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Riluce, riluce, riluce

Apri il blog dopo aver aperto infinite finestre, questa sera.
Prima, il file nominato Valutazioni. Ti aspettava al varco, il bastardo. Tu che come insegnante ti chiami facilitatrice, e da tale rinunci con gioia a dare voti ai tuoi studenti/apprendenti, ti trovi non solo a dover valutare ottantaquattro racconti, ma anche a doverli mettere in ordine di preferenza. Questo è il momento di menzionare La scelta di Sophie a sproposito – dato che non l’hai letto – e lamentarti del pesante fardello di dover dire la tua sulle viscere altrui, che Altrui ha messo in formato prosa e sottoposto a te. Meraviglioso e orribile. E ora hai finalmente la tua classifica definitivo-provvisoria. Solo un ultimo check. Domani, magari.
Poi, hai aperto diversi files dalla cartella Recensioni. Una de Il medico tedesco da rileggere e far feedbackare, una de La notte eterna del coniglio da finire e far feedbackare. L’hai conclusa in fretta, forte della frenesia con cui le parole ti scorrono in testa in questi giorni. Non sai se sia scioltezza o delirio, ma una cosa la sai: è voglia di scrivere.
E così, infine, apri la cartella I Neocaravaggeschi. Sì, il romanzo. Il romanzo che ti manca – come ti ha ricordato oggi il parlarne con M. Vuoi scrivere-scrivere-scrivere. Dopo aver letto in Se una notte d’inverno un viaggiatore di quella soglia che c’è tra lo scrivere e il leggere criticamente, ti è venuta l’ansia. Sai ancora scrivere con piacere? Certo che sì, ti sei detta – te l’ha detto la smania di farlo. Ma dovevi provare, riconfermare, e soprattutto sfogare.
E così hai buttato giù qualche frase. Scorrono, le male-benedette. Potrebbero scorrere meglio, ma scorrono. E per farle scorrere meglio, vieni qui a rodare.

Nel sogno di stanotte, tra i mille cani che cospargono i sogni dei tuoi ultimi mesi, uno attraversava una strada trafficata. Era uscito dal cancello di una villa, lo sapevi; sapevi troppo per lasciarlo lì come se niente fosse.
E allora si accosta, ci si volta e si fa un cenno al tizio che se ne sta impalato di fianco al cancello. Chi è? Una guardia, ma certo. Lo sapevi. Sai che cos’è quella villa. Di chi è. Anzi, di chi era. Poi è arrivato un figuro che nel tuo sogno è il Colonnello, ma non è il Colonnello, no, o meglio, lo è, ma è un altro colonnello, uno di una virgola più importante e quindi di una virgola più temibile nel suo diritto di prendere decisioni. E ville. Come questa, da cui questo povero cane – tra i mille cani che indicano direzioni nei tuoi sogni – è appena uscito.
Quando ti fermi per assicurarti che l’uomo di guardia faccia rientrare quel mezzo lupo innocuo sai che è già troppo tardi. Hai toccato la soglia, l’hai sfiorata, l’allarme è scattato. Il Colonnello sa che sei qui. Sai, sapevi, che non avresti dovuto. Non per tutelare te stessa – figurarsi, testa di cazzo che non sei altro, se questo pensiero riesce a sfiorarti, tantomeno in un sogno – ma per non complicare il quadro a chi tanto si cruccia per la tua tutela. Ma ormai il passo l’hai fatto, il filo della ragnatela vibra, ed eccolo qui, il SuperColonnello, che arriva a passo leggero e deciso con un sorriso da malvagio calcolatore che s’impone con grazia. Sembra uscito dal più becero film. Te lo dici anche, nel sogno. Come ti abbandoni a un’estetica così scontata, mia cara. Ma così va, anzi, va pure peggio: con quel suo fare compiaciuto, il SuperColonnello ti si avvicina, aggraziato ma determinato mentre entra nel tuo spazio vitale – perché lui può e lo sa e sa che lo sai – e ti appoggia una mano sul fianco. E’ solo un proemio, e lo sai: il meglio viene subito dopo, quando il SuperColonnello ha il graziosissimo ardire di allacciarti una cintura alla vita. Una cintura speciale. Una cintura “tecnica”, piena di spazi vuoti in cui incastrare tante sconosciute e meravigliose cose che indovina un po’ chi solo potrà fornirti?
E così segui il SuperColonnello nella villa che ha espropriato, creatura piena di vanità.

Reality is stranger than fiction e lo sai, e sai che lo sanno anche loro – sì, voi altri, lì, che ora colloco di fianco a me – ma semplicemente in questo periodo lo assapori. Niente di eclatante, no, figurarsi: il Diavolo sta nei dettagli, le rivoluzioni nella vita quotidiana, il paradosso ai margini del campo visivo. Così lo assapori con tranquillità d’animo – beh, più o meno, dai, non ci possiamo lamentare – constatando come tu ti stia assestando. Qualcosa sta cambiando. Qualcosa di ampio e sottile. Chiamiamola prospettiva. Un ulteriore passo che ti allontana dalla cosiddetta “realtà condivisa”, ma non perché tu stia diventando pazza. No, il passo affonda in un terreno più tangibile, il fango rimane sulle scarpe, ed ecco che semplicemente procedi con la tua vita contemplandone la direzione. Sapevi già tutto, in fondo – tutti sappiamo già tutto, in fondo – e questa non è che l’ennesima riconferma, forse un po’ più fantasiosa (ma neanche tanto, suvvia), e tu ti domandi soltanto se questa distanza che stai coprendo ti allontanerà da cose che non immagini. Sai a che cosa ti avvicina. A che cosa, non a chi – quello è troppo chiaro per specularci, no?
Ti avvicina a quella percezione delle cose che viene ravvivata dai simboli. Mentre scrivi di nuovo di Emanuele, protagonista de I Neocaravaggeschi, dopo mesi, ti dici che forse si è aggiunto un livello a quelli da cui puoi attingere per rendere iper-dimensionale la realtà fittizia che descrivi. Eccolo lì, lo intuisci – è tangibile e sottile e tagliente come la sicurezza del SuperColonnello che – indovina un po’? – sempre da te viene. Riluce il sorriso da cattivo da operetta del SuperColonnello, riluce una mattina post-sbornia nelle piccole onde create dalla gondola che si aggira per la Venezia che riporti a galla, riluce il sorriso di una VB ancora dormiente che svegli spingendoti contro di lei.

Amor & morte – e altre puntuali fatalità

Una doccia per lavare via tutto.
Lo stress, il mal di testa, i lutti da consumare e quelli che non consumerai mai, la stanchezza e l’entusiasmo isterico, le movenze da automa e gli automatici sorridi con cui ti consoli.
La chioma sansoniana ancora umida. Ma è sansoniana, e quindi: chi ha voglia di asciugarla?
Se i miei capelli dovessero divenire un simbolo, sarebbero qualcosa di enorme, ingestibile e invadente. Nonché vanesio. Mi oscureranno, un giorno.

