job

Accompagnatrice.

Luogo: Milano

Manager cerca ragazza Accompagnatrice 18/25 anni per cene, 5 incontri mensili, compenso 1500 euro.
Si richiede età da 18 a 25 anni, bella presenza, simpatia. Inviare foto e dati personali a XXX.

Mh? Che ne dite?

(Io nel frattempo dico che ho ancora qualche Bratwurst da smaltire. Ho idea che una settimana di frenesia milanese aiuterà – che io voglia o meno.)

Stasi e portando avanti.

L’ultimo ricordo, prima di svegliarmi, vede me schierata su un palco teatrale con dei colleghi. Sì, tutti in giacca e cravatta, nero e bianco. Sì, molto men in black. C’era anche John Travolta. Siamo tutti in riga perché il Gran Capo ci vuole fare fuori. Il Gran Capo è quello lì, quello più vecchio, basette grigie, vedete? Quello con l’automatica in mano, e i baffetti sagaci, la faccia da roditore.
Però l’automatica ce l’ho anche io, dietro la schiena. La sento con il pollice e l’indice. Impara a muovere le dita senza tendere i tendini del braccio. Una possibilità ce l’hai. Roulette russa.


A parte i miei deliri notturni, sono in stasi da tre giorni.
Fottuta malattia…
Ieri sei ore di lavoro in uno stato per cui mi vergognavo. Insomma, non si può servire un cliente con la faccia di uno straccio usato e scaraventato in un angolo, e i capelli da lavare raccolti alla bell’è meglio, con effetto finale zitella-con-forcine (senza forcine, però). Sembravo un manichino di fine stagione di un negozio di abbigliamento undeground, quelli su cui sono messi tutti gli scarti della collezione, a caso. Scarpe da skater con stringhe viola-ti-acceco sotto jeans con borchiette e stronzate varie dal metallo al ramato sulle tasche; jeans a sigaretta, che con le scarpe da skater fanno molto nerd. Maglia a collo alto (male golaaaaaaaaaa) color prugna con sopra la maglietta a mezze maniche della divisa.
Mi mancava il muro di una metropolitana dietro, il trucco viola colato sotto agli occhi (sopra alle occhiaie), e la scritta in formato tag di una sottomarca per adolescenti rivoltosi.
Il lato simpatico della faccenda era che la new entry del negozio, una ragazza di nome Marta prototipo bionda-occhi-azzurri che ride sempre in modo assolutamente angosciante e assolutamente ritemprante, ha riso a tutti i miei toni e a tutte le mie battute ciniche.
Poi c’è stato uno della security che mi ha placcato mentre andavo a prendermi da mangiare, per cominciare uno scambio di alto livello culturale:
“Tu lavori con una che si chiama Serena?” (Espressione di chi la sa lunga e c’ha il segreto.)
“Sono io.”
“Ahhh… Allora sei tu, Serena.”
“Sì.”
“La famosa Serena…”
“… Ok, parla.”
“No, è che c’è un ragazzo al Bennet che mi ha detto di Serena…”
“E…?”
“Hai uno spasimante.”
“Ah. Chi è?”
“Ehhh, non si può dire.”
“Ah. Beh, grazie. Ciao, vado a mangiare.”
La gente è strana.
(Loro, non io – ovviamente.)
Poi c’è l’altro ragazzo della security, quello meridionale-ha-fatto-la-fortuna-qui-ma-si-sa-la-mafia-è-ovunque, che mi guarda le cicatrici sul braccio e mi dice in confidenza di quella volta in cui si spense la sigaretta sul braccio per non prendere a schiaffi la tipa.
“Mi aveva dato uno schiaffo e mi aveva fatto incazzare non sai quanto.”
“Eh…”
“E allora sai che ho fatto? Avevo la sigaretta in mano e così, davanti a lei, me la sono spenta addosso.”
“Meglio fare del male a te che a lei, no?”
“E si è messa a piangere!”
“Certo, logico. Tu ti fai male e lei piange.”
E tante piccole cose.
Per la seconda volta lo dico: mi mancherà quel posto di lavoro. Anche se – mi rendo conto – riesco a sfuggirne esattamente adesso che cominciavo a farne parte, e quindi a essere parte dei pettegolezzi.
(Il signor Biffi, vecchietto laido che passa le giornate girando senza scopo per il centro commerciale, rivela alle folle che io disegno donne nude. Ohhh. Chi gliel’ha detto? Ma soprattutto, la notizia risale ai tempi del liceo… Ma soprattutto, che se ne fa di questa notizia?)
Odio i pettegolezzi, sapete?
Intendo: quelli che non sono diffusi da me, e sono veri.
Una collega ha riassunto la sottoscritta alla new entry dicendo che sono quella che ogni tanto si perde nel suo mondo; è un po’ filosofa, ecco. Credevo di essermi lasciata alle spalle certe abitudini, e invece sono ancora qui. Meglio perdersi nel proprio mondo per qualche istante anziché avere crisi epilettiche, no? Guardiamo i lati positivi…

Domani è pubblica la graduatoria del test; è pubblico se sono dentro o no.
Intanto, Donato Torchia manda placido una cortigiana di fiducia e un mancato castrato a prendere un affascinante uomo proveniente da Aleppo, con cui intende intessere un’amicizia di mutuo soccorso. (No, laidi maialini, non in quel senso.)



