che ho stimato a morte, e che stimo a morte, ma non riesco a credere nel Mentore – come non riesco a credere nel Genitore o in Babbo Natale. Sono felice di non credere nel Mentore, nel Genitore e in Babbo Natale, e non perché non crederci mi rende una progredita ed evoluta creatura razionale (odiose frasi fatte), ma semplicemente perché non credere in un ruolo mi costringe a guardare l’umano.
Amo l’immanenza norrena.
Immagino che l’Insegnante avrebbe preferito i più fini, variegati e complessi classici greci e latini.
Amo l’immanenza norrena, e immagino che la mia adorata Maletta – la cosa più vicina a una mentore che io abbia avuto, e che di sicuro mi ha salvato un pezzo d’anima – non apprezzerebbe il modo nietzschiano in cui l’amo, preferendo la memoria di quei Padri propri della cultura ebraica che ancora devo approfondire.
Amo, dell’immanenza norrena, la sua ammessa a priori fallibilità. La mortificabilità di ogni Dio, nel momento in cui il Dio si fa antropomorfo. Quella fatalità che nulla toglie alla vita quotidiana, che non rende tragica la vita dell’eroe come capita ai greci – e così, pur educata ad apprezzare esteticamente il tragico e a crogiolarmi in esso, mi trovo a prendere a prestito certi lirismi propri della cultura greca. Il Mentore si fa involucro, affascinante come un cliché in un porno. Ho voluto crederci, l’ho voluto moltissimo – l’ho voluto nel modo in cui si ama l’amore.
Non so quindi, a questo punto, se dovrei ringraziare la mortificabile Insegnante.
(Sottotitolo di tutto ciò: Immedesimazione nel passaggio da Neoclassicismo a Romanticismo tedeschi.)

Dubbi esistenziali per momenti annoiati.

Nel corso degli ultimi mesi, saltuariamente, durante pause spese sul divano o sorseggiando molto lentamente un molto lungo caffè, mi sono trovata a riflettere con alcune persone su un Leitmotiv della mia vita, un Leitmotiv che non capisco perché sia tale, in quanto non colgo il collegamento tra questo e la mia vita in generale.
Il Leitmotiv è: persone che conosco, frequento, con cui sviluppo quella che socialmente è definibile come “un’amicizia” (ossia: ci si incontra più di una volta ogni sei mesi, in pubblico, sì che il sociale possa prenderne atto), a un certo punto scompaiono.
Con quello “scompaiono” non intendo ovviamente dire con tatto che muoiono, né che vengono rapite, né che fuggono in Tibet e non se ne ha più traccia. Piuttosto, nell’arco di qualche settimana, qualcosa nel loro cervello fa sì che l’opinione alta (o non ci frequenteremmo) che avevano di me si tramuti in qualcos’altro.
Ora, il dilemma è: io non so in che consista questo Qualcos’Altro. Né come mai ciò accada. Né come accada.

Osservo ora, su Facebook, il profilo di una vecchia amicizia che – per l’appunto – scomparve. La vecchia amicizia – B – proviene dal mio stesso liceo, dove ci siamo conosciute, e ai tempi della nostra frequentazione era un’artistoide dalle mille idee. Ora – mi dice Facebook – B è una dedita cristiana con marito e figlio, che vanta un catholic pride e non vuole musulmani in Europa.