VB è partita per fare ricerca all’Archivio Segreto Vaticano.
La immagino, nei prossimi giorni, china in quel suo profilo così seducente – ehy, non sono io a dirlo: è riconosciuto da più persone – mentre si concentra su un qualche documento. So che non aspettava altro e che quindi un po’ lo temeva. Vorrei essere una mosca per osservarla nel momento in cui, in una qualche sala che non so immaginare, il timore svanirà e la ricercatrice verrà a galla. La determinazione ha un suo sex appeal. Forse per questo diventa sexy quando si concentra. O forse lo diventa perché posso osservarla in sé, non mentre si modula per interagire con me.

Sono giorni frenetici e che non lasciano respiro. Sembra di camminare sotto una pioggia scrosciante, una di quelle che non ti permettono di vedere a dieci metri di distanza, e corri e annaspi per qualche secondo nella vana speranza di non uscirne completamente fradicia. Sai che non ci riuscirai, ma ci provi – di default o per qualche istinto ineludibile, chissà – e un po’ attendi il momento in cui i vestiti ti si attaccheranno addosso e potrai finalmente arrenderti.

Sono giorni in cui rimando l’apertura delle dighe.
Non so che cosa ci sia lì dietro – non so se potrò richiuderle. Tento, ora, di lanciare occhiate, perché tacere e tacere porta all’obnubilamento. Io, poi, non ricordo nulla. La mia memoria è così carente da rasentare il grottesco.
E così sbircio, scrivendo qui, l’oltre-la-diga.
Dove c’è L morto e VB che non c’è e ne sono felice e un po’ immalinconita, con lo stomaco svuotato dagli antidolorifici presi e sollevata dall’aver ceduto (non li avrei presi; cerco sempre di non prenderne; che bello, a volte, trasgredire e scoprire il lato positivo di certi patti faustiani: il mal di testa che, improvvisamente, magicamente, svanisce), con T che arriva domani e questo senso di iper-realtà e iper-irrealtà che un po’ coesistono, un po’ s’intervallano.
Ero a casa di L giovedì. Avremmo dovuto, da piani originali, discutere del romanzo che stavamo scrivendo a quattro mani. Di persona si fa meglio, aveva suggerito. Nel piano originale sarei dovuta rimanere nel Lazio più a lungo, qualche settimana, e avrei passato qualche giornata ospite a casa sua. Full immersion nel nostro romanzo messicano. Fantastico. Poi è arrivato un lavoro come insegnante di inglese e… Beh, si riduce. Passo a trovarti un pomeriggio, mi fa piacere. Sì, OK, tanto non sto molto bene. OK, passo appena posso.
L era consunto e smagrito come una persona che sta male. Mi ha ricordato il mio vecchio gatto, L che chiamavo – che chiamo – Occhi Dolci. L dagli occhi azzurri e limpidi e immensi, malinconici ma affettuosi, speranzosi. L che scriveva dei propri personaggi con l’affetto di un Dio che ama la propria creazione, e che mi bastonava con ironia e dolcezza perché io, invece, no. Io sono la scrittrice un p’ snob che architetta, prende le distanze, fa la chirurga. E amali, questi personaggi. E parla con il tuo lettore. E hai ragione, L, lo so, ma sono fatta così. Scrivere con lui sarebbe stata un’immensa sfida. Lo è stata, per quel poco che abbiamo scritto. Avrei imparato ad amare – avrei imparato ad amare il lettore passando dall’amore per i personaggi, che avrei imparato seguendo lui.
Ma L è morto e non ho un cazzo da imparare. E mi sale quel magone che è brutto anche da scrivere. E sta’ chiusa, diga.
Quando l’ho scoperto avevo ancora i graffi della cucciola di cagna che gli girava per casa – una creaturina con i denti ancora affilati e un’esuberante voglia di dimostrare le proprie potenzialità. L, sul divano, parlava lentamente lamentandosi suo malgrado. Non gli piaceva lamentarsi, ma non stava bene. Anzi, stava proprio male. Ma non così tanto male, capite? Ho pensato – anzi, mi ha detto – che avremmo ripreso con il romanzo quando si sarebbe rimesso. Il fastidio di procrastinare ma il goderselo al contempo. Intanto, avrei definito dettagli e rodato idee.
E invece no. Invece un cazzo. L’incipit è lì e scotta. Un giorno lo riaprirò e verserò lacrime bollenti e appassionate come quelle che il caro – come si chiamava? Juan? Pedro? Può essere – avrà versato in silenzio e contrizione nella propria orgogliosa solitudine in quella trama del cazzo che non diventerà mai un romanzo. Amen e mi berrò una Corona a gola chiusa.
Ho evitato di soffermarmi su Facebook per un paio di giorni per evitare di leggere i necrologi. L era amato da un sacco di persone. Facilmente intuibile il perché, ma non mi aspettavo così tanto. Ma non volevo, non voglio, leggerli. Non so perché. Sarà la diga o la vanità o chissà che cosa. Non voglio, ma al contempo mi rimastico tra le sinapsi quel poco che ho letto e sorrido. Una donna mi ha addirittura ringraziato perché lo aveva conosciuto tramite me. Mi ha ringraziato con gratitudine manifesta. Questo era l’effetto di L.
Ho detto a VB della sua morte in tono grave mio malgrado. E poi sono andata ad abbracciarla. Mi è spiaciuto per lei, sinceramente. Di solito, quando qualcuno crepa, guardo perplessa alla sua costernazione. Non conosco vie di mezzo. Il 95% delle persone che conosco, se crepasse, mi tangerebbe quanto un film: al momento lo vivi, ci rifletti, poi finisce più o meno lì, salvo ri-pop-uppare di tanto in tanto quando altri discorsi lo richiamano. Con L è stato diverso. Non so perché. L’ho percepito da quando ho intuito la sua morte nei necrologi. E sono andata da VB e l’ho abbracciata dispiacendomi sinceramente per lei, immaginando che il suo dolore sarebbe stato maggiore del mio.
Come si può comparare il dolore di due persone?
Non si può.
Si suppone, e ho supposto. Supporre che il suo dolore fosse maggiore aveva i suoi lati positivi, ovviamente: spiaciti per lei, ora, non per il tuo dolore.
Ora che VB non c’è, però, che cosa faccio?

Vivo in giorni tra iper-realtà e iper-irrealtà e mi domando, appellandomi alla mia pessima memoria, se non sia la cattiva magia della morte.

