horton

La morte del vecchio per la vita della bambina.

Avrei dovuto capire che per Horton sarebbe servita la Seconda Persona Singolare.
Perché ci sono personaggi così, che non puoi narrare né da dentro né da fuori. Da dentro, soprattutto. Lanci un sasso e non c’è eco, pozzo senza fondo. Il problema con Torchia, il problema con Horton. Il paradosso di narrare interiorità che non si riconoscono come tali.
E dunque, Cody Horton, eccoci qui.

Ti ho lasciato sul divano senza sapere come schiodarti da lì. Cioè, lo sapevo in teoria: con un’esca abbastanza succulenta per la tua raggelata, anelante coscienza. E’ la tua storia. Quella che avrei dovuto scrivere. Ma poi è successo qualcosa.
Che cosa è successo, Cody Horton?
Inutile chiederlo a te. E poi non lo so bene neanche io.

Forse la mia vita è cambiata, e sono riuscita ad andare oltre a te. L’ho detto spesso. Al secondo tentativo, anziché accusare di nuovo come a te è capitato, mi è andata bene. Ho vinto contro il mondo, tu avevi perso. La vita di cui volevo narrare era quella che viene dopo la tua seconda, definitiva, sconfitta.
Forse stare su quel divano di fianco a te mi ha aiutata ad andare oltre. Si sta bene, sull’Horton-divano, se il resto del mondo è peggiore. Sempre questione di relatività. Devo aver assaggiato una briciola troppo amara, su quel divano, e aver deciso di provare a uscire.
Non so che cosa sia successo, Cody Horton.
So che tu sei sempre su quel divano, e che quel divano non scade mai. La narrazione è semplicistica, spesso, e simboleggia tutto. Il secondo tentativo è quello cruciale: se va bene, ti lascerai alle spalle il male; se va male, ci affonderai. La vita qui fuori è più sfumata: basterà qualche amara batosta esistenziale e mi ritroverò con le chiappe sul tuo divano con tanta voglia di una birra.
Ma sai una cosa, Cody Horton?
Forse vale anche il contrario. Forse da quel divano ci si può alzare anche se il secondo tentativo è andato male. Non lo dico per buonismo, che poco si confà a me e soprattutto a te, ma più per straziante speranza. E poi, meglio su quel divano che in una prigione senza uscita. Una stanza circolare e nera e imbottita in cui non si può distinguere la porta. Si è vivi, ma non lo si è. Si impazzisce – ma che accade, se si è bravi abbastanza da sopravvivere a una certa follia?
Trasforma quella prigione in una ruota e te stesso in un criceto, Horton, e domandati per chi la tua follia sta producendo elettricità, per quale mulino stai macinando cereali – o qualsiasi cosa sia necessaria.
Ma la tua storia – quella che non ho scritto – avrebbe dovuto essere diversa.
Prima di lavorare gratuitamente per un ignoto prossimo, ti saresti sacrificato. La morte del vecchio per la vita della bambina, direbbe Sin City. Sulla carta avrebbe funzionato, perché la carta decide chi è cosa. Che tu sei un vecchio senza redenzione possibile in vita, che c’è una bambina veramente innocente che domani non diventerà un mostro. O del cui domani, comunque non si sa. Perché la tua storia sarebbe finita con te, Cody Horton, e forse un’immagine della bambina salvata. Tutto così semplice. Così semplice far finire i pensieri con la nostra morte.

Riluttante iconoclastia

Quando incontri un’iperrealtà la realtà, per un po’, risulta irreale.
(E ti dici e ridici, quasi compiaciuta, che ecco, è che di realtà ne esistono tante, incomparabili, e bla bla bla, come se esperirlo sulla tua soggettiva e scossa pelle potesse renderti più comprensibile, vicina, al prossimo – tu, realtà irreale.)
Ascolti gli Ulver perché sanno di quell’iperrealtà. Glielo hai detto, che non puoi temere di cambiare in un breve di lasso di tempo. Del futuro non si sa, e lo credi con tale fermezza da guardare con sospetto alle promesse. Certo, del futuro non si sa, ma ci sono cambiamenti interiori che procedono con la lentezza di una valanga vista da lontano. Ci sono cose che ti porti dietro da anni, decenni. Almeno un decennio, gli Ulver e quello che ti ricordano.
Ti ricordi che cosa ti ricordano?
La pace di un mondo svuotato di senso. Non del tutto, non ancora, e ci sono ancora fantasmi umani tra i grattacieli così infami che la natura non vuole saperne di riappropriarsene. Si è, lì, un passo dopo la decadenza. Quel momento di sospensione in cui il passato è già scomparso e il futuro non si fa intuire. Un presente così isolato da risucchiare ogni eco.
Te lo ricordi?
Gli Ulver non ti danno felicità, no: placano il tuo bisogno di nudità e silenzio. “Verità” è un termine che ti sei disabituata a usare. Rimangono solo quelle soggettive, di verità, e hanno ognuna l’ampiezza e la consistenza e l’irrinunciabilità di interi mondi.

Il fumo uccide, recita il pacchetto, e continua a stupirti e non stupirti e nulla poter fare quando le persone s’indignano se il fumo uccide.
Avresti voluto scrivere un intero pezzo per smontare una pubblicità – una a caso – e dimostrare che le pubblicità non mentono. Neanche di una virgola. E smettetela di indignarvi se il dentrifricio non sbianca, il balsamo non liscia, la barretta non vi fa dimagrire: non vi è mai stato detto che lo avrebbero fatto. E il fumo uccide, sì, ma non sapete quanto e come. Forse uccide meno della depressione, forse più della guerra. Il fumo uccide non vi dice nulla di utile per un ragionamento più complesso di una pubblicità.
Non è buffo che le pubblicità non mentano ma i giornali sì?

Poi ci sarebbe la faccenda dei pantaloni, che è tra l’imbarazzante e il peccaminoso.
(In quel tuo mondo in cui usi la parola “peccato” per riferirti alla reazione emotiva causata dall’averlo commesso, non concependo peccati in sé – e sentirti peccatrice è forse il peggior peccato.)
Hai lavato le lenzuola, il coprimaterasso, l’asciugamano, te stessa. Hai posposto i pantaloni, pensando che era solo un piccolo pezzo, e invece sono rimasti lì, più preziosi perché unici, soprattutto mentre la generica paranoia del dopo ti coglie senza darti direzione. E’ quando non sai bene che cosa temere e che cosa non temere, per che cosa patire e per che cosa no, e mentre non sai neanche se innescare subito lo stand-by o se, questa volta, approfittare di qualche momento di sfogo prima di renderti un po’ più psicopatica – mentre sei in questa condizione irreale, insomma, temi, poco, tutto e tutto. Ti guardi attorno con l’espressione vagamente ridicola (e con ciò tragicomica) della bestia braccata non sapendo da che parte devi temere l’arrivo di un pericolo. Ad esempio:
Cazzo, i pantaloni.
Ti sei ritrovata ad annusarli un paio di volte. “Ritrovata” perché, a posteriori (ma è sempre a posteriori), non ricordi di aver deciso di compiere i passaggi necessari per arrivare a quel punto. Non che sia un mistero, il perché tu sia finita con il naso tra la stoffa. Ce lo rimetteresti adesso. E al contempo lo temi fottutamente.

