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Una rosa è una rosa è una rosa è una rosa è una…

Lo so, dovrei comprarmi un dominio, ma nel frattempo sperimento.

DiosBIOSFiction

La struttura e grafica base sono state messe su in un giorno, senza pretese. Era l’unico modo – il senza pretese – per concludere qualcosa, perché DiosBIOS e il "Sito personale di DiosBIOS" hanno di base un rapporto molto conflittuale, per cui la prima vuole il secondo perfetto e avente in sé tutto e oltre, con grafica, testi e codice ineccepibili (l’ultimo punto sempre impossibile, perché DiosBIOS si mette a ficcare Javascripts e CSS dubbi che il W3Cvalidator mi risputa indietro con sdegno – ma con un sito senza pretese il validator si fa magnanimo).

Well, se mi date commenti su struttura o grafica o comodità o quant’altro mi fate solo un piacere.


Riaprendo quell’account su Altervista ho trovato cose allucinanti, tipo questo, che era un progetto di sito attorno all’A.D.1630, per unire documentazione a narrativa a dio sa cosa – il che non sarebbe un peccato mortale, se non mi fossi messa a fare cose come questa – volete una bibliografia ragionata su Riforma e Controriforma, comprendente fonti cartacee e online? Bene, c’è una psicopatica che l’ha fatta. Con Capi, ai tempi che furono. Alcuni dei libri citati vengono dal suo sacco. Sono stupita. Avevo rimosso quel coso. (E ci sarà un motivo…)


Prima di tornare alle mie faccende di trascrizione, vi lascio l’incipit di quella cosa che avrà una rosa nel titolo:

Stroud mi ha sempre dato un’idea di ordine radicale.
Non sono i singoli elementi che lo compongono, quanto il modo in cui quell’accozzaglia di imperfezioni accostate con armonia riescano a creare una perfezione.
Non ho mai sopportato la parola “armonia”.
«… I diritti fondamentali sono quelli comuni a tutti i membri della…»
Il suo viso non è regolare. Naso troppo lungo, labbro inferiore esageratamente carnoso rispetto alla misera ombra superiore. Orecchie grandi dalle scanalature troppo profonde attaccate a una mascella fragile precariamente incastrata nel collo troppo sottile; la sua mimica abituale fa scattare il tendine destro dolorosamente, squarciando la pelle – e più si va nel dettaglio, più il particolare ammicca al deforme.
Le clavicole sono frastagliate come denti di una sega, e qualcosa nella conformazione delle sue mani fa spiccare una gobba ossea sul dorso, vicino al polso, quando stringe le dita a pugno.
Soprattutto quando scrive, prendendo freneticamente appunti.
«… Quindi viene la tutela dell’ambiente. Usiamolo come esempio. Considerando l’aria come un prodotto, la produzione e salvaguardia di…»
Ciò nonostante, Stroud è un composto estetico ineccepibile. E costante. Uguale a quel se stesso tirato a lucido fin nelle ossa in ogni contesto.
Anche – e soprattutto – a lezione, in questa miscela di coetanei che infestano l’aula di una noia dismessa e insulsa, Stroud fa forza del confronto per uscirne vittorioso, è un contorno che non sfuma, impermeabile a ogni forma di mediocrità pur non avendo nulla di veramente speciale.
«… Poiché tutti ne giovano allo stesso modo, tutti ne ricavano gli stessi doveri, ma come accertarsi che un singolo…»
Lo disprezzerei, se non fosse obiettivamente stimabile – se non venisse di stimarlo a pelle, anche senza sapere il perché, e anche se il perché non l’ho trovato, Stroud non mi ha ancora dato un appiglio per cominciare a disprezzarlo.
«… E prima della nascita dello Stato moderno, chi garantiva omogeneità?… Vanderveer, dì pure.»
Abbasso la mano, e attendo che il silenzio si imponga e risvegli anche le ultime file e faccia voltare il loro apparente interesse alla seconda fila, coordinate dello studente Lloyd Vanderveer.
Io.