Perché poi c’è T. Che arriva domani. Quant’è inverosimile dirlo. T che è iper-reale e iper-irreale nei miei sogni come nei miei pensieri. Morfeo me lo mette tra le braccia come un essere tridimensionale e tangibile, come se l’avessi conosciuto e annusato e assaggiato e toccato tutte le volte necessarie a renderci un corpo familiare. Poi, nel sogno successivo, T non esiste neanche. E’ un parto della mia mente, una costruzione avvenuta alle spalle della mia lucidità – e la restante parte di me, incredula, va a cercare di decostruirlo – ma incappa in quei pochi, pochissimi ma solidissimi, dati che ho su T, che mi rendono impossibile il liquidarlo.
E T arriva domani.
Dopo mesi e mesi vissuti interagendovi virtualmente come se, anziché conoscerlo, l’avessi ri-conosciuto. T che arriva proprio adesso, incastrato tra la morte di L, tra il lavoro come insegnante appena iniziato, tra mille piccole insidiose cose che gridano la loro priorità. T arriva in un momento in cui il resto di me si era così ben strutturato per farsi pragmatico e non pensare – ed è quando il pragmatismo, quando la tangibilità della vita quotidiana si presenta, che T tende a farsi effimero. E invece no, arriva domani. Ed è come se ieri fosse il 16 agosto e domani fosse Natale, e la cosa è così illogica che tutto viene messo in discussione. Ad esempio, il Natale esiste? Il suo arrivo è così reale e irreale che intervallo sorrisi beoti al distacco pacato di una superficialità cocciuta.
T arriva domani e perciò il lutto di L è stato posposto. Mi raccoglierò, poi, in me ed elaborerò. Poi. Quando le mie mani saranno così colme di T che sicuramente qualche granello – di L, di T, di VB che si dà alla ricerca, del lavoro o di chissà che cosa – mi sfuggirà e scivolerà direttamente nell’inconscio senza essere filtrato. Ho detto di essere una maniaca del controllo? Ma solo su alcune cose. Quelle stupide e importanti, direi.
L è stato procrastinato ma non l’argomento del periodo: la morte. T ha sempre tenuto a ricordarmi – o ricordarsi? O ricordarci? – che potrebbe scomparire da un giorno all’altro. All’inizio era un mettere le cose in chiaro che capivo: condividiamo una certa tendenza a sentirci ingabbiati in fretta. Poi è diventata la malattia mescolata al suo lavoro. Poi è tornato il suo lavoro, il suo sparire per due (saranno due? Grazie, memoria, per non servirmi degnamente) mesi sfanculato Dio sa dove, e in quel non-dove è riemersa l’esigenza di ricordarmi/si/ci quanto la statistica sia contro alla sua sopravvivenza. Ero arrivata a pensare – dopo tutti questi mesi di frustrante conoscenza solo virtuale – che la cosa fondamentale era che io lo incontrassi di persona. Che crepasse, poi. Non era un augurio, ovviamente, né tantomeno un’espressione del mio menefreghismo, ma la necessità di dare un nome, di dare carne, a una cosa – persona, in questo caso – prima di accettare il fatto che può venire meno.
E domani arriva.
Licenza di qualche giorno non sapendo se poi dovrà ripartire. Ma non riesco a pensare al futuro, in questi giorni. L’accumulo di cose urlanti la loro assoluta priorità mi ha gettato in un’immanenza quasi totale. C’è il momento, fine. Immagino che la dipartita di L acuisca questa tendenza. C’è il momento e non ci penso neanche tanto. Mi do obiettivi a breve, brevissimo termine. La lezione, domani, con l’ultima studentessa che devo ancora incontrare. So che cosa fare, so più o meno come farlo. Tornare a casa e sbrigare quel che c’è da sbrigare. Una doccia, una cena, andare a prenderlo in stazione. Il momento in cui T – e tutti i modi in cui la mia mente lo evoca – diviene una presenza tridimensionale davanti a me. L’esigenza di aggrapparmi a quello sputo di carne e sangue per riacquisire un senso di realtà, come se dalla sua realtà dipendesse la mia. La frase suona romantica, ma io sono io, e quindi è solo cervellotica: T ha troppe cose in sé che ritrovo in me, e al contempo troppe cose che sono altro da me; T rappresenta, in parte, una parte di me che viene raramente chiamata in causa. Che ha raramente spazio. Che viene raramente seguita. Se lui esiste, quella parte ha senso. No, non è una questione di senso: ha tangibilità. Mentre si preoccupa di spiegarmi tutti i motivi per cui dovrei non volerlo nella mia vita – e lo capisco anche, e apprezzo questa sua chiarezza – io penso a quanto poco contino, a quanto contino solo nella misura in cui lo compongono, a quanto contino solo in quanto parti di lui, non in quanti generali e vaghi concetti da considerare in relazione di un generico e impersonale essere umano.
Come se gli altri fossero tutti santi.
Come se la morte esistesse solo se la chiami per nome.

VB finalmente fa ricerca nell’Archivio Segreto Vaticano, L è morto e T arriva domani.
Alleluja.
Amen.
Ridi, Dio, ridi. Scandiscimi le giornate con la tua risata.

Corso di scrittura creativa diseducativo – Terza lezione: Sputa su Alessandro Manzoni, ovverosia: relativizza

TERZA LEZIONE:
Sputa su Alessandro Manzoni, ovverosia: relativizza
 

Ho frequentato un liceo artistico, uno di quei luoghi in cui hai quaranta ore settimanali di cui solo due di letteratura. Insomma, se fosse stato solo per il liceo, oggi non azzeccherei neanche un congiuntivo. Ma un lato positivo, enorme, c’è:
Non sono stata costretta a passare giornate studiando I promessi sposi, né tantomeno La divina commedia. Mi sentivo una prescelta, con i pantaloni sporchi di gesso e tempera, io che avevo la possibilità di non odiare i Grandi Nomi della letteratura italiana e il privilegio di approcciarli quando e come avrei voluto.
E l’ho fatto, almeno con I promessi sposi. Da ex fagocitatrice di letteratura di gente morta (meglio ottocentesca), l’ho comprato, mi sono messa sul divano e ho cominciato a leggere.
L’ho interrotto dopo l’uscita di scena sia della Monaca di Monza che dell’Innominato, perché con loro era uscito di scena anche tutto il mio interesse per il romanzo.
Perché?
Perché capita.
Capita anche a chi ha letto così tanta letteratura ottocentesca da pensare e dialogare con periodi così lunghi da farti dimenticare come avevi iniziato – e, visto che ci sei, autocommentare quello che dici come farebbe un Vate. Non lo dimenticavo, ovviamente, abituata ai miei amati mattoni ottocenteschi, ma il dialogo con i miei coevi non funzionava granché bene. Annuivano, certo – in continuazione – ma dopo dieci minuti di mio monologo solitamente rispondevano con qualcosa che non c’entrava nulla con il mio discorso, e che riguardava invece la peculiarità del mio modo di esprimermi.
Ma comunque.
Comunque io, che sembravo essere la lettrice ideale di un Manzoni, ho scaricato quel mattone moralista dicendomi Mai più!
Perché?
Perché capita.
Capita che un autore universalmente riconosciuto come bravo faccia sinceramente schifo a qualcuno. E persino a più di uno.
Incredibile, vero?

