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Pseudo-recensione: Il cimitero di Praga (Umberto Eco)

Well, posteri e coevi, oggi avrei dovuto riportare qui una recensione de Il cimitero di Praga di Eco, ma io sono io e ho tanti problemi con i formati, anche i più beceri, e il fatto che in passato io abbia scritto articoli (cosa che tendo a dimenticare) magicamente non mi rende automaticamente capace oggi di applicare quelle organicità e accessibilità che una recensione dovrebbe avere.
D’altro canto la voglia di scrivere una recensione non mi viene da un amore per questa pratica, ma dal fatto che l’uscita del romanzo sia stata accompagnata da critiche negative e inutili. Perché le reputi inutili, o meglio “ridondanti”, c’è scritto nella recensione che segue. Tale modo di liquidare il romanzo mi stava sulle palle anche prima che lo avessi letto, per motivi semplici più volte richiamati, ossia: Eco procede, per interessi, parallelamente a me – o viceversa, dovrei dire, ma un parallelismo non ha una fonte d’origine e un soggetto che riceve. Insomma, Il cimitero di Praga si riassumeva nelle parole chiave “1800”, “nazionalismi”, “questione ebraica”, “rappresentazione” – e i miei tre ultimi papers sono nell’ordine sulla questione ebraica, sui nazionalismi e sulle tecniche di rappresentazione letteraria. Il 1800 è implicito in quanto epoca dei nazionalismi.
Vi è poi un motivo di base, che è il senso di Eco nella storia, quello di semiologo. Come romanziere non mi fa impazzire, e non posso neanche dire che la sua prosa mi piaccia o non mi piaccia, perché Eco è un esperto di comunicazione e questa analizza e in questa sperimenta, così che di prose ne ha tante. Certo, ci sono tratti tutti suoi, a parte la prolissità (che non è inutilmente ridondante, per chi sa seguirla), e questi suoi tratti non me lo fanno amare particolarmente.
Se divoro i libri di Eco con gusto e affetto è per ciò che in questi romanzi Eco inserisce, ossia le proprie competenze e visioni – nonché i temi favoriti al momento, quelli che procedono parallelamente con i miei.
Per questo non so analizzare Eco come romanziere, e credo che per fare una sensata recensione di un libro di Eco si debba essere esperti in qualche ramo della comunicazione. Esperti di “segni” in generale, idealmente, ma la wiki inglese mi cita proprio Eco nel fare una storia della semiotica, e quindi Eco dovrebbe recensire se stesso, e in qualche modo lo fa, scrivendo romanzi che – anziché incantare il lettore nascondendo i trucchi del mestiere – rivela come il discorso (il discourse) possa creare mondi, di fiction o meno.
Per la cronaca, Il cimitero di Praga non mi ha fatto impazzire: è troppo 4dummies (ma deve essere esattamente così), e sviluppa i temi a me cari in aree a me meno care (quindi la storia italiana e francese, mentre io mi sono più interessata a quella inglese e tedesca). Si rifà poi a un formato specifico, quello del romanzo d’appendice ottocentesco, che è il pilastro del formato 4dummies – che chi (come me) guarda con sospetto alla rivoluzione francese e alla democratizzazione benedetta dalla Nazione può trovarsi a non amare.
Mi pare di aver introdotto bene la non-recensione, nel senso che mi sono fatta intricata e saccente e pedante come la non-recensione (mai tradirsi).


Ci sono astruse parole da accademici il cui scopo non è autocelebrativo, e che possono ribaltare totalmente l’interpretazione di un libro.
Se, ad esempio, prendiamo Il cimitero di Praga e gli accostiamo la parola othering, possiamo liquidare il commento di Scaraffia, che ha definito il romanzo un “vaneggiare antisemita”, come una superficiale accusa. Superficiale non perché non vi sia antisemitismo nel libro, ma perché la funzione del libro – la potenziale funzione che offre al lettore – consiste proprio nello svelare quei trucchi che possono far nascere nuovi “anti-X-ismi”.
L’othering è il “costruire il prossimo”, o, più nello specifico, il costruire il prossimo come Altro rispetto a sé per costruire il Sé. È il «capisco quello che sono andando per esclusione, ossia avendo te a rappresentare cosa (per fortuna) non sono.»
L’Ebreo è l’Altro per eccellenza, il paradigma dato per scontato perché fondante (non perché gli ebrei siano stati la prima etnia soggetta a un tentativo di sterminio, ma perché l’analisi dell’othering è inscindibilmente legata alle conseguenze sociali e morali dell’Olocausto).
L’othering, come pratica analizzata, è figlio prediletto dell’era dei nazionalismi (in cui l’identità individuale ne pretende una collettiva, di Nazione-razza), quello stesso Ottocento in cui Eco ambienta il suo ultimo romanzo.
Scaraffia è una storica, Eco un semiologo e scrittore di romanzi storici fin troppo rispettato perché lo si possa tacciare di revisionismo per aver scritto Il cimitero di Praga.
