poligamy

Impersonalità.

Con il caldo, si riempiono terrine di insalate di riso e grano.
Con il caldo, sandali per non andare in giro a piedi nudi e canottiere.
Con il caldo, una sigaretta brucia.
Con il caldo, posare per F. nuda e F. che mi dice su MSN:
“Ma tu non mi vuoi.”
Perché ieri non le sono saltata addosso.
Perché ieri non mi è uscito sangue dal naso per la voglia.
E io avrei dovuto saltare addosso a lei e non viceversa sì che lei potesse dire al suo ragazzo che non ha potuto far altro che (cit.:) “dopo diversi tentativi di liberarsi, sottostarmi”.
Mi dice che, però, così facendo, il suo ragazzo non la farebbe più venire qui.
Allora, dice, potremmo solo toccarci.
È ancor più atroce, suggerisco. Ma domando:
“Se ti tocco con un dildo vale?”
Perché il dildo è impersonale, come Dio.
Non si dice: “Serena ha”, ma “Si è”.
Perché non si costruisce all’attivo, ma al passivo.
Non si dice: “Serena ha”, ma “F. è stata”.
Con il caldo, si delira.

Kapuściński dice che il fato è sopra agli Dei perché è impersonale. Non puoi puntarvi il mirino, mentre con gli Dei puoi.
Grande, Kapuściński.

Gretchen e la capanna.

Cammino per i corridoi, incontro Elisa.
«Ciao!»
Saluti vicendevoli. Dice che mi stava cercando perché mi ha visto uscire dall’aula di fonetica in quanto era piena, però lei era rimasta lì fuori a studiare e i tutors erano usciti dicendo che c’erano dei posti disponibili e quindi era venuta a cercarmi e…
… Andiamo a vedere, posti non ce ne sono, faccio spallucce, intanto butto lì la serata in cui lei dovrebbe aiutarmi con la pronuncia tedesca. Cerco di capire quando, in settimana, gli orari sono compatibili. Lei propone un venerdì sera, da lei.
«Poi il mattino dopo io e mio padre ti accompagniamo alla verde e…»
Inquietante padre onnipresente nei discorsi (padre però appassionato di mitologia norrena, quindi lo perdoniamo).
Infine, accordate per venerdì prossimo, propongo:
«Andiamo nella biblioteca di germanistica a studiare?»
«Io di solito sto qui.»
Qui: corridoio con quattro posti a sedere che servono ad attendere. Luogo di transizione. Un po’ desolante, anche. Faccio spallucce.
«Va bene qui.»
Si studia.
Dopo un po’ arriva un gruppetto di persone, fanno casino, intuisco che il casino la disturba. Suppongo. Propongo la biblioteca di scandinavistica, che non conosce, di solito vuota. Bisogna passare per germanistica, il bunker, e camminando si parla di «come questo posto sia un labirinto, un giorno va visitato.» Ops, ma non sono ancora le due, germanistica è chiusa, e le scale scendono ancora, e come può Sna fermarsi? Dopo la prima porta, un corridoio fiocamente illuminato. Locale tecnico. La cartina segna un grande stanzone sulla sinistra così segnato, e un altro egualmente grande stanzone, buio all’interno, indicato come biblioteca germanistica. Nel corridoio, disordinatamente, pacchi. Sopra è scritto: Tesi studenti. Da buttare.
«Buttare?! No!»
Tanto più che alcuni sono aperti per metà, si fanno aprire del tutto, ne escono tesi rilegate su Brecht ed Elisa, quando torno con lo sguardo su di lei, vive il disagio di chi sa di essere in un luogo in cui non si dovrebbero esattamente trovare persone.
Glielo dico:
«Se vuoi andare vai, poi ti raggiungo.»
«No, no, tranquilla!»
Ricomincio a rovistare. Un minuto.
«Sere, io comincio a salire, devo andare in bagno…»
«… Sì. Ti raggiungo subito, eh. Un attimo che finisco di vedere qui…»

