job

Accompagnatrice.

Luogo: Milano

Manager cerca ragazza Accompagnatrice 18/25 anni per cene, 5 incontri mensili, compenso 1500 euro.
Si richiede età da 18 a 25 anni, bella presenza, simpatia. Inviare foto e dati personali a XXX.

Mh? Che ne dite?

(Io nel frattempo dico che ho ancora qualche Bratwurst da smaltire. Ho idea che una settimana di frenesia milanese aiuterà – che io voglia o meno.)

Stasi e portando avanti.

L’ultimo ricordo, prima di svegliarmi, vede me schierata su un palco teatrale con dei colleghi. Sì, tutti in giacca e cravatta, nero e bianco. Sì, molto men in black. C’era anche John Travolta. Siamo tutti in riga perché il Gran Capo ci vuole fare fuori. Il Gran Capo è quello lì, quello più vecchio, basette grigie, vedete? Quello con l’automatica in mano, e i baffetti sagaci, la faccia da roditore.
Però l’automatica ce l’ho anche io, dietro la schiena. La sento con il pollice e l’indice. Impara a muovere le dita senza tendere i tendini del braccio. Una possibilità ce l’hai. Roulette russa.


A parte i miei deliri notturni, sono in stasi da tre giorni.
Fottuta malattia…
Ieri sei ore di lavoro in uno stato per cui mi vergognavo. Insomma, non si può servire un cliente con la faccia di uno straccio usato e scaraventato in un angolo, e i capelli da lavare raccolti alla bell’è meglio, con effetto finale zitella-con-forcine (senza forcine, però). Sembravo un manichino di fine stagione di un negozio di abbigliamento undeground, quelli su cui sono messi tutti gli scarti della collezione, a caso. Scarpe da skater con stringhe viola-ti-acceco sotto jeans con borchiette e stronzate varie dal metallo al ramato sulle tasche; jeans a sigaretta, che con le scarpe da skater fanno molto nerd. Maglia a collo alto (male golaaaaaaaaaa) color prugna con sopra la maglietta a mezze maniche della divisa.
Mi mancava il muro di una metropolitana dietro, il trucco viola colato sotto agli occhi (sopra alle occhiaie), e la scritta in formato tag di una sottomarca per adolescenti rivoltosi.
Il lato simpatico della faccenda era che la new entry del negozio, una ragazza di nome Marta prototipo bionda-occhi-azzurri che ride sempre in modo assolutamente angosciante e assolutamente ritemprante, ha riso a tutti i miei toni e a tutte le mie battute ciniche.
Poi c’è stato uno della security che mi ha placcato mentre andavo a prendermi da mangiare, per cominciare uno scambio di alto livello culturale:
“Tu lavori con una che si chiama Serena?” (Espressione di chi la sa lunga e c’ha il segreto.)
“Sono io.”
“Ahhh… Allora sei tu, Serena.”
“Sì.”
“La famosa Serena…”
“… Ok, parla.”
“No, è che c’è un ragazzo al Bennet che mi ha detto di Serena…”
“E…?”
“Hai uno spasimante.”
“Ah. Chi è?”
“Ehhh, non si può dire.”
“Ah. Beh, grazie. Ciao, vado a mangiare.”
La gente è strana.
(Loro, non io – ovviamente.)
Poi c’è l’altro ragazzo della security, quello meridionale-ha-fatto-la-fortuna-qui-ma-si-sa-la-mafia-è-ovunque, che mi guarda le cicatrici sul braccio e mi dice in confidenza di quella volta in cui si spense la sigaretta sul braccio per non prendere a schiaffi la tipa.
“Mi aveva dato uno schiaffo e mi aveva fatto incazzare non sai quanto.”
“Eh…”
“E allora sai che ho fatto? Avevo la sigaretta in mano e così, davanti a lei, me la sono spenta addosso.”
“Meglio fare del male a te che a lei, no?”
“E si è messa a piangere!”
“Certo, logico. Tu ti fai male e lei piange.”
E tante piccole cose.
Per la seconda volta lo dico: mi mancherà quel posto di lavoro. Anche se – mi rendo conto – riesco a sfuggirne esattamente adesso che cominciavo a farne parte, e quindi a essere parte dei pettegolezzi.
(Il signor Biffi, vecchietto laido che passa le giornate girando senza scopo per il centro commerciale, rivela alle folle che io disegno donne nude. Ohhh. Chi gliel’ha detto? Ma soprattutto, la notizia risale ai tempi del liceo… Ma soprattutto, che se ne fa di questa notizia?)
Odio i pettegolezzi, sapete?
Intendo: quelli che non sono diffusi da me, e sono veri.
Una collega ha riassunto la sottoscritta alla new entry dicendo che sono quella che ogni tanto si perde nel suo mondo; è un po’ filosofa, ecco. Credevo di essermi lasciata alle spalle certe abitudini, e invece sono ancora qui. Meglio perdersi nel proprio mondo per qualche istante anziché avere crisi epilettiche, no? Guardiamo i lati positivi…