La cosa strana è che, sentendo nella sua voce al telefono il tuo stesso tono sospeso e accorto, ti sei sentita meglio. Niente a che fare con “mal comune, mezzo gaudio” o “allora c’è” (beh, forse la seconda un po’ sì – convivi con lo strisciante timore che l’Arcinemico te lo fotta con un burocratico balletto di abili mosse manipolatorie, che sia dentro o fuori di lui), ma qualcosa di più simile al “non sono pazza”. Dubbio frequente, quando si ama passare da una realtà all’altra, rendendole tutte irreali e iperreali al contempo.

Ti è venuto un tono strano, nelle ultime ventiquattr’ore, da cinico in vena di sputare sentenze. Per zittire il mondo e tutelarne la parte – di solito piccola, minuscola, nel caso del cinico – a cui tieni. Simile al tono scorbutico-accorto dei vecchi. E lo realizzi solo ora, che cos’è.
Horton.
Parla da dietro le quinte, tutt’altro che in primo piano. Lì è stato (con una tua certa gioia) ricacciato, lì rispettosamente (o per menefreghismo) rimane. Ma dice la sua, quando reputa che nessun altro sia in grado di cavarsela meglio.
Che cosa dire, d’altro canto?
Dopo tanto esorcizzare stucchevolezze e scene pietose, hai passato ore ad alternare discorsi totalitari, di quelli che ti fanno scivolare nella saccenza (è la tua debolezza del momento, a spingerti, mentre ti sussurra che a mali estremi…), ad affermazioni altisonanti, epiche, tragiche, comiche, non lo sai neanche tu, come se alzando abbastanza la voce tu potessi convincere il prossimo ad accettare la tua visione. (E sarebbe possibile, se tu non fossi tu e il tuo prossimo non fosse lui. Ma non vuoi che la accetti. Non vuoi che accetti proprio un cazzo, è questo il punto.)

Hai temuto, prima, che se non avessi sfogato almeno un po’ tutto ciò, non avresti avuto il coraggio di andare a letto. Non era un timore generico, ma l’aver intravisto un vecchio e ben conosciuto terrore: il non sopportare la presenza dinnanzi a te stessa. E non sai se sia la sofferenza o se sia la rabbia a causare ciò, perché – lo realizzi ora – forse in te le due cose non sono poi così tanto analiticamente distinte.
Ma è un po’ passato, ora – ossia abbastanza da poter guardare con sollievo a quell’ormai lontano terrore – e puoi dirti di essere felice di essere qui. Quantomeno sai che anni fa (e neanche troppi, forse) non avresti retto tutto questo – e non averlo saputo reggere ti avrebbe privato di ciò che di bello va a reggere. E ne vale la pena, ne vale fottutamente la pena – come gli hai detto – anche se ogni volta è più difficile, lo sai e lo sapevi. Continui ad accumulare debiti che una parte di te, in futuro, potrebbe trovarsi a doverti chiedere di pagare, e forse non potrai farlo, ma fa parte del pacchetto “ne vale la pena”. E non ne vale la pena in previsione di un momento futuro a questo, no: ne vale la pena anche ora, in quest’assurdo stato.

Ti sei fermata, in piedi davanti alla libreria, i pugni stretti sui pantaloni, e hai scorto un’ipotesi dal prezzo così alto che – come certe pareti di roccia nei tuoi ultimi sogni – il tuo sguardo non è riuscito ad abbracciarlo tutto.
(No, beh, diciamocelo: forse avresti potuto, ma non l’hai fatto e ti sei voltata altrove. Non adesso, ti sei detta in quel momento, che avrebbe dovuto essere dedicato proprio al adesso sì. Per questo, alla fine, sei qui? Perché vuoi fare la brava scolara e accontentare entrambe, l’esigenza di stand-by e quella di non gettare tutto nel fondo senza che sia prima elaborato?)
Fa una cosa strana, quell’assoggettante parete di roccia: ti desensibilizza ancor prima che siano arrivati i veri colpi. (Certamente con il tuo aiuto.) Ti senti il pensiero pulsante e ottuso come una parte del corpo colpita a lungo. Colpo, e colpo, e colpo. Usi la musica per aggirarti in quelle stesse stanze interiori che fino a qualche minuto fa ti avrebbero fatto serrare mascelle e pugni, e ora… quiete.

Un giorno una persona mi dirà che gli esseri umani sono delle tragicomiche creature capaci di creare meravigliosi congegni per risolvere un problema. Funzionano splendidamente, quei congegni, anche quando il problema è risolto e passato – e continuano e continuano a funzionare, macinando quel che passa, perché devono macinare per sopravvivere, e dopotutto li abbiamo creati noi. Quella persona mi dirà che è affascinante e stupido, questo fottersi da soli, costruirsi trappole su misura, incapaci di abbandonare quel che ci ha ben servito. Spero, quel giorno, di ricordarmi ancora di averlo pensato tempo prima. Lo scrivo, perché l’amnesia sia scongiurata il più possibile.

Ci saranno dei rigurgiti. Ci saranno? Il tempo futuro risulta sempre più arrogante.
Lascerò la porta aperta, stasera, e i pantaloni sulla libreria. Lungi da me diventare una feticista (e, poi, quale dolore più straziante di avere una parte di una persona sapendo di non poter più avere la persona? Sia mai che dovesse accadere), ma cerchiamo di non diventare bestie affamate di icone da distruggere.

Ecco, ad esempio, basta un messaggio per trovarsi di nuovo a stringere i denti.

Credo siano come le serate tra ubriachi. Se non lo si è entrambi, il discorso non funziona.
Esiste una sostanza, una metafora, un simbolo, che faccia l’esatto opposto dell’alcol?

Basta un messaggio e ritrovarsi tra le orecchie Hozier che parla di entusiasti roghi umani. La sublime e atroce bellezza del sacrificio. Non il momento in sé, no – non la folla che osserva estasiata l’annientamento di un proprio simile – ma il significato del sacrificio: fare a pezzi una cosa nella speranza che, da quel male, in futuro nasca un bene.
Detta così sembra un’antica superstizione: anticipa gli Dei cattivi e commetti il male prima di loro. Diventa il tuo Diavolo. Se Egli ti riconoscerà come suo sottoposto, non si sbarazzerà di te.
E’ o non è quello che faccio con il Dio Che Ride?
Ed eccolo, il primo spuntone dell’altissima parete di roccia: il timore di trovarsi davanti a un cataclisma così ampio da non riuscire più a perdonare. A ridere. Con Dio. Ma non riesco a liquidare questo mio attaccamento come vanità umana. Non riesco a farlo senza scomodare Horton e il suo vuoto, che non è spazio per il futuro ma tomba di ogni presente.

Non riesco neanche a concludere degnamente questo pezzo, non sapendo a che punto, e di che cosa, sono.

Di lussi, comodità & vanità.

Il Boss, come personaggio, non era per niente male.

