milano

Condizioni.

Camera pulita e sistemata. Mens sana in [tradurre “spazio vitale” dal latino, grazie] sano. Sgranocchiare home-made pane con sesamo e pistacchi – alla ricerca dei panini con cui facevo colazione a Kiel, tempestati di semi rubati al mangime di qualche volatile.
Mio malgrado, ho fatto pausa.
Per non eccedere, l’ho fatta dopo essermi svegliata alle 6:00 P.M. di mercoledì, nottata in piedi, mattinata e primo pomeriggio a Milano per burocrazie&similia legate all’università. Pranzo da Pater, caffè con SiC rimpiangendo i tempi erasmusiani. Alle 7:00 P.M. di giovedì ero di fianco al portone del Duomo a fare da sfondo a fotografie di turisti giapponesi (“Mi sposto?” “No, no, rimani lì.”). Mi godevo lo schifo che Milano ti inietta nei pori della pelle leggendo Yourcenar, che ho scoperto apprezzare la purezza della razza. Quale razza sia quella pura non importa, è la purezza come concetto che le titilla l’estetismo. Si appella agli allevatori a tal proposito. Ma comunque. Comunque alle 7:00 P.M. ho pensato che il rientro a Milano, quel giorno, non era stato male. Confusionario in un modo non spiacevole. A fine giornata, poi, puoi cullarti nell’idea del momento in cui farai una doccia depurandoti da tutto quel caos.

Qualche ora dopo declamavo passaggi della Bibbia.
Una formazione indegnamente influenzata dal gioco di ruolo può renderti una primadonna senza pudore, quel genere di persona che deve dare un carattere a ogni singola parola scritta, a costo di divenire imbarazzante. Anzi, soprattutto per divenire imbarazzante, che fa ancor più spettacolo. Chiamiamola “Sindrome di Bottom”. Non nel senso che ti piace stare sotto, ma in senso shakespeariano – maliziosi ignoranti.
Aspettando la mia cieca Titania, ho applicato la mia Sindrome di Bottom ai miei scritti, per anni, secondo il principio “se fai fatica a leggere questo dialogo allora forse non è un dialogo ma una speculazione”. La Bibbia ha dei bei dialoghi, dovete ammetterlo. Potreste ammetterlo, se l’aveste letta. Chi ha criticato le incongruenze della Bibbia senza averla letta alzi la mano. Non lo sapete che non vale abusare delle conclusioni altrui per proclamare le proprie? Lo so, lo fa anche la Yourcenar appellandosi agli allevatori. Ma comunque. Comunque ognuno si diverte a modo proprio, credo si possa dire. Declamare la Bibbia mi diverte e fa sentire un po’ più me stessa. (Voglio un pulpito.)
Per farlo mi sono inflitta al Futuro Gesuita, che forse Gesuita non diventerà, ma ne avrebbe il ruolo. Vedete, mi serve un esperto per decostruire l’amore del prossimo, non me ne basta un cultore. Meglio farlo mentre ami il tuo prossimo in lui, tanto per uscire dagli schemi e smetterla di discutere di quel che aborri con persone che aborri. Ho passato, come troppi, la fase adolescenziale di ribellione alla Chiesa. La maggior parte delle persone che conosco ci sono ancora, aggrappate a quella ribellione senza averne esaurito gli argomenti, e mi diventano fedeli di un ateismo non definito, si coprono gli organi genitali con una mano mentre puntano il dito accusatore nei confronti del prete a cui hanno voltato le spalle in silenzio. E no, non vale abusare delle conclusioni altrui per proclamare le proprie ed enumerare le ottusità mentali del cattolicesimo, se ci si è ottusi nell’idea che la Chiesa dice che il preservativo è il Male è il vero Male. Troppo semplice – no?

Yourcenar mi accompagna con un lirismo pacato. Consiglio Il colpo di grazia con tutte le riserve del caso. A essere sinceri, ne ho amato così tanto il personaggio principale da poter non notare cose che meno mi convincevano. E poi c’è qualcosa, nella Yourcenar, qualcosa di così profondo che non viene mai a galla, che non mi convince. Qualcosa che aborrisco – e non capisco se aborrisco questa invisibilità perché la intravedo in me, alla stessa profondità poco esprimibile, o se l’aborrisco perché ben la conosco come cosa che non mi appartiene.
Chi lo sa?
Yourcenar è abbastanza brava a scomparire dinnanzi ai propri personaggi da essere difficilmente rintracciabile.