«Ah! E tu questo come lo sai? Ha quindi usato gli stessi argomenti con te? Ma intendo, esattamente gli stessi eguali argomenti? D’altro canto…» pare supporre Nicola, chiudendole la giaccia sui seni. «Ci sarebbe da chiedersi in che vesti ti ha desiderato come conversatrice. O conversatore. Perché, mia cara Zefirina, è tale la padronanza che l’uomo di Aleppo ha nei riguardi di certe virili dissertazioni che-»
«Che ci si domanderebbe per quali generi di discorsi si renda famosa Venezia.»
È di Donato, l’intromissione – garbata, cortese, placida. Insinuante quanto può esserlo una piuma, ma ciò nonostante tutt’altro che lieve. È in piedi sulla porta, fa ora il passo per entrare, e di tutta la frenesia che l’attendeva non sembra serbare traccia.


Intanto, un ambasciatore in era napoleonica di nome Milton porta avanti le sue danze tra creoli e ufficiali.


«Un aspetto algido attrae l’occhio, si sa, e se egli me lo permetterà scambierò con lui alcuni di quegli utili consigli, vestiti da piacevoli e forse poco convenienti discussioni, sul come trattare una donna… Se mi permettete…» Milton fece un passo, cercando nello sguardo dell’ufficiale il benestare. Il passo lo fece in direzione di Miss Barbara, e al primo seguì un secondo, al secondo il braccio alzato per reggere quello di lei. «Potrei mostrargli da subito com’è obbligo di ogni gentiluomo afferrare l’occasione non appena questa si presenta. Un ballo, Miss?»


Moebius Sedlacek è negli anni del collegio, con le sue törlessiane trame.


«Mi chiedo cosa ci sia nella tua testa…» comincia a dire Moebius, meditabondo. Una sigaretta è comparsa anche tra le sue labbra, ma su di lui è parte integrante della figura d’insieme. (E il suo fiato sa di tabacco bruciato. Sempre.) «Studentello riservato che sta sulle proprie scopre il pompino per bocca di un ragazzo drogato. Come ti senti? Non ci sono passato… Quanto devi essermi stato grato, in quel momento.»


Anni dopo è avvocato, e le trame sono più intricate e vanno sul personale.


«Più grandi…» ripete Moebius, continuando ad annuire. Prende la sigaretta e l’accendisigari. «Sì, certe passioni nascono in collegio. Le coetanee sono troppo stupide, e vogliono troppo senza saperselo prendere. Una donna matura è sicura di sé, e sa prendersi quello che vuole. Giusto…?» Ammicca, quel sorriso a metà che Miahi gli ha già visto: le labbra sollevate solo da un lato, come se l’altro tacesse per censura.


Proseguo quel racconto breve che riguarda me, Hyoga, Horton e Kendall.
Hyoga è in vacanza, e intanto scrivo una frase ogni tanto.
Tipo:



New York è magica perché è del colore su cui sintonizzi il canale. Sulla Corvette a cambio manuale di Horton persiste l’effetto neve, e il brusio di sottofondo rade a zero ogni disturbo.
Il motore delle altre auto, può essere un disturbo.
La musica che fuoriesce da un locale, può esserlo.
Gli sporadici schiamazzi notturni, anche.
Qualsiasi cosa che non sia il silenzio che precede il gran boato è di disturbo.


Infine, ci diamo da fare per trovare uno stile a quella “cosa” sci-fi da farsi con roninreloaded .


Gli occhi si aprono sulla cabina vuota.
«Bentornato, coscritto Kevorkian.»
Quasi vuota.
«Presente, coscritta Liqin.»
La voce non riemerge subito. Il corpo dorme, quando la mente si connette al chip; il corpo non subisce più gli stimoli esterni, ma galleggia in quelli interni.
Kevorkian ha freddo del freddo del magazzino di fasci di cavi e travi di metallo ossidato, e del sudore gelato che gli incolla la maglia alla schiena. La maglia è reale, spazio-tempo settato su qui e ora. Il magazzino non era meno reale, fino a tre secondi fa.
Ligin è reale, le cosce che si stringono sui suoi fianchi. Profuma, dolce e densa.
(Il magazzino era arido, e l’odore secco di Steinn; polvere di metallo tra i capelli, esalazioni che si sfilacciano nella memoria.)
Ligin è il buon risveglio, fronte contro fronte, ciglia contro ciglia.
«Da quanto aspetti?»
«Avrei potuto fare da sola, se è questo che intendi.»
«Una lamentela?»
«Mera constatazione.»
Ligin è carne calda e soda e viva contro l’addome. Un nuovo, bagnato sogno, in cui sprofondare.
A occhi aperti.