 

In questi giorni sta girando il tumblr de Lo Stroncatore, o: La critica letteraria ai tempi di internet. Non sta girando come una solitaria mosca che silenziosa passa e se ne va: gira condiviso dai miei contatti, che lo usano perlopiù per deridere (ancora un po’) la supposta ignoranza di chi scrive le recensioni raccolte da quel tumblr.
Qualche esempio di recensione:

– (Il piacere, Gabriele D’Annunzio) Se dicessi che potrei usarlo come carta da culo sarebbe ancora un complimento troppo grande.
– (Il pendolo di Foucault, Umberto Eco) Ora ci vogliono due libri di Fabio Volo. Dopo essere stato preso in giro per quasi 700 pagine dall’autocompiacimento e dallo sfoggio linguistico, culturale e filologico di Eco, ho un assoluto bisogno di vuoto intellettuale.
– (Lolita, Vladimir Nabokov) Toc toc, erotismo? Non so che dire. La storia sarebbe interessante, se fosse stato scritto bene. E’ evidente che ha fatto scalpore per l’argomento e per l’epoca, ma quanto a scene erotiche, trama e stile questo romanzo lascia davvero a desiderare.

Storci pure il naso, lettore che ha apprezzato queste opere, ma non troppo a lungo.
Parlare bene di un’opera che per il nostro gusto personale non ha valore (e la seconda parte è evidentemente il caso di questi recensori) non è sintomo di intelligenza, ma del contrario: anziché formare una propria opinione, frutto dell’interazione tra ciò che leggiamo e le nostre aspettative e la nostra esperienza, ci si limita a dare un commento preconfezionato. Che poi in questi casi l’opinione si sia formata in testa a persone che, apparentemente, non hanno conoscenze sufficienti ad apprezzare una di quelle opere (e in tal senso siano, apparentemente, ignoranti) è certo un fatto, ma un fatto in qualche modo secondario: nessuno è tenuto a farsi piacere un certo tipo di scrittura, sia essa il prodotto di un determinato periodo storico (in cui non si vive) o di una certa mentalità (quella necessaria ad apprezzare Eco).
(E ri-sottolineo: apparentemente ignoranti; nessuno vieta a una persona acculturata in materia di pensare, ad esempio – un esempio a caso: il mio – che Il piacere di D’Annunzio è la miglior sega letteraria che sia mai stata scritta, ma è pur sempre il prodotto dell’atto masturbatorio di un esteta annoiato. Io, che soffro di una sindrome comune a quella di D’Annunzio, lo dico giocando con le parole, ma un riassunto d’impatto potrebbe essere: Le seghe mentali tientele per te.)
C’è un enorme potenziale in quelle recensioni, e per questo ti ho chiesto di smetterla di ghignare: quelle recensioni dissacrano. Dissacrano con la rivelante ingenuità del bambino, ossia dell’essere umano la cui mente non è ancora stata indirizzata a pensare cosa sia giusto e sbagliato, bello o brutto.
Manzoni può anche aver speso anni a riflettere sulla lingua, mescolando strutture e lessico francesi e toscani per dare una lingua all’Italia; può essere stato bravissimo a rendere la parlata di Renzo con il discorso indiretto libero; può essere stato acclamato da milioni di persone. Ma sai una cosa? Faticare come dannati non assicura un risultato che piaccia a me; il discorso indiretto libero mi può fare schifo; cosa me ne frega dell’opinione di milioni di persone?
Se Manzoni si fosse attenuto al canone – se non si fosse ossia emancipato dalla letteratura che lo precedeva – oggi non solo non avremmo I promessi sposi, ma io starei parlando in un’altra lingua.
Se c’è qualcosa che quel pedante cattolico (niente contro i cattolici, molto contro i pedanti) mi ha insegnato è che il canone (l’insieme delle opere letterarie riconosciute come di valore) è un insieme di spunti, un modo più veloce di indagare le possibilità della letteratura, non un Mostro Sacro le cui leggi non si possono infrangere pena non so quale tremenda punizione.

 

Quindi, scribacchino, in questa lezione non ti dirò di fregartene, ma di fare qualcosa di più complesso: di prendere il meglio da ciò che conosci senza fartene vincolare.
Di imparare ad amare un autore ma non ciecamente. Di imparare ad amarlo con tutti i suoi difetti. E questo è soggettivo, ovviamente, perché ognuno ha le proprie idiosincrasie, le proprie preferenze e quindi il proprio stile – che deriva da quello che, in un romanzo come altrove, ci fa vibrare certe corde.
Manzoni è un grande innovatore, ma per me è un cattolico pedante. D’Annunzio è un maestro dell’estetica, di ogni genere, ma gli riesce proprio perché sa masturbarsi senza pudore. Eco è uno dei miei scrittori preferiti, ma non elogierò mai la sua capacità di scrivere scene dal ritmo veloce e d’impatto. Harris ha avuto un’idea geniale, ma se devo attenermi solo a Hannibal Rising, beh… avrebbe potuto metterla nelle mani di un ghost writer dalla prosa meno goffa. Genet, ti adoro, ma ho capito che sei chiuso in una cella tartassato dalla voglia di cazzo. Yourcenar… su Yourcenar sto ancora lavorando.

 

Compito a casa:
Scrivi su un foglio i nomi dei tre autori che preferisci. Ti richiederà al massimo cinque minuti. Usane almeno dieci per trovare in loro dei difetti così imperdonabili che li renderebbero oggetto di derisione per chiunque ascoltasse i tuoi pensieri.
È vietato sminuire i difetti degli autori.

Corso di scrittura creativa diseducativo – Seconda lezione: Fai un patto faustiano con il tuo Genie, ovverosia: celebrati

Dato che l’altro giorno mi sono divertita a scrivere la prima lezione del mio corso di scrittura creativa diseducativo, e alcuni tra voi si sono divertiti a leggerla, facciamo quello che si fa con tutti i vizi degni di questo nome: continuiamo.


