old.norse

Loas and other disturbing comforts.

Tadjo è il modo in cui ti senti nel momento in cui la persona per cui avresti dato un braccio alla sola idea di averla per te ti dice gentilmente che non è interessata – il pensiero che era troppo per una persona come te, prima messo in dubbio dal tuo istinto di sopravvivenza, viene confermato e istituzionalizzato, trasformandosi in fatto.
Tadjo ha scavalcato il dubbio eoni fa optando per una convivenza pacifica con la sorda consapevolezza della propria mediocrità. Da qualche parte, in lui, una voce gli sussurra che tale mediocrità non è che un’apparenza – ma quando un’apparenza si fa insormontabile sovrastando quel che siamo realmente, che conta la verità? La voce ricorda a Tadjo che vale ben più di quanto ha accettato di valere, ed è da questo pensiero che Tadjo trae la propria aggressività. Di persone apparentemente mediocri ce ne sono un’infinità, ma lui non è un fallito e non lo sarà mai – lo rivendica ogni volta che preme la propria suola sulla camicia bianca di un compagno steso a terra.
Ha di Grauerholz (Il fine ultimo della creazione) lo sguardo folle di chi è capace di mantenere vivo un solo pensiero nella testa, indisturbato, unico e assoluto, immanente più della realtà che lo circonda. Il mondo si fa vanitas, quando la volontà ha una presa ben salda su un unico pensiero.
Tadjo è il genere di persona che, per il sembiante peculiare e in potenziale gradevole, ti attirerebbe più per curiosità che per passione. Sotto a quei tratti affilati deve nascondersi una forza vermiforme che li ha scavati, resi unici – quella fisionomia allungata può essere il riflesso di un animo altrettanto raro – ma, dopo quattro parole scambiate, un abnorme horror vacui ti coglie, la sensazione che tale sembiante non fosse che un’esca, una bella maschera a celare un vuoto d’interesse – suo nei confronti del mondo, tuo nei confronti di Tadjo.
Non basta andartene cercando di meglio, a quel punto: devi fuggirne, lasciartelo alle spalle come un ricordo che non vuoi serbare.

Mater mi ha rifornito di fil di ferro, cotto e non, alluminio e via discorrendo d’infiniti colori.
Li ho estratti dalla scatola in cui sono stati recapitati per metterli in ordine, come un arcobaleno – non lo facevo da tanto, questa pratica di ordinare secondo una logica cromatica, decidendo se il bianco debba stare tra nero e giallo o se tra grigio e azzurro.
Lavoro a bigiotteria steampunk come prova.
Tutti questi colori assieme mi hanno spalancato troppe opzioni, mandandomi nel caos.
Riordino la mia creatività all’insegna del must che da diverso tempo a questa parte pervade la mia idea di arte.

Pessima parola, arte, che spaccherei in mille pezzi affinché non sia più una categoria residuale necessaria.
Una certa formazione in proposito mi costringe a pensare che tutti coloro che risolvono la faccenda dicendo che Michelangelo era un artista, mentre quelli di oggi sono imbrattatele siano vittime per cui non spendere una lacrima: vittime di una confusione tra “arte” e “piacere estetico”. Ma come fare un ragionamento, quando lo stesso termine “estetico” (e derivati) viene usato a sproposito solo nell’accezione di “esteticamente gradevole”? A costoro posso ogni volta rifilare lo stesso discorso che tendo a non concludere per amarezza esistenziale (non dinnanzi a una popolazione non istruita artisticamente, chi se ne frega, ma dinnanzi a una popolazione facile al giudizio e poco disposta a metterlo in dubbio), quello che cerca di spiegare come l’arte sia collegata prima a termini quali “comunicazione” e “Zeitgeist” che a uscite quali “Mi piace” o “Non mi piace” (tu continuerai a prendermi per il culo, J, ma intanto io spiego le radici della mia idiosincrasia per tali espressioni), e che cerca di giungere al mostrare come, per apparente paradosso, sia più “artista” in senso attuale (ossia romanticizzato, ossia: “Ancora tu, Romanticismo, tra i piedi.”) un Picasso di un Michelangelo, essendo un Michelangelo una mera puttana al soldo dei potenti dell’epoca. Ripetetelo: Michelangelo era una mera puttana al soldo dei potenti dell’epoca. La volgarità ha la sacra funzione di dis-sacrare, ossia di decostruire le credenze preconcette delle persone vittime di un sistema di valori.
Dall’altra parte, però, poco tollero le menti artistiche contemporanee, che – se sanno scindere il concetto di “artisticamente sensato” da quello di “Mi piace” – decidono di darsi all’amnesia e dimenticare che il 99% della popolazione non capirà un cazzo di un Fontana, e del 70% delle opere di arte contemporanea, che quindi possono essere artisticamente valide fino alla morte, ma sarà una valore inutile.