Il narratore che si fa storico specifica, a fine romanzo, che “il solo personaggio inventato di questa storia è il protagonista” e va avanti sottolineando come la costruzione dell’opera abbia attinto consistentemente, in maniera ovverosia vincolante, dal fatto storico. Conclude con una nota che al ricorso della storia dovrebbe dare un senso: “anche Simone Simonini, benché effetto di un collage […] è in qualche modo esistito. Anzi, a dirla tutta, egli è ancora tra noi”.
Scaraffia, storica, per paradosso si fa meno lucida dello scrittore, confondendo storia e politica, e trattando l’Olocausto – come spesso accade – non come un fatto storico, ma come una vicenda politica ancora aperta. Come vicenda politica, l’Olocausto come tema diventa limite della libera espressione.
Il problema è a monte, e sorge da una generalizzazione: giacché l’Ebreo è stato il primo Altro a essere riconosciuto come vittima innocente, che ha fatto scattare una serie di provvedimenti sociali e legali alla fine della Seconda Guerra Mondiale (vedesi la Dichiarazione universale dei diritti umani, che tenta liricamente di rendere ogni essere umano uguale agli altri e intoccabile dalla discriminazione – ma lo fa, figlia dei propri tempi e rivelando una certa ipocrisia, usando la parola “razza”), si stabilisce un sillogismo aristotelico fallace, per cui l’Ebreo è l’Altro e quindi offendere l’Ebreo significa automaticamente offendere ogni Altro. Non ci sarebbe nulla di male in questo principio (a parte una certa fallacia logica), perché porterebbe a un rispetto aprioristico della diversità con l’Ebreo come portavoce (ma all’Ebreo, poi, questo ruolo starà bene?). Il problema sorge quando l’Ebreo catalizza ogni com-passione per le vittime per i sessant’anni seguenti, e ci troviamo dinnanzi a vicini di casa che danno del nazista a chi fa battute sugli ebrei e poi dicono a senegalesi e albanesi di “tornarsene a casa loro” (non sapendo, ingenuamente, che il nazionalsocialismo in origine prevedeva un esilio della comunità ebraica al di fuori del territorio del Reich, e non uno sterminio).
Per questo la specifica del narratore sull’attualità di un Simone Simonini, il protagonista, è fondamentale. Per questo Il cimitero di Praga si fa strumento universale che utilizza l’Ebreo come paradigma dell’Altro, e mostra – passo per passo – come ieri e oggi e domani si possa arrivare a costruire l’Altro per accumulazione di impressioni ascoltate durante l’infanzia, estratti di fiction che si fondono con la cronaca, interpretazioni-trappola di dati di fatto (come un dato fisiognomico) che intrappolano in semplicistiche conclusioni (quali quelle che stabiliscono una corrispondenza precisa tra forma del cranio e tipo d’intelligenza, o mancata tale).
L’ultimo romanzo di Eco, insomma, mostra come l’Antisemita non sia né intrinsecamente malvagio (poiché Simonini è solo un opportunista, che si farebbe buono se il mondo non gli mettesse davanti certi bivi), né ottusamente stupido.
Non si può certo dire che Simonini sia encomiabile, dal punto di vista intellettuale – e, con ciò, non si può quindi dire che l’antisemitismo mostrato nel romanzo sia convincente. Le tesi con cui Simonini giustifica la propria paura e il proprio disprezzo nei confronti del popolo eletto sono facili da smontare, e per un semplice motivo: sono già state smontate. Sono un accumulo di narrazioni degne di un romanzo d’appendice anche quando provengono da resoconti in prima persona, e cliché a cui nessuno crede più. Le falsità (ma non sono falsità, perché le narrazioni non riguardano “vero” e “falso”, semmai “verosimile” e “inverosimile”) che Eco pone al lettore come sfide da smontare per comprendere come si monti una mistificazione sono insomma sfide 4dummies, che non chiedono al lettore né una particolare capacità critica né un’ampia conoscenza storica. Sono inverosimiglianze già digerite dalle passate generazioni di anti-anti-semiti, dissezionate da documentari e giorni della memoria, e al lettore si chiede solo di sospendere l’incredulità per mettersi nei panni dell’insostenibile Simonini, che tale è non perché malvagio né perché stupido, ma perché mediocremente furbo (e qui appare un rimando alla “banalità del male” arendtiana – ma solo se vogliamo).
Jonathan Littell, in Le benevole, è stato molto più abile, mettendo in scena un protagonista dall’intelletto più sottile e meno rancoroso, e quindi più persuasivo nello stigmatizzare l’Ebreo. Perché il problema di Simonini, ciò che lo rende poco convincente come minaccia per il lettore, è che viene parzialmente bidimensionalizzato sul pilastro che lo sostiene, l’antisemitismo, che ribadisce in continuazione senza mai fondarlo convincentemente. Questo mi ha portato a domandarmi se Scaraffia abbia la pelle troppo sottile su certe questioni, reagendo così fobicamente e perdendo lucidità nell’analizzare (sindrome comune alle generazioni post-Olocausto, pare), o se invece come lettrice si sia finta più dummy dei dummies a cui il romanzo è rivolto – ossia se, non riuscendo a smontare le 4 dummies goffe accuse portate agli ebrei, abbia ritenuto che neanche il lettore medio ne sia capace.
