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Corso di scrittura creativa diseducativo – Seconda lezione: Fai un patto faustiano con il tuo Genie, ovverosia: celebrati

Dato che l’altro giorno mi sono divertita a scrivere la prima lezione del mio corso di scrittura creativa diseducativo, e alcuni tra voi si sono divertiti a leggerla, facciamo quello che si fa con tutti i vizi degni di questo nome: continuiamo.


SECONDA LEZIONE:
Fai un patto faustiano con il tuo Genie, ossia: celebrati
 

All’incirca due secoli e mezzo fa esisteva un megalomane di nome Goethe. Quest’uomo, come Leonardo, aveva il brutto vizio di essere curioso, e di esserlo con successo. Wikipedia riassume il tutto definendolo un uomo universale, che in soldoni significa: Lui ha fatto tutto, tu in confronto nulla. Ma non era l’unico motivo per cui Goethe era un megalomane.
Il nostro Johann viveva in una Germania in cui a comandare erano gretti signorotti locali, la cui comprensione delle arti raramente superava quella di un parvenu che al posto dei gioielli s’imbelletta con forbitismi. Non esattamente il clima migliore per rimpolpare l’ego di un intellettuale, insomma. Aggiungeteci il Pietismo, che elogiava l’auto-umiliazione degli individui, e avrete il Romanticismo tedesco: una cerchia di tardo-adolescenti con tanta voglia di ribellarsi ma, in fondo, il terrore di far incazzare papà – o, peggio ancora, deluderlo. Il Romanticismo tedesco è l’epoca della frustrante Sehnsucht (in soldoni: voglio qualcosa che sento appartenermi ma non so neanche se esiste), del contemplare la Natura sentendosi minuscole e inutili pedine del piano di una Madre Crudele, della nostalgia per i bei tempi in cui l’uomo era stupido (non ho mai detto che i romantici non fossero arroganti; ironia della sorte, lo era a loro svantaggio), e, insomma, di quel disagio esistenziale e di quel senso di inadeguatezza che caratterizza molti dei suoi esponenti.
Ma il nostro Johann non è così.
Il nostro Johann sa fare una cosa che i suoi amichetti non sanno fare: il nostro Johann sa fare.
Mentre i suoi compagni di merende scrivono papiri su ciò che vorrebbero fare o essere, Johann agisce. Mentre loro si struggono al pensiero di ciò che potrebbe attenderli, Johann ci va. Mentre loro contemplano le titaniche forze della Natura, Johann le fa proprie.
Ora, direte voi, è facile essere un elemento alpha in una combriccola di melanconici insicuri – e infatti lo è. Ma non siamo qui per dissacrare Goethe (questa non è la lezione sull’emancipazione dal canone), bensì per parlare di ciò che lo rese quella creatura titanica che era:
Lo Genie.
Immaginatevi lo Genie come una specie di genio della lampada personale. (O come un Tyler Durden.) Voi chiedete, lo Genie fa. As simple as that. Ma ci sono due specifiche che bisogna tenere in considerazione:
1) Bisogna imparare a chiedere allo Genie. I coevi romantici di Goethe, ad esempio, ne erano abbastanza incapaci. Lo avevano scoperto (o postulato – poco cambia, tanto funziona comunque) per starsene lì a contemplarlo con lo stesso sguardo estasiato che un wannabe alphaman riserva al protagonista testosteronico del primo film o libro che vi viene in mente. Quell’ammirazione che sfocia nell’amore, insomma, e che porta un carattere insicuro ad autoannichilirsi. I tedeschi romantici, abituati dal Pietismo a farlo, dovevano godere di questa sensazione – o non ne avrebbero scritto così tanto, no?
Il nostro Johann, invece, era riuscito a interagire con il proprio Genie. Si era avvicinato, aveva allungato la mano e aveva fatto il suo patto faustiano – con la differenza che era un patto non con un diavolo, ma come il proprio demone, che guarda un po’ significa anche genio.
La differenza? Adesso ci arrivo:
2) Lo Genie realizza tutte le nostre richieste, ma lo fa tramite noi. Perciò, per metterci al suo completo servizio di modo che possa usarci quanto serve, dobbiamo fare una cosa che conoscete già, ma in un altro contesto: sospendere l’incredulità. Dobbiamo credere che lo Genie sia in grado di farci diventare e farci fare qualsiasi cosa. Lo Genie, essendo una specie di super-uomo titanico, è ovviamente capace di imprese epiche. Ma lo Genie non è altro che noi – e il cerchio si chiude riportandomi a quello che vi ho detto alla fine della prima lezione:
Avete solo uno strumento a disposizione: voi stessi, splendidamente nudi.
Spogliatevi di tutto e troverete lo Genie.

