vampires

Masquerade e idoli.

Scrivendo un articolo sul gioco di ruolo

Il giocatore può essere qualsiasi cosa voglia.

È arrivando a questa constatazione che il gioco di ruolo si scinde: da una base terapeutica, e comunque riflessiva poiché permette alla persona di “uscire da sé” per poter osservare come reagirebbe in determinate situazioni e con diversi presupposti, diviene possibile vie di fuga da se stessi.

Ovviamente, non mi sono riservata dal parlare del magnifico non-paradosso che la struttura di Vampiri Live permette.

Il vampiro deve, per poter continuare a esistere nei secoli dei secoli, crearsi una vita “fittizia” come essere umano per fingersi tale.
Quindi, qual è la vita vera?
È il giocatore che di notte si finge vampiro, o il vampiro che di giorno si finge giocatore?

Intanto MediaPlayer e la Provvidenza hanno fatto passare per le mie orecchie Forsaken, parte della OST di Queen of the damned (film che la maggior parte degli amanti di Anne Rice hanno aspramente criticato; a me il videoclippone è piaciuto).
Intanto ho riguardato Stuart Townsend fare un malizioso Lestat; ho guardato la pelle al cerone, la magrezza d’annata e ho ascoltato le paroline annesse. Cose come:

You see I cannot be forsaken
Because I’m not the only one
We walk amongst you
Feeding, raping
Must we hide from everyone

… E via discorrendo.
Ho pensato a quando ero una creaturina di nero vestita, adombrata da trucco che mi cadaverizzasse a dovere, guardando Lo Stuart Townsend di cui sopra e invidiandolo senza astio.
(La sera della visione del suddetto film avrei cacciato perentoria un fu Marco da casa mia dicendogli una cosa come “non voglio territoriali voivoida a segnare il territorio in casa mia”, e questo perché aveva guardato intenerito una purple_vertige attaccata al mio braccio destro a succhiare sangue mentre lui stava sul sinistro… Che strana cosa, la vita.)
Pensando a bocconcini mentre guardavo il videoclip, mi è arrivata in botta la fu consapevolezza, quel desiderio d’essere immortali e non avere limiti sul tempo.
Ok, il “non avere limiti sul tempo” lo condivido a tutt’oggi.
Ma ai tempi c’era qualcos’altro.
C’era il sentirsi esterni a tutto questo. Fuori dall’umanità, fuori dalla storia. Intaccabili. Saggi di una non-vita in cui non si cresce mai perché non si deve fronteggiare la morte. E la decadenza, soprattutto. Il lento mortificarsi del Creato…

Ma i live di Vampiri non hanno mai funzionato, con me.
I giocatori erano troppo cessi.
Sgraziati.
Invidiosi.
Impacciati.
Problematici.
Ridicolmente esaltati.
… E via discorrendo.
(cauchemar_73 a parte, mio dolce cicisbeo – ma non ho avuto l’onore, ai tempi, di giocare con te – anche perché, a ben pensarci, avrei potuto prendermi una cotta per te oh mia bella lady oscar della situazione, e avere ancor più problemi di quanti già non avessi. :P)
Non ho mai compreso come potessero le persone vederci qualcosa di anche solo simile all’austera e infantile (…) solennità che un vampiro dovrebbe avere.
Avrei finito tutti con un lanciafiamme, per quanto li vedevo fallibili.
(Ero una creaturina pacifica. E tollerante. Come oggi.)
Quindi, ho smesso.

A tutt’oggi l’unico idolo che mi viene in testa io possa avere, benché questa sia affermazione da prendersi con le pinze, è un pappone saltimbanco che si autoproclamò Re-Profeta di una città, facendo abbattere i campanili perché segno di arroganza e imponendo la poligamia; finì torturato, ucciso e poi, cadavere, umiliato in una gabbia esposta al pubblico ludibrio.
(Jan di Leida.)

… Forse stavo meglio una volta.

(Torniamo all’articolo, sìsì.)

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