Eco usa affermazioni di altri personaggi per giustificare la maldisposizione del protagonista, e questo fa de Il cimitero di Praga uno spaccato su un’Europa di fine Ottocento che – come troppo spesso si dimentica, dando ogni colpa ai tedeschi – era pacatamente e gravemente (citando Genet a sproposito) razzista, con lo stesso candore con cui oggi si esprime la logica del “dato che la maggior parte dei crimini è commessa da immigrati, vorrà pure dire qualcosa”.
È quel “vorrà pure dire qualcosa” a farsi letale, indipendentemente dallo spazio-tempo, perché si appella a dimostrazioni che non possono essere dimostrate se non generalizzando. E generalizzare sugli ebrei, per chi abbia approfondito minimamente la questione, è facile.
Hitler, nel Mein Kampf, porta spiegazioni difficili da decostruire per chi non abbia un quadro d’insieme, perché attinge consistentemente dalla storia, non nel modo compilativo che si rifà a fonti secondo il principio dell’ipse dixit in cui l’autorità è l’esperto in materia, ma attingendo dalla storia come comunemente è percepita – in un modo non dissimile da quello attuato da Simonini, che è poi il modo nato con i nazionalismi e che tutt’oggi esiste. Questa popularization della storia permette a Hitler di accedere al pubblico da una parte, ma dall’altra fa sì che solo una piccola fetta di questo pubblico – quella erudita – possa confutarlo. Perché, per smontare la rilettura hitleriana dei fatti storici, bisogna prima conoscerli. (Il fatto che Eco non sia stato definito un revisionista non è dovuto a un accurato controllo delle fonti da lui utilizzate, ma dal fatto che Eco è Eco; e Littell come revisionista avrebbe poco senso, dato che è di origine ebraiche.)
Il lettore contemporaneo sarebbe avvantaggiato nel leggere criticamente il Mein Kampf, perché decine di anni di distanza permettono una più ampia e scettica visione del quadro d’insieme, e soprattutto permettono di confrontare le proprie premesse (ossia le cose che si danno per scontate – e l’Ottocento dava per scontata la rilevanza della differenza tra razze, e la connessione tra sangue e comportamento) con quelle dell’autore.
Il cimitero di Praga doveva essere scritto da un Eco, perché un Eco lo leggono in molti, e pochi leggono il Mein Kampf. Ambo gli strumenti permetterebbero di sviluppare una visione critica dell’othering, ma Eco fa di più: a differenza di Hitler mette a nudo la struttura che permette a certe credenze collettivamente condivise di diventare realtà. Lo fa usando un Simonini sicuramente tenace nel proprio rifiuto dell’ebreo, ma non complesso quanto un Hitler, né sottile quanto un Littell. Distanziandosi da se stesso, Eco compie un altro passo, simile a quello compiuto da Hitler: il semiologo si semplifica, rende la propria prosa più approcciabile, applica su se stesso la popularization adottando un narratore che si rivolge alle masse e non a una ristretta cerchia di eruditi in cerca di frasi che neanche un dizionario può chiarire.
Sui contenuti storici, Eco si limita a fare quello che sia Hitler che Littell hanno fatto: attingere dal patrimonio storico comune e accessibile, mescolato spesso con una parastoria, fatta di eventi registrati misti a conclusioni inglobate da chi la storia la scrive. Perché che gli ebrei abbiano avuto a che fare con il denaro per secoli è un fatto storico, ma non lo è la conclusione che li vuole strozzini perché parassiti per sangue o cultura. Il passaggio tra fatto e conclusione è quel “vorrà pure dire qualcosa” comune oggi come a fine Ottocento.
Abbiamo ancora sulle spalle un tabù irrisolto, che non consente una vera analisi delle fonti che hanno portato all’antisemitismo, e purtroppo elencarle può far passare per antisemiti, perché la storia che conosciamo non è troppo dissimile da quella utilizzata da un Hitler, da un Simonini o da un Littell. Gli ebrei sono stati per secoli ricollegabili all’accumulo di ingenti somme di denaro, sono stati storicamente famosi per essere strozzini (e se ciò sia vero o meno non lo sapremo mai, perché la storia non è onnisciente ed è parziale, e tende a creare l’Altro come gli individui che la compongono), ma non è alla storia pura che dobbiamo guardare, bensì al modo in cui la storia si costruisce, si rilegge e interpreta – ed è quello che Eco fa, facendo di Il cimitero di Praga, più che un libro sulla storia dell’Ottocento, un libro sulla storia delle rappresentazioni nell’Ottocento – e quindi dei metodi rappresentativi in generale, sempre validi.