(Cauche, siamo a un totale di 173 pagine.)

Sigh.

“Sì, nonostante ci sono stati tre giorni di brutto e nonostante mi è mancata Diana… O era Serena? Eheh confondo anche da qua :-P”

Vi ho mai detto che dall’entrata del cane in questa casa (cane = Diana) ho avuto qualche piccolo problema di personalità?
Perché?
Perché mia madre quando deve chiamare il cane urla il mio nome.
Quando chiama me usa il nome del cane.
Ma no, non è colpa da imputarsi al rincoglionimento di mia madre… Lo faceva anche Nonna. E le amiche di mamma, anche, lo fanno. Ovviamente non lo fanno apposta, ma con quale naturalezza chiamano il cane con il mio nome e viceversa… >_>
Sigh.

A parte ciò, devo trovare risposta a una fondamentale domanda: perché la cliente del sito necessita di SETTE SMS per dirmi di cambiare DUE cose? (Facendomi riaprire il sito per quattro volte, e apportare l’infinitesimale modifica che si erano dimenticata di dirmi.)
Sigh.

Torniamo al piano edilizio di Washington…

Barroco?

Stasera: ripasso del Bernini e di quella gente lì. Barroco e via dicendo. Quadri con gente ammassata che cerca di riempire i vuoti d’ombra lasciati dal Caravaggio. (Amo il Caravaggio, illuminato rissaiolo.) Facciate piene di curve e decorazioni. Stupire, strabiliare, commuovere per esasperazione.
E a proposito di Barocco…
Ringraziamo Canadair di averci contattato. Amiamo le sorprese. Amiamo il “saper” incontrare persone interessanti. Amiamo, nello specifico, aver trovato una persona che al momento, “a pelle” – la pelle via Internet è una pelle riveduta e corretta – non ci causa inconsapevolmente il gesto di scacciare una mosca. (E poi che il gesto si tramuti in un gesto vezzoso, e appaia un sorriso sulle labbra; sorridi e il mondo ti sorriderà.)

Stasera mi sono beccata della provocatrice per aver convinto un tizio a comprare una camicia. Me l’ha detto mentre decideva che l’avrebbe comprata. (E io ho pensato: “La compri grazie a me? Provocatrice quanto vuoi.”)
Mi sono beccata un “ci intendiamo” da parte di un tizio che è entrato in negozio con giacca over-size e cappello da cowboy entrambi texture militare (non sto scherzando), quando chiaccherando gli ho detto che non avevo alcuna critica sul come fosse vestito, non fosse per il fatto che la texture del cappello era diversa da quella della giacca e ciò era male, nulla da ridire, in quanto mi sono vestita in modo molto peggiore. Ha riso partecipe e mi ha ringraziato con gli occhi.
Ieri invece mi sono beccata della “solita porca” da una mia collega – solo perché sollevando un manichino mi sono lamentata del fatto che aveva le gambe troppo chiuse, e quindi mi si incastra il dito ogni volta e mi faccio puntualmente male. Ma io sono asessuata, non gliel’ho detto? Quel manichino, comunque, è una baldracca. Ecco.
Infine sono stata adorabile con tre ragazzi, così adorabile che se la me di tre anni fa mi avesse visto si sarebbe o suicidata o innamorata. Devo solo capire qual è l’ipotesi più corretta, e agire di conseguenza.
(In tre ragazzi hanno comprato sei capi; bravi, ragazzi.)

E ora, Barroco a me!

Desideri random.

Fottuti fiori.
ClorofillaShop. Sezione “fiori”. Sottosezione “matrimoni”. Guardatevi le ultime due righe, spettacolare matrimonio in spettacolare chiesa. Vorrei dir messa da un altare così.

… Comunque.