SECONDA LEZIONE:
Fai un patto faustiano con il tuo Genie, ossia: celebrati
 

All’incirca due secoli e mezzo fa esisteva un megalomane di nome Goethe. Quest’uomo, come Leonardo, aveva il brutto vizio di essere curioso, e di esserlo con successo. Wikipedia riassume il tutto definendolo un uomo universale, che in soldoni significa: Lui ha fatto tutto, tu in confronto nulla. Ma non era l’unico motivo per cui Goethe era un megalomane.
Il nostro Johann viveva in una Germania in cui a comandare erano gretti signorotti locali, la cui comprensione delle arti raramente superava quella di un parvenu che al posto dei gioielli s’imbelletta con forbitismi. Non esattamente il clima migliore per rimpolpare l’ego di un intellettuale, insomma. Aggiungeteci il Pietismo, che elogiava l’auto-umiliazione degli individui, e avrete il Romanticismo tedesco: una cerchia di tardo-adolescenti con tanta voglia di ribellarsi ma, in fondo, il terrore di far incazzare papà – o, peggio ancora, deluderlo. Il Romanticismo tedesco è l’epoca della frustrante Sehnsucht (in soldoni: voglio qualcosa che sento appartenermi ma non so neanche se esiste), del contemplare la Natura sentendosi minuscole e inutili pedine del piano di una Madre Crudele, della nostalgia per i bei tempi in cui l’uomo era stupido (non ho mai detto che i romantici non fossero arroganti; ironia della sorte, lo era a loro svantaggio), e, insomma, di quel disagio esistenziale e di quel senso di inadeguatezza che caratterizza molti dei suoi esponenti.
Ma il nostro Johann non è così.
Il nostro Johann sa fare una cosa che i suoi amichetti non sanno fare: il nostro Johann sa fare.
Mentre i suoi compagni di merende scrivono papiri su ciò che vorrebbero fare o essere, Johann agisce. Mentre loro si struggono al pensiero di ciò che potrebbe attenderli, Johann ci va. Mentre loro contemplano le titaniche forze della Natura, Johann le fa proprie.
Ora, direte voi, è facile essere un elemento alpha in una combriccola di melanconici insicuri – e infatti lo è. Ma non siamo qui per dissacrare Goethe (questa non è la lezione sull’emancipazione dal canone), bensì per parlare di ciò che lo rese quella creatura titanica che era:
Lo Genie.
Immaginatevi lo Genie come una specie di genio della lampada personale. (O come un Tyler Durden.) Voi chiedete, lo Genie fa. As simple as that. Ma ci sono due specifiche che bisogna tenere in considerazione:
1) Bisogna imparare a chiedere allo Genie. I coevi romantici di Goethe, ad esempio, ne erano abbastanza incapaci. Lo avevano scoperto (o postulato – poco cambia, tanto funziona comunque) per starsene lì a contemplarlo con lo stesso sguardo estasiato che un wannabe alphaman riserva al protagonista testosteronico del primo film o libro che vi viene in mente. Quell’ammirazione che sfocia nell’amore, insomma, e che porta un carattere insicuro ad autoannichilirsi. I tedeschi romantici, abituati dal Pietismo a farlo, dovevano godere di questa sensazione – o non ne avrebbero scritto così tanto, no?
Il nostro Johann, invece, era riuscito a interagire con il proprio Genie. Si era avvicinato, aveva allungato la mano e aveva fatto il suo patto faustiano – con la differenza che era un patto non con un diavolo, ma come il proprio demone, che guarda un po’ significa anche genio.
La differenza? Adesso ci arrivo:
2) Lo Genie realizza tutte le nostre richieste, ma lo fa tramite noi. Perciò, per metterci al suo completo servizio di modo che possa usarci quanto serve, dobbiamo fare una cosa che conoscete già, ma in un altro contesto: sospendere l’incredulità. Dobbiamo credere che lo Genie sia in grado di farci diventare e farci fare qualsiasi cosa. Lo Genie, essendo una specie di super-uomo titanico, è ovviamente capace di imprese epiche. Ma lo Genie non è altro che noi – e il cerchio si chiude riportandomi a quello che vi ho detto alla fine della prima lezione:
Avete solo uno strumento a disposizione: voi stessi, splendidamente nudi.
Spogliatevi di tutto e troverete lo Genie.

 

C’è ovviamente un motivo per cui vi ho appena tediato con questi delirii sull’importanza di rivolgersi al proprio Genie, ma come al solito è più semplice portare un esempio: Goethe. Che personalmente mi sta sulle palle (facile fare l’elemento alpha tra gli auto-annichiliti), ma che credo pochi – conoscendolo – potrebbero liquidare con un ‘Non ha talento’.

 

Come si fa a conoscere il proprio Genie?
Ovviamente, per non deludervi, vi dirò da subito: non esiste una regola universale.
Lo puoi conoscere alzando la musica al massimo e ballando come se non esistesse nessun altro al mondo. Lo puoi intravedere correndo finché il fiato non viene meno e con esso la percezione dei tuoi limiti. Lo puoi incontrare al bar, mentre per conquistare una persona scopri di avere un carisma che non sapresti riprodurre a comando – e, mentre sciorini le parole giuste, ti soffermi a contemplarti, scoprendo di amare quella parte di te quanto la situazione quanto la persona che vorresti sedurre. Lo puoi incontrare tra le lenzuola, ovviamente, scoprendo che sotto le incertezze, il grasso, la goffaggine o qualsiasi altra indigeribile parte di te c’è un(‘)amante che dell’amore fa un’arte. Ci puoi dialogare, come un Romantico, perdendoti nei boschi e scoprendo che la potenza di cui sei circondato è anche tua. Puoi anche ricorrere a un caro vecchio metodo: con sostanze più o meno stupefacenti (ehy, a volte basta una Redbull).
Non è poi così difficile capire come, lo sai già ma gli dai un altro nome: è quando senti che i tuoi confini – quelli del tuo corpo, quelli della tua mente – si allargano, la paura scompare, e ti senti in grado di fare tutto.
Non per quel senso di trasgressione che caratterizzava alcuni compagni di merende di Goethe, ovviamente. Prendi Schelling, che scappò dal collegio (quello che frequentava assieme a Hölderlin – che come Genie doveva avere Dio, datò che impazzì e passò gli ultimi trentasei anni della sua vita in una torre – e a Hegel, che m’immagino sempre vessare il candido Hölderlin per rinforzarsi l’ego) una volta nella vita e passò la restante vita a parlare, fondamentalmente, di quello: di quanto sia cool essere trasgressivi e alpha. La trasgressione ha un pessimo presupposto: che si riconoscano le regole vigenti. E le regole, di qualsiasi tipo, creano gabbie troppo strette per uno Genie, a cui toccherà mozzare qualche arto.
Risolvi il problema alla radice fregandotene delle regole, non reagendo a esse. Ci sarà sempre tempo per reimmetterle, no? Parlerò anche di questo.

 