 

C’è ovviamente un motivo per cui vi ho appena tediato con questi delirii sull’importanza di rivolgersi al proprio Genie, ma come al solito è più semplice portare un esempio: Goethe. Che personalmente mi sta sulle palle (facile fare l’elemento alpha tra gli auto-annichiliti), ma che credo pochi – conoscendolo – potrebbero liquidare con un ‘Non ha talento’.

 

Come si fa a conoscere il proprio Genie?
Ovviamente, per non deludervi, vi dirò da subito: non esiste una regola universale.
Lo puoi conoscere alzando la musica al massimo e ballando come se non esistesse nessun altro al mondo. Lo puoi intravedere correndo finché il fiato non viene meno e con esso la percezione dei tuoi limiti. Lo puoi incontrare al bar, mentre per conquistare una persona scopri di avere un carisma che non sapresti riprodurre a comando – e, mentre sciorini le parole giuste, ti soffermi a contemplarti, scoprendo di amare quella parte di te quanto la situazione quanto la persona che vorresti sedurre. Lo puoi incontrare tra le lenzuola, ovviamente, scoprendo che sotto le incertezze, il grasso, la goffaggine o qualsiasi altra indigeribile parte di te c’è un(‘)amante che dell’amore fa un’arte. Ci puoi dialogare, come un Romantico, perdendoti nei boschi e scoprendo che la potenza di cui sei circondato è anche tua. Puoi anche ricorrere a un caro vecchio metodo: con sostanze più o meno stupefacenti (ehy, a volte basta una Redbull).
Non è poi così difficile capire come, lo sai già ma gli dai un altro nome: è quando senti che i tuoi confini – quelli del tuo corpo, quelli della tua mente – si allargano, la paura scompare, e ti senti in grado di fare tutto.
Non per quel senso di trasgressione che caratterizzava alcuni compagni di merende di Goethe, ovviamente. Prendi Schelling, che scappò dal collegio (quello che frequentava assieme a Hölderlin – che come Genie doveva avere Dio, datò che impazzì e passò gli ultimi trentasei anni della sua vita in una torre – e a Hegel, che m’immagino sempre vessare il candido Hölderlin per rinforzarsi l’ego) una volta nella vita e passò la restante vita a parlare, fondamentalmente, di quello: di quanto sia cool essere trasgressivi e alpha. La trasgressione ha un pessimo presupposto: che si riconoscano le regole vigenti. E le regole, di qualsiasi tipo, creano gabbie troppo strette per uno Genie, a cui toccherà mozzare qualche arto.
Risolvi il problema alla radice fregandotene delle regole, non reagendo a esse. Ci sarà sempre tempo per reimmetterle, no? Parlerò anche di questo.

 

