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I must down to the seas again, to the lonely sea and the sky.

La sottoscritta, "Der Apostel" di Rilke e l’ipse dixit.
Sul tavolo: fotocopie in tedesco da cui trarre informazioni, puntigliosi consigli su come scrivere una Hausarbeit, al margine dei quali ho scritto:
Ipse dixit.
Il professore che ha gentilmente scritto una sequela di consigli sulla "buon scrittura" di una Hausarbeit non cerca di sviare e lo dice chiaramente: scrivere una Hausarbeit significa citare altri, affiancarsi al punto di vista della ricerca corrente e infilare negli interstizi la propria tesi. Una libertà assoluta di pensiero incastrata in un metodo inflessibile.
Vorrei dire "Ah, questi tedeschi…", ma l’ipse dixit ha cominciato a rincorrermi dall’ambito anglofono, e i tedeschi tengono il passo.
E io penso ogni volta al ruolo dell’ipse dixit durante l’umanesimo, quando gli uomini di cultura (almeno alcuni) si erano rotti le palle di dover trovare qualcuno di eminente che prima di loro avessero esposto la loro tesi per poterla portare avanti. Oggi siamo democratici e quindi non c’è bisogno che quel qualcuno sia eminente: basta che sia entrato negli ingranaggi della ricerca e lo si possa quindi citare nel dettaglio nella bibliografia.
I tedeschi mi insegnano come sfornare un file pdf che abbia tutto l’aspetto di una cosa seria. Per non lasciarmi sola in tale compito, mi dicono anche di quanto devono essere i margini e la grandezza del carattere per il testo e per le note. Mi spiegano che l’abitudine di mettere le note a fondo documento risale alla preistoria, quando era difficoltoso inserirle all’interno del documento, e che è più gentile non costringere il lettore a fare avanti e indietro per leggere le note (ah, paternalismo benintenzionato tedesco!). Io imparo come si fa un indice con OpenOffice e cosa sono gli stili, e assurdamente sono loro grata (ai tedeschi, non allo stile e agli indici).

Ho avuto della vita sociale, tra un "Rilke, Rainer Maria: Der Apostel, S. 48." e l’altro.
Sono stata in una caffetteria milanese imitante Starbucks, ma più stupida: ti danno gli pseudo-coperchi (come si chiama il pezzo di plastica che chiude il bicchiere? Damn, andare in Paesi stranieri ti rende ignorante anche nella tua lingua madre, quando nel tuo Paese certi oggetti non esistono del tutto) a priori perché fanno molto Starbucks, sorvolando sul fatto che l’utilità degli pseudo-coperchi sussiste quando il caffè è to go. Che spreco poco crucco. Ma comunque, i caffè sono buoni e oltre al cacao c’è la cannella – avete mai provato un cappuccino con la cannella?
Dato che tutto il mondo non è Paese, e che in questa frase il Paese è la Germania, nella caffetteria milanese imitante Starbucks (si chiama Arnold Coffee, per la cronaca) il servizio è deprimente. Il barista (si dice così nelle caffetteria? Damn, tutto ciò è frustrante) si volta e ti sorride, tu apri la bocca per ordinare e il barista si gira per parlare con l’altro barista. Quindi, giacché tu intanto hai parlato e lui non ti ha sentito, ti chiede di ripetere. Non è, tra le altre cose, fottutamente anti-economico?
Ho provato uno strano sentimento, dinnanzi al vedere tale disservizio colpire la SiC. Ho pensato, senza parole, una cosa come:
"Ti prendo e ti porto via (in Germania)."
Doveva essere la versione ridotta e provinciale del sentimento di chi cerca di sfuggire dal proprio Paese in guerra. La provo sovente. Intendo, penso sovente un risibile: "Oddio, oddio, devo salvarli." Voi sapete perché? Io no, veramente. Io ormai so solo elencare singoli episodi che non so collegare, e poi camminare per il centro della mia città natale senza capire i moti che l’attraversano. Non parliamo del panorama più generale che coinvolge l’Italia.
Oggi Repubblica mi dice che "Berlusconi è indagato per minacce e concussione". Non so cosa sia la concussione e mi appello a wikiwiki:

La concussione […] è il più grave dei reati contro la pubblica amministrazione.