Ripeschiamo il video che ci convinse a vedere V for Vendetta (oh film!), video realizzato da nausicaa83. Il film è di quelli di cui dire “ha detto tutto”, e ho voglia di riguardarmelo con una persona che non l’ha mai visto.
Intanto… Nausicaa, se scappo da Lecco e mi rifugio spiritualmente in quel di Venezia, mi dai la cuccia del cane?
Voglia di Venezia, jaja.
Comincio a invidiare il mio caro Donato Torchia solo perché ho deciso che lui ci viveva.
Ho anche voglia di scrivere di Jan di Leida – ma no, lui forse non lo invidio così tanto.
Ho anche voglia di guardare V in faccia a lungo mentre non può mutare espressione perché porta una maschera.
Ho anche voglia di:

Give me time and give me space
Give me real don’t give me fake
Give me strength, reserve control
Give me heart and give me soul
Give me time, give us a kiss
Tell me your own politik

E poi di continuare a leggere il riassunto totale di storia in 600 e qualcosa pagine che sto leggendo nei momenti in cui non posso fare altro, giusto per contestualizzare storia dell’arte e dell’architettura.
Persino di mettermi sulle parametriche per matematica.
Di leggere “Demian” di Hesse. E “Il lupo della steppa”, sempre suo, che ai furono tempi non riuscii a continuare perché mi stava ammazzando senza troppa misericordia. E di leggere quel libro che mi ha consigliato Hyo, narrativa ambientata durante la Guerra dei Trent’Anni.
Di bere un sorso di Coca Cola.

Fatto.
Di camminare per i corridoi dell’università.
Di non avere più giornate vincolate da un lavoro che mi blocca qui.
Di dover passare da Milano e per ciò di sfruttare gli agganci alle varie conferenze stampa che il giornale offre. Di vedere un manifesto in metro e andare gratis alla mostra. Allo spettacolo. All’evento. Di trovarci un senso, anche. Di rompere le palle ai protagonisti degli eventi facendo loro domande inopportune. Di rapirli per il mio personale diletto, e risucchiare il distillato del loro personale mondo.
Di velluto sulle gambe e giacca a tre quarti in giro per la città. Comodità portatili. Eleganza e contegno e rilassatezza. Voglie modaiole pre-autunnali, che l’anno scorso hanno portato il mio guardaroba a farsi snob e autocompiacente – e la tendenza continua.
Mentre ho voglia di ripescare i jeans oversize, etnies e maglietta della bastard dell’armadio e ondeggiare per locali fumosi (fottute leggi proibizionistiche).
Di spaccare della legna e accendere un camino.
Di camminare per strada in maniche di camicia e infradito.
Mare e orecchie sott’acqua, e sentire il ventre della Terra gorgogliare.
Tante cose.
Tutto perché ho voglia di aver già dormito.
3.33 del mattino.
Segnare i desideri per non dimenticarli.
Per darsi direttive.
Per il tempo di finire la sigaretta.

Finita.
‘Notte, mondo.

Lavori.

A pezzi.
Ma Mister Sonno non si vede neanche a pagarlo.
Breve post, e matematica. Jaja. OpOp!
(Musica da rave trance nelle orecchie non aiuta ad assopirsi, c’è da dire.)

Sentendosi bianchi, ci si trova al telefono con weir_wanderer che mi fa notare che il bianco è un colore importante: è il colore delle lenzuola.
Gli sottopongo il mio caso: le mie lenzuola sono rosa o blu.
Mi dice che allora potrei sceglierle nere.
Puntualizzo che in tal caso sarei propensa a lenzuola in seta.
Etc etc…

Sei ore in negozio a cartellinare ogni fottuto capo causa passaggio al 70% da farsi entro la serata. Dalle 16:00 alle 22:00. Con le invasioni barbariche, orde umane pronte a lanciarsi su qualsiasi merda sia al 70%. Metà clientela richiede gran pazienza, in quanto l’italiano poco lo sa e ancor meno lo capisce, quindi: scandire e ripetere ogni fottuta e semplice frase. (Per fortuna devo esplicare dove si trovano indumenti e non chi è Dio: mi suiciderei.)
Ma l’interazione con persone – bambini strillanti a parte – in verità ci piace-e-basta. Anche con i peggiori soggetti, che paiono mostri da videogame creati apposta per fungere da nemico a fine livello. Giuro, mi piace veramente avere a che fare con ogni tipologia umana. Beh, adoro essere adorata per aver fatto stronzate e gentilezze gratuite. Per aver semplificato a qualcuno la vita per cinque minuti. Per aver dimostrato a qualcun altro che una commessa può metterti a tuo agio e non fissarti critica gli abiti che indossi, valutando la tua taglia. Per essere andata oltre alle difficoltà linguistiche comprendendo i desideri del cliente. Per aver trattato un senegalese-oddio-sono-in-un-negozio-borghese-in-una-città-razzista come il più esigente cliente doppio-petto-voglio-la-manica-che-faccia-sporgere-la-camicia-di-un-centimetro-come-da-Regola. Per aver sorriso candida alle avance di un cliente laido (non si aspettano che tu sorrida come la più candida infermierina-che-tutto-fa-ma-a-te-non-la-dà.) Tirare le giacche sulla schiena dei clienti per capire se stanno loro larghe. “Scusa, posso?”, manine amorevoli ed esperte come quelle di una sarta (AH-AH!… non so mettere un bottone) ad alzare braccia per domandare se il capo sia comodo. Simpatia e intesa con la ragazza che deve regalare qualcosa al suo lui e non sa quale sia la taglia media maschile. Accorta e puntigliosa precisione con la signora di mezz’età con cui meditare su come customizzare la maglietta addosso al nipote.
Sono meravigliosi.
Desideri facili, sono pagata per sorridere. So cosa devo fare, devo solo farlo.
Jeans aderenti, cintura altezza ossa del bacino, tacco bianco. La parte mi riesce così bene che la capa si è accorta che il mio avambraccio sinistro è cosparso di cicatrici solo dopo due mesi in mezze maniche della divisa.
La parte mi riesce così bene che quella che sopporta tutti i clienti sono io. (AH-AH!) Quella a cui non vengono attacchi isterici. Quella che alla fine ride anche del più petulante bambino con incapace madre al seguito. Quella che serve la categoria nord-africano-voglio-essere-fastidioso-perché-mi-vuoi-così. Quella che non sbotta mai sgarbata.
Quella che durante il turno va al Bennet a fare la spesa per le altre; quella che va a prendere la caffetteria e torna zampettante con vassoio sollevato fieramente.