Come si stringe un patto con il proprio Genie?
Te l’ho già detto: spogliati.
Ovviamente, andare in giro nudi per strada ha le sue conseguenze. Pensa a Diogene che defecava in piazza: indubbiamente encomiabile per coerenza, l’idealista, ma quanti all’epoca l’avranno stimato per questo e non disprezzato per la puzza che si portava appresso?
Per questo comincia con l’imparare a spogliarti, completamente, quando sei solo. Completamente. Cammina sull’incertezza e sull’imbarazzo mentre balli come un dannato sapendo che, se cinque minuti prima ti fossi visto muoverti così, saresti ancora chiuso in un armadio per la vergogna. Non ignorarlo, accettalo: non c’è cosa che una mente fantasiosa non possa ridicolizzare. E quindi: balla, canta, urla, masturbati, corri senza fiato, fai una qualsiasi cosa finché non senti che i tuoi confini si allargano, la paura scompare, sei in grado di fare tutto e vuoi farlo.
Allora, a quel punto, mettiti al PC (che sarà già acceso) o prendi un blocknotes e scrivi.
Scrivi quello che ti esce in quel momento. Posticipa le regole grammaticali e sintattiche, l’aggiustare frasi tronche, l’evitare ripetizioni, la verosimiglianza e la logicità. Quelle le hai a disposizione in qualsiasi momento, ma lo Genie no. Buttati sulla pagina nudo finché lo Genie ti suggerisce parole. Non correggerlo, non cercare di domarlo perché scriva quanto e come vuoi tu. Lascialo divertire e basta.
Alla fine prenderai un setaccio e lo userai per filtrare quello che hai scritto. Lì in mezzo, in quel caos illeggibile di parole mal scritte, ci sei tu, quel tu che nessun altro ha, quel tu che fa incazzare o commuovere o indignare o piangere il lettore, che è poi quella cosa che la licenza poetica vuole salvaguardare: perché a volte certe cose si possono dire solo stravolgendo il modo in cui sono state dette prima.
Quel tu è il dono dello Genie. Tu hai regole, logica e buonsenso; lo Genie ha questo, e questo è il suo potere contrattuale. Purtroppo lo Genie non sa che farsene delle regole, anzi: le aborre. Per questo il vostro patto faustiano si baserà su una rinuncia: tu rinuncerai a tenerlo ingabbiato per tutto il tempo, lo Genie ti darà quel tu ogni volta.
Più gli neghi libertà, o la circoscrivi, più lo Genie accumulerà pronto a esplodere nei pochi spazi che gli concedi. E’ il trucco della trasgressione: si vive votandosi a un sistema di regole e per preservarlo lo si viola di tanto in tanto, in momenti e luoghi controllati. Allo Genie ovviamente non piace essere trattato com un(‘)amante segreto/a: per questo, per ripicca, t’impedirà di far tesoro di quel tu, facendolo esplodere ogni volta in un inebriante visibilio di cui non rimarranno che le ceneri (e, in molti casi, un vago senso di colpa o vergogna).
Il vostro patto faustiano, quindi, dovrà essere più equo: tu smetterei di vergognarti dello Genie per poi godere segretamente dei suoi servigi e gli permetterai invece di parlare anche al di fuori della gabbia che gli hai costruito addosso. Lo farai parlare a letto, al bar, con gli amici e i parenti. Un po’, solo un po’. Democraticamente, un 50 e 50. Un 50 per te e uno per lo Genie. Un Sai, caro, sei una persona molto piacevole e un ma in questo momento ti spaccherei la faccia, quindi sparisci dalla mia vista. Un Sai, persona-appena-conosciuta, non vorrei essere inopportuna e un ma ti prenderei e porterei via ora, e se nel mezzo ci capita una scopata tanto meglio.
Imparerai a far parlare lo Genie più di frequente, e nel farlo imparerai come chiamarlo. Con un sorso di vino e basta – perché non puoi alcolizzarti ogni volta, con un ricordo portato a galla assieme alle emozioni che porta con sé, con una canzone ascoltata di cuore, o sfiancandosi di addominali finché la testa non pulsa o chi lo sa. E’ così tanto individuale da non esistere regola che io possa darti. Ognuno ha le proprie tecniche. Quel che conta è che lo Genie abbia i suoi spazi e sappia di averli, sì che quando lo chiami non devasti tutto quello che ha attorno – le regole, ad esempio.
Perché le regole ti servono, ovviamente.
Perché io potrei anche far parlare solo lo Genie e dirti che il Superuomo mangia l’uva per i semi, e non c’è orgasmo senza gola secca così come Daath mi sussurra sublimi sconcezze e probabilmente è il mio cervelletto, ma questo è un corso di scrittura creativa diseducativo, non un corso per diventare mistici post-moderni. Se vuoi farti capire, devi ricorrere a quelle regole che pongono convenzioni al fine di comunicare, usando le stesse parole, più o meno la stessa cosa a chiunque. Più o meno.
Non c’è testo che sia completamente saturabile da un’unica e assoluta interpretazione: rimangono sempre interstizi che le regole non possono colmare. Se scrivi chiedendo alle regole di essere il tuo Genie, quegli interstizi rimarranno vuoti (e staresti anche peccando d’idolatria, tra l’altro). Se fai parlare lo Genie, quegli interstizi saranno la parte del tuo racconto/romanzo in cui i lettori si lasceranno cadere con gioia – perché a tutti, in fondo, piace il rapimento estatico.

 

Compito a casa:
Evoca lo Genie ricorrendo a una delle tecniche proposte o alla tecnica a te più consona e fallo scrivere al tuo posto, quindi vai da un/a amico/a e fagli leggere quello che hai scritto.
E’ vietato indulgere nella vergogna.