 

L’ho realizzato stamattina svegliandomi da sogni che mal ricordo, quelli che il cervello e l’intestino usano per riorganizzare i rimuginamenti degli ultimi giorni. Il mio odio per l’Arcinemico, ad esempio, e ciò che rappresenta nella mia testa di scettica perenne: il laido potere di chi usa gli ideali come cappio. Non troppo stretto, o soffochi. Non troppo largo, o non c’è gusto. Deve circondare bene il collo, in quel modo che fa sentire sulla soglia: si oscilla tra il sapersi in mani sicure – così sicure che ci tengono per il collo come una gatta con i cuccioli – e il sapere che quelle mani possono essere letali. Chissà se il segreto dell’asfissia autoerotica ha qualcosa a che fare con tutto ciò.
E’ per il rigurgito di bile nei confronti dell’Arcinemico che ho, finalmente, reagito dinnanzi ai titillamenti di A. Non per lei, ma perché in questi giorni l’argomento “potere e tutto ciò che ne consegue” torna e ritorna come un fantasma insoddisfatto. E rialzati, cadavere, per l’ennesima volta. Ti sogno anche, cadavere, che non riesco ad abbattere neanche mozzandoti la testa. L’ho fatto con l’unica eleganza che conosco: con un taglio il più veloce e netto possibile. Perché tu smettessi di esistere e basta, senza essere – prima della tua fine – il depositario dei miei sfoghi. Perché sarebbe inelegante. Come ogni retorica dominio-sottomissione palesata. Come ogni manichino danzante che, spogliato, rivela sulla fronte la scritta: bisogno.
Non avrei dovuto reagire ad A. Non in quel momento, non in quel modo. Non per ciò che rimane ai posteri, ma per ciò che rimane in me: una striatura dissonante, morbosa, irrisolta. Sono tutt’altro che risolta.
Ci penso parlando con VB di gerarchie a letto. Del mio timore, sotto le lenzuola con qualcuno che conosco poco, di dar voce a una parte troppo prevaricatrice. Il timore di essere fraintesi. Il timore di intimorire, spaventare, far chiudere. Il timore, ancora peggiore, ci causare l’esatto opposto di ciò, e di causarlo seriamente. Di essere presa sul serio. Il sesso è decisamente depositario di troppe cose. Sputi una volta in faccia a una persona gemente e questa potrebbe aspettarsi di ricevere sputi a ogni ora del giorno, in ogni situazione. Il timore che una nostra singola azione possa essere presa come riassunto del nostro multiforme essere, che verrebbe così ridotto a una maschera bidimensionale.
Ci penso parlando con VB perché mi guarda scettica e mi dice che lo faccio. Instaurare gerarchie, intende. Controbatto ricordandole quanto io sappia essere passiva, frivola e svenevole con lei. Di quanto mi piaccia esserlo. Controbatte dicendomi che so, mentre mi pongo in quel modo, che il prossimo sa che in qualsiasi momento posso tornare a essere la despota di cui sopra. Ristabilire le gerarchie. Stai buono e non rompere i coglioni, insomma. E ha ragione. Non so in che percentuale e quanto a fondo, ma ha ragione.
Rifletto sul compromesso tra comodità e creatività. Tra lo starsene comodi nel proprio posto in gerarchia – preferibilmente a uno scalino alto abbastanza perché nessuno possa romperci i coglioni – e il buttarsi nel fiume, dove tutto si mescola e rimescola, e chiunque può colpirci e chiunque possiamo colpire, ma dove l’acqua non ristagna. L’acqua che ristagna è uno spreco. Vanitas.

 

E il Boss, questa mattina al risveglio, mi si è rivelato nel suo essere una parabola.
Il Boss, personaggio auto-creatosi per creare un sistema basato sul predominio, e di questo essere a capo. Il sopra del sopra del sopra. E da lì sopra, dove neanche un drago riuscirebbe a giungere, darsi a quello che tanto apprezza: la cedevolezza massima. Una cedevolezza così palese che, gettata nel fiume, lo farebbe finire schiacciato dall’intera gerarchia in mezzo secondo. Ma, standosene lì sopra, sull’ultimo immoto scalino, chi mai potrà cercare di fargli pagare il suo amore per la cedevolezza?
Il Boss, ai tempi, aveva messo in crisi la mia idea di potere. Foucault non era ancora arrivato a suggerirmi che il potere è un fluido che facciamo scorrere a ogni scelta e non scelta, e non una statica piramide che s’impone dall’alto in basso. Il potere, ai miei occhi assetati di violenza sociale, aveva la forma di un corpo che s’impone in continuazione, in continuazione palese la propria forza, in continuazione si dimostra e autodimostra tale. Ma, dinnanzi a questo Boss così molle e poco interessato a mostrare più dello stretto necessario per stare al vertice, la mia epica visione del potere era traballata. Alla cima della mia piramide, eccolo: un bambino viziato che gode ridendo mentre il mondo – un mondo piccolo, controllato, non realmente minaccioso – gli si schianta addosso. Mi fa venire in mente l’immagine della persona più ricca del mondo in infradito con macchie di unto sulla canottiera sporca. A che serve lo status, quando si ha già quello che permette di ottenere? Che si voglia divenire ricchi o beati, poco cambia.

 

Il Boss indossava quasi perennemente una maschera. Difficile puntare il dito quando non si ha un volto da riconoscere. Il Boss indossava quasi perennemente una maschera. Le uniche volte in cui la toglieva – quando, ossia, nessuno poteva vederlo – sotto c’era il volto di Torchia.

 

Horton, invece, ha ripiazzato il culo sul divano. Un divano ipotetico, questa volta, perché il mio non è abbastanza vecchio e abbandonato per essere il suo. Il divano che è comodo e ristagna. Ci hai scolpito la forma delle tue chiappe e ormai non lo senti neanche più. Non sentire è comodo. Quando poi, per imparare a non sentire, hai dato più d’un pezzetto d’anima, può diventare persino sacro. Immoto e granitico come un idolo atterrente. E intanto rimane comodo. Il suo vantaggio è il suo svantaggio: per sentire piacere, poi, ti tocca sbattere forte. Camminare sul dolore e sulla fatica, proprie e altrui, e spingere più forte per arrivare all’orgasmo.
Dal suo comodo divano su cui le blatte gli fanno festa, Horton mi sussurra cinismi scazzato. Cane mangia cane, mangia o sarai mangiato. Una volta mi suonavano fatali, adolescenzialmente simili a un: E’ così, non vedi? Non te ne vuoi accorgere? Non lo vuoi ammettere? Ma l’adolescenza è finita da un pezzo. L’adolescente che urla incazzata cinismo pretendendo che esso sia la verità rivela l’esigenza di una qualche certezza, nella vita. Che tutto sia un cane mangia cane, ad esempio. No, adesso Horton mi suona comodo e basta. Mangia o sarai mangiato, così è più facile, meno fatica, solo quella per mettere in atto quelle due o tre stronzate necessarie a tutelare il tuo spazio vitale. Il mondo poi, mi dice, è pieno di gente a cui la libertà pesa. Fai loro un favore. No, non è sarcasmo: faglielo veramente. Non è detto che siano tutti così, ma perché incaponirsi e trattare da gatti i cani? Non sarà arroganza, quella che ti spinge? Non è arroganza quella che ti spinge a imporre il tuo amore per la fluidità? E non cogli il paradosso? Imporre il tuo amore per la fluidità? Castigare la retorica dominio-sottomissione? Non ne esci, non ne puoi uscire. Tieni al tuo spazio vitale e ti piace stare comoda. Il tuo fluido egualitarismo è il lusso di chi non vede il proprio spazio vitale minacciato. Lo sai, vero?