Potrei, per circumnavigare la faccenda, dire che mi sono data all’artigianato – ma sarebbe troppo semplice, mi sussurra il Dio Che Ride, facendomi notare che i miei pezzi d’artigianato hanno una percentuale che varia dal 25% al 75% di artisticità incomprensibile, ossia quella cosa che scatena la domanda che nessun artista che io conosca (me compresa, quando faccio la creativa) sopporta:
“Ma cosa significa?”
Oppure:
“Ma questa parte qui qui cosa rappresenta?”
Sono stati quegli stessi coglioni che oggi detengono l’egemonia sull’artisticità (ossia quelli che decretano cosa sia e cosa non sia un’opera d’arte) ad avervi insegnato a fare queste domande, passando per mezzo dei critici e di quelli che scrivono manuali di storia dell’arte. Il problema, usufruitori non ortopedizzati dal Verbo Artistico, non è che le domande siano insensate, ma che tanto voi non comprendereste le risposte.
Tornando a me, il Dio Che Ride mi ha fatto notare che le mie creazioni tendono a mostrare una stravaganza sospetta. La “stravaganza sospetta” è quella cosa per cui vi rifiutano o mandano dallo psicologo se a un test per diventare carabinieri disegnate un giardino d’inverno fiorito con ninfee e demoni alla Bosch quando vi era stato semplicemente richiesto di disegnare una casa, o quando nelle macchie di Rorschach vedete vostra nonna trucemente sodomizzata dal Premier. (Io, curiosa come al solito, avevo chiesto di essere sottoposta a tale ennesima suddivisione dell’umanità in categorie, e nelle macchie avevo visto ossessivamente conigli e vagine – non mi è stato detto a che categoria appartenessi.)
Ho risposto al Dio Che Ride che mi limito ad applicare i precetti del sincretismo, e se ne è andato ridendo dopo aver scosso la testa.