Davvero? Ora, sappiamo che wikiwiki è wikiwiki e quindi non è affidabile, ma di solito le informazioni vengono date in ordine di importanza o scalpore che susciteranno – il più grave dei reati.
Comunque, cos’è?

La condotta incriminata consiste nel farsi dare o nel farsi promettere denaro o un altro vantaggio anche non patrimoniale abusando della propria posizione. Tale condotta può esplicarsi in due differenti modalità: costrizione e induzione.

Ecco, adesso è tutto chiaro. Intendo, rientra perfettamente nel quadro italiano che conoscevo. Intendo: parola nuova ma niente di nuovo sul fronte meridionale.
La notizia me la riporta anche il Corriere della Sera, il Giornale etc…
Il mio problema, a questo punto, è: come la inquadro, questa notizia?
Vedete, in uno Stato ideale, quale esso sia, la presenza di uno dei più gravi reati contro la pubblica amministrazione sarebbe un fatto epocale. In uno Stato a caso tra quelli che conosciamo come "sperduti da qualche parte in Africa con a capo un dittatore e i bambini soldato etc", invece, sarebbe normale amministrazione.
Io dove sto?
Il mio assaggiare la cronaca italiana con una saltuaria assiduità mi ha otturato le orecchie dinnanzi a certe accuse a eminenti personaggi pubblici. Non è un dramma se il Presidente del Consiglio è sospettato di commettere tale reato, anzi, mi sono domandata che senso abbia sottolineare proprio questo reato, dato che detiene un semimonopolio dei media. Sarebbe come denunciare la De Beers nel 1980 per aver intimato a una minore società diamantifera di non alzare i prezzi dei diamanti. Non è ridicolo? Intendo, immaginatevi a discutere con fevore della singola faccenda – minacce e concussione – non vi sentite un po’ inutili, di quell’inutilità che, se presa sul serio, fa divenire ridicolo chi le dà voce?