Leitmotive e altre dolci dannazioni

Poi lui ti chiama.
E’ una chiamata brevissima, letteralmente: mentre parli ti chiedi fra quanto si esaurirà il minuto. Perché è questione di minuti, se non secondi.. L’ultima chiamata ne ha contati 59 spaccati, spesi a dirti che sarebbe scomparso per un po’ – lavoro, e non c’è molto altro da aggiungere. Sai come funziona. Cioè, in realtà ne hai solo una vaga idea, sicuramente distorta da tutto quello che sul suo lavoro viene scritto e fantasticato, ma la cosa fondamentale la sai: è un lavoro risucchiante. Da molteplici punti di vista. L’ha risucchiato fino a renderlo l’essere umano essenziale e profondo che è. Che poi sono cazzate, perché come Mensch è anche estremamente barocco. Ma tutte le definizioni sono cazzate in attesa di essere smentite.
Ti ha chiamato per chiederti se sei ancora qui. Sì, ci sei. Sei abituata a metterti in stand-by. Saranno le molteplici relazioni a distanza avute, o quel comodo cinismo che deprechi solo per abitudine. Sia quel che sia, sei semplicemente in stand-by – e gliel’hai detto. Gli hai detto che non deve preoccuparsi di questo e che tu gli farai il favore di non preoccuparti del fatto che non ritorni e basta. (Ovviamente ti ha detto che torna, ma tutti quei film che distorcono il suo mestiere ti hanno insegnato che come frase vale solo se il regista è dalla tua parte, e il tuo regista è il Dio Che Ride.) L’hai anche ringraziato perché ha usato i penultimi 60 secondi liberi (gli ultimi sono quelli della chiamata di poco fa ) per chiamare la figlia e dirle anche di riconfermarti che non ci sarà per un po’.
Dopodiché non c’era molto altro da dire, con i secondi contati. Le sdolcinatezze vi escono malissimo, i pensieri profondi con la fatalità di una profezia. Vi osservi dall’esterno e sorridi, perché vedi in lui le tue stesse pecche in materia di relazioni umane. Passati completamente opposti hanno donato a entrambi un’encomiabile stiffness nella comunicazione non verbale. Supponi che tra muti ci si intenda.
E poi, se vai a controllare, scoprirai che su questo stesso blog, nel suo primo anno di vita, hai parlato di quella tua intima necessità di sedere davanti a un fuoco in compagnia di grossi omoni silenziosi. Erano grossi per esigenza di una metafora: persone che non devi temere di distruggere. Erano uomini perché il gender maschile, in questa società, è quello più neutrale, più spoglio, più essenziale. Erano silenziosi perché non c’è bisogno di parlare se ci si intende – e tu volevi osservare il fuoco con esseri umani che non potevi ferire e che capivi abbastanza da poter tacere.
Le cose non sono cambiate poi così tanto, dopotutto.
Salutandolo dopo 91 secondi di chiamata ti dici che sei in stand-by e puoi rimanerci. Attendi la prossima chiamata, sì, ma soprattutto attendi di poterti sedere davanti a lui e fissarlo in silenzio negli occhi. E annusarlo, anche. Con il passare degli anni ti sei decivilizzata.

Hortonismi

Horton finisce sul divano perché peggio di quello non c’è nulla.
E’ vecchio, usato all’acquisto – o, meglio, così remoto nella memoria da non poter ricordare se mai sia stato nuovo.
Horton ha questa benedizione: un passato prossimo che diventa subito remoto.
Pensavo di essere giunta al punto di non potergli dedicare altro che commiati. Amare parole su una lapide. Ciao, Horton, sei passato. Poi il Dio Che Ride mostra i denti e mi ricorda che non si sfugge da se stessi. Horton non scomparirà solo perché, in questa fetta di vita, lascio che la mia vita proceda al fianco di qualcuno e non più, solitaria e immota, su un divano.
C’è sempre, ai limiti del campo visivo, il Vuoto.
Che non è male, ed è questo il problema.
Ma ti risucchia, e questo è il problema, che al confronto tutto è Vanitas.
Il vantaggio è che ti permette di scorgere in quei benedetti-maledetti abissi. Ma non c’è utilità. Dal regno del paradosso costante non si può cavare nulla che sia utile nella vita quotidiana, e per tutti quegli obiettivi atti a migliorare la quotidianità. Si scorge e basta, fine a se stesso, come succhiare fumo da una sigaretta – inutile spiegare a chi non fuma che senso abbia, quel nonsenso.
C’è, e basta.

Il divano deve essere vecchio e malconcio e sopravvissuto. Deve poter dire:
Non ho bisogno di te.
Sì che tu possa abbandonarti, finalmente, al Paradiso di chi non deve preoccuparsi. Via l’entropia, via la preoccupazione, e che tutte le cose finiscano nel buco con la pace nel cuore.
Che tu possa, in pace, lasciare che il tempo scorra bypassandoti.
In qualche modo la verità è nel silenzio.
Se la verità è incomunicabile, deve essere lì che si trova, in un momento di horror vacui che ti catapulta, come una giostra, nella successione di tutte le urlanti cose che sai. Mescolandosi taceranno. Puoi confidare in ciò. Confida nel tuo istinto di sopravvivenza: dinnanzi a un tale rumore, per salvarti, ti piomberà nel nulla.
E qui siamo, di nuovo.

La presenza dell’assenza & altre unheimliche sensazioni.