È da ben prima che mi mettessi a scorticarmi i polpastrelli con fil di ferro che il must sopraccitato mi condiziona. Potrei dire che è dal paper sul Neo-HooDooism, ma il paper in questione non è stato che la razionalizzazione di un quid (d’oh!, un latinismo) che m’insegue da ben prima, che ha cercato di attaccarsi con unghie e denti al Voodoo ma ha fallito perché quel che stavo cercando era lo Hoodoo e né oggi né allora sapevo bene cosa lo Hoodoo comportasse. Per questo avrei voluto andare a New Orleans – ed è venuta la catastrofe – e ad Haiti – ed è venuta la catastrofe (sì, porto sfortuna). Ishmael Reed mi ha fornito una risposta attualizzata, riveduta e corretta, fornendomi in pasto il Neo-HooDooism. Il paper l’ho scritto carica di rabbia per dire che è paradossale scrivere un paper con il metodo compilativo e razionale tanto amato e richiesto su un argomento che rifugge ogni compilazione e razionalità, ma alla fine il mio animo speculativo ha vinto, e ho scritto una ventina di pagine per dimostrare come il Neo-HooDoo sia un inno al sincretismo.
Ishmael Reed mi ha anche fatto realizzare altro, come ad esempio la mia innata tendenza a fare della realizzazione di un’opera d’arte (o di artigianato) un momento rituale. Sia un quadro, una scultura, un file .psd con 86 livelli o bigiotteria, vi lavoro come se il tempo che impiego per realizzarla fosse il passare di epoche compresso dalla mia testa. Ogni pennellata, pezzo di creta modellato, livello o filo modellato è un passaggio, un attimo di consapevolezza in più alla ricerca della meta finale.
C’è il Wyrd alla base di tale approccio, ossia quel credere che siamo nati per un preciso scopo che non conosciamo e che proprio il nostro libero arbitrio ci porterà a scoprire, se ben lo utilizziamo. Michelangelo, la puttana di cui sopra, si è reso famoso anche per il suo “rivelare” che la statua pre-esiste a se stessa, ossia è già nel blocco di marmo che lo scultore si accinge a scolpire. Ma Michelangelo visse in Italia, terra di lingue romanze, e così si potrebbe parlare di “destino” – quello di un pezzo di marmo.
Preferisco il Wyrd al destino, ma il primo termine viene tradotto con il secondo, e torniamo alle solite noiose questioni linguistiche, e alla sottoscritta che sta per parlarvi dell’importanza del verbo werden e di come quei coglioni degli inglesi abbiano disciolto la ricchezza semantica di tale termine nel banale weird. Sto per dirvi di come le tre Norne non siano le tre Parche, benché simili, nello stesso modo in cui il futuro nelle lingue germaniche non può essere tradotto, spesso, con quello delle lingue romanze, di come un “I’ll do my best” possa essere tradotto come “Prometto che farò del mio meglio”, di come uno shall ci starebbe meglio perché riporterebbe a galla Skuld, quella Norna che in tedesco è diventata sia “colpa” che “debito” (Schuld).
Il Wyrd sta, per felicità del Dio Che Ride, in tutte quelle parti che non posso tradurvi: è quel quid che un “prometto” non può esaurire, è quella parte di Schuld che “colpa” e “debito” non soddisfano. È il collegamento poco contemplato tra should e shall, tra quello che dovresti fare, tra quello che farai (sottratta la certezza matematica che il futuro in italiano comunica), quello che t’impegni a fare.
Ma ci piacciono i sincretismi, e quindi al Wyrd norreno mescoliamo l’immanenza dello Hoodoo. Anche i norreni se ne intendevano di immanenza, ma il mio Dio è quello Che Ride, e quindi di informazioni su questo barbaro popolo ne sono rimaste poche. Inneggio al multi-culti e attingo da visioni del mondo che mai si sono incrociate per creare bigiotteria che solo un fanatico del significato che tale bigiotteria trasmette indosserebbe, ma sono l’unica persona che conosco che ha luridi barbari schiavisti e luridi ex-schiavi sfigati come maggiori fonti di ispirazione, e non amo indossare decorazioni. Oltretutto, entro un anno avrò dimenticato di averla prodotta.
Ma siamo scimmie, o forse siamo esattamente l’opposto, e necessitiamo di tenerci compagnia. In mancanza di persone con cui disquisire, allo stesso livello, di norreni e Loa, prendo parti di me e le manifesto al di fuori di me, sì che io possa dirmi che non sono me, sì che possano tenermi compagnia.
Sartre, che mi sta sul cazzo, scrisse del perché si scrive. Scrisse dell’esigenza di sentirsi essenziali a qualcosa, giacché al Creato si è inessenziali, e mise come presupposto l’esistenza di un lettore come riconferma della nostra essenzialità. Scrisse che tale elemento aggiuntivo necessario (il mittente) tale è solo nel caso della scrittura, perché l’opera di un artigiano può essere utilizzata dall’artigiano, mentre uno scrittore non può “usare” un libro che ha scritto, perché – conoscendolo già – non ne trarrà il piacere e le nuove visioni del mondo che chiunque altro potrebbe trarne.
Sarebbe quindi fondamentale, a questo punto, capire se il pezzo di bigiotteria che sto realizzando sia arte o artigianato, perché – secondo Sartre – nel primo caso mi servirebbe qualcuno che lo usa, ossia trae significati da esso, mentre nel secondo caso potrei indossarlo io – ma che accade se lo realizzo pur sapendo che non lo indosserò?
Sartre mi sta sul cazzo, perché non contempla quelle persone che scrivono fiumi di parole senza farle leggere a nessuno. Non contempla tutte quelle persone che tengono un diario alla cui prosa badano. Non contempla un sacco di cose, e spero che Genet gli abbia fatto male quando se l’è scopato – perché sicuramente lo ha fatto.
Sartre prese consistenza nella mia testa quando scoprii che aveva scritto Saint Genet: Comedien Et Martyr. Eoni fa. Eoni fa scoprii una traduzione, se non erro, fuori catalogo, se non erro – e da allora questo libro mi è rimasto in testa.
Poi, due giorni fa, cercando su amazon opere di Genet per VB, ci sono inciampata – in francese, ma a €9,54 poteva andare bene. Oh, sarebbe andato bene anche a €20. E di più.
Per VB ci sono, in arrivo, Notre-Dame des fleurs e Miracolo della rosa, che le darò quando arriverà qui, ossia quando mi metterà in mano Querelle de Brest.
Ci sono poi Diamonds, Gold and War: The Making of South Africa per la tesi (unico libro che avrei dovuto comprare), Tropic of Cancer e Hallucinating Foucault.
Sono acquisti fatti con l’ottica di chi spera di sopravvivere abbastanza a lungo, perché di fianco al letto ho una pila di romanzi da leggere (sì, anche tu, J).
Alla fine mi sono arresa a La morte della bellezza, sapendo che stavo commettendo peccato. È, come subodorato, di un voyeurismo che finge di essere decente facendosi lirico-tragico che sarebbe poco sostenibile, se non amassi la mescolanza tra parlata napoletana e gergo da sognatore deluso alla nascita ma che nel cuore mai si è arreso alla volgarità della vita, il tutto segnato da quel tono che in Italia chiamano “neo-realismo”, ma che a me sembra sempre più un “cerchiamo una scusa per descrivere con dettagli anatomici i ragazzi che ci faremmo (firmato: Visconti, Pasolini, Testori)”.

Concludiamo con una canzone-video che per colpa di una certa adorabile creatura continuo ad ascoltare:

È poco dignitoso, dicono, ascoltare i 30 Seconds to Mars (ma lo dicono a causa degli emo, o è a causa dei 30 Seconds to Mars che gli emo sono socialmente screditati?).
Il video mi ha colto per nostalgia, la nostalgia che le produzioni non-europee con gusto europeo causano. Invidio immensamente gli americani e i giapponesi, in tal senso. Mi hanno rincoglionito più volte con immagini di un’Europa che ho cercato in ogni angolo senza mai trovarla, per il semplice fatto che non è mai esistita. Fottuti costruttori di Sehnsucht.

Lokasenna.

… Faccio cose, vedo gente, studio, dormo.
Scrivo, trascrivo, parentesi grafiche qui e là, leggo vagamente Foucault, con lentezza, La verità e le forme giuridiche, uno di quei testi su cui fare un intero corso. Intanto, è diventato il libro di Sedlacek – perché tratta di forme di giuridiche e perché lo fa incipitando (ma questo verbo esiste?) con il mito di Edipo. Una soddisfacente Capi ha raccolto il mio entusiasmo in una bacinella, ne ha bevuto e l’ha ordinato.