La lettura di La misteriosa fiamma della regina Loana ha dato una strana luce al soggiorno italiano. Il libro parla dell’Italia, la ricostruisce tramite ricordi ricercati da un protagonista affetto da amnesia, ed è stato come vederla per la prima volta. Ho sommamente apprezzato il modo in cui Eco ha spulciato vecchi giornali per arrivare alla conclsione secondo cui non è per nulla vero che ai tempi del fascismo fosse impossibile ottenere informazioni diverse da quelle che il Fascismo voleva diffondere: bastava saper dove cercare – e voler cercare, ovviamente.
Anyway, alla lettura del libro è seguita un’interessante discussione con Nora, che sta studiando la storia dell’Italia contemporanea, della formazione delle reti televisive e loro organizzazione e di censura e quant’altro.
È seguita una nottata annoiata con un telecomando che mi ha portato a vedere un vecchio film italiano, anni ’70, di quella comicità un po’ cinica, e dio sa perché per un certo periodo in Italia la comicità dovesse andare a braccetto con l’erotismo. Comunque, è stato rivelante. Dopo un lungo periodo caratterizzato dall’approcciare qualsiasi cosa con il metodo del cultural studies e degli studi sul gender, un film italiano anni ’70 è stato una rivelazione. Ho capito tutto, veramente. L’approccio dei cultural studies mi ha fatto capire che il problema non è che il film fosse maschilista, ma che fosse per un pubblico maschile, e quindi i personaggi femminili presenti non avevano voce ma solo ruolo. Ruoli beceri, ovviamente. Ruoli non molto diversi da quelli che hanno nei trailer dei nostri immancabili film di natale, giusto per ricordarvi che voi donne italiane siete tutte troie, sì, perché o siete troie apprezzabili per ciò o siete sante sul trespolo in attesa del principe azzurro sensibile che però è un vero uomo e vi apre la porta. L’interfaccia tra essere umano e ruolo “donna” in Italia non lascia molte altre scelte, dal ruolo delle politicanti ai rituali d’accoppiamento quotidiani. (Non sto dando la colpa a chi non è donna. La colpa per la reificazione di miti sessuali è collettiva.)
Tornando alla mitopoiesi del femminino italiano, durante la visione del suddetto film mi sono seriamente domandata se una donna dei tempi potesse immedesimarsi in uno dei personaggi femminili. Chi si immedesima nella vedova siciliana che va dal ginecologo vogliosa di scopare, costretta da una famiglia repressiva che la rinchiude in casa? C’erano, ommioddio, anche due lesbiche, la cui verosimiglianza è stata nullificata dall’inverosimile alienazione sociale di una delle due, che domandava: "Quando la smetteranno con questi matrimoni misti, tra uomini e donne?" La lesbica in questione era americana. L’altra americana comparsa era per il BDSM spinto e lamentava candida che il marito non la picchiava più. Poi c’erano le due sorelline che volevano (farsi) scopare in coppia.
Io, come sapete, non mi pongo problemi d’immedesimazione per genere, giacché non capisco l’importanza del genere. (Non è vero: la capisco. Ogni società ha delle discriminanti, e dato che l’essere umano è poco superficiali le prime caratteristiche utilizzate sono la forma del corpo e il colore della pelle.) Non dovevo averne neanche da piccola guardando beceri film per uomini, dato che mi riusciva così semplice capire che bisognava immedesimarsi nel protagonista (maschile), perché le comparse femminili erano macchiette funzionali. Il problema è venuto con l’adolescenza, perché – se passi anni a riferirti a personaggi maschili – i tuoi modelli di riferimento fumano sprezzanti sigarette e si fanno belli indossando gemelli ai polsi. Forse per questo ho avuto le idee confuse su me stessa per qualche anno: non mi andava di immedesimarmi nella ricca ereditiera il cui unico scopo è conquistare il figlio di puttana (simpatico) di turno. Non ho neanche avuto problemi a leggere per anni solo fiction di gente morta da tempo: era scontato il sapere che bisognava immedesimarsi nel protagonista maschile, perché quelle femminili tendevano a non essere protagoniste. La domanda è sempre la stessa: preferireste non fare un cazzo dalla mattina alla sera attendendo il principe azzurro e il perdono di Dio, o finire in avventure in giro per il mondo e in intrighi della società?
Ora sto leggendo I miserabili di Hugo, che ho apprezzato per anni riconoscendone lo stampo dell’epoca: i protagonisti maschili sono variegati e sfaccettati, le protagoniste femminili o sono sante o sono puttane (Esmeralda è santa e puttana, e perciò è il suo capolavoro).
Ho letto, credo, tutto quel che di Hugo sia stato tradotto in italiano, ma non ho mai finito I miserabili. Non so perché. Ai tempi mi risultò essere un’insopportabile miscela di "prendersi (troppo) sul serio" e al contempo "scrivere per le masse, quindi semplificandosi". Notre-Dame de Paris è un libro semplice, ma non si prende così tanto sul serio. L’uomo che ride, amore mio, è un mattone esistenziale – ma non è semplificato for dummies.
I miserabili, da brava opera di vita dell’autore, trasuda tutti gli sforzi compiuti, e mi rivela una morale cattolica che non so più prendere come nota a margine. Traspira da ogni capitolo. Insomma, sto odiando Hugo, e mi spiace, ovviamente, essendo uno dei miei scrittori preferiti.

Tornando ai paradossi e alle spirali discendenti, ho ieri mandato un’e-mail che sembrava il testo di una nuova legge, ricolma di "come scritto nella mia del" e "confermato dalla Sua del".
Il fatto è che una delle docenti italiane a cui devo riferirmi per farmi confermare i corsi scelti a Kiel si è totalmente dimenticata quel che ci eravamo scritte, o si è confusa, o Dio sa cosa, fatto sta che mi ha mandato un’e-mail contenente una risposta del tutto inutile, dato che si poggiava su basi errate.
Le ho scritto una e-mail contenente un riassunto totale della mia posizione fino a oggi da settembre 2009, citando le e-mails intercorse giacché sono documentazione che finirà all’università italiana (carta canta). Ho concluso con un:

Nel caso Le servisse, posso rispedirLe tutte le e-mail tra noi scambiate, avendole salvate come documentazione necessaria per la compilazione del Learning Agreement.