C’è qualcosa di immensamente liberatorio nell’essere pagati per fare un tot di cose e non di più. Un di più sarebbe solo di fastidio, metterebbe solo a disagio: è da evitare.
Sei ore tra le più devastanti mai provate fino ad oggi e non avevo vere lamentele. Mi sono lamentata un po’ per condivisione con la collega stremata. L’unica postilla è che – poi – devo tornare a casa e devo fare tutte quelle cose per cui non sono pagata e che non sono richieste.
Quelle complicanti.
Cagacazzo.
A volte pedanti.
Esaustive.
Quelle che non mi paga nessuno e per cui chiedere il triplo di quello con cui vengo pagata alla Sonny Bono. (Il triplo come minimo.)
Insomma, voglio essere pagata per continuare a esaurirmi il cervello imparando.
Voglio essere pagata per migliorare.
Pensate a quanto sarebbe bello un mondo in cui tutti sono pagati per migliorare se stessi.
Pensate al fatto che potrebbe non essere un’ipotesi, magari.

(Ah, gioco anche con i bambini.
Mi adorano, i bambini.
Mi guardano di nascosto e mi sorridono, e se sorridono ridono e corrono felici.
AH-AH!… Stupidi bambini.)

Lord Abortion

Post del mattino post-nottata a chat e ficcare-nel-sito-(ClorofillaShop)-tutto-ciò-che-dovevo-ficcarci.
La chattata prevalente è stata quella con Camilla, nel mentre – Camilla che stava ascoltando un CD dei Cradle of Filth che ha segnato la (nostra) adolescenza, assieme ad altri dei medesimi.
Nello specifico la sottoscritta è stata segnata da una canzone, che fu la prima che ascoltò, quella che più canto ossessivamente squarciandosi la gola, tante volte e ancora tante volte, fino a che – a furia di raschiare le pareti del tuo stomaco e della tua gola a furia di growling e screaming – bere un bicchiere di innocuo Jack Daniel’s significava cauterizzarsi a freddo le interiora.
Beh, la cantavo, sapevo le parole, non ho mai cercato di ricondurle a un senso.

Lord Abortion

… In particolare smaniavo (e smanio, scopro) per il pezzo che inizia a 4:40 e termina verso 5:50.

Ossia:

“My heart was a wardrum beat
By jugular cults in eerie jungle vaults
When number thirteen fell in My lap
Lips and skin like sin, a Venus Mantrap
My appetite whetted, storm crows wheeled
At the blurred edges or reason ‘til I was fulfilled
Whors d’oeuvres eaten, I tucked Her into
A grave coffin fit for the Queen of Spades
She went out like the light in My mind
Her face an avalanche of pearl, of ruby wine…
Much was a flux, but the mouth once good for fucks
Came from retirement to prove She had not lost Her touch
I kissed Her viciously, maliciously, religiously
But when has ONE been able TO best separate the THREE?
I know I’m sick as Dahmer did, but this is what I do
Aah, aah, ahh, I’ll let you sleep when I am through…”

Non cerco neanche di tradurvelo. Non credo di essere riuscita a tradurlo neanche per me stessa. (E forse è meglio così.)

(Ogni tanto, però, ci manca il growl – era così rilassante.)
(E ti faceva digerire qualsiasi cosa.)
(Anche te stesso.)

sur.round

Orario: 6.33 del mattino.
Locazione: tavolo. Perché il router è morto. Il cavo del modem pende con prolunga. Al divano ci arriva appena appena, e quell’appena-appena mi angoscia enormemente, ecco.
… Ma scriviamo questo post.
Sono giorni che mi trascino dietro un’accidia inconcludente vergognosa, e comunque non scrivo post che mi liberino il cervello. Troppa fretta. Poco tempo.