E io rifletto sui tipi d’amore e di amore del prossimo e su chi sia il Prossimo nella mia, tua, vostra, loro mente. Rifletto ancora sul ruolo del prete, in cui i troverei così bene per quanto concerne i rapporti interpersonali. Dovrebbe essere un prete di un culto parallelo e voi probabilmente non lo riconoscereste come tale perché scopa nei fine settimana, e allora potrei dirvi “sciamano”, ma so così poco degli sciamani che è meglio prendere in prestito una categoria conosciuta e modificarla all’occorrenza.
Penso di aver un genere d’amore non condizionabile. Non importa cosa fai per piacermi, oh persona da me amata, mi piaci per altri motivi. Deve essere frustrante, immagino, questo mio non lasciare al prossimo la possibilità di migliorarsi ai miei occhi adoperando un po’ di sbattimento. Vi piacerebbe davvero un amore incondizionabile, al di fuori della fiction? Un amore padrone di sé e non ammaestrabile da quanto voi tenete a lui. Un amore non corruttibile, insensibile alle vostre speranze, così che – se un giorno doveste trovarvi orribili e cercaste in lui un temporaneo scopo di vita – sarebbe morbido alle vostre lusinghe quanto un muro di ghiaccio. Peggio ancora, vi amerebbe anche quando vorreste essere odiati per potervi sentire forti.

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R.A.M.