Come si stringe un patto con il proprio Genie?
Te l’ho già detto: spogliati.
Ovviamente, andare in giro nudi per strada ha le sue conseguenze. Pensa a Diogene che defecava in piazza: indubbiamente encomiabile per coerenza, l’idealista, ma quanti all’epoca l’avranno stimato per questo e non disprezzato per la puzza che si portava appresso?
Per questo comincia con l’imparare a spogliarti, completamente, quando sei solo. Completamente. Cammina sull’incertezza e sull’imbarazzo mentre balli come un dannato sapendo che, se cinque minuti prima ti fossi visto muoverti così, saresti ancora chiuso in un armadio per la vergogna. Non ignorarlo, accettalo: non c’è cosa che una mente fantasiosa non possa ridicolizzare. E quindi: balla, canta, urla, masturbati, corri senza fiato, fai una qualsiasi cosa finché non senti che i tuoi confini si allargano, la paura scompare, sei in grado di fare tutto e vuoi farlo.
Allora, a quel punto, mettiti al PC (che sarà già acceso) o prendi un blocknotes e scrivi.
Scrivi quello che ti esce in quel momento. Posticipa le regole grammaticali e sintattiche, l’aggiustare frasi tronche, l’evitare ripetizioni, la verosimiglianza e la logicità. Quelle le hai a disposizione in qualsiasi momento, ma lo Genie no. Buttati sulla pagina nudo finché lo Genie ti suggerisce parole. Non correggerlo, non cercare di domarlo perché scriva quanto e come vuoi tu. Lascialo divertire e basta.
Alla fine prenderai un setaccio e lo userai per filtrare quello che hai scritto. Lì in mezzo, in quel caos illeggibile di parole mal scritte, ci sei tu, quel tu che nessun altro ha, quel tu che fa incazzare o commuovere o indignare o piangere il lettore, che è poi quella cosa che la licenza poetica vuole salvaguardare: perché a volte certe cose si possono dire solo stravolgendo il modo in cui sono state dette prima.
Quel tu è il dono dello Genie. Tu hai regole, logica e buonsenso; lo Genie ha questo, e questo è il suo potere contrattuale. Purtroppo lo Genie non sa che farsene delle regole, anzi: le aborre. Per questo il vostro patto faustiano si baserà su una rinuncia: tu rinuncerai a tenerlo ingabbiato per tutto il tempo, lo Genie ti darà quel tu ogni volta.
Più gli neghi libertà, o la circoscrivi, più lo Genie accumulerà pronto a esplodere nei pochi spazi che gli concedi. E’ il trucco della trasgressione: si vive votandosi a un sistema di regole e per preservarlo lo si viola di tanto in tanto, in momenti e luoghi controllati. Allo Genie ovviamente non piace essere trattato com un(‘)amante segreto/a: per questo, per ripicca, t’impedirà di far tesoro di quel tu, facendolo esplodere ogni volta in un inebriante visibilio di cui non rimarranno che le ceneri (e, in molti casi, un vago senso di colpa o vergogna).
Il vostro patto faustiano, quindi, dovrà essere più equo: tu smetterei di vergognarti dello Genie per poi godere segretamente dei suoi servigi e gli permetterai invece di parlare anche al di fuori della gabbia che gli hai costruito addosso. Lo farai parlare a letto, al bar, con gli amici e i parenti. Un po’, solo un po’. Democraticamente, un 50 e 50. Un 50 per te e uno per lo Genie. Un Sai, caro, sei una persona molto piacevole e un ma in questo momento ti spaccherei la faccia, quindi sparisci dalla mia vista. Un Sai, persona-appena-conosciuta, non vorrei essere inopportuna e un ma ti prenderei e porterei via ora, e se nel mezzo ci capita una scopata tanto meglio.
Imparerai a far parlare lo Genie più di frequente, e nel farlo imparerai come chiamarlo. Con un sorso di vino e basta – perché non puoi alcolizzarti ogni volta, con un ricordo portato a galla assieme alle emozioni che porta con sé, con una canzone ascoltata di cuore, o sfiancandosi di addominali finché la testa non pulsa o chi lo sa. E’ così tanto individuale da non esistere regola che io possa darti. Ognuno ha le proprie tecniche. Quel che conta è che lo Genie abbia i suoi spazi e sappia di averli, sì che quando lo chiami non devasti tutto quello che ha attorno – le regole, ad esempio.
Perché le regole ti servono, ovviamente.
Perché io potrei anche far parlare solo lo Genie e dirti che il Superuomo mangia l’uva per i semi, e non c’è orgasmo senza gola secca così come Daath mi sussurra sublimi sconcezze e probabilmente è il mio cervelletto, ma questo è un corso di scrittura creativa diseducativo, non un corso per diventare mistici post-moderni. Se vuoi farti capire, devi ricorrere a quelle regole che pongono convenzioni al fine di comunicare, usando le stesse parole, più o meno la stessa cosa a chiunque. Più o meno.
Non c’è testo che sia completamente saturabile da un’unica e assoluta interpretazione: rimangono sempre interstizi che le regole non possono colmare. Se scrivi chiedendo alle regole di essere il tuo Genie, quegli interstizi rimarranno vuoti (e staresti anche peccando d’idolatria, tra l’altro). Se fai parlare lo Genie, quegli interstizi saranno la parte del tuo racconto/romanzo in cui i lettori si lasceranno cadere con gioia – perché a tutti, in fondo, piace il rapimento estatico.

 

Compito a casa:
Evoca lo Genie ricorrendo a una delle tecniche proposte o alla tecnica a te più consona e fallo scrivere al tuo posto, quindi vai da un/a amico/a e fagli leggere quello che hai scritto.
E’ vietato indulgere nella vergogna.

Corso di scrittura creativa diseducativo – Prima lezione: Entra nel mood, ovverosia: fregatene

Dato che proliferano i blog letterari a scopo didattico, in cui ripetere in mille modi diversi le solite dieci regole 4dummies sulla scrittura creativa, ho deciso che oggi lo farò anche io. Ma a modo mio, ovviamente. E’ l’unico che ho a disposizione, escludendo le dieci regole di cui sopra.


CORSO DI SCRITTURA CREATIVA DISEDUCATIVO,
o: diventa anche tu uno scrittore in meno di ventiquattro ore
( Frequentabile solo dopo aver completato il corso: Impara a trasformare i secondi in giornate )

PRIMA LEZIONE
Entra nel mood, ovverosia: fregatene

Il modo migliore per cominciare è cominciare con qualcos’altro, e quindi:

Immagina di essere al bar. Succhi con gusto il tuo cocktail colorato – o la tua birra, o il tuo caffè, o quello che vuoi – quando ti si avvicina una persona. Non la conosci, non ti conosce, ma per qualche motivo ha deciso che deve piacerti. Non sai perché, non l’hai mai capito, ma capita. Sospendi l’incredulità e accetta il fatto che nella vita fittizia che sto narrando ti capita abbastanza spesso da far sì che tu lo dia per scontato. Perché? Perché un’alta autostima aiuta a evitare di finire nei panni di una di quelle persone che per amarsi devono essere amate, e non ci sarebbe nulla di male in sé, se non intervenisse puntualmente la legge di Murphy: più si ha l’impellente bisogno dell’approvazione altrui, più la nostra performance sarà penosa.
Ed è per questo che la persona che ti ha appena approcciato ti fa un po’ pena. No, pena non è la parola giusta. Diciamo che la com-patisci (è un corso di scrittura, abituati a scomporre le parole), e compatire questa persona non è per niente piacevole. Perché senti la sua necessità di piacere, senti il suo disagio esistenziale. La osservi mentre ti osserva cercando di capire dai tuoi vestiti, dalla tua postura, dal modo in cui la guardi, quali siano i tuoi gusti. Cosa ti aspetti. No, meglio ancora: cosa necessiti. Nella sua logica, anche tu avrai dei bisogni che devono assolutamente essere soddisfatti, anche a costo di smettere di essere sé stessi. [Prima che puntiate alla mia giugulare: non ho ancora deciso se seguire la scuola che predilige il se stessi o quella che predilige il sé stessi; nel frattempo, improvviso] Quello che questa persona sta cercando d’instaurare non è altro che uno scambio: lei ti dà una falsità costruita ad arte, con il cuore, che soddisfi pienamente i tuoi gusti; tu le darai la tua approvazione, magari persino il tuo apprezzamento, avendo chissà che cosa in cambio.
Sarebbe tutto più semplice se tu sapessi disprezzarla: potresti altezzosamente sputarle in un occhio forte della tua superiorità. Questa persona farebbe così, lo sai: poter scacciare il prossimo è un privilegio di chi non abbisogna dell’altrui approvazione; rischiare di essere insultati in risposta è un privilegio di chi ha un ego che tendenzialmente se ne frega degli sfoghi d’acrimonia altrui. Ma tu no, non sei così. Tu – sospendi l’incredulità anche qui – hai troppa com-passione e non abbastanza acrimonia. Semplicemente, mentre osservi i suoi tentativi di piacerti, ti spiace. Ti spiace immensamente e vorresti che esistessero delle parole assolute per poterle dire:
Non hai bisogno di piacere a me. Ehy, magari sei un essere umano meraviglioso e io non lo capirò mai. Non per stupidità, eh, ma solo perché siamo tutti diversi, e abbiamo gusti diversi.
Vorresti che le parole avessero questa capacità di trasmettere esattamente quello che vuoi tu, ma non è così. E infatti, dopo averglielo detto – tutto, compresi lo Ehy e lo eh – osservi con angoscia la persona assorbire ogni parola e computarla assieme a tutti gli altri dati – come ti vesti, come ti siedi, come la guardi – per comprendere meglio come piacerti. Per piacerti deve dimostrarsi sicura di sé? Lo farà, se questo serve. Farà tutto quello che serve, perché è pronta a imparare. Tu dalle una regola, e questa persona la seguirà alla lettera – non sapendo che così facendo ti risulterà sempre più tragicomica.