Infinite cose da fare… e così poco tempo!

Ho scoperto che questa frase la dice anche il Joker. Batman. Presente? Ecco. E dice un sacco d’altre cose carine, come:

Sono già stato morto una volta. È molto liberatorio.

E:

C’è qualcuno che sa dirmi in che razza di mondo stiamo vivendo? Dove un uomo si traveste da pipistrello… e si frega tutta la mia stampa? Questa città ha bisogno di un clistere!


Passiamo alle news…

Capitolo Chiuso del giorno
ClorofillaShop

(La grafica della home non è mia, beninteso.)
È chiuso il capitolo, nel senso che il sito è online e io ho un assegno tra le mani, ma non il libro: ci sono ancora immagini da uppare in diverse sezioni. E ce ne saranno ancora, e ancora, e una fattura con relativo assegno ogni tot per il mantenimento.
Ciò che importa, ora, è che il sito è un qualcosa di concluso. Funziona, a se stante. Insomma, se crepassi continuerebbe a funzionare. Sono cose che contano, sapete?

(… Il fatto che la cliente mi abbia dato in mano un CD con foto senza riferimenti né nomi utili, il che significherà telefonarle per descriverle le foto che non so dove vadano, è un’altra questione…)


News numero due: con un’alimentazione meno disastrata della mia e una drastica riduzione di birra ingerita, la mia tartarughina è di nuovo definita muscolo per muscolo, l’ossatura dell’anca sporge e via dicendo. Se mi dò pugni sul pancino non sento toc! ma toch!, con quell’acca sorda che sta più al legno che al metallo, e c’è ancora un residuato di carne che non è muscolo nella parte bassa – e ciò non è beeene.
Scusate un attimo.

… Ok, addominali alti, bassi e laterali fatti. Sono importanti quelli laterali, signorine, perché permettono alla cintura di un jeans a vita bassa di non creare quell’orribile effetto di carne strabordante. Che non dipende dalla quantità di grasso, ma semplicemente dal tono. Ok, se esagerate rischiate di farvi venire le placche in stile statua greca (per intenderci), ma son dettagli.
Ora devo solo trovare un modo di lavorare sui tricipiti senza ingrossarli, odio che il mio braccio appoggiato al torace non mantenga l’esatta stessa forma che ha quando non è appoggiato.
… E via di narcisismo…


Lo Screw (nomignolo dello Joglar’s Crew; imparare, imparare) ieri sera aveva sei utenti in linea. Ci piace, tutto ciò, ci piace. Ci piace l’effetto surround.
Sto facendo una gran chiamata alle armi.
Persone del Triskell, amici d’infanzia, amici di qui, ex, gente che sento due volte all’anno, gente.
Insomma, ci tengo.
Ora andrà monitorato passo passo – i parti dei forum, eh – ma va bene così. Confidiamo. Lavoreremo a. Romperemo i coglioni come ci è proprio.
Ho percepito dell’entusiasmo, da parte di alcuni, alla notizia dell’apertura dello stesso: non so dire di come questo entusiasmo mi entusiasmi. Anzi, no, so dirlo: mi entusiasma come può eccitarmi l’eccitazione altrui a letto, sede in cui ogni causa è votata al piacere altrui – perché è il proprio (e non in senso altamente intellettuale, ma in senso squisitamente fisico).
Voglio che arrivi al punto in cui non dovrò ringraziare se non pro-forma, perché sarà gratificante semplicemente essere parte del forum. E stimolante, perché gli stimoli sono santi.
Vorrò citare florachan, che svariato tempo fa – con me umilissima poiché pessima in inglese – mi disse di ricordare:

Great minds think alike
… E, beh, l’ho ricordato.
Ringraziamola, Flo che qualche giorno fa mi ha ascoltato a lungo al telefono, telefonata in cui ho parlato praticamente solo io.
Poi, giorni dopo, una lunga chattata.
Ringraziamo Flo che mi domanda se apprezzo le persone per ciò che sono o se per ciò che mi danno, mi permette di domandarmelo, di rispondere che le apprezzo per ciò che sono, di prenderne atto, di compiacermi.
Ringraziamola di seguirci, come sempre.
Come sempre, di essere ciò che è, ed esistere.

Ringraziamo anche Camilla, che non legge questo LJ ma che è sullo Screw. E che in chat, dice:
“Posso dire che finché sentirò per te il sentimento di caldo affetto a pura ammirazione che ti caratterizza, sarò io a dover correre per meritare al tua attenzione.”
“Cazzo, siamo perfette una con l’altra 😛 Pensiamo le stesse cose.”
(Io sono sempre quella raffinata, ovviamente.)
Sarà qui il 17 e il 18. Poi magari qualche altro giorno. Vedremo.