E mi sono domandata: potrebbe inalberarsi perché nella documentazione che finirà all’università si attesta che ha avuto un attimo di incompetenza? Potrebbe inalberarsi con me? E perché mi trovo a temere una tale assurda cosa? Quante altre volte deve essermi successo? In quale momento nella mia memoria si è impresso che il concetto “Il superiore in gerarchia se la prende con te anche se la colpa è sua.” è perfettamente sensato?


Mi manca Kiel e mi manca un po’ VB (che è a Kiel). L’altra sera le ho linkato l’immagine di un personaggio del nostro giocare di ruolo che avrebbe dovuto crearle un po’ di nostalgia, gliel’ha creata, e così le ho detto scherzando di far scrivere al suddetto personaggio una lettera d’amore. Me ne ha scritte 15 – una per personaggio – principiando e concludendo con ironia, e mi sono sentita una persona fortunata. Non per le lettere d’amore, ma per la peculiare forma d’ironia che VB ha, di una sostanza sottile, che riesce a infilarsi ovunque – e che mi ricorda che non esiste frangente, con lei, da cui l’ironia sia preclusa. È importante, per me, e me ne sono resa conto perché realizzando l’onnipresenza di tale ironia ho realizzato che tale onnipresenza mi rassicura – mi rassicura il poter essere ironica sempre. Sempre. Una rassicurazione sul fatto che la vita può essere sempre presa con ironia? È feroce, la mia, nel senso che non conosce il concetto di "eleganza", e non sa tacere quando dovrebbe – ma stranamente nel rapporto questa ironia non demolisce le fondamenta, ma agisce da collante. Per questo sono fortunata, credo.
È terribile sentire che, in un dato momento con una data persona, dell’ironia potrebbe ferire quella persona. O creare disagio. Mi fa vedere quella persona come vulnerabile, e mi fa trattenere il fiato e con esso la voce e con essa me. E poi, autocitazione, l’ironia è l’unica cosa che riesco a prendere sul serio.

Sto vedendo persone che sono felice di vedere. La citata giornata composta da ristorante giapponese e poi caffetteria ne è un esempio, e sono stata bene.
Avevo scritto a tal proposito:

Amo le suddette personcine anche perché vanno d’accordo tra loro pur non avendo, a tratti, un cazzo da spartire l’una con l’altra. O magari fingono, non lo so. Comunque l’apparenza mi dice che io ho ragione, che le persone interessanti per me sono interessanti, e a chi non piace avere ragione?

Mi piace avere ragione, ma è abbastanza secondario, tal piacere, rispetto a quello del vederle trovarsi bene una con l’altra. Non so perché. A volte mi sento la tenutaria di un bordello (eh, mi piacerebbe) che si compiace quando gli ospiti si trovano a proprio agio grazie ad altri ospiti. Ma tale paragone ai vostri occhietti sminuirà il ruolo delle persone che mi hanno permesso di stare bene, mentre dovrebbe accrescerlo.
Qualche tempo fa ho fatto uno strano discorso, a VB, a proposito di tenutari di bordelli.
Parlando di 3- e 4- e X-some ho detto che una mia specie di desiderio irrisolto consiste nello stare nella stessa stanza con altre X persone scopanti, con tutta la libertà di alzarmi e fumarmi una sigaretta o leggere un libro, senza che questo appaia strano o rompa quella magica atmosfera di condivisione che le X-some creano. Stavamo parlando di come, all’ultima X-some, un tizio si fosse sentito a disagio perché mi ero alzata a fumare una sigaretta, reclamando il mio ritorno. Non è un fatto che mi sia parso strano: alla gente non piace l’idea di essere osservata mentre scopa (gusti particolari a parte). Anelo a una rilassatezza di gruppo tale da permettere alle persone di non avere neanche il pudore che le porta a non voler essere osservate?
Ha a che fare con il piacere che provo vedendo persone che mi piacciono piacersi tra loro?