A volte leggo fiction che sembra essere stata scritta apposta per comparire in un manuale di scrittura creativa.
In un paragrafo trovo tutte e dieci le regole 4dummies: tutto showing e niente telling, discorso indiretto libero usato a mo’ di latinismo per dare un po’ di carattere al pezzo (né troppo né troppo poco, evitando così critiche da ambo le fazioni), un solo avverbio e finisce in -ente e non in -mente (sia mai che qualcuno storca il naso), il protagonista che – per evitare ripetizioni – passa dall’essere ‘Antonio’ all’essere ‘il ragazzo’ all’essere ‘l’idraulico’ anche se in quel momento è così ubriaco che non saprebbe riconoscere un tubo da una cannuccia, infodumping evitato a priori con il risultato che – pur essendo il nostro Antonio in un locale dove la malavita della Patagonia si riunisce scambiandosi segnali incomprensibili a chiunque sia oltre i due gradi parentela – è come se fossimo al bar sotto casa a sorseggiare champagne e… Ehy, ho detto dieci regole indicativamente, non mi metterò a trovarle tutte e dieci.
Ma c’è altro, in quel pezzo, un qualcosa che nessuna regola leggibile e comprensibile da chiunque (ossia: descrivibile ricorrendo a quell’amore per le parole semplici, più monosillabiche possibile, meno desuete possibile, che rientra nelle dieci regole) può esaurire. E’ quel qualcosa che in me causa la stessa identica com-passione provata da quel Tu al bar – che è poi la stessa identica com-passione che provo quando un tizio, per conquistarmi, mi dice che è sensibile; e io penso – entrando nel suo supposto sistema di pensiero, quello per cui la sensibilità è una parola utile per conquistare una donna (che sono sensibili, si sa) e null’altro, e quindi mai indagata in tutte le sue sfaccettature – Ah, quindi sei debole?
Non che io pensi che la sensibilità corrisponda alla debolezza. Ma penso che ricorrere alla sensibilità perché qualcuno ha detto che funziona, come regola (ciao, ipse dixit) sia sintomo di una mente pigra. Seguire una regola universale di facile applicabilità richiede meno sforzo che formulare una propria, individualissima, strategia. E non ho niente neanche contro le menti pigre – se non fosse che quando compro un libro sono alla ricerca di… Beh, sto ancora razionalizzando cosa cerco in un libro, ma una cosa la so: non compro romanzi per ripassare le dieci regole 4dummies di un manuale di scrittura creativa, né tantomeno per com-patire lo scrittore.
Perché com-patire, quando la passione dall’altra parte è di inadeguatezza e di necessità di piacere, è una brutta cosa.

Compito a casa:
Andate al bar e puntate la persona che più vi ispira. Fate un bel respiro profondo, contate fino a tre e andate a conquistarla.
E’ vietato usare qualsiasi regola universale atta a corteggiare il prossimo. Avete solo uno strumento a disposizione: voi stessi, splendidamente nudi.

Scrittura, vanitas e altri indigesti sprechi.

Inciampo in persone che decidono di dover diventare lettori e/o scrittori e mi chiedo il perché.
Seriamente mi chiedo il perché.
Seguitemi nella mia mania di scegliere con accuratezza le parole, seguitemi in quel mio usare “dover”. Sono puntigliosa e talvolta indigeribile (come semi di girasole in un’insalata, che raschiano lungo la gola), ma un motivo c’è: le sfumature sono tutto, a volte.
Non inciampo in persone che, con l’entusiasmo della scoperta, mi spiegano come, dove, quando e perché tutti dovrebbero leggere e scrivere. Potrei guardare a costoro con un sopracciglio alzato ma tanta com-prensione/passione – ma non è questo il caso.
Osservo persone, invece, approcciarsi a lettura e scrittura come si approccerebbero a un corso online appena acquistato di Search Engine Optimization – o qualsiasi altro settore che ti fa alzare un sopracciglio suggerendoti: Dovrai avere pazienza, perché sono incomprensibile fin dall’inizio: armati di pazienza e cerca di capirmi. C’è indubbiamente un certo piacere nel mettersi a studiare un manuale di SEO (non ditelo a me), ma c’è anche, di base, essenziale, un certo dover.
E la mia domanda è:
Cosa porta una persona a pensare di dover diventare una lettrice critica e/o una scrittrice che conosce tutti i trucchetti del mestiere?
Quale misterioso valore, invisibile ai miei occhi, hanno la lettura e la scrittura, un valore così alto da convincere delle persone che vale la pena di impegnarsi nonostante la fatica e le difficoltà?