Il cielo è coperto da una cappa manzoniana, nel senso che comunica una certa ineluttabilità. Doveva aver fantasia, Manzoni, per pensare alla Provvidenza avendo sopra la testa un cielo come questo. È bianco lattiginoso, tra il bianco di un capo che non è più bianco e il bianco di sperma che si raffredda. Piove, tanto, e c’è vento – si sentono rumori confusi e mescolati, cose che sbattono contro cose, Dio sa cosa, un tempo da rinchiudersi in casa e addormentarsi con la speranza che, una volta svegli, sia tutto tornato perlomeno quieto.
Io invece dopo uscirò, diretta in stazione, su treno diretto a Milano. Serata e nottata fuori in buona compagnia, pausa in questi giorni stressatissimi.
Non so come sia il tempo a Milano, ma se assomiglia a quello qui allora sarà il tempo adatto per la metro. Quella umida, contaminante, scontenta – il profondo fascino che Milano sa avere dev’essere grato a questi malumori urbani.
L’appuntamento è in metro alle 19:30 – (per un attimo mi sono domandata se, scrivendo ora e luogo preciso, rischierei di trovarmi anche qualcun altro lì) – con il nostro caro Al, che rischiara queste giornate scandite da e-mails e Hausarbeiten.
Al che è diventato uno dei motivi per cui mi spiace partire, perché mi sarei data con piacere a ulteriori bis e tris di persona. Rifletto così poco sul significato della lontananza geografica. Un vaso di piante semimorte, sbattuto su un fianco dal vento, mi guarda dondolando fuori dalla finestra e mi dice:
Non hai ragione di pensarci.
Risistemo il vaso in una posizione dignitosa e sento il senso d’inutilità del gesto. Il vento lo sbatterà a terra di nuovo. Un appuntamento alle 19:30 in metro su un binario così organizzato perché ambo le persone arrivano dalla stessa direzione ha come presupposti che un viaggio si possa calcolare al minuto e che i mezzi non siano in ritardo – e che non passino treni così pieni da non poterci salire. Sul sito di Trenitalia si possono immettere come dati per una ricerca solo le ore, ma non i minuti. Gli italiani puntuali in Germania arrivano in anticipo, perché hanno già calcolato i ritardi.
Anyway…
A Kiel c’è il sole e non piove. Probabilmente al mio arrivo verrà a prendermi VB, che pare essersi ambientata bene. Non posso dire che mi manca, e sarebbe sommario dirlo: troppe cose in testa perché mi manchi di testa o altre astrazioni. Ogni tanto mi manca l’addormentarmi stremata, persino lo svegliarmi già stremata, e poi – lo sapete – io odio dovermi addormentare. Il sonno è il mio demone. Sto prendendo dello Zerinol (sono andata da un dottore!) per questa tosse che mi ha rincorso per settimane, il quale ha l’effetto di farmi riscoprire cosa significa avere sonno. Avete presente? Il sonno che sale pian piano, dolcemente, e ti abbraccia… Dio, è quasi erotico. Inutile dire che da che sono in vita ho provato diverse sostanze per addormentarmi, sempre con risultati pressoché nulli. Ma non posso usare lo Zerinol come soporifero, immagino.
Sto leggendo e dovrei scrivere – quando avrò tempo.
C’è stata una lunga e piacevole serata culminata in un salotto a Milano a chiacchierare di scrittura con Ste. Mi ha mandato una foto della sottoscritta scattata vicino a corso Buenos Aires – era mezzanotte, credo, poco prima, ed eravamo seduti a dei tavolini di uno di quei bar la cui clientela spazia più di quanto la mente umana sappia fare. Chiusa nel cappotto dal taglio militare, con le tags al collo in vista, ho un sigaro in mano, un Jack davanti, e un’espressione da minaccia caricaturata. Foto folkloristica, che ben s’accorda con la serata trascorsa e mi ricorda che sono una persona seria.
(Sedlacek non è mai stato una persona seria.)
Sì, mi mancheranno anche i ragazzi. Avrei fatto il bis anche con loro. La sottoscritta e la lontananza fisica. Parto col le aspettative viziate, perché a Kiel mi aspetta VB, e chissà se stavolta toccherà a lei starmi accanto mentre mi riabituo.
Stasera, dopo la cena e qualcosa da bere, discoteca. Discoteca italiana. Mi chiedo se ne uscirò shockata o se saprò far fruttare quel che ho imparato a Kiel riguardo al “come divertirsi e punto”. Mi sono abituata a ballare incrociando persone a caso e sorridendo loro ricevendo sorrisi; probabilmente farò la figura della turista. (A Milano non hanno la Beck’s Lemon, sigh.) Ho risentito discorsi sul come vestirsi per andare in discoteca e sulla selezione all’ingresso. Avevo smesso di dare per scontate certe cose, e mi è balzata alla mente l’immagine della fila all’entrata di una discoteca vuota, dove attendere significa che il posto è in. Paghi in tempo e denaro per essere scaraventato dentro dal buttafuori. C’è qualcosa che non mi torna. C’è molto che non mi torna. Un’infinità di cose. Ho smesso di pormi una serie di domande, nel frattempo, per mancanza di spazio in memoria.

Varie&Eventuali.

Con la solita ottima tempistica sfoglio la dispensa per l’esame a 8 giorni dall’esame.
Sono felice di vedere che Di Venosa ci ha infilato l’immagine del carro di Trondheim che le avevo linkato in una mail in cui confutavo l’info per cui nelle lingue germaniche la radice indoeuropea di “Sole” ha varianti in n, mentre in quelle germaniche in l etc etc e quelle cose pallose di cui voi non fotte una benemerita sega e che sono la grammatica quotidiana con cui leggo il mondo che rotola nel tempo. Sono felice di vedere che nella dispensa ha dovuto mettere le eccezioni svedese e norvegese. Sono soddisfatta del “lavoro” fatto con lei, mentre non lo sono per nulla di quello fatto da me studiando – ma sono dettagli.
Spero mi tenga per lungo tempo a discorrere di etimologia, sì che io possa svolgere un esame raccontandole la genesi dei nove mondi norreni e tutti i pettegolezzi riguardanti Loki e le Norne e sviare su parole quali “Silbentrennung”, che spero esista, perché la ricordo, so che ha a che fare con quello che dovrei sapere, ma non mi ricordo che sia.
Dovrei vedere Di Venosa oggi, dopo essere andata a Sesto. A Sesto a capire a chi compete il mio caso e aprire schemi sulla mia situazione in quanto a esami, per comprendere se riesco a ridare l’appello del 9 settembre il 1° ottobre. Perché non sono pronta per l’orale. Non lo sono per parlare in tedesco, non lo sono per disquisire di Silbentrennung – e mi spiacerebbe troppo deludere Kokott e Di Venosa. Vorrei salutare la sezione Germanistica di Lingue degnamente. Ciò non toglie che io non sappia declinare un aggettivo senza qualche secondo per pensare. >_>
(Kokott ha scelto, per l’esame, anche un testo che parla di come il tedesco sia malvolentieri studiato in quanto troppo complesso. Altri testi riguardano la pessima cucina tedesca deprecata dall’autore, la soffocante famigghia italiana, e una serie di altre maldicenze su italiani e tedeschi.)

