kirst

Genauigkeit und Seele.

Ho dato un senso autunnale al mio armadio.
Colori: nero, beige, grigio. Qualche viola, rado. Qualche blu che cerca di essere viola. Qualche violetto che ammicca al celeste. Ossessione per una tonalità tra viola e blu che non riesco mai a trovare.
Il beige e le terre sono acquisti razionali, mossi da pensiero: “colore casual che può essere elegante; non impegnativo”. Poi arrivi agli estremi, del beige, al vero casual come filosofia di vita, e ti fermi.
Potrei prendere qualcosa di nuovo. Potrei.
Potrei perché il vestito consunto è grigio concettualmente, perché sono figlia del secolo e perché sto ascoltando musica classica.
Musica classica? Eh? Che c’entra?
Ogni tanto mi ricordo che la classica è crudele.
Ora, questa frase è vagamente superficiale e generalizzante. Il termine “classica” non significa praticamente nulla, perché non so sicura che saprei distinguere un pezzo di classica da uno barocco, e quindi il termine si fa poco pertinente. Ma non ne ho altri. Se avessi un minimo di spirito critico musicale saprei catalogare anche quest’anta dell’armadio, ma non ne ho.
Però la classica – qualunque cosa sia – è crudele. È come se se ne sbattesse del passare del tempo e narrasse con brio di tutta la gamma di potenzialità umane. Trovo indecente il modo in cui un pianoforte scandisce note, le intreccia, le fa salire e scendere al contempo. C’è un che di perverso – perverso nel modo in cui Maletta usava questo termine, qualcosa che stravolge il verso sbattendosene di quale sia quello giusto. Riesco a capire come la Chiesa riuscisse a puntare il dito anche contro la musica: nella sua astrattezza riesce a pervertire. C’è un che di sospetto anche nel fatto che si parli di “allegro” e “adagio” anziché di “allegro” e “triste”.
Alcuni pezzi, ben calibrati su di me, sanno darmi un’esaltazione generale senza direzione. Se ne sbattono del contesto ed esaltano. È questa indifferenza alla direzione (o al verso) a renderli indecenti. Questo rende la classica – qualunque cosa sia – crudele.

Domattina: segreterie studenti. Uno degli ultimi posti dove vorresti finire. Ce ne sono un tot, si differenziano per funzione, hanno diverse sedi, in diversi edifici per sede, è tutt’altro che intuitivo. L’ultima volta che ci sono andata la segretaria si è congratulata con me perché, avendole fatto una determinata domanda, presupposto era che avessi capito la procedura.
Fermiamoci, e riflettiamo.
La segretaria si è congratulata perché avevo capito la procedura.
Benvenuti nelle segreterie studenti della Statale di Milano.
(Quando avevo spiegato una procedura al ragazzo tedesco, in treno verso München, mi ha chiesto: “Kafka?”)
Aprono al pubblico alle 9:00. Se per le 12:30 ho finito, posso andare nell’unica stanza calda di tutta la sede di Mercalli e ivi attendere kijomi. Mi farà impressione vedere un tassello della mia vita-Internet aprire la semi-bloccata porta di quel buco. Piacevole impressione. Amo mescolare.
Mi sono a lungo interrogata, come ogni volta che mi do appuntamento con qualcuno in centro Milano, su quale quieto posto possa essere buona meta. L’interrogatorio non dà risultati. (Ci sarebbe la biblioteca del bunker di Germanistica, luogo piacevole in cui piacevolmente salutare conosciuti e sconosciuti sentendosi a casa – ma non mi sembra il caso di adottare Germanistica come propaggine di casa mia, per ora.) Milano ha una sovrabbondanza di persone a 20 centimetri da te, ovunque tu sia. L’abitudine è così consolidata che anche nei lounge bar più costosi lo spazio personale non supera il metro. Mi manca Berlino, con le sua strade immense, i suoi locali ampi, i suoi palazzi spogli e colorati di notte, le persone che in metro non si mettono nel posto più lontano possibile ma vicino a te, eppure non ti sfiorano neanche per sbaglio neanche una volta. Nei cui locali – ancora per poco – puoi fumare.
Parlavo con Sebastian del camminare per strada. Sebastian mi diceva della sua impressione che a Milano si abbia l’impressione che le persone ti permettano di camminare vicino a loro, e di cambiare direzione. Non ho una consolidata esperienza estera bastevole a fare un contro, ma so che uscire dai “binari” del proprio percorso in una strada di Milano significa causare una curiosa (a volte anche un po’ indignata) perplessità nei passanti. Perché? Boh. Sono queste sfumature culturali che mi appassionano.

