teodicea

Come nel grande, così nel piccolo.

In questi giorni ho accumulato modi in cui iniziare a scrivere. Di una cosa, avrei dovuto scrivere, ma le cose si sono intervallate e fuse e non so più quale sia l’inizio. Forse perché nulla ha un solo inizio.
Potrei iniziare così, ad esempio:

Il primo è stato F.
Il suo messaggio di auguri ha spaccato il minuto. Me l’aspettavo, ma non ho abbastanza memoria per ricordarmi ciò che mi aspetterei. E così il suo stupendo messaggio è giunto in qualche modo inaspettato, e con un inaspettato sorriso sono andata a dormire.
La seconda è stata A o forse VB. Dipende da ciò a cui vogliamo dar corda, fabula o intreccio.
VB ha salito le scale piena di borse al rallentatore per non fare rumore. Per non fare rumore ha aperto la porta di casa con minuscoli movimenti, il tutto per mettere in frigorifero quattro cupcakes fatti su misura per me, come piacciono a me. E’ uscita di nuovo, nel massimo silenzio, per poi rientrare normalmente, così che io pensassi che stava arrivando in quel momento. Tutta ciò perché potesse, poi, farmi una sorpresa. Solo che io non ero in casa, in quel momento: ero appena uscita per andare a controllare come stessero le gattine.

… Ed ecco che manca un dato. Chi sono queste gattine? Da dove vengono? (Dove andranno?)
Ma comunque…

E quindi ho sentito prima A, perché la sorpresa di VB è stata posticipata alla sera. A mi ha chiamato, io ho risposto, e lei ha cominciato a cantare. Happy Birthday, Mr. President… E’ da più di dieci anni che la voce di A (beh, A nel suo complesso, riassunta nella sua voce) mi fa sentire come un nerd brufoloso improvvisamente coccolato dalle inaspettate attenzioni della più bella della scuola. Avevo una cotta per A, quei dieci anni fa. Ora non più. Ora la amo come si ama un essere umano che si conosce meglio delle proprie aspettative. Ma comunque la sua voce mi fa sentire il nerd di cui sopra, mentre mi canta Happy Birthday, Mr. President…
Poi ha chiamato L.
Mi ero detta che avrebbe potuto chiamare per “fare la cosa giusta”, nonostante una diffusa iconoclastia tra di noi. Non so festeggiare il mio compleanno, sapete? Fingo di saperlo fare. Ma la chiamata di L ha il valore di una goccia d’acqua nel deserto, anzi no, miele, di quello che ti cade sulla labbra ed è dolce e riesce anche a dissetarti. Ma è solo una goccia e la sete è rimasta, nelle ore, nei giorni seguenti. Quella sete che il mio fatalismo cataloga come “sentimento”.
Poi è arrivata la sera, e la mia incapacità di farmi festeggiare. Perché? Me lo sono chiesta. Me lo chiedo. Ho mangiato quel cupcakes riconoscendone l’enorme valore e non sapendo avere l’entusiasmo che VB ha vissuto nel farmelo preparare, nascondermelo nel frigo, farmelo trovare. Mi sono sentita di nuovo il nerd di cui sopra, ma per un’incapacità diversa. Poi al nerd è subentrata quella parte di me che si autocelebra lo sterno. Perché, sapete, c’è chi ha delle belle tette e chi un bello sterno, e io ricado nella seconda categoria. Un giorno riuscirò a far capire al prossimo a me sconosciuto che non le voglio, quelle tette grosse, e che amo il mio sterno. VB lo sa, e così mi ha regalato una collana fatta apposta per farlo risaltare. Come piace a me. Come lei sa che mi piace.