Il Filosofo è un uomo che, seppur poco presente fisicamente, è in qualche modo entrato nella vita della sottoscritta.
È stato lui a farmi conoscere F, sua figlia, presentendomi lei come avrebbe fatto Oscar Wilde – con la stessa formalità, lo stesso distacco, lo stesso dire – con compiacimento – che la figlia era incuriosita da me.
Il Filosofo, ai tempi, parlò anche di Oscar Wilde. Dovette farlo, credo, perché io lo potessi accostarlo a quel morto sporcaccione raffinato. Ma di Wilde aveva solo vagamente l’aspetto e l’esser fuori dalle righe.
Per il resto, il Filosofo è stato per me un filosofo, ossia un pensatore.
Ho certo temuto, per mesi e mesi, di trovarlo al di fuori del cancello del liceo ad aspettarmi, pronto a massacrarmi di botte per il fatto che me la facevo con la figlia. Non l’ha mai fatto. Non so neanche se fosse cosciente del rapporto esistente tra me e sua figlia. La figlia dice di no. Io dico che ci ha proprio presentato come si presenta un buon partito.
Ma comunque.
Il maggior ruolo del Filosofo è stato quello di fungere da memento mori. Un filosofo è un pensatore, e il Filosofo deve aver pensato troppo nella propria vita – il Filosofo ha rappresentato quel che potrei diventare: una mente che ragiona così tanto da finire in un mondo che smette di dialogare con quel mondo che tutti crediamo di condividere, e ci sforziamo di condividerlo per non sentirci soli.
Il Filosofo parlava con entusiasmo ammonticchiando frasi che non cercavano di spiegarsi. Aveva, in qualche modo, estromesso se stesso dal consorzio umano. Coscientemente o meno, non lo so. Temo la seconda, quella non nominata. Il Filosofo funge da memento mori perché so che potrei finire così, e non di mia (cosciente) volontà.
Il Filosofo è morto solo come un cane, come ci si poteva aspettare. Ha sparso il proprio sangue sul pavimento in una morte che nessuno conoscerà mai nel dettaglio – cos’ha pensato mentre inalava gli ultimi frammenti di ossigeno? Ne era cosciente…?
Ho frugato tra i suoi libri per fregarne quelli che potevano interessarmi.
Ho aiutato F a sistemare quella casa che è riflesso della vita del Filosofo – potrei descrivervi le pentole ammassate al cui interno galleggiavano ragni, placidi nelle proprie intoccate ragnatele. Del frigo, già svuotato, che comunque puzzava come qualcosa di organico che si è tramutato in chimico. Dello cencio abbandonato al di sotto delle tubature del lavandino e trasformatosi in materia organica disseccata e ospitante ragni e dio sa cosa. Dio sa cosa. Le farfalline uscite dalla dispensa provenivano dalla pasta lì abbandonata – il Filosofo deve aver smesso di cucinare anni prima, un giorno, improvvisamente, lasciando tutto all’abbandono come se fosse fuggito di casa – ma quelle che volteggiavano tra i libri non so da che cosa provenissero.
Dopo aver aiutato F in ciò, sono tornata alle librerie del Filosofo, questa volta per indagare. Volevo capire come il Filosofo fosse giunto all’essere il mio personale memento mori. Un uomo che improvvisa dipinti monocromatici sulle pareti, in blu, e riesce con poche pennellate a disegnare sulla finestra il proprio ghigno incattivito. “Incattivito” come un cattivo di Hugo, brutto fuori perché brutto dentro, brutto perché fattosi malvagio, malvagio perché sfortunato in un mondo fatale che non permette redenzione se non con la morte.
La finestra di ghigno munita dà su una delle viette nel centro di Lecco, da cui proveniva il vociare allegro di un sabato pomeriggio estivo. Il contrasto ha reso la polvere ammassata su tutto ancor più simile a quella di un sudario scrollato.
Angoscia, l’idea che si possa essere così estranei alla società mentre si vive nel suo fulcro caldo. Angoscia da morire, oh morto memento mori.

Scrivo messaggi su Facebook a una persona conosciuta anni fa al liceo, che mi annovera i ricordi che ha di me – e che io ho rimosso.
Mi domando, a volte, come sarei nel presente se avessi una memoria più salda. Se ricordassi, ad esempio, di aver mostrato a costui delle mie riproduzioni di tarocchi, del nomignolo che davo a un bar.
La retorica a tutela delle micro-culture, e anche di quelle non micro-, sottolinea in continuazione l’importanza della memoria. Sono una germanista, e quindi sono inciampata nella parola “memoria” infinite volte a causa della questione ebraica. Non mi ha mai convinto. Non mi ha mai convinto la suprema importanza della memoria nella costituzione dell’identità del singolo, perché se così fosse non avrei identità.
Viviamo in una cultura che si è basata (o si basa?) per secoli sul ricordo di un tizio morto. Ricordo Hölderlin e il suo riflettere sul fatto che la cultura a lui coeva era intrisa di una religiosità vertente sulla presenza dell’assenza di Gesù Cristo. Oh, presenza dell’assenza. È dalla presenza dell’assenza malettiana che sono partita per giungere a quei nomi ritrovati nella casa del Filosofo – Derrida, Adorno, Horkheimer – domandandomi se comuni autori letti significhino un comune destino, o perlomeno simili strade intraprese, e quanti bivi ci siano nel corso di una vita. Se ci siano strade che non ne hanno.

Mi ha fatto piacere rivedere F.
L’ho trovata come la ricordavo ma più espansa – come se avesse semplicemente sviluppato ulteriormente alcune parti di sé, che prima erano solo in potenziale.
L’ho trovata ferita – oh, F ha avuto una vita tutt’altro che facile, e dovreste stimarla per come ne è sopravvissuta – ma non imbruttita. Era quello che temevo – quello che ho temuto più volte, ogni volta che l’ho vista rincorrere i rottami di un sogno incarnatosi in un aitante ragazzo poco predisposto a renderla felice.
Davanti a un’ottima birra, mi ha parlato dell’attuale aitante ragazzo col tono arreso di chi ha imparato a scendere a compromessi e non se ne lamenta. Me ne sono spiaciuta e, ancora una volta, ho avuto voglia di fare qualcosa concernente lo scuotere con poca grazia il ragazzo in questione. Anche se è insensato. Anche se alla fine è F a decidere cosa vuole e come averlo e rispettandola non intralcerei mai la sua vita. Ma non è la prima volta che mi affibbio questo ruolo alla The Punisher – ricordo, anni fa, il dirmi che se avessi incontrato X, suo ex, lo avrei assalito. Fisicamente. X aveva fatto del male fisico a F, e F è… Beh, F è F. È un calderone d’amore. O di esigenza dello stesso.
Mentre mi diceva che, fondamentalmente, il gran pregio del suo ragazzo è di essere bello, ho pensato che F sembra il cliché della Ragazza Che Ama Troppo ma di fatto è quasi l’inverso: assomiglia più a uno di quei personaggi cari a Lehane – e cari a una grossa fetta di fiction – che dal fondo del proprio malessere esistenziale (perché sono scampati al Vietnam, o a una vita di provincia cane-mangia-cane, o a un’ingrata carriera nella polizia) si struggono per la Bionda. Beninteso, la Bionda può essere anche mora: ciò che conta è che sia un cliché. Da cliché è di bell’aspetto, rincuorante, accogliente ed essenzialmente non particolarmente intelligente – non perché sia stupida, ma perché non è importante capire se sia intelligente o meno, e quindi non è stato mai indagato.
In un altro universo, insomma, F si potrebbe trovare a bere Jack al tavolo di un bar mentre qualcuno le dice:
“Eh, lo sai, le donne sono tutte troie, non vale la pena di starci male…”
… Ma comunque.
Con l’ottima birra in corpo e il mio culo poggiato sul divano polveroso del Filosofo, ho avuto voglia di baciare F. Così. Forse in un lehaniano impeto di nostalgia. Mi è tornato alla mente un pomeriggio di anni prima, un pomeriggio dall’umore uggioso, nello studio della casa in cui viveva, vuota. Ci sarebbe molto da dire su quello studio, trofeo di cultura nel senso più romanticizzato e all’antica: librerie d’epoca contenenti libri d’epoca e un triclinio – F sdraiata su esso, e il mio assecondare la mia voglia di averla lì, così, svestendola sola in parte, portandomi Jack alla gola per caricare di decadenza il momento e affondare ebbra nelle sue forme morbide e perfette. Mie. Mie per quel momento, come un sogno in cui vuoi affondare perché quel momento è tuo e nulla si frapporrà tra il tuo desiderio e l’oggetto desiderato, che devi cogliere prima che svanisca.
F è F, ossia la prima ragazza che ha avuto un consistente ruolo nella mia vita. Quel lontano pomeriggio mi sono lanciata a mo’ di battello ebbro su di lei con la fame di chi attende dall’infanzia di poter vivere un simile momento. La mia vita è stranger than fiction, e quindi dal giorno delle presentazioni fatte dal Filosofo a oggi sono accadute molte drammatiche cose, così da dramma che farci un dramma porterebbe alla realizzazione di un prodotto banale e di basso gusto.
C’è stato un duello con un suo ex, che al momento non era ancora “ex”, davanti a lei, e se non avessi vinto sarei ancora qui a sbattere la testa contro al muro. Ci sono state nottate alienate, isolate da fiumi di pioggia che hanno allagato la città lasciandoci al tepore di un letto illuminato dalle braci di una sigaretta. C’è stato un mio dramma interiore, nel bel mezzo del nostro rapporto, e il mio comportarmi da gatto ferito (o da personaggio di Lehane, che tanto ci sta caro) e allontanarmi in silenzio per non farmi vedere debole. C’è stato lo scoprire la debolezza di sua madre, complottante con gli amici di lei per estromettermi dalla vita della figlia. Oh, anche la Madre è stata a lungo un importante simbolo per la sottoscritta. Questa donna-mentore che ospitava old-fashion in casa propria fanciulli-allievi, il tutto con un sapore di grecità idealizzata. Per questo il trovarmela davanti in lacrime, dopo il mio aver scoperto le sue trame, e implorante perché non frequentassi la figlia, ha rotto qualcosa in me. Ha rotto, credo, l’idea che nel mondo ci siano adulti e non-adulti. Se avessi dovuto indicare un esempio di “adulto”, prima di quel giorno, avrei probabilmente indicato la Madre. Quando l’ho sentita, distrutta, aggrapparsi a me, il mondo è tornato a essere un caos indeciso e tentennante.
Sono una creatura fortunata, perché F è ancora nella mia vita. Mi sono trovata a riflettere con lei circa altre due persone che, invece, dalla propria vita mi hanno estromesso – repentinamente, istericamente, e io non saprò mai cosa girasse per la loro testa esattamente.
Il mondo è strano, creature.
Costruisco rapporti sulla base della sincerità e trasparenza pensando che un continuo monitorarsi a vicenda eviti improvvise sorprese – e invece è tutta vanitas. È vanitas anche la polvere accumulata in casa del Filosofo, lo so, e il tanfo di decomposizione che si sollevava persino spostando libri.
Sono una creatura fortunata perché dopo tanti anni mi sono trovata a sfogliare con F vecchie foto tenute dal Filosofo, e a ridere di alcune con lei. A pensare che il tempo non passa quando conosci una persona, e puoi fare battute dopo eoni che non la vedi e la stai vedendo in occasione di uno sgombero post-funerale-del-padre.
Il suo ragazzo è arrivato mentre stavamo ancora ridendo di qualcosa, e mi ha stretto la mano con forza prolungatamente. Succede di rado, dato che di solito sono io a usare la stretta di mano per soppesare il prossimo, e mi sono chiesta cosa F abbia detto di me. Già in passato ha esagerato con gli elogi, facendo sì che i suoi ex si approcciassero a me come ci si approccia a una papabile minaccia.
È molto carino, ed è bello di una bellezza particolare che o piace o risulta deperita. Una volta l’avrei trovato bellissimo, anche nei modi di fare oziosamente scontrosi. Li ho approcciati con la gentilezza silenziosa dell’amica della ragazza che si ritrova un ragazzo con cui ci vuole pazienza.
Dieci minuti dopo, mi sono trovata pressata contro un muro, al di fuori di un bar, con le narrazioni entusiaste e richiedenti compartecipazione di entrambi, incombenti su di me. Lui ha accarezzato la guancia di lei, lei ha accarezzato la mia, ci siamo salutati. E ho sorriso.


