carne

Carne

Al telefono ha una voce ilare. Isterica, diresti di qualcun altro, ma lui non conosce isteria. Non ha avuto modo. Non ha fatto in tempo. L’isteria, dopotutto, è un lusso – come molti disfunzionamenti.

Ti spedirà un libro sulla carne, e tu pensi: carne, carne, carne. Cinquanta tagli di carne, carne come flesh e come meat e carne ancora ricoperta di pelle, fredda o calda, o sguarnita per essere offerta agli occhi indagatori di uno studioso di anatomia.

Hai scritto la tua tesina del liceo sul Romanticismo, e non sapevi proprio come infilarci anatomia. L’hai fatto innestandoti nell’amplesso amplesso tra sublime e grottesco che tartassava le menti ottocentesche (non tutte, solo alcune: quelle con cui simpatizzavi), sbilanciandoti sul lato grottesco. E allora: deformazioni, endogene o esogene, gemelli siamesi o due teste per un corpo, un gemello al posto dell’intestino che scopri solo quando morte vi unisce, e tutte le sfumature dell’imprevedibile che ti si innesta, appunto, nella carne.

Carne, carne, carne.

Ti spedirà un romanzo sulla carne che tu leggerai immaginando lui farlo sotto i suoi quadri di carne. Una stanza quieta, ampia e vuota, con pesanti quadri alle pareti. Alcuni silenzi sono pesanti come alcuni passati: quelli che acquisiscono presenza nell’essere assenti. Assenza come sintomo di qualcosa. Cosa? L’ineffabile è ineffabile.

Poi c’è la sua, di carne.

Non quella illuminata dalla luce giusta – soffusa e calda, o fredda e chiaroscurante – ma quella che compone il suo corpo, il reliquiario (non amerebbe saperlo definito così, forse) della persona che tu conosci. Il corpo che comunica mutando e soffrendo, punte d’iceberg che spingono contro la pelle.

Non sai se avrà mai il tempo di abbandonarsi agli aspri flutti dell’isteria. Il tempo è tutto.

(E c’è Hölderlin, che così poco conosci – ma è meglio così: che le tue paure possano scivolare in forme che non hai ben definito, non strizzate e compresse finché non scappano, come insetti, in un altro oscuro angolo – c’è Hölderlin che ti sussurra per trentacinque anni di pazzia che ha sfidato il tempo e ha perso.)

E lui corre, così lo vedi ora. Ha sempre corso. Rincorrendo o venendo rincorso.

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