Il racconto che nella mia testa rimarrà come quello di "Sedlacek non è mai stato una persona seria." è stato corretto e ora galleggia in attesa del verdetto.
A editing concluso è stata ripescata con J. una parte di dialogo:

"È sadico?"
"È irrilevante."

È stata definita la versione polite (o qualcosa del genere) di “Shit happens.”, e l’ho personalmente elevata a pseudo filosofia di vita, una specie di pragmatismo riassunto nell’irrilevanza delle intenzioni che stanno dietro a un atto. E continuo a ripetermela ridendo – perché ho bisogno di tanta (isterica) ironia?


Dormo tanto, troppo, e non c’è sveglia che io senta.
Faccio grog appena si svuota la bottiglia precedente e mangio spicchi d’arancia riscaldati nello stesso riguardando puntate di Hornblower. Ho deciso che comprerò i libri in inglese. Soffro di nostalgia per ciò che è di mare, includendo senza distinzione fiction, bevande della Royal, fatti storici e ricordi di vecchietti vestiti da pirati a Kiel. Devo stare vivendo in ritardo la meraviglia per le storie di mare tipica dell’infanzia. Ho anche scelto dei corsi sul mare per “Cultura dei Paesi di lingua inglese”. L’argomento si è fatto centrale nei miei pensieri senza che abbia uno scopo. Ha un po’ il senso di un hobby, ma non ha un’applicazione. Sta lì, di sfondo, come la neve era oltre la finestra a Kiel. Si fa simbolo, ma non so esattamente di cosa. Si accoppia bene con la sensazione di scivolare in interstizi tra culture e lingue che sto sperimentando – sono stata sbattuta fuori anche da quella che dovrebbe essere la mia cultura, che guardo dall’esterno e non so analizzare, e di lingua, di cui non conosco parole (vedi il coperchio prima citato, o i caffè to go).
Ho preso Dire quasi la stessa cosa di Eco, saggio sulla traduzione che usa italiano, inglese, tedesco, spagnolo e francese come lingue da analizzarsi. L’italiano lo so, l’inglese sufficientemente, il tedesco non sufficientemente, e per quanto riguarda spagnolo e francese mi dico che capirò abbastanza. Il libro mi lancia in un’ottica che ben si accosta al vivere negli interstizi, questa costante impressione di non capire tutto e di farsi intendere non precisamente, che – galeotto il soggiorno a Kiel – mi ha fatto mettere in dubbio l’assunto che vuole che nella propria madrelingua ci si possa far intendere precisamente. Mi ero figurata il dialogo con il prossimo mezzo lingue non ben conosciute come pieno di falle e difficoltà, ma non è poi così vero. Ci si intende, e la precisione comincia a suonare come un dildo immaginario con cui masturbarsi più che come un dato di fatto. D’altro canto, se dico “donna” a un italiano intende qualcosa di molto più diverso dalla mia concezione di quanto potrebbe esserlo ciò che intenderebbe un tedesco, e quindi: quale precisione?
Nella citata caffetteria è venuto fuori un’esperienza condivisa con la SiC: quando stai all’estero e poi torni in Madrepatria tutto diventa fottutamente facile, a livello comunicativo. Abituato a doverti sbattere quotidianamente per ordinare una cena, mandare una lettera, chiedere un modulo e compilarlo, neanche il più indisponente cameriere italiano ti fa desistere. Semmai, causa amarezza. Poi scopri che al cameriere italiano devi ripetere le cose due volte perché non ti stava ascoltando, che devi correggere l’ordinazione fatta a McDonald a Milano perché la tizia ha capito tutt’altro, che devi spiegare cosa sia un “caffè to go” in stazione Centrale, ma sono esperienze troppo simili a quelle fatte all’inizio in Germania. La differenza è che in Germania, mano a mano che impari la lingua, smetti di dover ripetere, correggere fraintesi o spiegare parole che credevi sapessero, mentre in Lombardia continua a essere così. Perché? È così che funzionano le cose, non c’è niente da farevanitas e fatalismo.


I must down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by.

(John Masefield)