Milano non mi mancava eccessivamente. Non mi mancavano eccessivamente le occhiate storte di ragazze casuali impettite in metro che Dio sa cosa vedano in me sufficientemente odioso da far emergere diffidenza e astio in loro, le persone che spingono sentendosi vittime delle persone che spingono, i non-italiani che chiedono informazioni a non-italiani (intessendo grotteschi dialoghi in italiano di reciproca incomprensione) perché gli italiani li guardano male, una signora che mi ricorda quanto deve essere astiosa la quotidianità se mi dice che tutti dovrebbero essere come me solo perché le ho chiesto se le dava fastidio se le fumavo di fianco, etc etc…
Dicono che Milano faccia dimagrire, e credo sia vero. O per paranoie instillate da cartelloni anoressici, o per la sauna in metro, o per stress, dimagrisci – e io devo riabituarmi, oggi sono tornata a casa stanca. (C’è da dire che è da due mesi che non muovo un muscolo.) Il lato positivo è che potrò ricominciare a occupare il mio cervello con l’intrattenimento a basso costo del decidere cosa mettersi per uscire di casa. Perdere tempo fingendo di guardare le vetrine e guardando la propria silhouette. Arriverà l’autunno. Odio l’autunno, ma ne amo l’abbigliamento. Ogni fottuto anno, in questo periodo, sciorino parole su tagli a 3/4 di giacche e su stivali e su velluto. Il narcisismo è un’ottima droga. (Chi sa assaporare il rumore dei tacchi dei propri stivali può capirmi – ma forse questo è feticismo, non narcisismo.)

Sono tentata da La variante di Lüneburg. Colpa di Camilla. So che è l’ennesimo libro ambientato in quel periodo, ma posso dirmi che lo faccio per leggere finalmente qualcosa dal p.o.v. ebraico-internato. Vale, come scusa? Devo staccare dal tema Freiwillige – “volontario” – che ho riconosciuto essere il tema del periodo, tanto nel periodo WWII quanto in quello attuale nella documentazione che mi passa sotto mano. Molti residui nostalgici della WWII si radunano oggi sotto questo concetto, e devo capire l’esatto perché – non è lineare, se lo fosse non vi farebbero riviste ma andrebbero tutti in Legione Straniera.
Proseguo Sorvegliare e punire, con la dovuta calma – dovuta all’incapacità riassuntiva di Foucalt, e al suo ripetersi ennesime volte. (Avete presente quando, leggendo un libro, vi trovate a urlare “HO CAPITO, CAZZO, HO CAPITO!”? Ecco.)

Con perfetto tempismo le mestruazioni si presentano oggi. Da qualche mese il mio corpo mi dice: “Figlia, o soffri”. Variante pagana di “Partorirai con dolore”. Ma non ho l’esatta intenzione di figliare, e dovrei decidermi a tornare da un ginecologo e farmi qualche mese di pillola. (Odio quella roba, mi rincoglionisce – odio essere rincoglionita.) L’alternativa è fare esercizio fisico, e… ehm… Beh, magari facendo addominali mi salverò dal Dolore Del Primo Giorno.

Consulenze tecniche.

Per chi vive in quel di Milano o frequenta la suddetta città.

1) Mi sapete consigliare una pregevole armeria?
No, non voglio comprare un fucile e appostarmi su un tetto per sparare agli studenti, no.
Devo fare un regalo.