Ho ripreso in mano Horton, anche se solo collateralmente – ma era per l’appunto tutto il resto che mi mancava.
Il file contenente il gonnabe romanzo non è stato toccato, ma nella stessa cartella ho creato un file denominato “appunti”.
La colpa è di James C. Copertino e del suo Angeli neri, ambientato nel LAPD e – come da norma di James – molto preciso nei dettagli.
Horton appartiene al NYPD da sempre, ma per qualche curioso motivo non ho mai cercato mezza info sul NYPD. Sarà perché siamo così subissati da fiction sul NYPD che davo per scontato di saperne abbastanza. Ciò nonostante, mi sono chiesta, se sono in grado di leggere tomi su tomi per scrivere la mia tesi, mi costerà tanto leggere un libro sul NYPD?
Al posto del libro c’è stata wikipedia con cui iniziare, e il sito del NYPD e tanti altri siti. Sono riuscita a collocare, più o meno, Horton. So che dovrebbe essere un misero detective-investigator dell’Organized Crime Control Bureau. Della narcotici? Sarebbe il pieno del cliché, ma Horton è un cliché rivelato.
Non riesco, invece, a trovargli un distretto.
Il 33° sarebbe perfetto in quanto ad architettura e livello di crimine, ma ci sono troppi pochi bianchi per le trame in cui Horton è coinvolto. Il 1°, il 14° e il 18° li ho esclusi per motivi differenti che neanche ricordo. Dopo Manhattan, oggi tocca al Bronx essere dissezionato.

Lokasenna, hortonismi e HPD.