A breve, a proposito di Capi, dovrei tornare alla Villa – luogo d’incontro a metà strada per entrambe (circa), occasione di vedersi rivedendo Cauche e Smo, occasione di Cath per aggiungersi.
Trovo molto romantico tutto ciò – l’incontro a metà strada, la Villa con persone che si riuniscono già unite da altro – ma comincio a sentire attorno al collo quella correggia che Loki si legò attorno allo scroto, l’altra estremità alla barba di una capra, per far ridere Skaði. Scenetta divertente, e, se avesse fatto ridere Skaði, costei si sarebbe riconciliata con gli Asi.
Poi però la capra cominciò a tirare.
… E bisogna accordarsi sul giorno perché ci sia questa persona e non quest’altra, e che Capi salga prima perché… Perché? Non so perché, ma pare che io sia un catalizzatore di attenzione. Ero rimasta all’essere un aggregatore sociale, che è una cosa bella, e credo lo sarebbe anche l’essere un catalizzatore di attenzione, se non suonasse in un discorso che non mi vuole presente. Ma sono dettagli. E i dettagli di X che mi chiede dettagli su Y, mentre cerco di capire con Z perché W fa quello che fa con me quando quello che è successo in precedenza vorrebbe W miglia dalla mia persona, in ogni dimensione – e Y che mi fa notare che X dà particolare attenzione a… Ok, sto finendo le lettere.
Non è il dettaglio, il particolare, ma l’intreccio di situazioni. Quando un gruppo comincia a consolidarsi – presente? – e nascono queste piccole assurdità (che la cinematografia usa estremizzate, piccoli omicidi tra amici, titolo-paradigma) – che sono assurde, beninteso, solo perché non le voglio capire. Mi sono sempre sentita troppo vecchia per queste cose, il che non denota una vecchiaia precoce ma solo una diversa mentalità.
Già il dover mettere lettere al posto di nomi è un’esigenza dovuta al fatto che quello che è uscito dalla bocca di XYZ o su XYZ è in quella via che non ha sopra il bollino confidenziale, ma alla fine dovrebbe esserlo – e a me vengono in mente le corti inglesi del 1500 studiate a letteratura inglese, ove i letterati lamentavano queste dangerous liaison e imperativi di cortesia, pena la propria testa tagliata, e penso che nell’Inghilterra del 1500 avevano un senso, quasi storicamente sublime, ma oggi, tra quattro gatti senza potere temporale, a che servono? Quale spada di Damocle fa sussurrare cose anziché dirle in piazza?
La cosa che più mi agghiaccia non è l’accadimento in sé – le cose capitano – ma che, quando se ne parla con qualcuno, il commento è un sospiro seguito da un “Eh, ma è normale.”
Se ne scrivo, è per tastare quanto stretta quella correggia si sia fatta.
Quanto toglie fiato alle parole censurandomele mentre tento di esprimere.
Quanta fretta ho di fare la Lokasenna dell’anno.

Oggi Mater e amiche sono andate in un sexy shop per prendere qualche stronzata per la festa di addio al nubilato di Amica S.
La festa di addio al nubilato è stata promossa dalla sorella di Amica S., che dall’inizio a oggi ha premuto in ogni modo perché si faccia una cosa “tranquilla, non eccessiva, non scandalosa, non compromettente”.
Oggi Mater ha detto alle compagne di compere che non me ne avrà se non vado a quella gonnabe (questo aggettivo esiste?) noiosa festa di addio al nubilato. Anzi, ha detto, forse è meglio che non ci vado, meglio per Amica S, perché se Mater sa contenersi nei limiti dell’etichetta sociale, a me ha insegnato a essere sempre sincera e spontanea, e se quel che si richiede istericamente è di mantenersi nei limiti della decenza, li sfonderei con gioia & aria vittoriosa.
Lokasenna.
Se amo Loki, anche se è così coglione da giocare con una correggia e una capra e il proprio scroto, ci sarà un motivo.

Un compagno di corso mi manda una e-mail per ringraziarmi per gli appunti passati, e scrive:
“Ti auguro un buon weekend. Posso baciarti? Ciao e grazie ancora.”
Qualcuno mi contestualizza il fatto e mi spiega cosa stracazzo significa il domandare se si può dare un bacio mezzo Internet? Nel frattempo gli ho detto che deve spiegarmelo. Poi gli spiegherò che comunque non bacio neanche a letto.
(Comincio a dirmi che non esattamente non amo baciare le persone, a volte può essere molto bello, ma ad esempio mi è inconcepibile baciare qualcuno con barba. Non è esattamente una forma di “””razzismo”””, perché con una persona barbuta posso scoparci, è proprio il bacio a sé a essere inconcepibile.)

In Uni mi sto ambientando. Difatti, ho corretto il traduttore di uno dei libri in programma, venuto a presentarci il libro in questione, dicendo che forse sarebbe più corretto dire “etnocidio” anziché “genocidio”, a meno che chi parla non suddivida l’umanità per geni come Hitler si suppone facesse.
Amo le lezioni di sociologia: l’imperativo è dissacrare e rompere i coglioni alle altrui credenze e abitudini.
Ho anche trovato una tizia che riesce a essere puntualmente interventista almeno quanto me, e ciò mi fa sentire meno sola. Ovviamente non ricordo la sua faccia, ma la voglia di placcarla e presentarmi si sta facendo avanti lentamente.
Comincio anche ad azzeccare risposte alle domande fatte da OE, il che non è poco. (Crociata per l’acquisizione di una logica economica.)