Domani è pubblica la graduatoria del test; è pubblico se sono dentro o no.
Intanto, Donato Torchia manda placido una cortigiana di fiducia e un mancato castrato a prendere un affascinante uomo proveniente da Aleppo, con cui intende intessere un’amicizia di mutuo soccorso. (No, laidi maialini, non in quel senso.)



«Ah! E tu questo come lo sai? Ha quindi usato gli stessi argomenti con te? Ma intendo, esattamente gli stessi eguali argomenti? D’altro canto…» pare supporre Nicola, chiudendole la giaccia sui seni. «Ci sarebbe da chiedersi in che vesti ti ha desiderato come conversatrice. O conversatore. Perché, mia cara Zefirina, è tale la padronanza che l’uomo di Aleppo ha nei riguardi di certe virili dissertazioni che-»
«Che ci si domanderebbe per quali generi di discorsi si renda famosa Venezia.»
È di Donato, l’intromissione – garbata, cortese, placida. Insinuante quanto può esserlo una piuma, ma ciò nonostante tutt’altro che lieve. È in piedi sulla porta, fa ora il passo per entrare, e di tutta la frenesia che l’attendeva non sembra serbare traccia.


Intanto, un ambasciatore in era napoleonica di nome Milton porta avanti le sue danze tra creoli e ufficiali.


«Un aspetto algido attrae l’occhio, si sa, e se egli me lo permetterà scambierò con lui alcuni di quegli utili consigli, vestiti da piacevoli e forse poco convenienti discussioni, sul come trattare una donna… Se mi permettete…» Milton fece un passo, cercando nello sguardo dell’ufficiale il benestare. Il passo lo fece in direzione di Miss Barbara, e al primo seguì un secondo, al secondo il braccio alzato per reggere quello di lei. «Potrei mostrargli da subito com’è obbligo di ogni gentiluomo afferrare l’occasione non appena questa si presenta. Un ballo, Miss?»


Moebius Sedlacek è negli anni del collegio, con le sue törlessiane trame.


«Mi chiedo cosa ci sia nella tua testa…» comincia a dire Moebius, meditabondo. Una sigaretta è comparsa anche tra le sue labbra, ma su di lui è parte integrante della figura d’insieme. (E il suo fiato sa di tabacco bruciato. Sempre.) «Studentello riservato che sta sulle proprie scopre il pompino per bocca di un ragazzo drogato. Come ti senti? Non ci sono passato… Quanto devi essermi stato grato, in quel momento.»


Anni dopo è avvocato, e le trame sono più intricate e vanno sul personale.


«Più grandi…» ripete Moebius, continuando ad annuire. Prende la sigaretta e l’accendisigari. «Sì, certe passioni nascono in collegio. Le coetanee sono troppo stupide, e vogliono troppo senza saperselo prendere. Una donna matura è sicura di sé, e sa prendersi quello che vuole. Giusto…?» Ammicca, quel sorriso a metà che Miahi gli ha già visto: le labbra sollevate solo da un lato, come se l’altro tacesse per censura.


