Il codice Da Vinci

Libri & falsi idoli

Sono cresciuta pensando che leggere libri equivalesse all’essere acculturati e intelligenti.
Ma adesso, quando una persona sconosciuta mi dice che “noi ci capiamo” solo perché entrambi leggiamo, mi sento come un omosessuale che viene approcciato da un uomo perché “se ti piacciono gli uomini, allora ti piacciono anche tutti”.
Ma anche no.
Senza snobismi, per carità. Ma i gusti sono gusti. E i libri non sono un gusto, sono un formato che può accogliere svariati contenuti. Come gli uomini.

 

Non so se la percezione “libri = cultura” fosse illusoria anche ai tempi della mia infanzia. La mia biblioteca, dopotutto, non era – come quasi nessuna biblioteca privata, suppongo – un buon campione dei prodotti venduti in una libreria. Ricordo che – ma forse sono le distorte visioni dei bambini – ogni libro che leggevo mi dava l’impressione di depositarmi tra le mani una perla preziosa. Poteva essere una trama, un personaggio, un’ambientazione, un’idea. Ma so anche che ho una memoria selettiva, e quindi probabilmente ho semplicemente rimosso tutti quei libri da cui non trassi, allora, un che di interessante.

 

Ho continuato a pre-giudicare come interessanti le persone che leggevano per tutta la mia adolescenza, e anche dopo. Non so quando, esattamente, mi sia sorto il dubbio. Forse è stato con Il codice Da Vinci, forse – e molto più probabilmente – con un libro molto meno famoso e molto più scadente.
(Perché, diciamocelo, Il codice Da Vinci non è particolarmente scadente, se paragonato ai libri in commercio in quel periodo. Risulta tale solo perché è stato iper-elogiato, e da bravi lettori nostalgici della Torre D’Avorio ci aspettiamo che un libro acclamato sia automaticamente un libro stilisticamente di valore, ossia di valore secondo i criteri della critica, non dei milioni di lettori che l’hanno letto e reso acclamato.)
Lo scetticismo interiore ha assunto una piega etica con Twilight, che – come molte più persone di quanto si dica – non ho letto. Sfogliare qualche pagina e vedere i film non basta, ovviamente, per parlar male dei personaggi o della prosa o della trama di un libro. Non è il libro, infatti, non il formato che mi ha colpito, ma il contenuto: il messaggio. Quello che, pure, è stato tanto criticato: la fiaba puritana mascherata da trasgressione vampiresca. Che si può condividere o meno, ma non è questo il punto. Il punto è che tale messaggio può stare tanto in un libro che in un film. Così come sia un film che un libro – che un saggio, che un video musicale, che un biglietto lasciato sul tavolo – possono avere una certa mancanza di messaggi. O un’abbondanza, di messaggi. Buoni, cattivi, belli, brutti.
Non è il formato a fare il contenuto. (Suona famigliare, la faccenda dell’abito e del monaco?)
Non lo è nel momento in cui al formato – la parola scritta, in questo caso – non viene più richiesto di avere il compito di fare altro oltre che intrattenere. Né educare (compito dai risvolti paternalistico-aberranti, a volte), né aprire la mente (compito che presuppone una certa arroganza, ma non troppa: anche la cosa più semplice può aprire la mente), né informare (compito che non sarebbe propriamente della fiction, ma la fiction ha la magica capacità di tramutarsi in quel che scimmiotta).
Se la fiction ha il compito di intrattenere, è verosimile che un biglietto di un Bacio Perugina possa apportare più cultura di un romanzo di quattrocento pagine.

 

Non sono per la scuola che auspicherebbe il ritorno alla “letteratura impegnata”. Se oggi vengono pubblicati libri comprensibili da chiunque, è perché oggi praticamente chiunque sa leggere. E questo è un bene.
Credo però che dovremmo aggiornarci. Che dovremmo togliere il libro – cartaceo e in e-book – dall’altarino degli idoli. Smettere di pretendere che i libri siano fatti per acculturare e aprire menti, disconoscendo a tutti gli altri lo status di libri. Perché è di status, che si parla.
Dovremmo smettere quella cultura che ha fatto sì che, per decenni, la gente comprasse libri per metterli in librerie e con ciò dimostrare di essere acculturata.
È qui, quando il formato prevale sul contenuto, che il libro diventa puro status.
Se ce l’hai, sei acculturato. Se leggi, sei una persona interessante e intelligente.
Ma anche no, e toglimi quella mano dal culo.

Il fatto che io legga libri non significa che io sia più interessante di un’analfabeta. Né più intelligente, tra le altre cose. Non lo significa né per me né per chiunque altro. E sarebbe alquanto ridicolo se io basassi la mia superiorità (culturale, intellettuale, whatever) di persona sul fatto che leggo libri, quando un libro può essere specchio di qualsiasi classe sociale, culturale, opinione politica, visione, aspirazione, o mancanza di tutte queste cose.
Il fatto che io legga alcuni libri con enorme interesse e passione non significa che sarò automaticamente compatibile con chiunque legge libri. E non significa, quindi, che basta presentarsi come lettori per sentirmi dire: «Eh, ci capiamo…» Non vi capisco, e voi non capite me. E questo “voi” e “noi” è proprio brutto. Anche se, di fatto, grazie ai libri ho conosciuto persone meravigliose. Ma non sono stati i libri nel loro essere un formato a permettere ciò: sono stati i singoli libri, la singola passione per Genet o per Høeg, o il cercare nei libri – come in qualsiasi altra cosa – uno spunto di riflessione, uno specchio, una forma d’espressione artistica. Bruciassero tutti i libri, quelle persone esisterebbero ancora.
Se bruciassero tutti i libri, intendiamoci, mi spiacerebbe. Perché questa strana e contorta forma d’espressione basata sullo scambio di convenzioni tutt’altro che univoche permette cose che nessun altro mezzo permette. A ognuno il suo, insomma.
Ma basta usare i libri come altri, per lo stesso motivo, hanno usato vestiti di marca.