Black&White&Red

Letto, caffè, sigarette e PC.
Vago mal di schiena dovuto a un revival grafico, vaga stanchezza.
Lunedì a Milano di nuovo grazie all’effetto flipper (vai nella segreteria A che ti manda alla segreteria B che ti rimanda alla segreteria A). Non solo non ho voglia di uscire di casa (la mia mancanza di voglia di solito inizia e finisce con quello; poi, una volta fuori, si va in automatico), ma non ho proprio voglia del treno e della città. La mia misantropia si stabilizza con una spossatezza svogliata – mancanza di curiosità quando cammino per strada, non guardarsi attorno, non interfacciarsi.
Sono stata felice, l’anno scorso, di frequentare.
Quest’anno sono felice di non poterlo fare per il primo semestre.
(Potrei; frequentando pochi corsi e senza avere certezza che siano quelli giusti – tutto viene rimandato al verdetto della commissione per la convalida esami.)
L’anno scorso – prima di Maletta – avevo una fiducia nell’umanità persa in qualche abisso (così mi si disse), ma la voglia di vivere l’università.
Maletta è rasata in chemio, l’anno scorso è stato una bella esperienza – ma mi ha chiarito le idee sull’atmosfera universitaria. Beh, a Mediazione credo le cose siano lievemente diverse. Meno studenti, indirizzo più "indirizzato". All’entrata, in bacheca, l’altro giorno era affisso un telo con scritto, in tutte le lingue lì studiate, un inno contro il razzismo. Puoi dirti: "Bei moti giovanili; chissà come saranno costoro tra dieci anni." Nel frattempo, è un buon inizio giornata.
Non avrei voglia di ri-ri-ricominciare l’approccio a un nuovo ambiente. Conoscere, farsi conoscere. Inquadrare, farsi inquadrare. Lasciare che le cose scorranno. Potrebbe esserci una seconda Maletta, ma al momento mi basta il tumore della prima.
Mi spiace, ecco, di non frequentare perché così mi perdo i docenti. Nei docenti si riassume il mio interesse per l’università: sono la cosa più preziosa che la Statale mi ha offerto. Ho rotto le palle a ognuno di loro, di modo che avessi un aneddoto con cui ricordarli.

A tal proposito, se lunedì non mi rispediscono per l’ennesima volta in un’ennesima segreteria, attenderò il pomeriggio per il ricevimento di Kokott. Ha avuto cura di ricordarmi le ultime tre volte che ci siamo visti che ha il ricevimento al lunedì, di andare a trovarlo se voglio. (Anche Di Venosa, tenera donna; ero in giro con kijomi quando c’era il suo ricevimento, l’ho portata a germanistica, ma non mi sembrava il caso di tediarla facendola assistere a dialoghi su "Wyrd" e "Heim".) L’ho incontrato in settimana, l’ho chiamato, si è voltato e fermato nell’esatto centro del camminamento e non si è più spostato di lì. Amo questo suo essere candidamente refrattario a ciò che lo circonda – eccettuando gli sguardi fatti per elargire battute. Ci è rimasto per i venti minuti di chiacchierata, che si sono conclusi su un discorso che andrebbe fatto sulle foreste germaniche, il gotico e il romanticismo. Ci avevo pensato dopo essere incappata in questa e questa immagine della Foresta Nera. Stavo chattando con norasblack, e sono rimasta a contemplare le foto. Non perché siano belle, o ritraggano qualcosa di bello. "Bello" è termine sminuente quando si parla di paesaggi, nonché inappropriato: un paesaggio comunica se stesso, ciò basta e avanza – basta e avanza a me, persona che stupisce sbarrando gli occhi se la si mette in una stanza nuova a dieci metri di distanza. Vaga sensibilità all’ambiente. Odore, colore, temperatura, umidità… Quelle foto mi hanno causato un flashback, che devo ancora riconoscere in tutte le sue sfaccettature. Vi rientrano Cappuccetto Rosso e la Guerra dei Trent’Anni, vi rientrano passaggi di letteratura tedesca letti, Genie goethiani e la parola Volk. Vi rientra un bel po’ di roba, insomma, tra cui molta che ancora non ha forma verbale.