… Amo l’umanità.
E amo ritrovare persone dopo anni.
Ma, tornando al punto iniziale, non so ancora perché B sparì. Non esattamente. Fonti mi riferirono che aveva conosciuto questo stra-cattolico (l’attuale marito, suppongo), che si era ri-convertita al cattolicesimo e aveva bruciato tutti i lavori artistici fatti perché dettati dal Diavolo. Considerando che io, artistoide allora come oggi, le facevo i tarocchi – o, meglio, io pescavo carte e riflettevo ad alta voce sul loro significato, mentre lei voleva una cartomante che le dicesse come far evolvere il proprio futuro – ho immaginato di essere finita, simbolicamente parlando, nel rogo.
B è riapparsa nel mio campo visivo mandandomi l’invito a una mostra intitolata Teofania, quindi evidentemente all’arte è tornata. E cerco di immaginarmela, B, con quel suo modo fanatico d’approcciare ogni argomento (ha passato un periodo dormendo con un arcano maggiore sotto al cuscino), simile a come la conoscevo, ma semplicemente innestata in una specifica ideologia anziché saltellante freneticamente da una prospettiva all’altra.
Dicono che la maturità sia questo: trovare se stessi e la propria posizione nel mondo.
E chissà che cazzo ci vedeva in me, B.
Chissà che vedeva in me J, che pure sparì – per motivi che conosco un po’ meglio, ma che non comprendo o non voglio comprendere.
Importuno l’una e l’altra apparendo nel loro spazio vitale virtuale con il sorriso sornione di chi non ha e non vuole avere tabù. Perché intuisco di essere stata un tabù, o quello che precede un tabù, un trauma. Niente di apocalittico, coevi, non ho sgozzato agnelli davanti a nessuno – è che a volte bastano piccole cose per ribaltare una prospettiva. Suppongo. Ed è anche perché posso solo supporlo che importuno persone come B e J: perché mi piacerebbe veramente capire cosa sia successo nella loro testa.
L’ultima volta che ho stigmatizzato un individuo avevo 15 anni. Quell’individuo è venuto a trovarmi un paio di settimane fa, e mi sono trovata così bene che lo vorrei ancora qui. Penso di averlo stigmatizzato, ai tempi, a causa di quella specie di meccanismo protettivo che fa sì che le persone con cui abbiamo avuto un rapporto molto profondo, quando il rapporto finisce, ci risultino stonate. Ci fanno impressione come una morbosità. Ci fanno impressione perché ci hanno conosciuti troppo, li abbiamo conosciuti troppo, ed è un po’ come osservarsi l’intestino a vicenda. Il rapporto è andato a male e anche un po’ noi con esso, e l’altra persona è uno specchio che vogliamo credere deformante – come se qualcuno ce l’avesse imposta.
Mi è accaduto, una volta, e poi mi è passato – e al mio secondo rapporto di pari o superiore importanza mi sono sforzata di far sì che non accadesse di nuovo. Il secondo suddetto rapporto è terminato con le mie nocche sullo zigomo del tizio che frequentavo, ma ho tenuto a ribadire – ma nessuno mi ascoltava, né credeva – che non c’era astio da parte mia, non c’era rifiuto da parte mia, che era semplicemente meglio che non ci frequentassimo più. Le nocche sul suo zigomo erano un’esigenza del mio orgoglio, tutto qui. Ricordo, a seguito di ciò, un dialogo con una conoscente che principiò con un suo:
“Non è necessario diventare un uomo per essere lesbiche.”
(Non ero lesbica, ero bisessuale, ma una buona fetta di umanità ha difficoltà a concepire una sessualità doppia.)
Ai tempi non avevo elucubrato abbastanza per risponderle, con la sua stessa logica, un:
“Non è necessario essere un uomo per prendere a pugni qualcuno.”
Ma comunque.
Sto divagando.
Dicevamo?…
Ah, sì, la stigmatizzazione.
Dicevo, è dai miei quindici anni che non stigmatizzo qualcuno. Ciò ha conseguenze, ovviamente. Non è un caso che io conosca angeli e porci – se proprio vogliamo riutilizzare le vecchie categorie di “bene” e “male”. Conosco convinti umili cristiani con cui darmi alla teologia di domenica, gente che ha sgozzato capretti, geni che dormono tre ore a notte per poi usare il cervello per tutto il tempo della veglia, santoni vegani, pulp alpha-men duri e puri, docili madri di famiglia in analisi dall’adolescenza, e tutta una lunga lista – molti tra voi – e sarebbe molto più facile citare i casi singoli che conosco senza rifarmi a categorie esistenti, perché reality is stranger than fiction, ma enumerarvi così, con le stramberie che vi caratterizzano, vi farebbe sentire delle bestie da baraccone. Probabilmente vi sentireste feriti. Insomma, qualche cosa sulle persone in questi anni l’ho capita. Ho capito, ad esempio, che non importa quel che dico e faccio in anni all’interno di un rapporto: se adesso qui dicessi che ho un amico che si masturba infilandosi una lampada al sale accesa nel culo, pur senza fare il suo nome, costui si sentirebbe ferito. Vai a sapere perché. Vai a sapere perché rivelare di sapere una determinata cosa, senza però rivelarla al mondo (ossia: senza fare nomi, né riferimenti che possano collegare la menzione alla persona), può offendere una persona. Ferirla. Tradire la sua fiducia. Anche se è stata questa persona a dirtelo e tu non hai minimamente sfiorato la sua fama pubblica. Vai a sapere il perché.
C’è da dire che non ho mai ben compreso la parola “offesa” – e con essa il verbo “offendere”. È un verbo strano, perché per realizzarsi richiede che il destinatario riconosca l’azione come “offensiva”. Un verbo strano, in cui l’intenzione del mittente può contare o meno, ma solo a posteriori.
È difficile offendermi, fottutamente difficile. Di solito a offendermi sono questioni generali, ma quel che mi dà sui nervi di norma non è l’offesa in sé, bensì l’incoerenza di una certa (il)logica. Insomma, cos’è un’offesa? Conosco la parola, il significante, ma nella mia testa non esiste concetto che funga da suo significato.
Rivelare di sapere una determinata cosa e le sue conseguenze (gente offesa, ferita e quant’altro) è un altro vecchio Leitmotiv, che però riesco a ricollegare alla mia vita. Per questo in questo blog c’è un’intera tag nominata “Lokasenna“. Purtroppo linka a un solo post. Ci ho messo un bel po’ a decidere che “Lokasenna” valeva quello spazio – valeva più del mio mero amore per La Lokasenna.
Consiglio sempre la lettura della Lokasenna – la poesia – e non perché sia particolarmente importante conoscere i pettegolezzi sugli Dei norreni, ma perché Loki – “Lokasenna” significa “invettiva di Loki” – è, o dovrebbe essere, il Dio negativo per eccellenza – eppure ciò che rivela nella sua invettiva è presumibilmente vero. Le accuse che porta, i modi in cui smaschera gli altri Dei, non sono dagli Dei smentibili – e questo rivela un quadro, una mitologia, in cui anche il più negativo degli Dei reca con sé delle verità – e forse è perché le rivela che viene castigato.

La co-esistenza di questi due Leitmotiven all’interno dello stesso post potrebbe suggerirmi che sono in qualche modo collegati. Ma forse no. Forse semplicemente collego tutto a tutto per hobby, noia, ossessione. Comunque, anche fossero collegati, credo sinceramente non me ne fregherebbe un cazzo. E la cosa mi solleva. Perché se dessi lo stesso peso ad entrambi i Leitmotiven mi troverei nella scomoda posizione in cui pare stia il 95% delle persone che conosco, ossia: dover scegliere tra socialità e limpidità. Assaggiare i compromessi – che possono avere diversi sapori, possono presentarsi come il miglior piatto da ristorante da guida Michelin che sempre avete voluto gustarvi – ma in cui è stata aggiunta della sabbia, e scricchiolerà tra i denti a ogni boccone.

(Amen.)