Questo pezzo è stato scritto poi in biblioteca, davanti a lei, di fretta.
Ora potrei dire che andrà fatta un’escursione nel seminterrato, taglierino alla mano, a cercare lo scatolone segnato dalla M (Musil; chi, altrimenti?). Senza Elisa. Che poi ha indagato:
«Ma si possono prendere?»
«Guarda, in verità credo di no. Sono da buttare ma non si possono prendere, presente? Brecht ti piace?»
«Non tanto.»
«Chi?»
«Autori tedeschi? Beh, Schiller… E la Wolf.»
«Ok, quando scendo so cosa prenderti.»
«No, no! Certe cose… Preferisco di no.»
Che tenero essere.
Tenero e incomprensibile essere.
Che si scosta subito non appena sopraggiunge qualcuno e comincia a chiacchierare con me, tornando nell’arco di un secondo a leggere il libro che ha in mano (ha sempre in mano un libro).
Davanti all’aula di fonetica, manuale di storia contemporanea sulle gambe, attendevo tra una riga e l’altra una delle sue frasi sconclusionate che nascono dal nulla.
Le persone cominciano a non avvicinarsi a me, quando sono con lei, il che potrebbe essere un bene. Potrebbe significare che percepiscono un che di privato. Il che presuppone che si sia creato. (Siamo contro la proprietà privata, ma perlomeno funge da segnale.)
Ora, io so che non dovrei crogiolarmi pensando a certe cose. Perché è un crogiolarsi idillico che puzza di boccia di vetro di Natale – quelle che giri e cade la neve, e dentro è tutto sempre grazioso. Perché limitato dal vetro e perché un po’ irreale. Ed Elisa invero è irreale, nel contesto in cui vive. È Gretchen, niente più e niente meno: ligia al dovere, legata alla famiglia, salda nella propria condotta, intoccata, rifugge la mondanità. Letture e interpretazioni sul Faust leggono in Gretchen la rappresentazione della capanna pietista a cui Goethe sa di non poter appartenere ma che comunque vorrebbe avere. Per ciò, volente o nolente, Faust la distrugge. Quando ha remore con Gretchen, ne ha perché per come è fatto non può toccare una capanna senza distruggerla.
Io non sono un sapiente prossimo alla tomba, alle mie spalle non c’è un diavolo malizioso (ma bensì Tanz, come sapete), ma Elisa sa dell’idillio in cui si può godere perché è limitato. Idillio, piccola figura. Una consistente parte del mio essere è formata da cose che Elisa non vive e con poco rimpianto dice di non vivere. Ha il fascino dell’intoccato. Le persone si domandano come possa essere così fottutamente brava in tutto – non fa altro. Ma non è un cesso, non è una nerd incapace d’esprimersi, non è deficiente – è accaduto che lei oggi sia così, ragazza carina e intelligente e con idee ferme, e che quindi mi interessa. Anche se puzza di vergine, e di intellettualismi privi di riscontro reale – ma non ha, della categoria (che io tendo puntualmente a – cazzo – attirare) lo snobismo tutelante di chi deve proteggere la piccola sfera che ricopre. È così senza pretese né rivendicazioni. Moderata nel suo essere atipica.
Io no. Atipica sì, moderata no. E parlando sinceramente con me stessa non so se ho voglia un’altra volta di accontentarmi di quella che viene chiamata «amicizia» quando qualcuno vuole la tua amicizia e presenza ma dando limiti. È da qualche tempo che mi sono rotta il cazzo di condividere il letto con gente bendisposta nelle pause in cui non è accoppiata. Andate oltre al letto, creaturine, non è il sesso a cambiare le cose, ma i limiti e il settorizzare – e il sesso è una delle prime cose che vengono tolte dalla piazza, il primo sintomo. Se una persona mi può togliere da un giorno all’altro del piacevole sesso condiviso sentendosi nel giusto perché sottosta a una regola sociale, domani in nome di un’altra regola sociale potrà togliermi altro, per poi rimettermelo nel piattino quando la parentesi si chiude.
Nah.
Il mio essere poco accordata alle vigenti norme sociali in tal senso mi ha fatto togliere dal mercato, con brevi parentesi per bere sesso dal letto altrui quando il mio essere un animale funzionante reclama. Sto sul cornicione del grattacielo dei rituali d’accoppiamento perché qui respiro buona aria. Elisa probabilmente ci sta perché non è mai entrata.
Dovrei fare discorsi come «ciò che conta è il legame tra le persone». Dopotutto ci credo. Me lo sono detta un sacco di volte. Gente usciva dal grattacielo affollato, prendeva una boccata d’aria, si fumava una sigaretta, provava l’ebbrezza della vertigine e poi rientrava – e io mi dicevo che ciò che contava era ciò che era nato da quella chiacchierata, e lo dico, ma il dirmelo non mi costringe a chiacchierare con tutte le persone interessanti che escono da quella finestra, tanto meno il rassicurarle sul fatto che il nostro legame – con un muro in mezzo – avrà i diritti e i doveri dei legami che di mura in mezzo non ne hanno. E no, non rientrerò a manina con nessuno.
Tutto ciò sta a dire – son prolissa, lo so – che non sono più nell’ottica di chi è bendisposto a sentirsi dettare limiti. La letteratura tedesca ha aggravato ciò, mostrandomi ideali umani in cui non esiste differenza di sentimento. Quel che distanzia un amico da un amante è che con il secondo fai figli. Maledetta letteratura tedesca. Maledetta la voglia che ho di assecondare l’idillio di una Elisa da approcciare con lentezza e gentilezza, perché mi manca il sentire e quindi rivelare sentimenti a una persona prima di esserci finita a letto. Dare un bacio prima di essere nuda. E via discorrendo.
In tutto ciò io, ostinatamente, sorvolo sul fatto che Elisa sia una ragazza, e io pure, in una società a maggioranza etero patriarcale. Non mi entra mai in testa, vero? Beh, quando si è abbastanza convinti di una cosa, sia pure folle, si può finire col convincerne gli altri.
(La controprova l’hai quando i ragazzi sviluppano nei tuoi confronti prima rivalità che attrazione. Il che è utile: ti evita loro comportamenti di corteggiamento in cui nessuno crede e può portare ingenti quantità di birra.)