Ieri volevo scrivere un pezzo intitolato L’importanza di chiamarsi Cody Horton ma, tra una lunga dormita mattutina e un giro per negozi nel pomeriggio per trovare un outfit per un amico (ieri sera c’è stata la festa di compleanno a tema ’70-’80), non ne ho avuto il tempo.
Giacché il mio Dio è Quello Che Ride, mi sono trovata all’1:30 di notte a svegliare VB per farla ridere con una mia infinita sequela di insulti e imprecazioni volti all’umanità.
Non ci sono granché segreti alla base del rapporto tra me e VB, meravigliosamente caratterizzato da una mancanza di litigate per cazzate inutili (e di litigate in generale; ne ricordo una sola, e come litigata era veramente poco convincente – ma mi ci ero impegnata, eh) e da una noiosissima sincerità di base che non permette a incomprensioni e insoddisfazioni di diventare problematiche. Però forse un ingrediente magico c’è, e non so bene quale sia, ma è quello che permette a VB di ridere fino a farsi dolere gli addominali mentre io scarico l’ira accumulata a seguito di un incontro con due carabinieri in vena di atteggiarsi a poliziotti mentre si era di ritorno dalla festa a tema.
Il tutto è iniziato con una domanda di per sé innocua, forse un po’ retrò, posta da uno dei due carabinieri ai due uomini presenti nell’auto.
“Sono le vostre mogli?”
Capisco che possiate domandarvi “Ma al carabiniere che stracazzo gliene frega?”, ma il problema non è questo, non è niente di così sottile, è una semplice operazione aritmetica. Il problema è che in quell’auto c’erano due uomini e tre donne, e quindi la risposta più sana (sì, sana) sarebbe stata:
“Cazzone, la poligamia in Italia è illegale.”
Non ho dato questa risposta. Molte mie risposte e commenti sono stati seccati da M di fianco a me, che non voleva che le cose si complicassero.
Il problema non è lo status della poligamia in Italia, né il fatto che le domande venissero rivolte ai due uomini presenti in auto, né quel modo di parlarti a mento sollevato e cercando i tuoi occhi per vederli abbassati.
Il problema è in larga parte personale, e risiede in una mia idiosincrasia con talune forme di esternazione di potere. Lasciate alla parola “idiosincrasia” la sua accezione più neutrale, di “suscettibilità particolare”, senza rendere questa necessariamente tesa a reazioni negative. Ho reazioni forti a forti esternazioni di potere, e – come Foucault suggerisce – il potere non è cosa a sé ma è figlio di relazioni. Il potere non lo vedi nell’arma in mano al carabiniere né nel suo mento sollevato, ma nella reazione che ciò causa nelle persone che vi hanno a che fare.
Una delle massime uscite in quell’auto, non per l’orecchio dei carabinieri, ha parlato dell’importanza di non fissare negli occhi i carabinieri. Il che, come principio di base, è condivisibile: non fisso negli occhi i passanti, di norma, e infatti ho plurimamente elogiato l’attitudine delle persone a Kiel a non fissarti e – qualora gli sguardi per sbaglio si incrociassero – a fare un sorriso di neutrale bendisposizione – niente di personale, sono inciampato nel tuo sguardo, buona giornata.
Ma il principio “non fissare negli occhi il carabiniere” ha come contesto d’applicazione quello in cui un carabiniere, o chi per lui, lo sta invece facendo con te. Apposta. Anche questo poteva capitare a Kiel, ma non da parte di carabinieri, bensì da parte di ubriachi passanti. I tedeschi sono strani. Ogni popolo ingoia diverse repressioni a seconda della cultura che porta avanti, e quella dell’abitante di Kiel lo rende voglioso di romperti i coglioni quando è ubriaco. Ma, intendiamoci, non può saltarti al collo senza motivo, anche se è emancipato dallo status di ubriaco – e, allo stesso modo, il carabiniere non può mostrare appieno tutto il potenziale potere che tiene nel taschino, anche se è armato. Entrambi – l’ubriaco a Kiel molesto e il carabiniere dal mento alto – devono far reagire te prima di poter agire. Entrambi lo fanno nello stesso modo: fissandoti insistentemente negli occhi.
Odiavo andare in giro per Kiel tra ubriachi, perché io sono io, e, anche se sono sobria, nel momento in cui Tizio mi fissa negli occhi non abbasso lo sguardo. È inutile ripetermi che Tizio lo fa apposta, il cazzo di sguardo non lo abbasso. Né abbasso il tono di voce. Tra l’altro, stronzo, non sono la seconda moglie di qualcuno.
Vi prego, non confondete questa mia tendenza con un disturbo borderline di personalità – beh, magari nel mio caso è anche quello – perché non abbassare lo sguardo quando si ha la coscienza pulita è sintomo di dignità.
Le motivazioni per cui è mi è stato chiesto gentilmente, intimato, pregato di tenere la bocca chiusa sono state diverse.
Una voleva che io mi ostinassi a non voler capire. Sono stata troppo tempo in Germania, e qui siamo in Italia, dovrei arrendermi al capire che siamo in Italia e quindi al capire come funzionano certe meccaniche in Italia. È stata l’Italia (questa Italia, quella che conosco – chissà come sono i carabinieri e i poliziotti a Modena) a insegnarmi a capirla, e non esisterebbe un Horton che ha scelto di fare il poliziotto per avere il coltello dalla parte del manico se non mi fossi ostinata a voler capire certe dinamiche. Horton è figlio del mio background, ed è finito a NY per caso e cliché.
Un’altra motivazione voleva che io avessi bevuto troppo. Il che era vero. L’alcol toglie inibizioni. Ma non sono un ubriaco a Kiel che ha represso aggressività, e tendo in maniera più banale a reagire senza filtri a ciò che mi trovo davanti. Per questo troverete su Facebook delle mie foto scattate ieri sera in cui ho espressioni stupide, istrioniche e divertite. È stata una bella festa. L’alcol non mi inietta aggressività o paranoia gratuitamente, e io – che sono la solita scimmia di sempre, dai processi in fondo basilari – mi sono limitata a reagire a quello che avevo davanti.
Le motivazioni non sono più servite quando il mio focus è stato spostato dalla mia supposta tendenza all’autoconservazione (ho un più forte attaccamento alla conservazione della mia dignità), a quello della conservazione del benessere del proprietario dell’auto, che è la bastarda minaccia che ti responsabilizza e ti chiede di non reagire o a rimetterci sarà il tuo amico. Ci hanno fatto milioni di scene, su tali frustranti momenti di tensione, e se hanno successo sull’empatia del telespettatore un motivo ci sarà. La procedura ha potere su di me, e infatti ho fatto il possibile per tacere (con mediocri risultati, ma rimango la becera scimmia di cui sopra), per poi – all’1:30 di notte – svegliare VB e abusare del suo orecchio per sfogare la rabbia rimasta. VB è un ottimo modo di sfogarsi: tu ripeti in fila una serie immane di volgarità e offese e scongiuri e lei ride divertita, il che ti fa sentire meno di peso (insomma, non è mia abitudine svegliare le persone e non mi piace). VB che si è dispiaciuta di non esserci stata, perché si sarebbe goduta la scena ancor di più. VB che mi ha paragonato ad Adriaan.
Adriaan, che è un personaggio janvanleidiano (che è una variante del picaresco), è l’ennesimo cugino della folta e ben strutturata famiglia Everten, da secoli dedita al commercio – legale e illegale – via mare. È una di quelle famiglie che si fanno Stato, che è un modo colto di dire “mafioso andante”, in cui il capo-famiglia diventa il Capo dello Stato e decide del tuo avvenire.
Adriaan voleva fare il poeta, ma è nato nella famiglia sbagliata. Passa il suo tempo libero, oltre che scrivendo mielose poesie e andando a puttane, lamentandosi degli Everten e asserendo di non essere un Everten. Ha varie teorie cospirazioniste a riguardo, a partire da quella più banale che vuole che sua madre avesse un amante, e quindi lui sia in realtà mezzo-Everten. O magari l’hanno adottato, rapito, sequestrato, e perciò non sarebbe per nulla un Everten.
VB, alle due del mattino, ha tracciato un parallelo che vuole:

Adriaan : Everten = Me : Italia

Amo VB perché con l’ironia mi dissacra.
Perché il problema, creaturine, non è il carabiniere. Non per la sottoscritta, che ha imparato a non temere il nemico per mezzo della sua conoscenza. Prendo il nemico, chi esso sia, e ci costruisco sopra un personaggio – e, come accade per ogni personaggio, devo poi capire come sia arrivato a essere ciò che è. Tale meccanica non è granché come studio sociologico (sarebbe un po’ generalizzante, riassumere un intero genere con un personaggio), ma apre alla comprensione. Per questo il mio pantheon creativo vede nazisti, ebrei, spacciatori, magnaccia, deliranti profeti che si autoproclamano re, avvocati e sbirri. Il problema non è il Male, ma la sua banalità – l’ho ripetuto ossessivamente ieri sera, in auto, mentre attendevamo che i carabinieri controllassero i dati. Il problema non è Berlusconi ma il come le persone reagiscano al fenomeno Berlusconi nel momento in cui costui viene percepito così tanto negativamente. “Indignazione” e “dignità” hanno una radice comune. Non c’è indignazione se non c’è dignità.
Il potere non è l’arma che il carabiniere ha in mano – altra motivazione addotta per farmi stare zitta, e mi preoccupo, mi preoccupo seriamente se un’arma ha lo scopo di far tacere un cittadino con la coscienza pulita, me ne preoccupo se il cittadino poi effettivamente tace convalidando così lo scopo – ma, foucaultianamente, la relazione che si instaura tra individui.
Magari il carabiniere ha l’atteggiamento del cane aggressivo per prevenzione – chissà con chi sono abituati ad avere a che fare. Si potrebbe opporre che chiunque è in grado di farsi aggressivo con un’arma in mano, e un carabiniere dovrebbe essere addestrato ad avere capacità di pronta reazione mentre ti tratta civilmente, perché non serve addestramento per farsi forti grazie a un’arma – sono capace anche io, è capace chiunque di farsi forte sull’altrui debolezza.
Magari il carabiniere non lo fa apposta, lo fa per abitudine – e allora il problema non è il carabiniere, ma la reazione sottomessa di chi ci ha a che fare. È il reiterare la performance – l’abbassare lo sguardo e il tono di voce – a riconfermare lo status quo, non l’arma.
Ma si giustifica tutto dicendo che viviamo nella paura. Vivere nella paura significa accompagnare a casa S, che vive in un quartiere residenziale, e aspettare fermi con la macchina finché non ha aperto il cancello di casa e non se l’è richiuso dietro. S litiga con la serratura nuova e non riesce ad aprirlo. Silenzi di imbarazzata immobilità. Apro la portiera, scendo e provo e, mentre provo, le domando:
“Nel caso puoi chiamare tuo marito?”
Respiro e aggiungo:
“Non so perché ho detto ‘tuo marito’ e non il suo nome.”
A posteriori forse lo so: deve essere la traccia rimasta dalle tre mogli di prima. Ho ridotto S alla moglie di qualcuno che non riuscendo ad aprire il cancello deve appellarsi al marito. Ma per fortuna non serve. Ci sono quattro combinazioni possibili per aprire un cancello: gira la chiave a destra tirandolo verso di te, girala a destra spingendolo, girala a sinistra spingendolo e girala a sinistra tirandolo verso di te. La quarta combinazione era quella valida, il cancello si è aperto, risalire in macchina e poi a casa a far ridere VB imprecando.

Cody Horton è figlio della minaccia peggiore, che non è quella del potere su di te, ma del potere attuato su qualcuno che ti è caro – se vuoi far tacere la sottoscritta dinnanzi al carabiniere molesto dille che a rimetterci non sarà lei ma il suo amico.
Cody Horton aveva, in comune con me, una certa sordità alla minaccia diretta. Il padre poteva picchiarlo a sangue, e l’ha fatto, e Cody Horton non è cambiato di una virgola. Il padre, sagace, ha mutato minaccia: se Horton non avesse abbassato lo sguardo, sarebbe stata sua madre a rimetterci.
Per questo Horton è diventato uno sbirro: per non poter essere più minacciato.
L’importanza di chiamarsi Cody Horton si riferisce all’attuale Horton, quello trentenne, che non deve più preoccuparsi di certe cose. Horton mi tiene compagnia in questi giorni, mentre cammino per strada, per questo volevo scriverne di nuovo.
Horton è un vestito invernale, che sta comodo addosso soprattutto quando nevica. Della neve ha le orecchie sgombre da ogni disturbo, lo sguardo libero da impedimenti. Kiel mi ha ben rivelato la pace assoluta della neve, addolcendomi i pensieri di morte. Gran merito a un luogo che ti addolcisce la morte e ti mostra, dopo anni – anche se non serve più – in quale modo si possa morire senza soffrire. È la sofferenza che Horton teme, non la morte. Mea culpa. Adesso so che, se un giorno volessi ammazzarmi, mi basterebbe andare in un luogo dove la neve ti arriva almeno alle ginocchia, sedermi su una panchina e aspettare. C’è una fase iniziale di vaga sofferenza, che ho già oltrepassato una volta e so quindi di poter oltrepassare di nuovo, e poi le ossa dolenti cominciano a perdere sensibilità. Si arroventano per qualche minuto, e poi tacciono. Aspetta ancora un po’, immobile quanto puoi, e arriverà il sonno – quel sonno che io rincorro ogni sera, e devo aspettare paziente perché non arriva mai, che ti scioglie le contrazioni muscolari e ti trascina verso l’abbandono. Gli occhi bruciano di stanchezza, congelato sotto la neve, e devi fare appello alla razionalità per deciderti ad alzare quel culo e tornare a casa, perché sarebbe così facile rimanere lì, seduti sulla neve, addormentandosi dolcemente.
Requisito fondamentale per tale dolce abbandono è non temere la morte, suppongo. Horton, a mia differenza, fa qualcosa in più: ogni tanto le sussurra dolci richiami. Horton, nei miei panni in una Kiel innevata alle 3 del mattino in un paesaggio perfetto, probabilmente non avrebbe mosso un muscolo. La vita di Horton gli appare meno potenzialmente attraente di quanto la mia risulti a me, evidentemente. Io alle 3 del mattino ubriaca nella neve ho mosso il culo e trascinato quello di un bretone ubriaco a casa al caldo. Il bretone mi ha ringraziato per avergli salvato la vita, ma le parole sono vanitas dinnanzi alla contemplazione del concetto. Chissà cosa ricorda il bretone nella propria testa, chissà se disteso nella neve ci sarebbe rimasto se non l’avessi trascinato di peso a casa. Il punto non è se sarebbe sopravvissuto o meno (qualcuno lo avrebbe raccolto), ma cosa avrebbe significato nella sua testa vivere sapendo di non essersi alzato. Chissà quanto ciò può cambiare la percezione di sé, della vita e della morte.
Ma comunque.
Horton è un cappotto comodo da indossare in giornate fredde. Dovete mettere le mani in tasca e camminare con l’indifferenza propria di chi non ha fretta di levare il proprio culo da una panchina innevata. I vostri passi non saranno nient’altro che passi, tendere i muscoli della gamba per il solo funzionale scopo di procedere. Né troppo di fretta, né troppo lentamente. Dovete camminare come se foste nel bel mezzo di una nevicata natalizia, con babbi natale elettronici che in lontananza cantano mielosi auguri. I fiocchi si depositano su di voi in silenzio, e hanno dentro tutto: l’idea, contrapposta, di un locale caldo in cui infilarvi per bere una bollente tazza di caffè e il tepor-torpore di una panchina su cui abbandonarvi. Dovete farveli cadere addosso come fossero tracce di consapevolezza di morte, e perciò d’immane peso, e sentirli al contempo leggeri come le vostre gambe. Potete mettere tutto in quei fiocchi di neve – i più grandi conforti e le più atroci minacce – la candida sostanza si presta bene a contenere ogni significato. È la perfezione invisibile e fragile di un fiocco – e ricordo un giorno, a Berlino, osservarne uno posarsi sulla mia spalla, così grande da riconoscere la forma del cristallo. È stato un momento onirico, il vedere quello che c’è sempre e non si vede mai. La neve che è gelida e bollente, ed è dolce mentre punge il palato – ficcateci dentro tutto, gli estremi da voi concepiti, e fatevela cadere addosso senza fretta di rifuggirla, né quella di accumularla.

La festa è stata spettacolare e io ho un fottuto disturbo istrionico di personalità. Chissà se ne soffriva anche Loki. Ma dovreste proprio leggervi la Lokasenna.