Leggevo dei suoi pensieri riguardo al fatto che fra quarantacinque giorni partirà per l’Ohio, per lavorarci e quindi trasferirsi stabilmente, e leggo in lei l’impressione che ciò le fa. Strana compagna di viaggio, Camilla, così rari gli incontri per un rapporto così… immutato, nel tempo. Cambiamo, e il rapporto non cambia. Stimoli vicendevoli. Non so neanche spiegare quanto mi renda… fiera, il conoscerla, e l’avere la sua stima. Camilla che è una personcina con i controcazzi, in più ambiti. Che è così tenacemente attaccata a terra, eppure la mente spazia e spazia… Ha un’energia incredibile, quella ragazza.
Dimentico sempre che motivi abbia di stimarmi. Probabilmente glielo chiedo ogni volta. E poi dimentico, ogni volta.
Sapete quanto spesso dimentico gli apprezzamenti positivi su di me…? Di norma, se fatti da una persona che poco conosco, rimangono giusto il tempo di sentirli, e poi scivolano via, sotto al mio culo, amalgamandosi ai precedenti e un po’ perdendosi, così. Ma intanto poggio il culo sul morbido e non mi distraggo, suppongo.

Ringraziamo quella bestia di noesis_2, che è una bestia, ma che non so non adorare. Anche perché mostra entusiasmo per i miei progetti, jaja. E perché è una delle mie scrittrici preferite, in toto, jaja – e ciò significa che non solo amo la sua prosa, ma ciò che è dietro; non solo ciò che è dietro, ma ciò che ospita ciò che è dietro.


Giorni in cui dovrei studiare e sto studiacchiando. In cui vengo meno ai doveri, un po’ tutti, a cominciare dalla cura delle bestie, passando per il lavoro in cui non do la giusta attenzione, andando a toccare diverse aree.
Momenti di scazzo. Tedio. Divagazione inutile. Svegliarsi al mattino dopo il giusto quantitativo di ore di sonno, aprire gli occhi e dire:
“Perché alzarmi? Le coperte sono meglio.”
… E ricadere nel sonno, più e più volte.
Sna nasce a ogni risveglio, muore dolcemente ogni volta che si addormenta. Per questo, forse, sta sveglia per così tante ore di fila. Non per non morire, no; per non rinascere poi. È faticoso, tutto qui, come è faticoso capire un ritmo. Poi, una volta preso, tutto diventa veloce e scivola, e scivola, scivola…
… Ma a ogni sonno la mente si resetta. Come se, al mattino, la mia mente riprendesse in mano ogni questione e la riesaminasse da zero, dovendole quindi ridare posto e peso. Rimettere in dubbio, ogni volta, sempre. Sempre. No, non vorremmo essere diversi. Ma se potessimo non dormire e procedere senza soste…

… Poi arrivi alla mancanza di energie, e quindi ti quieti. Dovresti studiare, ma hai mal di testa. (E questa volta ci concediamo una pastiglia, dato che il turno inizia alle 11.00.) E pensi vagheggiando.

Penso a Flo che mi dice che di me si percepisce l’occhio clinico che riservo alle cose. Tutte. Persone al primo posto.
Occhio chirurgico, iper-lucidità – che non è lucidità, beninteso.
E io, ogni volta che qualcuno mi dice che metto soggezione, casco dalle nuvole. Ebbene, mi manca una lucida percezione di me stessa – e questo è forse un bene, perché se l’avessi forse non m’imbarcherei in progetti che probabilmente, in realtà, non sono adatta a portare avanti. Ma se non lo sai li porti avanti anche se non potresti. Giàgià.

Andiamo a farci passare questo mal di testa, su. C’è un router che attende di essere acquistato, prima del turno al lavoro.

Ah.
Grazie a tutti.

Legàmi

Legàmi
31 marzo – 2 maggio 2007
Inaugurazione sabato 31 marzo – Museo Basilica, ore 16.00

[…]

2007.04.01
02:30:34 A.M.

Te stessa nello specchio.
Verticale, a due metri dal letto in cui dovresti dormire.
Dovresti.
(Particelle di condizionale infinito nell’aria.)
La penna scivola saccente sul taccuino.
Sulla pagina precedente: la dedica dell’artista di cui sei venuta a vedere la mostra.
Indossi i pantaloni con cui sei venuta fin qui – qui: Clusone: sperduto paesino infossato in una valle.
(Lavoro.)
Il velluto dei pantaloni sfrega contro la pelle nuda.
La dedica recita: A Serena, per venire a Rimini.
L’artista ha disegnato una delle automobili dopoguerra che appaiono nei suoi quadri.
Ti sei attardata, con l’artista, fino all’una di notte – vi siete attardati fuori dall’hotel fumando sigarette e sigaro, discutendo di arte, comunicazione e vita.
Hai rischiato di baciare un quarantatreenne: l’artista.
Anche se non è bello, anche se lo vedi come un bambino perso nei romagnoli ricordi d’infanzia.
L’hai fatto ridere, attardare con te.
Sulle scale dell’albergo vi siete fermati, a metà esatta tra i due piani, interstizio tra scalini, scambiandovi numeri di cellulare e poi continuando sottovoce a chiaccherare.