Se state per commentarmi il sito, visto che ci siete, votate per uno tra questi titoli:
1) Gioco della rosa
2) Disciplina e la rosa
3) Il tutore della rosa
4) Custodi della rosa
5) Eco della rosa
6) Cerchio della rosa
E visto che ci siete proponetene altri, tanto ormai i parti sono deliranti (“L’ornitorinco e la rosa”, “Quattro matrimoni e una rosa”, “300 (rose)”, “E morì con una rosa in mano”, “La rosa rosa”, “Rosa la Rosa”, “Rosa mangia rosa”… Sigh).


Intervista a Claudia Salvatori:

Intervistatore: In una intervista rilasciata cinque anni fa (M — Rivista del Mistero, anno 1 n.4) nella quale ti viene fatto notare come, nei tuoi romanzi e racconti, tenda a prevalere il punto di vista maschile, affermi:
“Ho fatto questa scelta inizialmente perché volevo evitare la “debolezza” del personaggio femminile. Nella nostra cultura, all’io narrante femminile si attribuiscono contenuti precisi, atteggiamenti e anche pregiudizi. Volevo evitare tutto questo, per avere un io narrante sufficientemente forte e autorevole.”
E, nel Commento precedentemente citato, precisi:
“Assumere un io maschile è un espediente con cui tento di catturare il lettore maschio […]. Non per mangiarmelo, come una mantide religiosa, ma per costringerlo a essere me.”
Personalmente, trovo profondamente catartica la demistificazione della imàgo femminile che contraddistingue i tuoi romanzi — irresistibile, in questo senso, il racconto Nel corpo della dark lady. Dall’altra parte, si moltiplica il numero degli scrittori (soprattutto noir) che privilegiano un punto di vista femminile (V. per esempio Lucarelli, la cui investigatrice “seriale” è appunto una donna). Credi ancora che il pubblico non sia ricettivo ad una voce femminile “forte” e che sia necessario “mimetizzarla” in un personaggio maschile per fare scattare l’identificazione?

Salvatori: Rispetto all’epoca di quell’intervista ho scritto e sperimentato di più, e sono ancora più pessimista. Premesso che non credo nei sessi, ma solo in un patrimonio culturale controverso di segni e simboli correlati, mi sembra che l’umanità, sulla via della conoscenza e integrazione, non sia arrivata neppure all’età scolare. Scrivendo posso solo arrangiarmi, ricorrere alla finzione per dire la verità, come proponeva Jean Genet. So che se mi propongo in un personaggio maschile, uso una chiave che mi apre tutte le porte; ma non rinuncio del tutto alla speranza di trovare la formula giusta per un io femminile che le sfondi. La mia impressione comunque è che il pubblico accetti volentieri i personaggi femminili quando sono proposti, veicolati, dalla mente di uno scrittore, da un io maschile forte.

Amo amo amo questa donna. Anche se la sto leggendo per mezzo di una delle cose più kitsch che probabilmente ha mai scritto.
E poi cita Genet.

Ci deve essere un che di languido nella malattia, o il Decadentismo non sarebbe mai esistito.
E trovo molto languido che il mio corpo mi costringa quantomeno a una certa calma, ma ciò è ben lontano dal languore dell’essere umano tra altri esseri umani. È più il languore di un ventre materno, o di una bara – sempre che siano cose poi così distanti. Languore solitario.
Ho cercato più volte, nella mia breve esistenza, di comprendere il languore sessuale della malattia, ma non mi è mai riuscito. Tendo perlopiù a cacciarmi ancor più in casa, in un angolino caldo, preferibilmente lontana metri e metri da qualsiasi altra forma di vita umana. Tipo: lasciatemi agonizzare in pace. L’unico malore che mi permette di essere accudita con piacere è quello dovuto a oggetti contundenti & similia – ma, capirete, è cosa rara. Ribadisco sovente che preferisco il dolore di un colpo inferto alla lenta agonia di un malessere che ti fa tremare, ma il mio corpo non si mette in pausa solo per compiacermi.

Mi sto ammalando, sì.

Mi è stato proposto il rimedio irlandese: miele, whiskey, zucchero, cuocere tutto assieme.
Ho optato per il rimedio locale shakerato a quello personale: Jack Daniel’s, latte, miele, tutto assieme, pastiglie multivitaminiche a parte. Niente flessioni, stavolta: rimedio incompleto.
In aggiunta, bestemmia libera. Mi viene spontanea, quando il mio corpo non funziona. Per me “bestemmiare” comprende l’offendere qualsiasi cosa esistente, me compresa.
Tanz, dal Fronte, mi tiene d’occhio – sia mai che io mi faccia ammorbare moralmente solo perché sono ammorbata fisicamente. Dice che mi vede. Dio sa come faccia a vedermi dal Fronte – Dio sa come possa una parte della mia coscienza essere al Fronte – Dio sa quale Fronte, soprattutto.