Sono cresciuta leggendo e ideando. Forse per questo guardo con perplessità tutti coloro che mi parlano della necessità di sudare sette camicie, sputare sangue, subire umiliazioni e farne tesoro, etc, al fine di diventare un “vero scrittore” (qualsiasi cosa sia).
Sono cresciuta, indubbiamente, con un’idea molto romantica dello scrittore. Troppo romantica. Così romantica che mi sono trovata, per anni, a cercare le grazie della Musa al fine di scrivere pezzi ispiratissimi – ma inconcludenti, incomprensibili, e che per lo più erano disperati inni al prossimo affinché mi ascoltasse e comprendesse.
Mi sono poi rotta le palle di ciò – non dell’incomprensibilità e dell’auto-referenzialità, bensì dell’inconcludenza. Era frustrante. Leggevo Hugo e come Hugo avrei voluto scrivere una grande metafora fatta di personaggi e vicende, ma ero vincolata a brevissimi e ispiratissimi squarci.
Allora ho cominciato a imparare. Senza manuali, senza gruppi di discussione, mi sono imposta di imparare a strutturare una trama, mi sono imposta di ascoltare il prossimo anziché pretendere di essere ascoltata, mi sono imposta di non dare per scontato che il prossimo indovinasse i passaggi che davo per scontati. Ci sto ancora lavorando, a essere sinceri.
In tutto questo, dall’inizio a oggi, sono stata una nazista della parola scritta. Una nazista vera, ossia una tedesca benintenzionata e perciò pedante, con una certa mania della perfezione. Noto l’inciso aperto e non chiuso, il “perchè” al posto del “perché”, l’uso del remoto quando ci andrebbe il trapassato, l’aggettivo approssimante, il deus ex machina che piomba nella storia sperando di non essere notato, etc. Ho anche imparato – ma l’ho imparato dopo – a dare un nome e una definizione ai tipi di “errori che noto”. Ehy, fino a vent’anni non sapevo cosa fosse una subordinata. L’avevo studiato anni prima, ovviamente, e poi l’avevo dimenticato. Non lo sapevo e mi avvalevo di una sintassi in cui le subordinate creavano castelli e labirinti.
E non capisco, veramente non capisco, coloro che puntano il dito contro un periodo (ho dovuto googlarlo: non mi ricordavo il termine) lungo otto righe e sei tra subordinate e coordinate dicendo che annoia, o che è illeggibile o che, addirittura, è scritto male. Il problema è loro, non del periodo. Siamo quello che leggiamo. Da persona che ha passato l’adolescenza leggendo gente morta, un periodo di otto righe e sei tra subordinate e coordinate è perfettamente normale. Abitudine, nulla di più. Capirei se, dopo il dito puntato (con fare meno normativo), seguisse un “E’ poco commercializzabile” o un più esteso “La maggior parte della popolazione, statisticamente, non legge né mastica periodi di otto righe con sei tra subordinate e coordinate, quindi fa fatica”. Sono la prima a dirlo. Ma siamo sinceri, posteri e coevi…
Se non riuscite a seguire un periodo di otto righe con sei tra subordinate e coordinate è perché non siete abituati a ragionare a livello complesso. Stop..
Senza che ciò sia un peccato mor(t)ale. Semplicemente, non fa per voi. E – similmente – non è detto che le vostre inclinazioni facciano per il resto dei lettori.

Da persona che ha imparato a scrivere similmente a quei musicisti che imparano a comporre musica senza saper leggere uno spartito, non capisco coloro che – avendo deciso di approcciare questo campo – cominciano dalle regole relative allo spartito.
Perché massacrarsi così? Perché sottoporsi a una tale agonia? Qual è il grande premio che aspetta alla fine del percorso?

Notando l’approccio iper-tecnicista che domina alcuni contesti del sottobosco letterario (quel luogo in cui si è uno scalino sopra il “Nessuno” e un quantitativo indefinibile di gradini sotto il “Qualcuno”), mi viene in mente il Seicento. Beh, mi viene spesso in mente il Seicento.
Nello specifico, mi viene in mente quel Seicento in cui Dio è stato messo in dubbio dalla nascente scienza empirica, in cui i fedeli più incerti (coda di paglia, eh?), pur di dimostrare l’esistenza del loro Dio, ricorrono a un approccio iper-formalista, pantonima di quello scientifico, per dimostrarne l’esistenza.
Amo il Barocco. E’ uno dei miei periodi preferiti (o non mi verrebbe in mente il Seicento ogni tre giorni). Lo amo con la sua vanitas costante e con il suo costante memento mori, enormi sintomi di una crisi di valori. C’è un vuoto di significato e in qualche modo bisogna riempirlo – e lo si riempie il più possibile, perché l’Abisso non ci guardi negli occhi. Eccolo, il Barocco.
Il prezzo da pagare è una certa vuotezza di disegno. La decorazione è meravigliosa, la strutturazione impeccabile, ma sotto – se si riesce ad andare sotto a quel tripudio di angeli e demoni aggrovigliati – l’artista non ha più niente da dire. Dio è malconcio, la scienza – che avrebbe dovuto sostituirlo – incespica, e allora… Di cosa vogliamo parlare?
E allora arriva Caravaggio.
Caravaggio che non ha tecnica. Ciò che rende così reali (correttamente: verosimili) i suoi quadri non è una strutturata conoscenza delle proporzioni umane (qui e lì, in alcuni quadri, l’anatomia va gioiosamente a farsi fottere a braccetto con la prospettiva), ma uno spirito d’osservazione encomiabile. Caravaggio copia – e, come per ogni copia, quel che realizza è un’interpretazione, e perciò sempre e comunque arte (qualsiasi cosa tale parola significhi).
Caravaggio non sa cosa siano subordinate e coordinate, non ha studiato la gestione del ritmo, ignora completamente cosa sia la focalizzazione, show e tell sono termini ignoti. Eppure lo fa. Le fa tutte, queste cose, per lo stesso motivo per cui un interruttore funziona anche se non sai come mai funzioni.

Sono ben lontana da Caravaggio. Sono la nazista della parola scritta di cui sopra. Noto l’anatomia incespicante di Caravaggio come noto l’uso dell’imperfetto al posto del remoto, e in ambo i casi sento un formicolio spiacevole risalirmi lungo la spina dorsale.
Ma finisce lì.
Non definirò Caravaggio un incompetente perché non saprebbe descrivere le proporzioni dell’uomo vitruviano, né definirò incapace lo scrittore che sbaglia il congiuntivo. Sarebbe stato meglio se, ma non è. All’approccio formale preferisco un approccio “olistico”.
Ed è questo il motivo per cui mi troverete a entusiasmarmi dinnanzi allo scritto sgrammaticato ma rivelatore di un diciottenne e a guardare con sufficienza al racconto formalmente impeccabile di un autore che non ha niente da dirmi. Il primo avrà sempre tempo per imparare la tecnica, per il secondo le cose saranno meno facili. Non che non si possa imparare a dare una certa profondità, una certa innovatività (termine improprio, ma concedetemelo), una certa unicità a ciò che si scrive – ma per farlo bisogna imparare a conoscere se stessi e a esprimere il (quasi) inesprimibile. Insomma, imparare la tecnica è decisamente un gioco per bambini, al confronto.

Perciò non capisco chi, affacciandosi alla lettura e alla scrittura, eleva la tecnica a proprio idolo. Non capisco chi della tecnica fa un fine, non un mezzo. Perché conoscere a menadito la tecnica, in una scala da 1 a 10, permetterà di raggiungere un 7. E chiunque può impararla – e il prezzo (e quindi il valore, in questa nostra società intrisa di capitalismo) è un indice di rarità.
Mi chiedo il perché.
Seriamente mi chiedo il perché.
Perché puntare così in basso?

(Sì, questa era una Lokasenna. Intelligenti pauca. Amen.)