2) Studenti alla statale disposti a farmi per breve periodo (ca due settimane, preventivo) da senpai, previo pagamento. (In natura, s’intende. Siamo contro la moneta, si sa.)

Porte.

Stavo cercando di aggiornarmi con i vostri post degli ultimi due giorni. Tanti post. Spero di riuscire ad aggiornarmi con tutti.

Ieri: casa di Sorella.
Quella che chiamo Cubo-Casa, perché il fulcro è una stanza centrale unica divisa da una semi-parete sottile e da un soppalco per zona letto.
Lampade e luci di diversa foggia e colore sparse, sparsi gli interruttori e giocare a effetti di luce&ombra provandoli. Le pareti bianche e verdi – un verde caldo, un verde mare color smeraldo.
Il tempietto buddhista con il gohonzon in uno degli angoli, con offerte simboliche e candele e oggetti all’apparenza insulsi ma in qualche modo importanti per Sorella.
Il non sentirti del tutto a tuo agio perché non è casa tua, e per ciò non puoi spostare oggetti con poca attenzione; attimi di dedizione mentre prepari il the, e guardi la gatta che tace perché le hai appena riempito la ciotola di cibo.
Periferia milanese; proprietà private ritagliate, rubate a forza, al caos cittadino.
Cubo-Casa.
Le Cubo-Casa hanno qualcosa di rassicurante.
(Ad esempio che sono per singles. Già in due manca spazio vitale.)
Dormire un’intera notte, in pace, per il test dell’indomani.
(È stato fatto; no, non abbiamo impressioni; cercheremo di non averne fino a che non sapremo l’obiettiva conclusione.)
Passante-metro-uni-passante-treno. Piccola spesa e cinque ore di placido lavoro. Casa. Niente più avvoltoio dello Studio Da Farsi sulle spalle. Senso di leggerezza post-stress, non male. Ho l’umore che ancora freme, sì.
Se tutto andrà bene, fino a fine settembre sarò vincolata qui da un corso (vedi: debito formativo in matematica) che sicuramente avrò. Ossia: niente Roma fino a fine settembre, e non sapere quando inizierà l’Uni. Probabilmente: niente Roma prima dell’inizio dell’uni.
Non importa, infine.
Può infastidire per la mia tendenza a non partire mai.
Insomma, ti girano i coglioni ma senza impegno.
Non soffochi nello smog finché non ti viene ricordato cos’è una boccata d’aria.
(Aria.)
Non importa.
Anche se lo stress accumulato mi fa venire orzaiolo (BLEAH! Mi ripudio ufficialmente finché non sarà svanito) sotto l’occhio e mi fa delirare su MSN con Ronin (con una pazienza tutta sua).

Appro di gente e test.
Fatemi ringraziare di nuovo tutti voi, voi che in questi due giorni avete mandato SMS, scritto commenti a riguardo, incitato. Grazie a chi ha avuto cura di esserci. Ha avuto una certa importanza – non ai fini del test, ma personalmente.

Sta per arrivare l’autunno.
Sta per arrivare l’autunno che odio e io sono in stasi fino a che non saprò l’esito.
Potrei approfittarne per fare cose inutili – quelle che non so fare.
Ora, ne approfitterò per andare a letto con la consapevolezza che non devo svegliarmi alle 7 e che non mi aspetta una giornata di Milano+Studio+Lavoro+PocoSonnoDormito.
Non male.
(L’importanza delle piccole cose.)

Note ai margini del foglio:

noesis_2, Oh Mia Bestia, Rush in Peace ci aspetta. Ci aspetta un Gringo sciorinato qua e là, Madre AI, Divine e l’Amore Riversato a Fiumi per xenofobi razzisti intolleranti e incazzati Michel, lo scimmio nella scimmio-tana e in un luogo che non è la Ragnarok ma non spoileriamo, e non spoileriamo sui nuovi lati del carattere di Byron Casey che conosciamo e conoscerà il pubblico, e quelli che devi ancora mostrarmi, e la sci-fi di ruggine e solitari fiori spuntati tra cavi, e uno pseudo-coreano, e nello spazio nessuno può sentirti urlare, e Dawn dio se me la farei, e via discorrendo.
(E lo stile, di R.i.P.; dio, fammi giudicare il Creato e il Non Ancora Creato con quella Tua ironia da ho visto tutto ma ho ancora un sorriso per l’alba di domani.)