(Ma quante seghe mentali mi faccio? O_o’ Lo penso ogni volta, e ogni volta continuo a farmene perché ci credo.)

Castrazioni immorali che ortopedizzano l’individuo.

Dopo aver constatato dai fatti un mio crescente periodo di misoginia sociale (io generalizzo includendo chi si autoinclude in un genere, ricordare), parlo con persone che conosco e mi conoscono sottoponendo il fatto – persone che non so bene quanto bene conosco, ma che mi sono vicine, indubbiamente – e quel che mi sento dire appena ho chiuso bocca terminando di esporre la dubbiosa e incerta ipotesi formulata osservando come sto interagendo con il mondo esterno, ipotesi dubbiosa e labile, è che allora posso finalmente (…) trovarmi un tipo.

Me l’ha detto l’Angelo – e, ok, l’Angelo sarà pur un Angelo ma ha la sua mentalità. Buoni intenti a caterva ma racchiusi nello spiraglio che ha il raggio che sa aprire.
Me l’ha detto Ula – Ula! – e gli ho letto negli occhi il sospiro di sollievo che farebbe avendomi dinnanzi con accanto un tipo, perché cosa buona e giusta.
Me l’ha detto Jeep – e non ho indagato oltre, perché sono satura.

Cioè.
Posso dire che mi fa incazzare?
Ma “incazzare” non è il termine giusto.
Non avrei mai potuto incazzarmi davanti a un Ula che me lo dice come me lo ha detto, perché da lui venivano solo buoni sentimenti. Lo conosco. Gli altri due non li conosco abbastanza da poter escludere al 99% che oltre al buon sentimento ci sia il sollievo dovuto dal non avermi tra le palle con ragazze in giro. No, non sono psicopatica. No, non sono paranoica. Mi è capitato già abbastanza volte di avere l’odio di un ragazzo perché mi trovo a essere un elemento X tra costui e “le ragazze” (presenti, passate, future, potenziali). Ma il punto non è questo. No, neanche questo mi farebbe veramente incazzare.
In questo mio periodo i cui effetti si mostrano a livello di “fatto” con un mio agire socialmente come al solito (con chiunque indifferentemente, positivamente) ma con il dover scendere a patti con la presa di coscienza che appena una ragazza che non conosco granché si apre sul personale io scivolo lateralmente con elegante mossa, io penso:
“Beh, devi aver proiettato qualcosa su un elemento che ricorre più di frequente nelle ragazze che attiri nel momento in cui si aprono a te.”
Oppure penso:
“Perché attiro le ragazze che attiro?”
Ne discutevo oggi al telefono di Flora.
Discutevo di ciò che dicono i fatti – che non sono le conclusioni, ma ciò che posso osservare.
Osservo che tendo ad attirare – di norma, ovviamente, ossia: nel sociale, nel gruppo di persone, non nell’individuale – ragazzi portati a essere espansivi e “compagnoni”, quel genere di persona che sa rallegrare un momento vuoto, e ragazze talentuose e interessanti che hanno un “qualcosa” (varia da caso a caso) che si tengono ben strette dentro, chiuso a doppia mandata, avidamente, morbosamente – per poi aprirsi e riversare. (Dinamica che io – che odio il segreto e amo la comune – evidentemente non tollero.)
Ovviamente è un discorso generico.
Può benissimo capitare – e capita – l’opposto.
(Generalizzo includendo chi si autoinclude in un genere: tratto le persone per come vogliono rappresentarsi.)
La mera conclusione, da prendere quindi con le pinze, è che vivo una sorta di misoginia. Mi rendo conto di stare attuando inconsciamente una generalizzazione, ossia: dato che vuoi evitare quello che non ti aggrada, evita a priori ciò che ci assomiglia nella maggior parte dei casi. Insomma, sto conoscendo molte persone, e quindi molte ragazze, e non appena queste ammorbidiscono la voce – in quel modo in cui, abbassandosi, rivela di andare verso l’interiorità – io scarto lateralmente arrogandomi il diritto di farmi i cazzi miei. Ovviamente io non so quel che stiano per comunicarmi, e qui sta il problema: pre-concetto. Insomma, una questione imponente. (Odio i preconcetti.)