Qualche tempo fa, Joglar mi ha chiamata. Dovevamo accordarci perché venisse qui. Doveva chiedermi una cosa per storia contemporanea. La cosa era:
"Non ho ben capito l’unificazione tedesca… Cioè, quando inizia? Quando finisce?"
"Mai e mai."
Era sulla Nonciclopedia, se non erro, che avevo trovato l’appunto per cui la Germania è uno dei pochi sfigati paesi ad avere un nome per la propria lingua (tedesco) che non c’entra nulla con il nome del Paese. Il problema è che la Germania – qualunque cosa sia – ha al suo interno la parola Deutsch (da cui "tedesco") come concetto di popolo dai tempi dei romani. E tra Imperi crollati, divisi, Riforme, Guerre dei Trent’Anni, Austria-Ungheria, Bismarck e due Guerre Mondiali, il Muro, il concetto è rimasto. (Ok, gli ebrei li hanno battuti: non avevano neanche una base geografica sommaria.)
Per una sradicata come me, che vegetando in questa zona del mondo dalla nascita continua a sentirsi stranger in a strange land questa è una bella fiaba. "Fiaba" nel senso che è difficile da concepire nella realtà. Sta nella fiction, dove la realtà si limita a quella inquadrata, e quindi una parte del mondo può essere il mondo per una trama. (Questo è il mio grande sogno erotico: svegliarmi in un’isola di 100 anime senza più memoria. Né Internet.)

Un po’ alla volta, tra l’altro, sto riprendendo i miei ritmi di studio. Il lavoro all’Acero è stato fatto, ora i ritmi sono lenti, quindi: una distrazione in meno. Ce ne sono sempre di distrazioni, devo solo ritrovare il ritmo – anche senza Tanz che urla al ritmo di un metronomo.
Il tedesco continua a sostituirsi tenacemente al lessico inglese ("I’ve got Fieber.") ma passerà (spero).
deacissy inizia un corso di tedesco, e le ho detto che sono a sua disposizione per fare conversazione. Potrebbe, in cambio, darmi le basi di francese – perché è il caso che io sappia il francese, e per un solo fottuto motivo: le ex colonie francesi. Della Francia in sé credo non potrebbe sbattermene di meno.
Ho riapprocciato il francese dopo 13 anni di vuoto quando Mr Pumpkin mi ha regalato un libro su Hauser in francese, io avevo ore di treno e nulla da leggere. Almeno so che riesco a capirlo abbastanza. Potrebbe essere sollevante studiare una lingua romanza: perlomeno non devo cambiare sistema logico. La fonetica è da suicidio, in compenso. E io penserò "mangiarane" a ogni parola (il che è scomodo: raddoppia le frasi).

A questo punto, avendo una base artistica infarcita fai-da-te di letteratura e misticismo vario che ammicca alla filosofia, sviluppata in grafica e già che c’ero HTML e CSS, proseguita sul curriculum linguistico senza alcuna base mentre già che c’ero mi appassionavo di storia e la filosofia fai-da-te finiva nel diritto – il tutto monitorato da una curiosità di base per l’antropologia che si è tramutata in sociologia della domenica, e assorbito nell’ottica di scriverne – potrei mettere come hobby l’ingegneria aerospaziale. La kabbalah no, già approcciata. Anzi, mi studierei l’ebraico. Già, perché so che dovrò studiare una lingua tra ebraico, russo, cinese e giapponese, e tutte mi ispirano e solo due hanno qualcosa in comune.
In realtà amo il tedesco per un motivo: discende dal norreno. E i norreni sono l’unico argomento che mi porto appresso da più di cinque anni, il che è un record che mi rassicura tanto. Col cazzo, che lo abbandono. Piuttosto ci collego il mondo intero. (E sto cercando di farlo.)
Ed è per colpa di quegli stronzi dei norreni che non ho smesso di aggiungere cose alla lista. Giusto per sentirmi una bugiarda quando la gente mi dice “Parlami di te.” e non c’è volta che io riesca a fare l’elenco completo. Da quando lessi che il capo clan erano quanto più tenuto in rispetto tante più disparate cose sapeva fare (dall’incidersi bassorilievi sullo scranno al saper fare imprenditoria, passando per la caccia al finnico), pensai: "Allora ha senso!".

A proposito di distrazioni e ottica multi-tag…

Due nuovi banner per l’Acero Rosso, con frase di Hesse ripresa in Utena:

Il St. Ahorn (ossia, il collegio dell’Acero Rosso):

(… L’ingegneria aerospaziale no, ma qualche base di fisica mi servirebbe. Giusto perché è la cosa per cui ero più negata – matematica e inglese a seguire.)

Lesen sie: Das ist ein Scheißwetter. In Italienisch?
“C’è un tempo di… merda?”
Genau so. È un tempo di merda.”

… Beh, piove da giorni. Giornate umide a Milano, terribile. Kokott rischiara le nostre giornate in siffatto modo. E dicendoci che non vota perché non permette a nessuno di governarlo. E che se si vota, poi non ci si può lamentare di chi si ha votato. Ineccepibile. Il crucco anarchico.

Oggi sono riuscita a far alzare la voce a Elisa. Elisa che, tra parentesi, viene chiamata dalla sua amica “eilige Elise”, “Santa Elisa”. Francesca si è preoccupata sentendo netta e chiara la voce di Elisa, e non simile a un umile ma fermo sussurro, chiedendomi che le avevo detto.
Niente di che, stavamo parlando di politica.
Elisa apolitica. Per quanto Elisa sia Elisa, il presente periodo non mi permette di tacere davanti a un apoliticismo. Tanto con lei non riesco a infervorarmi: i caratteri che ammettono d’essere ciò che essere senza volersi contornare di graziose giustificazioni sono rari, insolvibili con un diverbio, e per me letali perché non mi permettono critica. Mi piacciono così, ecco. Sono i miei innocenti.