Proseguo quel racconto breve che riguarda me, Hyoga, Horton e Kendall.
Hyoga è in vacanza, e intanto scrivo una frase ogni tanto.
Tipo:



New York è magica perché è del colore su cui sintonizzi il canale. Sulla Corvette a cambio manuale di Horton persiste l’effetto neve, e il brusio di sottofondo rade a zero ogni disturbo.
Il motore delle altre auto, può essere un disturbo.
La musica che fuoriesce da un locale, può esserlo.
Gli sporadici schiamazzi notturni, anche.
Qualsiasi cosa che non sia il silenzio che precede il gran boato è di disturbo.


Infine, ci diamo da fare per trovare uno stile a quella “cosa” sci-fi da farsi con roninreloaded .


Gli occhi si aprono sulla cabina vuota.
«Bentornato, coscritto Kevorkian.»
Quasi vuota.
«Presente, coscritta Liqin.»
La voce non riemerge subito. Il corpo dorme, quando la mente si connette al chip; il corpo non subisce più gli stimoli esterni, ma galleggia in quelli interni.
Kevorkian ha freddo del freddo del magazzino di fasci di cavi e travi di metallo ossidato, e del sudore gelato che gli incolla la maglia alla schiena. La maglia è reale, spazio-tempo settato su qui e ora. Il magazzino non era meno reale, fino a tre secondi fa.
Ligin è reale, le cosce che si stringono sui suoi fianchi. Profuma, dolce e densa.
(Il magazzino era arido, e l’odore secco di Steinn; polvere di metallo tra i capelli, esalazioni che si sfilacciano nella memoria.)
Ligin è il buon risveglio, fronte contro fronte, ciglia contro ciglia.
«Da quanto aspetti?»
«Avrei potuto fare da sola, se è questo che intendi.»
«Una lamentela?»
«Mera constatazione.»
Ligin è carne calda e soda e viva contro l’addome. Un nuovo, bagnato sogno, in cui sprofondare.
A occhi aperti.


(Cauche, siamo a un totale di 173 pagine.)

Sigh.

“Sì, nonostante ci sono stati tre giorni di brutto e nonostante mi è mancata Diana… O era Serena? Eheh confondo anche da qua :-P”

Vi ho mai detto che dall’entrata del cane in questa casa (cane = Diana) ho avuto qualche piccolo problema di personalità?
Perché?
Perché mia madre quando deve chiamare il cane urla il mio nome.
Quando chiama me usa il nome del cane.
Ma no, non è colpa da imputarsi al rincoglionimento di mia madre… Lo faceva anche Nonna. E le amiche di mamma, anche, lo fanno. Ovviamente non lo fanno apposta, ma con quale naturalezza chiamano il cane con il mio nome e viceversa… >_>
Sigh.

A parte ciò, devo trovare risposta a una fondamentale domanda: perché la cliente del sito necessita di SETTE SMS per dirmi di cambiare DUE cose? (Facendomi riaprire il sito per quattro volte, e apportare l’infinitesimale modifica che si erano dimenticata di dirmi.)
Sigh.

Torniamo al piano edilizio di Washington…

Barroco?

Stasera: ripasso del Bernini e di quella gente lì. Barroco e via dicendo. Quadri con gente ammassata che cerca di riempire i vuoti d’ombra lasciati dal Caravaggio. (Amo il Caravaggio, illuminato rissaiolo.) Facciate piene di curve e decorazioni. Stupire, strabiliare, commuovere per esasperazione.
E a proposito di Barocco…
Ringraziamo Canadair di averci contattato. Amiamo le sorprese. Amiamo il “saper” incontrare persone interessanti. Amiamo, nello specifico, aver trovato una persona che al momento, “a pelle” – la pelle via Internet è una pelle riveduta e corretta – non ci causa inconsapevolmente il gesto di scacciare una mosca. (E poi che il gesto si tramuti in un gesto vezzoso, e appaia un sorriso sulle labbra; sorridi e il mondo ti sorriderà.)