Ricordiamo: roninreloaded, e il Mediatore e una nuova tecnologia di trasmissione dati. Il morboso e l’importanza delle cose più semplici. Quanto le cose più semplici possano essere affilate. Quanto le cose più banali possano non volersi realizzare. E…
… Cargo, sempre cargo e sempre pareti con bulloni. Cyberpunk e steampunk, e nel multiverso di culture futuro soffermarsi su particolari. (Ro e il particolare. Adoro “Ro e il particolare”.) Impressioni sulla retine e sui sensi, il linguaggio del ricordo. E tante, tante altre le cose che se vorremo delineeremo.

Ricordiamo: una fanfic (ARGH! Una FANfic) scritta con Hyo sulla trilogia di Magdeburg (trittico Magdeburg, copyright della sottoscritta; prego, diffondete), corretta troppe volte. Da postarsi sul Triskell, da postarsi sul forum di Altieri per mia unica voce – vedi: Hyo rimarrà anonimo ma io voglio postare quella fottuta fic, con tutto lo sbattimento di correzione che ha richiesto (eccessivo; odio rileggermi eccessivamente; amo il momento come attimo unico, e di getto).
Daremo il Dekken alle masse, per come noi lo vediamo.

Ricordiamo, ma non ce n’è bisogno, la sequenza di fic in corso con cauchemar_73. Ricordiamole di togliere tutta quella fottuta polvere da L’acero rosso (soprannominata da eredhikr L’acero lacero). C’è anche un honorato Torchia che deve interagire con un esotico Jamall dagli occhi di giada e dalle mani che immagino eleganti ma salde (in pieno cliché che stavolta non ripudiamo ma esaltiamo). C’è anche un signor Moebius in collegio ne L’acero rosso, e poi nel pieno dei suoi sarcastici e sornioni 30 anni ne Il Figliol Prodigo.
Vorrei ricordare:

“Sai di cos’è fatto il pigmento delle farfalle? Quello che le ha rese il simbolo della leggiadra bellezza?”

È una frase importante.
È la frase che ho lanciato a mo’ di sfida al nostro cicisbeico Cauchemar che tanto insisteva per scrivere assieme. Credevo che fosse impossibile, tra noi, una collaborazione. Tra Sna “viva il nudo&crudo” e Cauche “vampiri & lirismo & estetismo & la nobiltà del dolore”. Ma gli opposti, se non sono ottusi, collaborano bene.

E a proposito di ottusi, il signor Horton in quella che per ora si chiama Una storia qualunque, attende che scriva di lui con Hyoga. One-shot. In ogni senso, supponiamo. (No, non muore Horton. Non ancora. Tutti moriamo, no?)

Ma torniamo a Torchia e a quel che devo studiare per il Nogueira in Francia, per l’A.D. 1630. E l’Angelo – amico io – deve ancora portarmi dei libri sull’Accademia degli Incogniti di Venezia che ordinai mesi fa presso suo indirizzo (fottuta IBS e consegna-a-mano).

E poi…?

E poi DaDa da aggiornare, sì, non lo dimentico. Il nostro Edward che tutti odiano e la folta fauna che ha attorno. Il nostro Serge, personaggio cardine. A pimp is a good thing to be.

E, oh!, come dimenticare il teatrale Jan di Leida? Dovremo dargli la fine che gli spetta. (*sigh*)

Quante fottute cose.
Quante amate cose.
Quante importanti, portanti cose.
Simboliche, soprattutto.

E non dimentichiamoci che prima o poi dovrò ufficializzare questo mio incessante scrivere cominciando a (tentare di) pubblicare qualcosa.
Non dimentichiamo.
(Dimentico sovente di ufficializzare, in generale.)

(Conoscete tutti i personaggi da me menzionati? Test: quanto conosci Sna? :P)

(Non ho voglia di rileggere; perdonate sviste e lapsus freudiani, please.)