Ho stampato tutto il materiale raccolto su Wyrd&dintorni. Ora devo solo prendere la mano con sigle come na., ata., e saper costruire cose come skulu < ie. *skel-, *skol-. Capire quando vengono datati antico tedesco alto, antico norreno, gotico, etc etc, e dare un ordine al tutto. Poi spiegare come un anglofono stupido a random, nel momento in cui dice “Shall I help you?”, stia usando non solo una costruzione del futuro, ma un modale che implica che egli sta contraendo un debito da espletarsi nel futuro. Poi, un giorno, capirò come spiegare che i lati tribali del Nazionalsocialismo sono in forma di germe nel nome di tre concetti di secoli e secoli e secoli prima ma cristallizzati e quindi dogmatizzati e quindi con i loro contro.
Alla fine di tutto questo, un giorno molto lontano nel tempo, io saprò spiegarvi come nel Wyrd ci sia la risposta al divenire umano, sviluppata da un popolo che viveva troppo di merda per preoccuparsi di cose come “paura” o “pudore”. A quel punto, però, il progetto filologico-storico-culturale sarà diventato mistico, e io dovrò riuscire a non fare né quello che hanno fatto gli islandesi nel dodicesimo secolo, né i tedeschi del Romanticismo, né la poetica del Nazionalsocialismo, né il Black Metal (r.i.p.), ossia: evitare di romanzare e bruciare libri, chiese e persone. Sempre che, nel frattempo, in un impeto di odinico furor, io non sia morta in battaglia per raggiungere il Valhalla. È pur sempre un’ipotesi allettante, giàgià.
Vedete, a priori, alla base di tutta questa ricerca, e come motore che mi muove a fare quel che faccio nella maggior parte delle mie ore di veglia e non, io ci credo. Ci credo del tipo io ho fede e voi siete dei senza-fede, solo che non lo dico perché credo che chiunque abbia fede in cose diverse, solo che io do simboli e rappresentazioni a qualsiasi cosa mi passi nel cervello, si sa. Tra l’altro ho una fede fatalista, la cui ipotesi di paradiso migliore è un luogo in cui fare esattamente le stesse cose che sono state fatte in vita e hanno spedito lì, solo che in più c’è Odino a capotavola. E Odino è, diciamolo, un tagliato figlio di puttana ambiguo.
(Se poi l’Odinismo d’oggi non fosse una cricca di persone con problemi con il cristianesimo, la propria impulsività, la propria impulsività, il razzismo, o di altre che si vestono da vestali celtiche promulgando leggi di Trismegisto dopo averle storpiate dicendo di essere buone per ciò, lo preferirei.)
Il come io sia arrivata a concludere che la mentalità di un popolo privo di igiene, medicina e riscaldamento possa essere provvidenziale oggi, beh… Non lo so. Però ha senso, eh. Devo solo riuscire a spiegarlo.

Babele.

Si vede che ho di nuovo un PC.

Mail mandata ad ambo le mie attuali donne (vedi: Di Venosa e Maletta). La prima contenente lunga disquisizione su Wyrd&connessi, la seconda per notificare a Maletta che il percorso sul Wyrd procede come da parte copia/incollata da prima mail indirizzata alla sua amica Di Venosa – che le dice che c’è questa studentessa che le scrive mail lunghissime, e Maletta capisce subito chi è, eh, già.

Domani ultima lezione di Soresina, che non può essere un mio attuale uomo perché non so abbastanza di storia contemporanea e quindi non posso intasargli la casella di posta. Ma verrà il giorno. In compenso ieri ho sognato Kokott, che domani mi guarderà paternalisticamente riprovevole perché sono mancata giovedì e venerdì. Minaccia sordida da pàpìno tedesco. Mammina docente di letteratura inglese si è limitata, d’altro canto, a farmi notare che forse – sbaglia? – sono mancata alle ultime due lezioni – eh già, ma quale sguardo dispiaciuto – ma adesso siamo di nuovo qui.
Tutto ciò è grottesco. Ma non è male. Nella mia posizione, dovete capirmi, è l’equivalente di, chessò, passare un trasgressivo weekend tra virago e stupefacenti, stessa alienità. Si dice “alienità”? Dio, come sono messa male. Che faccio, dico “alienante sensazione”? So che -lich forma un aggettivo in tedesco e non so cosa cazzo -ità formi in italiano rispetto a -ismo. D’altro canto conosco l’origine dei futuri e di molti modali tedeschi e inglesi, e potrei passare ore a disquisirne sfociando nel metafisico, ma poi non so costruire due frasi in tedesco corrente. Diventerò muta, signori. Se mai ho sentito questa come patria, e sulla scia delle tante lezioni di storia sui nazionalismi e sul senso di appartenenza e di come questi si formino in primis tramite la lingua, ora sono ufficialmente alla deriva.
Per fortuna ci sono Rwanda e Kosovo, giàgià.