Stasera mi sono beccata della provocatrice per aver convinto un tizio a comprare una camicia. Me l’ha detto mentre decideva che l’avrebbe comprata. (E io ho pensato: “La compri grazie a me? Provocatrice quanto vuoi.”)
Mi sono beccata un “ci intendiamo” da parte di un tizio che è entrato in negozio con giacca over-size e cappello da cowboy entrambi texture militare (non sto scherzando), quando chiaccherando gli ho detto che non avevo alcuna critica sul come fosse vestito, non fosse per il fatto che la texture del cappello era diversa da quella della giacca e ciò era male, nulla da ridire, in quanto mi sono vestita in modo molto peggiore. Ha riso partecipe e mi ha ringraziato con gli occhi.
Ieri invece mi sono beccata della “solita porca” da una mia collega – solo perché sollevando un manichino mi sono lamentata del fatto che aveva le gambe troppo chiuse, e quindi mi si incastra il dito ogni volta e mi faccio puntualmente male. Ma io sono asessuata, non gliel’ho detto? Quel manichino, comunque, è una baldracca. Ecco.
Infine sono stata adorabile con tre ragazzi, così adorabile che se la me di tre anni fa mi avesse visto si sarebbe o suicidata o innamorata. Devo solo capire qual è l’ipotesi più corretta, e agire di conseguenza.
(In tre ragazzi hanno comprato sei capi; bravi, ragazzi.)

E ora, Barroco a me!

Desideri random.

Fottuti fiori.
ClorofillaShop. Sezione “fiori”. Sottosezione “matrimoni”. Guardatevi le ultime due righe, spettacolare matrimonio in spettacolare chiesa. Vorrei dir messa da un altare così.

… Comunque.

Ripeschiamo il video che ci convinse a vedere V for Vendetta (oh film!), video realizzato da nausicaa83. Il film è di quelli di cui dire “ha detto tutto”, e ho voglia di riguardarmelo con una persona che non l’ha mai visto.
Intanto… Nausicaa, se scappo da Lecco e mi rifugio spiritualmente in quel di Venezia, mi dai la cuccia del cane?
Voglia di Venezia, jaja.
Comincio a invidiare il mio caro Donato Torchia solo perché ho deciso che lui ci viveva.
Ho anche voglia di scrivere di Jan di Leida – ma no, lui forse non lo invidio così tanto.
Ho anche voglia di guardare V in faccia a lungo mentre non può mutare espressione perché porta una maschera.
Ho anche voglia di:

Give me time and give me space
Give me real don’t give me fake
Give me strength, reserve control
Give me heart and give me soul
Give me time, give us a kiss
Tell me your own politik

E poi di continuare a leggere il riassunto totale di storia in 600 e qualcosa pagine che sto leggendo nei momenti in cui non posso fare altro, giusto per contestualizzare storia dell’arte e dell’architettura.
Persino di mettermi sulle parametriche per matematica.
Di leggere “Demian” di Hesse. E “Il lupo della steppa”, sempre suo, che ai furono tempi non riuscii a continuare perché mi stava ammazzando senza troppa misericordia. E di leggere quel libro che mi ha consigliato Hyo, narrativa ambientata durante la Guerra dei Trent’Anni.
Di bere un sorso di Coca Cola.