E…
… Esprimo il sopra descritto pensiero volendo andare per gradi, e quindi cominciando da un riassuntivo:
“Ho l’impressione di essere in un periodo misogino.”
E ricevo in risposta il consiglio/speranza/ipotesi-data-dal-buon-senso un riduttivo:
“Right, etero monogama.”
E vorrei un mitra.
In primis, lo vorrei perché l’eterosessualità e la pseudo-monogamia sono per me castrazioni immorali che ortopedizzano l’individuo potenzialmente pavido. (Tutti gli individui sono potenzialmente pavidi.)
(Sì. Castrazione immorale che ortopedizza l’individuo. Siete etero? Siete omosessuali? Vi dite monogami per spiegare come mai chiedete fedeltà al vostro partner? Per me siete dei castrati immorali ortopedizzati potenzialmente pavidi, in percentuale variabile.)
Precisiamo: “monogamia”. Essere monogami significa essere portati a un rapporto di coppia, non essere portati a non volere che il partner vada con altri. Quella è gelosia. Il prossimo che mi dice che è monogamo perché sta male se il partner va con un’altra persona verrà vivisezionato moralmente dalla sottoscritta, dissezionato e sparso come concime ai demoni del proprio subconscio. Non importa chi sarà. Magari un inconsapevole sconosciuto.
Secondo punto: il Gran Nemico (la castrazione immorale che etc etc…) viene nominato non appena apro uno spiraglio che possa farcelo passare. La dinamica è semplice da spiegare: io, dubbiosa, non posso che aprirmi senza poter costruire mura difensive, perché queste cristallizzerebbero il dubbio che non sarebbe quindi più dubbio ma certezza. Ciò significa aprirsi senza porre difese, riassumendo. Tu apri le porte e ti viene sospinto dentro il Gran Nemico.
Terzo punto: parliamo di pre-concetto insito in qualcosa che va oltre alle mere differenziazioni di genere (sessuale, razziale, utente mac o windows – sempre genere è) e quantità, e mi viene portata un’ipotesi che si fonda su una mera (ok, “mero” è soggettivo) differenziazione di genere e quantità.
E io voglio un mitra. Ecco.

(Dove avete messo la mia comune?
Dov’è la mia Repubblica Platonica?)

(Sigh.)

Ho mai detto che non credo nella monogamia come tassello di una società?
Nein.
Io credo che la monogamia possa essere un tassello-base di una società. La nostra nasce su questo tassello, ad esempio. La nostra società. Che non significa: oh io amo e la passione mi sposo l’amore di vita e ma non amo più oddio che crimine per il mio benessere d’individuo non divorziare mi stanno facendo violenza. Sociale. Una promessa fatta alla società non è lo 0,0000000001% rispetto a una promessa fatta al proprio pathos, cazzo. Oh, lo sarebbe – sì, lo è se quello stesso pathos viene vissuto appieno e con sincerità in apertura verso gli altri e in modo produttivo. Ma no, non è così – e via di scaffali di libri che spiegano come sfogare i propri istinti repressi senza fare troppo casino. Ipocriti. Rigurgiti post neo-creazione del concetto di borghesia come male cosmico? Ipocriti. Generalizzo, ovviamente – ossia: non ce l’ho in particolare con nessuno di voi. Se lo facessi, dovrei avercela con troppe persone – no, non credo di averne voglia. Mi sono rotta il cazzo di fare discorsi a tu per tu con il singolo per sentirmi dire che…
A livello logico hai ragione ma
Ma.
Il sentimento fa perdonare ogni cosa. Quale esso sia. Non perdonare chi agisce sulla spinta del sentimento significa brutalizzarne l’emotività.
Bah.
Res-publica. Con proprietà privata sull’altrui persona.
Bah.