Milano

Milano.
Tappa della mattinata.
Quella città mi farà male, lo so – come mi aveva fatto male e bene due anni fa.
Frenesia che ti trascina facilmente fuori dalle cose; frenesia che ti solleva dalle profondità.
… E già in stazione ci sono troppi negozietti attraenti, dalla Feltrinelli (ah, la Feltrinelli in Duomo…) a sottomarche di accessori a bar con cappuccino freddo shakerato all’intimo a… Gh.
Devo smetterla.
… E i cartelloni e i manifesti; spettacolo all’Arcimboldi per un articolo, e la mostra, e la presentazione di, e l’evento a… E tanti tanti articoli da scrivere, ma più che altro: tanti luoghi in cui andare, cose da vedere, persone da conoscere…
Devo portare al giapponese un bel po’ di gente, e poi ci sono gli aperitivi con la sorella nei locali in. Oh, mi trascinerà in discoteca. (La mia volta all’anno in discoteca.)
Ma è il meno.
Adoro l’edificio di design dell’uni. Mi piace, niente da dire. Mi piace proprio. Mi piace tutta la zona. Mi piace, per abitudine, camminare in corridoi con decorazioni e progetti incomprensibili appesi nei modi più improponibili.
Mi piace Milano in cui tutto è a qualche fermata di metro.
(Tranne quella bellissima palestra in cui fare Thai Boxe che è dispersa nella periferia sud. *sigh*)
La amo e la odio. Milano in cui nessuno ti rompe i coglioni perché tutti si fanno i beneamati cazzi propri, ma comunque non riesci a fermarti.
(E devo abituarmi ai tacchi o – conoscendomi – li abbandonerò in un angolo perché mi rallentano.)
Milano e vanitas. Mille opportunità e pochissime che abbiano senso.
Amo e odio anche il pendolarismo.
Insomma, da pendolare, sul treno, ho scritto un romanzo – ma quell’afa, quel caldo umido, quella puzza stantia… Volti segnati da rughe insoddisfatte, cerone colato a fine giornata, vite miserabili e distrutte di fianco a inconsapevoli volti giacca-e-cravatta.
Qualche notte a dormire dalla sorella. Milano che non è mai silenzio; il tram che ronza, poi le macchine; drammi intimi e sociali a 30 metri da te. Riabituarsi a girare con il gomito sulla borsa/zaino per controllare che non venga smossa/o e aperta/o e tagliata/o. Slidare nella folla all’uscita della metro. Camminare nel grigio e inconsapevolmente sfiorare miracoli nascosti.

Sarà una settimana provante, non abituata a quella metropoli: mattino lì, pomeriggio-sera al lavoro.
E dovrei bere meno caffè di fila.
(Abitudine presa a Milano, quella del caffè – marocco – per chiuderti in un posto caldo mentre aspetti qualcosa o qualcuno, per andare al cesso, per sederti e leggere o scrivere venti minuti.)
… Devo solo imparare di nuovo a rimanere in piedi in metro senza toccare nulla e a leggere camminando nelle moltitudini.
(Senza tacchi, però; o mi spacco una gamba cadendo.)

Pausa.

Prossime ore a Milano.
Mi manca, un po’, quel buco nero tinto di grigio.
Mi manca la confusione totale e quei brevi attimi in cui percepire di essere un po’ più vicini al centro del mondo.
Non mi manca, magari, la metro all’orario sbagliato, in cui a 360° hai squarci di vite ai margini (ma ne basta una nel campo visivo, per riflettere).
Mi manca anche la statale, a cui andrò a seguire una lezione.
La statale con i suoi colonnati, e quell’apparenza da teatro di cultura aperto al mondo.
Milano munita di abbastanza librerie in concorrenza da offrirmi ciò che la stampata lista di libri richiede io abbia.
(L’inglese sta facendo molto male alla costruzione delle mie frasi in italiano.)
Tra l’altro, lista compilata grazie all’aiuto di alcuni fra voi.
Grazie.
E ora, a prendere un treno che mi attende.
(Il fatto che io senta questo giorno come un giorno di vacanza denota il tenore del mio amore per lo studio, suppongo.)