Fatto.
Di camminare per i corridoi dell’università.
Di non avere più giornate vincolate da un lavoro che mi blocca qui.
Di dover passare da Milano e per ciò di sfruttare gli agganci alle varie conferenze stampa che il giornale offre. Di vedere un manifesto in metro e andare gratis alla mostra. Allo spettacolo. All’evento. Di trovarci un senso, anche. Di rompere le palle ai protagonisti degli eventi facendo loro domande inopportune. Di rapirli per il mio personale diletto, e risucchiare il distillato del loro personale mondo.
Di velluto sulle gambe e giacca a tre quarti in giro per la città. Comodità portatili. Eleganza e contegno e rilassatezza. Voglie modaiole pre-autunnali, che l’anno scorso hanno portato il mio guardaroba a farsi snob e autocompiacente – e la tendenza continua.
Mentre ho voglia di ripescare i jeans oversize, etnies e maglietta della bastard dell’armadio e ondeggiare per locali fumosi (fottute leggi proibizionistiche).
Di spaccare della legna e accendere un camino.
Di camminare per strada in maniche di camicia e infradito.
Mare e orecchie sott’acqua, e sentire il ventre della Terra gorgogliare.
Tante cose.
Tutto perché ho voglia di aver già dormito.
3.33 del mattino.
Segnare i desideri per non dimenticarli.
Per darsi direttive.
Per il tempo di finire la sigaretta.

Finita.
‘Notte, mondo.

Lavori.

A pezzi.
Ma Mister Sonno non si vede neanche a pagarlo.
Breve post, e matematica. Jaja. OpOp!
(Musica da rave trance nelle orecchie non aiuta ad assopirsi, c’è da dire.)

Sentendosi bianchi, ci si trova al telefono con weir_wanderer che mi fa notare che il bianco è un colore importante: è il colore delle lenzuola.
Gli sottopongo il mio caso: le mie lenzuola sono rosa o blu.
Mi dice che allora potrei sceglierle nere.
Puntualizzo che in tal caso sarei propensa a lenzuola in seta.
Etc etc…

Sei ore in negozio a cartellinare ogni fottuto capo causa passaggio al 70% da farsi entro la serata. Dalle 16:00 alle 22:00. Con le invasioni barbariche, orde umane pronte a lanciarsi su qualsiasi merda sia al 70%. Metà clientela richiede gran pazienza, in quanto l’italiano poco lo sa e ancor meno lo capisce, quindi: scandire e ripetere ogni fottuta e semplice frase. (Per fortuna devo esplicare dove si trovano indumenti e non chi è Dio: mi suiciderei.)
Ma l’interazione con persone – bambini strillanti a parte – in verità ci piace-e-basta. Anche con i peggiori soggetti, che paiono mostri da videogame creati apposta per fungere da nemico a fine livello. Giuro, mi piace veramente avere a che fare con ogni tipologia umana. Beh, adoro essere adorata per aver fatto stronzate e gentilezze gratuite. Per aver semplificato a qualcuno la vita per cinque minuti. Per aver dimostrato a qualcun altro che una commessa può metterti a tuo agio e non fissarti critica gli abiti che indossi, valutando la tua taglia. Per essere andata oltre alle difficoltà linguistiche comprendendo i desideri del cliente. Per aver trattato un senegalese-oddio-sono-in-un-negozio-borghese-in-una-città-razzista come il più esigente cliente doppio-petto-voglio-la-manica-che-faccia-sporgere-la-camicia-di-un-centimetro-come-da-Regola. Per aver sorriso candida alle avance di un cliente laido (non si aspettano che tu sorrida come la più candida infermierina-che-tutto-fa-ma-a-te-non-la-dà.) Tirare le giacche sulla schiena dei clienti per capire se stanno loro larghe. “Scusa, posso?”, manine amorevoli ed esperte come quelle di una sarta (AH-AH!… non so mettere un bottone) ad alzare braccia per domandare se il capo sia comodo. Simpatia e intesa con la ragazza che deve regalare qualcosa al suo lui e non sa quale sia la taglia media maschile. Accorta e puntigliosa precisione con la signora di mezz’età con cui meditare su come customizzare la maglietta addosso al nipote.
Sono meravigliosi.
Desideri facili, sono pagata per sorridere. So cosa devo fare, devo solo farlo.
Jeans aderenti, cintura altezza ossa del bacino, tacco bianco. La parte mi riesce così bene che la capa si è accorta che il mio avambraccio sinistro è cosparso di cicatrici solo dopo due mesi in mezze maniche della divisa.
La parte mi riesce così bene che quella che sopporta tutti i clienti sono io. (AH-AH!) Quella a cui non vengono attacchi isterici. Quella che alla fine ride anche del più petulante bambino con incapace madre al seguito. Quella che serve la categoria nord-africano-voglio-essere-fastidioso-perché-mi-vuoi-così. Quella che non sbotta mai sgarbata.
Quella che durante il turno va al Bennet a fare la spesa per le altre; quella che va a prendere la caffetteria e torna zampettante con vassoio sollevato fieramente.