Dormire, e sognare in tre lingue diverse liberamente mescolate. Più il norreno, per provare l’inebriante sensazione di parlarsi e non capirsi. (Vi capita mai di pensare parole in una certa lingua, rimasticarle, e non sapere a livello cosciente cosa significhino? Ad esempio, genug. Oggi ci ho messo cinque minuti buoni per ricordarmi come si dice in italiano. E voi credete che io ora me lo ricordi? Se leggo genug in una frase capisco, non basta? No, vero…? Non sapete quali immani sforzi io stia facendo per non scrivere mescolando lingue, creando quel pessimo effetto da latinismo fuori luogo – senza latino, ok, germanismo? Bah, fuck.)

Schuld.

Il tempo diventa sempre molto relativo quando non ci sono orari da rispettare. Non il passare dello stesso, però.

Mandata mail a Rossi con un parallelo tra un pezzo di Donne e la caverna di Platone. Continuava a girarmi per la testa, e volevo liberarmene. Sono sotto spada di Damocle e quindi credo che una tale domanda mi sia perdonata. Tra l’altro, scrivere un’intera mail su un punto di una lirica aiuta notevolmente a memorizzare la lirica.

La mail a Di Venosa invece è stata più complessa. Insomma, mi ci stavo perdendo.

Trovo grazie alle preziose informazioni che mi ha dato il motivo per cui la fonte sia detta proprio di Urðr. (Gylfaginning: «The third root of the Ash stands in heaven; and under that root is the well which is very holy, that is called the Well of Urdr»).

Schuld come termine lo conosco in ambito religioso («Und vergib uns unsere Schuld», Padre Nostro), quindi come traduzione post-luterana.

Skuld, Schuld, sollen. Quindi anche should? E qui mi domando: e müssen e must? Non ne conosco l’origine, e soprattutto non so se sono coesistenti alle prime tracce della radice di Skuld, o se come parola – e quindi come concezione – sia subentrata successivamente, se sia quindi autoctona o acquisita.

Voi starete pensando: “Ma questa delira.”
Sì, esattamente. Ma con oculatezza. Ho scritto a Maletta:

Vedo quel Wyrd riflesso nelle lingue che studio, e mi sembra così palese che vi sia un massimo comun divisore… Non sono una persona che ama perdersi nelle inezie di una lingua, e se rincorro questo Wyrd è perché credo sia una forma, un metodo, un modo – un come anziché un cosa – che influenza menti senza passare dal via. Devo capire come.

Non nego sia un delirio, ma ha un suo senso. I crucchi costruiscono il futuro richiamando ogni volta il Wyrd – gli anglofoni cascano in una Skuld ogni volta che si offrono di fare qualcosa.
L’ultima volta che i miti e le origini germaniche sono state ripescate per contribuire a un’ideologia è stato fatto un massacro, una faccenda che tende a colpire più gli altri che me, ma ciò che colpisce gli altri finisce col colpire me.

Ho sonno, forse. Forse no. Ho qualche pagina sul Kosovo da capire. Perlomeno un quadro d’insieme. E l’impressione sempre ai lati del campo visivo che stia per saltare una rotella nel mio cervello facendo franare tutto.
(In realtà in parte forse lo spero trepidante, perché poi ci sarebbe un mistico silenzio.)

Presse.

Cercare di fare poesia di presse idroformatrici e passare ore davanti allo schermo come davanti a una tela bianca solcando di tanto in tanto il foglio con lievi tratti che hanno significato solo per te e Dio. Forse.

Trovare un blog deceduto che si presenta così:
The Thoughtful Ape is a primate who is honestly interested in understanding the world he lives in. He is particularly interested in cognitive biases and the limits of intuition. Like most of his species he is both vain and opinionated but is interested in understanding what is true despite these faults.

Aprire la casella di posta alle due del mattino e trovare due mail di Maletta e una di Di Venosa, entrambe lunghe e ripiene di Wyrd e Norne.

Wo Es war, soll Ich werden. (Freud)

Ma ciò è nulla.

Nel Libro di Geremia qualcuno chiede: “Sentinella, a che punto è la notte?”. Kafka ebbe in mente ciò, quando scrisse: “Qualcuno deve vegliare /vigilare/far la guardia (wachen), qualcuno deve esserci (da sein)”

Che risponderle?

Lei è terribile nel modo in cui sa dare voce a ricerche che in me devono ancora prendere forma, buttando citazioni come molliche di pane su una strada che nessuno ha solcato nel terreno ma che io mi ostino a voler trovare.

Le ho mandato, da sua richiesta, pezzi del signor Horton. La sua mania di psicanalizzare avrà pane da masticare. Io mi sento meno sola. Risponderò anche a Di Venosa facendola sentire meno sola nei suoi deliri norreni.

(Maletta e Di Venosa sono amiche e opposte. È bellissimo vedere come Maletta di letteratura tedesca in chiave psicanalitica mi inciti a sfrenata libera interpretazione e la filologa Di Venosa mi consigli astensione da giudizio, e una mi metta con gentilezza e discrezione in guardia dai contro dell’altra; infine di come Di Venosa scriva da salutare ed equilibrato essere alle 7.30 di sera mentre le mails di Maletta siano puntualmente mandate tra le dieci di sera e le due del mattino.)

Non ho altro da aggiungere.
Guardo al mondo mentre il Dio che Ride mi solca la spalla con il suo mento.
Le presse mi attendono.