A proposito di Sebastian…
Quando sono stata da lui mi ha messo a sedere sulla sua poltrona davanti al computer, per farmi vedere un video. Non ha commentato, prima di farmelo vedere, ma io lo farò. Lui ha commentato dopo, dicendo:
“Non si può far vedere questo filmato a bambini o a stupidi.”
La mia indole anti-censura a quel punto si è scossa, ma ho capito quel che intendeva.
Il filmato che segue è di Walt Disney. 1943. Sebastian mi ha detto che è stato dato in pasto al pubblico da pochi anni, ma non ho fonti a riguardo.
Lungi da me darlo in pasto a voi per incrementare il contro-ideale nazista. Questo filmato ha una grossa e brutta pecca: mostra un popolo totalmente brutto e cattivo escluso il protagonista bambino del filmato. Io farei il mondo germanista perché un germanista è costretto a conoscere la Germania da altri punti di vista che quello Hitler+Birra+Volkswagen.

Kirst, amante della madrepatria, scrisse:
“Noi non siamo mai caduti così in basso in tutta la nostra storia, Ciò che abbiamo visto, nessuno lo dimenticherà mai. Nessun popolo si è inferto ferite così profonde.”
Mi piace approcciare la Seconda Guerra dal punto di vista tedesco perché mi costringe a pormi domande.
Se la approcciassi dal punto di vista Alleato avrei già tutte le risposte: da Norimberga in poi sono compilate in ordine in ogni programma scolastico.
Dato che delle risposte me ne sbatto poco perché la verità storica non esiste (un insieme di testimonianze soggettive non fa un dato oggettivo), galleggio nel mare di domande.
Quel video mostra bene una contro-tesi. Quel filmato, ai tempi, avrebbe (ha?) fatto porre domande su tutta la positività del positivismo. Oggi quel filmato è una reiterazione, curiosa perché è Disney. Vorrei che un nome altrettanto importante, oggi, facesse un filmato altrettanto fomentatore di dubbi – magari evitando quella lieve demonizzazione e criticando sé anziché Il Nemico.

Prossimo libro di Kirst (che ormai fa collana a sé nella mia libreria): 08/15 La rivolta del caporale Asch, primo della trilogia che gli ha dato (ai tempi che furono) fama in Italia.
Mi capita di rado di trovare autori che siano “assicurazioni”, ossia: sai che, comunque, un loro libro ti piacerà. Mi è successo con William Gibson, con Palahniuk. Con Hugo. Kirst è una (cadavere) mano amica che sa vedere le cose senza ingenuità ma che non indugia nel rivoltante. Von Salomon, indugia nel nichilismo. Ognuno di Wiechert è un’ode al cameratismo nato dal fronteggiare la morte della percezione del mondo come cosa cui si appartiene. Kirst è… Qualcuno per la cui morte mi spiaccio, perché a volte leggi autori e ti chiedi se anche di persona saprebbe darti quella sensazione – quell’allertata pace. A volte è difficile capire se le cose trasmesse da un libro provengano dalla realtà tangibile o in questa non esistano, e appartengano alla sfera delle sensazioni inducibili solo dalla parola (sempre che ne esistano). Non voglio mondi alternativi, ma punti di vista alternativi.

Il fatale diverbio sull’Acero era nato per una questione di punto di vista (narrativo), sul come regolamentare ciò.
Proseguendo con il dibattito, e notando che mereia usava “punto di vista” e “terza persona” quali intercambiabili, e sapendo che lei è madrelingua inglese, e conoscendo l’approccio della linguistica inglese, ho fatto una ricerca e ho scoperto con wikipedia (fonte assolutamente inaffidabile per avere verità&precisione, ma assolutamente affidabile per sapere qual è la verità in voga) che la definizione inglese di “punto di vista (narrativo)” coincide con quella di “persona grammaticale”.
Ogni tanto la linguistica inglese ha questo brutto vizio di voler unire praticità e semplicità ad ampiezza di nozioni, e lo fa saltando livelli (e poi è costretta a dare definizioni di quattro righe per tappare le falle, con il risultato di creare una voragine tra istruzione elementare e istruzioni approfondita). Beh, non solo la linguistica.
Il commento di Mere è stato:
“Solo in Italia si può discutere di certe cazzate.”
Ho cercato di mettermi nella testa di una concezione per cui una cosa grammaticale coincide a un concetto semantico in automatico. La lingua inglese è usata e si modifica secondo direttive funzionali. Come può il concetto di “punto di vista”, quale “concezione tramite cui viene percepito e quindi ri-descritto il mondo”, corrispondere al modo in cui declini il verbo? A volte penso: “Perché gli anglofoni in voga, a volte, non dicono ‘è troppo difficile da spiegare in due righe’ anziché farlo omettendo passaggi?”

Pray… for this country, that our leaders… are sending [U.S. soldiers] out on a task that is from God. <— Omissione di passaggio. (Sarah Palin, comunque.)

Ricordo i dibattiti con la mia ex madrelingua canadese, che tanto amava la semplicità e tanto prendeva in giro i convoluti italiani. Non conosceva il tedesco, la madrelingua, ma diceva che era una lingua difficile – lo diceva arricciando le labbra e storcendo il naso. Se lo avesse conosciuto, avrebbe saputo che il tedesco da propaganda e frasi-chiave del periodo nazionalsocialista era sintetico e semplice. Così semplice che potevano capirlo anche i bambini appena svezzati.

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