Il corpo surriscaldato surriscalda la testa, sì.

Mi sto rifacendo il sito. Alla fine, ci sono cascata. Buona scusa per mettere ordine al mio archivio, e trovare conferma di un fatto: non riesco a trovare una suddivisione logica di ciò che faccio.
All’inizio ho optato per: grafica, disegni, scritti – ma le cover erano un contenitore a sé. E quelle carte da poker che avevo fatto usando foto mie e di conoscenti e aggiungendo grafica e pennelli di photoshop? E il sito di Clorofilla, grafica e HTML&CSS? E il logo per il Pampero? E le copertine ai miei racconti, vanno con i racconti o con la grafica? E l’Acero? Perché c’è il racconto, la copertina, la grafica e pure il forum.
Dio maledica me e il linkaggio di tutto con tutto.
Sito in HTML (non ho voglia di sbattermi perché sia vero&puro XHTML convalidato) + CSS + Javascript – rubati e modificati con credits annessi. Ero rimasta indietro. Ho dovuto aggiornarmi. Rendermi conto che oggi un’immagine deve aprirsi con Javascript o Flash (perlomeno, credo sia Flash, non so usarlo). Aggiornarmi sulle mode, anche – moda del layout a colonne a copia dei blog.
Comunque, rimane il problema della suddivisione, che è il solito problema esistenziale. Come unire armonia e completezza? Bisogna tagliar via qualcosa? Rinunciare alla simmetria concettuale per la verità sostanziale? Fottermi e basta? Cerco di farlo, fumando sigarette mentre la temperatura corporea sale. Fumare sigarette, bestemmiare e gestire l’incipit di una malattia denota una certa capacità di multitasking – sempre tenersi allenati.

Sulla lavagna è disegnato Shakespeare a gessetto bianco.
Numero studenti: 1.
Numero docenti: 1.
Motivi bastanti a far reputare alla docente più comodo sedersi vicino a me, e mettermi la mano sul braccio ogni qual volta deve dire qualcosa di importante.
Ad esempio:
“Ma vuole proprio farlo l’esame…?”
Ovvio. Ho delle orecchie da Bottom da sfoggiare.
E poi, c’è un’insita voglia di correttezza, o qualcosa del genere. Onorata di essere reputata abbastanza brava da non dover neanche fare l’esame, ma… ma… Ma boh.
E poi la storia delle orecchie le è piaciuta. L’ha fatta sorridere, l’ha divertita, cose così.


SMS da numero non conosciuto.
Il numero non conosciuto dice di essere quello di Silvia-amica-di-Elise.
L’SMS dice: “Non so se il whisky sia ancora valido, però dopo ore di attesa per Messer Cercignani a me personalmente etc etc…”
Sto invecchiando. Offro whiskey in default alle persone e poi rimuovo.
Il whiskey è ancora valido?
L’SMS ha un sottinteso, e sta nelle parole:
“… con Messer Cercignani…”
Questo perché, l’ho saputo stamattina alle 8.30, Maletta non ha fatto gli esami.
Questo perché, l’ho saputo stamattina alle 9.00, è ancora ospedalizzata, e prossima alla chemio.
Sì, un whiskey mi sembra un degno rituale.


Un contatto sconosciuto mi contatta via mail per dirmi, conoscendomi per il sito che ho già fatto, che avrebbe intenzione di farsi un sito e mi chiede un preventivo informale.
E io penso:
“Ora?”
Penso:
“Proprio adesso?”
Penso:
“Ma non ho tempo.”
Concludo:
“Gli dirò che ci troveremo per discuterne.”
Non ho tempo, ma sono soldi.
E un sito in più.
Significa riprendere in mano, ossia in testa, HTML e CSS e, come dire, ecco… Non ci stanno. Nella mia testa non c’è abbastanza spazio, al momento.
Ho pensato:
“Urlo.”
Così. Tanto per. Un gesto inconsulto tra tanti, ma palesato.