Ti guardi allo specchio e taglienti ciocche rosse tagliano il tuo volto. Il velluto dei pantaloni tira sulle ginocchia, la maglia nera copre le spalle, i tuoi occhi dicono che sanno – e tu vorresti ignorare tutto ciò che sanno, e dormire. Dormireebasta. Come l’angioletto che ha boccoli come i tuoi.

Una calda stanza d’albergo, e la difficoltà di dormire con un putto venefico che ti guarda dallo specchio.
In auto, sullo specchietto una scritta diceva:

Objects in mirror are closer than they appear.

Solo oggi hai realizzato fosse un consiglio per automobilisti. Credevi fosse un sagace memento mori.
La Rossa ti guarda nello specchio e ti vuole.
Vorresti fosse domattina e parlare con il nostalgico artista del suo studio con un’infinita parete a vetrate.
In cui, se vorrai, andrai.
E sdraiarti e lasciare che il sole del mattino baci il nudo corpo e i riccioli taglienti.


Ora.

Le trasferte mi fanno male.
(Capo suggerisce di aprire P.IVA e scaricare così le spese. Non che io abbia speso per la trasferta. Ma se io avessi speso, potrei scaricare. Perché tutti mi suggeriscono cose diverse?!)
Oggi ho fatto ridere eredhikr raccontandole della serata di ieri. Di una Sna che per diletto e sfida con se stessa è scesa nella sala ristorante con una sottile maglia rosa antico, con dell’ombretto rosa (ARGH! Ombretto. Rosa.) e con degli orecchini (l’unica cosa che riesce a rendere il mio snob volto ancora più snob).
Ho detto a Eredhikr che sto diventando una checca.
Mi ha detto che è da un mese che lo dico.
Ha aggiunto che mi farò crescere le unghie solo per gridare isterica che me ne si è rotta una, e ha riso.
Stronzate a parte (anche se, a ben vedere, stronzate a parte di questo LJ rimarrebbe ben poco), il sabato pseudo-lavoratico ipoteticamente noioso si è rivelato interessante.
La mostra era in un luogo splendido, motivo per cui ho poi rapito l’assessore alla cultura che me lo ha fatto girare raccontandomene la storia, e parlandomi della storia di Clusone (sto collezionando frammenti di storia delle città attorno al 1630).
La cena è stata ovviamente deliziosa, e una buona dose di stronzate partorite dalla mia bocca mi ha fatto sentire utile mentre i vicini di tavolo ascoltavano o ridevano o annuivano o si inserivano. (Ho un piccolo rimorso di coscienza nei confronti del fiorista, seduto davanti a me, per cui avrei dovuto attenuare la mia simpatia nel momento in cui ho compreso che gli piacevo. Per fare una frittata etc etc… Pinocchio ha schiacciato il grillo parlante, io sto cercando di sedurlo per farlo avvicinare quanto basta per ingoiarlo.) Gianni ha potenziato il tutto con la sua cultura di giornalista-che-cerca-di-sventare-i-segreti-del-governo.
Poi l’artista, perché – diciamolo – in una cazzo di città sperduta che alla fine è un paese, alla cena post-inaugurazione di una mostra, l’unica persona interessante con cui parlare è l’artista.
E mi ha fatto piacere discutere di arte, comunicazione e vita. Mi ha fatto dire che finché nella vita ti trovi a discutere della stessa con persone che ti fanno sentire meno sola nella ricerca, va tutto ok. Mi ha fatto sorridere il suo tenue dire della solitudine di uno studio, della mancanza di semplice interazione verbale. Avrei voluto aprire una porta e presentargli persone, piccola magia per piccola grande serata.

A discapito delle malelingue, e delle glaciali occhiate che mi hanno lanciato, in ordine, la curatrice della mostra, la critica e quella che credo sia la ragazza dell’artista, mi sono svegliata alle otto, pimpante e allegra, e ho fatto colazione (Sna non fa mai colazione, quindi è un evento lieto).
Mi piacerebbe, sì, visitare Rimini e guardare il mondo da una parete infinita fatta di vetrate.
Se avrò il tempo…

Mi piace – e ciò è sommamente importante – avere prova di come io riesca a trovare persone interessanti. E’ questo a rendermi la grata Sna che sono, ed è questa gratitudine di cui sono felice. L’importanza dell’avere cose per cui ringraziare.
L’importanza d’imparare a conquistarsi cose per cui ringraziare.