E questo sarebbe solo un modo di iniziare. Uno tra tanti. Ad esempio…

Avevo appena letto l’incipit del romanzo di I. Distopico futuro, due bambine che rimangono orfane prima che si abbia il tempo di capire di che male il mondo stia morendo. Bravo, I, me l’aspettavo ma non me l’aspettavo così. Mi hai avvinghiata. E mi hai inculcato dentro il fatalismo delle due bambine.
E così, quando quel venerdì sotto casa ho trovato due gattine miagolanti, ho sì cercato di agire con distaccato ottimismo. Dai loro cibo, acqua, non avvicinarti. Troveranno la loro strada. O la madre troverà loro. Intanto controllale dal balcone. E sono ancora lì, a sera, e nessuno sa da dove vengano e dove andranno…

O potrei iniziare dall’ultima cosa che ho scritto in questo blog: di come io ami andare sul mio balcone, in quella mia solitudine, a staccare foglie secche dalle piante.
Non ho scritto, allora, di come quella solitudine fosse minacciata da una presenza umana.

Femminile. Con un gatto. Vivente un balcone sotto, davanti al tuo, a meno di dieci metri di distanza da te. E ci si saluta, vedendosi entrambe accompagnate da gatti. Ci si scambiano, come vecchiette ma più impacciate, le poche parole che riescono a passare da un balcone all’altro. Quanti anni ha il gatto che vive con te? E quelli con te? E innaffia le piante, stendi il bucato, fuma. Poggia il culo sulle piastrelle, butta un occhio al balcone, alza la mano in un saluto intimo e distante. Non sei abituata a questa convivialità. Neanche a tale distanza. Non sei abituata a quell’essere una persona nella vita dell’altra quotidianamente, seppur lievemente, senza un motivo specifico. E così ti perplime e fa sorridere, questa situazione. Ti perplime e fa sorridere questo tuo modo di essere.

E poi, dopo l’incipit, dovrei passare al climax. Quando è avvenuto? Quando sono scesa, a sera, a prendere quelle due gattine ancora miagolanti, mi sono fatta mordere e graffiare per portarle a casa di quella semisconosciuta sapendo che avrei dovuto trovare loro una casa?
O il sabato in cui ho festeggiato il mio compleanno, in cui c’era anche lei, che ormai conoscevo di nome, e ho conosciuto più intimamente di quanto in una qualsiasi altra situazione avremmo potuto conoscerci solo grazie, in fondo, a due gattine raccolte dalla strada?

E facciamo un salto a questo presente frenetico che chiude cerchi, mentre aspetto una telefonata di G per accordarci per stasera. G a cui ho detto, la sera della cena, che mi spiace di questo mio apparire così fredda e distaccata. Mi spiace perché so di poter ferire le persone, con questo mio modo di esprimermi, o non esprimermi, quando a G mi sto affezionando. G che mi darebbe uno strappo a casa di P (a cui sono debitrice), dove nel frattempo sono finite sia le gattine che la donna che le ha prese temporaneamente in casa, lei che di problemi ne aveva già abbastanza. Non che i problemi manchino mai. E infatti avrei voluto iniziare a scrivere, tra i mille incipit, di quel signore che se ne sta su una spiaggia a poltrire e poi s’imbatte nella sempre irrisolta teodicea. E torniamo all’eterno presente di L.

Il signore sulla spiaggia smette di poltrire e, alzandosi, nota uno scarafaggio che, sul dorso, zampetta furiosamente per girarsi. Il signore, colto da compassione, si china e lo ribalta, lasciando che lo scarafaggio zampetti via. Poi ne nota un secondo, a un metro di distanza. Allora il signore si avvicina e ribalta anche quello, guardandolo fuggire libero dal proprio destino. E ce n’è un terzo. E un quarto. E al decimo il signore si solleva e guarda la spiaggia: l’intero litorale è coperto di scarafaggi sul dorso.

Non sono un’idealista. O, meglio, sono di quel genere di idealisti che non sa darsi limiti, e così diventa fatalista – e, nel mio caso, si rifugia in un vivere quotidiano che nel piccolo riconosce il grande. Uno scarafaggio. Le due gattine. Lorenzo morto che, nel sogno di stanotte, mi fissa senza occhi e non vuole saperne di sparire. La sigaretta che sto per fumarmi sul balcone staccando foglie morte, guardando una finestra dove non c’è più nessuno che – per sua fortuna – possa salutarmi.

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