C’è qualcosa di immensamente liberatorio nell’essere pagati per fare un tot di cose e non di più. Un di più sarebbe solo di fastidio, metterebbe solo a disagio: è da evitare.
Sei ore tra le più devastanti mai provate fino ad oggi e non avevo vere lamentele. Mi sono lamentata un po’ per condivisione con la collega stremata. L’unica postilla è che – poi – devo tornare a casa e devo fare tutte quelle cose per cui non sono pagata e che non sono richieste.
Quelle complicanti.
Cagacazzo.
A volte pedanti.
Esaustive.
Quelle che non mi paga nessuno e per cui chiedere il triplo di quello con cui vengo pagata alla Sonny Bono. (Il triplo come minimo.)
Insomma, voglio essere pagata per continuare a esaurirmi il cervello imparando.
Voglio essere pagata per migliorare.
Pensate a quanto sarebbe bello un mondo in cui tutti sono pagati per migliorare se stessi.
Pensate al fatto che potrebbe non essere un’ipotesi, magari.

(Ah, gioco anche con i bambini.
Mi adorano, i bambini.
Mi guardano di nascosto e mi sorridono, e se sorridono ridono e corrono felici.
AH-AH!… Stupidi bambini.)

Lord Abortion

Post del mattino post-nottata a chat e ficcare-nel-sito-(ClorofillaShop)-tutto-ciò-che-dovevo-ficcarci.
La chattata prevalente è stata quella con Camilla, nel mentre – Camilla che stava ascoltando un CD dei Cradle of Filth che ha segnato la (nostra) adolescenza, assieme ad altri dei medesimi.
Nello specifico la sottoscritta è stata segnata da una canzone, che fu la prima che ascoltò, quella che più canto ossessivamente squarciandosi la gola, tante volte e ancora tante volte, fino a che – a furia di raschiare le pareti del tuo stomaco e della tua gola a furia di growling e screaming – bere un bicchiere di innocuo Jack Daniel’s significava cauterizzarsi a freddo le interiora.
Beh, la cantavo, sapevo le parole, non ho mai cercato di ricondurle a un senso.

Lord Abortion

… In particolare smaniavo (e smanio, scopro) per il pezzo che inizia a 4:40 e termina verso 5:50.

Ossia:

“My heart was a wardrum beat
By jugular cults in eerie jungle vaults
When number thirteen fell in My lap
Lips and skin like sin, a Venus Mantrap
My appetite whetted, storm crows wheeled
At the blurred edges or reason ‘til I was fulfilled
Whors d’oeuvres eaten, I tucked Her into
A grave coffin fit for the Queen of Spades
She went out like the light in My mind
Her face an avalanche of pearl, of ruby wine…
Much was a flux, but the mouth once good for fucks
Came from retirement to prove She had not lost Her touch
I kissed Her viciously, maliciously, religiously
But when has ONE been able TO best separate the THREE?
I know I’m sick as Dahmer did, but this is what I do
Aah, aah, ahh, I’ll let you sleep when I am through…”

Non cerco neanche di tradurvelo. Non credo di essere riuscita a tradurlo neanche per me stessa. (E forse è meglio così.)

(Ogni tanto, però, ci manca il growl – era così rilassante.)
(E ti faceva digerire qualsiasi cosa.)
(Anche te stesso.)