Lavorando al nuovo sito…

Javascript fa male.
Ma proprio male.
Soprattutto quando HTML.it ti mette a disposizione script scaricabili da testare, provare, modificare, adattare, valutare, stuprare.
Bene, ora ho la struttura del menu per il sito per come la volevo.
Non so come io possa in 322 righe aver azzeccato cosa toccare e cosa no, però funziona. È che poi ci prendi gusto…

Devo ancora trovare un valido sostituto ai frames, però.
Qualcosa che mi permetta di avere singole pagine .htm che siano pulite a livello di codice. Oppure rinunciare al menu onnipresente per tutta la navigazione. O faccio un sottosito per ogni sottosezione (immagini, parole, web). Il che mi permetterebbe, tra l’altro, di non modificare TUTTO il sito se voglio apportare modifiche a una singola sezione. Risolverebbe anche l’odiosa incoerenza del volere un sito in inglese quando gli scritti sono poi perlopiù in italiano. Mh.
Consigli?

HTML e CSS e Javascript.
E vorrei XHTML, pure.
E il tutto con il bollino della W3C. Ahah.

eredhikr, quando le ho detto che il sito vecchio è vecchio e va modificato perché ora è ingenuo a livello di codice, mi ha fatto notare che con questa logica il work in progress non termina mai.
Già.
Ghgh.
*compiacimento*

Andiamo a dormire, va’.
È già tanto se mi ricordo cos’è un margin-bottom: 10px;.

WAH!

Signori…
Sedetevi.
(Sì, lo che siete già seduti.)
Ora vi narrerò la storia di un contenitore.
Non un contenitore di plastica o metallo, ma un contenitore fatto di pixel, nel sito di un giornale fatto in HTML, CSS, Javacript e ASP.
Il suddetto contenitore contiene gli articoli da correggere, non formattati; qui i piccoli lavoratori del giornale vanno, scorrendo su e giù il testo dell’articolo.
Problema: il contenitore era alto 3 centimetri.
3 centimetri, signori, contengono 8 righe. Una miseria. Una palla al piede, il dover scorrere in continuazione per correggere il testo.
Ed era così da 3 anni – da quando uno studente oggi ingegnere informatico l’aveva uppato.
E la vostra Sna, in DIECI MINUTI, ha risolto il problema.
*__*
In questo momento mi amo.
Ma tanto.
Mi scoperei da quanto mi amo.
… Ma procrastiniamo la masturbazione, devo uppare la modifica. :9

Monstrum di fuoco e di terra

… Punta di mal di testa mentre mi accingo a formulare il breve post che leggete.

In primis, ringraziamo con inchino a fronte che sfiora il pavimento cauchemar_73, nostro amato cicisbeo, che ha scritto per noi e per l’A.D. 1630 uno splendido breve racconto su uno splendido castrato, per cui io ho nei di Cauchemar confronti la stessa estatica gratitudine che il pubblico avrebbe dinnanzi alla capacità vocale di un castrato.
Il racconto: Angelo di fuoco.
Come si dice: godetevelo.
(Devo ancora contattare il fotografo a cui ho fregato la foto su DeviantArt – non appena DeviantArt smetterà di riconoscere il mio IP come bannato.)
(Devo ancora finire di litigare con il validatore XHTML che mi segnala errori che non sono errori.)

Poi, ringraziamo uno sciamanico Samba, che in pieno stile cyberpunk avvicina in quel di Milano la Mater, in prossima partenza per quel di Innsbruck, e le regala pillole di saggezza, momenti rituali, e tra le altre una piccola lignea tartaruga, un braccialetto e una collana per la sottoscritta, che ora la sottoscritta indossa ritualmente, mentre la tartaruga da sopra il PC la osserva altera.

Se tutto andrà come deve, la sottoscritta a giugno andrà al Life Festival – al Lough Cutra Castle, Irlanda – a inseguire Faerie nei boschi (…).

Aggiunta pseudo-lavorativa del giorno: proposta di realizzare flier poco pagati per DJ amici di mater. Mal pagati rispetto a un logo per un riposante ristorante sperduto nel bergamasco, ma molto più stimolanti da realizzare, indubbiamente.

Un’oretta e arriva la Ragazza dei Fiori per discutere del sito che le sto facendo.

Quando va così, lo puoi dire: mi piace la mia vita.