drawing

Moeb.

Ogni tanto si delira.

Sottotitolo: cuore ronzate sotto cielo disciolto. Paillette in lontananza.
Amen.

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Mi sono addormentata vomitando, di fianco al letto.
Quando mi sono svegliata, sul lavandino c’erano chiazze color cielo.
Il color cielo si fa con: bianco, nero, carminio, verde smeraldo, rame e oro. Niente azzurro.
È come l’incarnato: si dice che la pelle sia rosa, ma colorando l’incarnato il rosa non viene usato.
C’era color cielo anche sulle mie mani, e su una vecchia cartelletta di cartone 50×70 sul tavolo in cucina, riadattata a tela per colori a olio. Avevo dimenticato quanto la pittura sappia essere invasiva, quanto l’olio s’impossessi di ciò che tocca: le mie mani sono ancora azzurrate.
Dopo aver bevuto un bicchiere d’acqua, al risveglio, e averlo vomitato quasi in diretta, ho optato per il divano in cucina e la TV. Giornata hortoniana. Credo di avere ancora alcol e Dio in corpo – ah già, stanotte ho anche litigato con Dio. Doveva essere qualcosa riguardante il color cielo.
Le macchie di colore schizzate qui e lì e il mio stomaco riversato in camera nella mia testa sono la stessa cosa: una “cosa” che non doveva macchiarmi il copriletto. Una cosa che aveva bisogno d’uscire, e che uscisse.
Dai pennelli è uscito quel che è uscito, dal mio stomaco un “qualcosa” che assomigliava (un’ora fa, quando ho pulito) più che altro ai miei polmoni da fumatrice frantumati. Qualcosa come schegge nere. Difficile riconoscervi dei cracker. Mi chiedo cosa, nel mio corpo, renda dei cracker simili a pezzi di carbone.
Mi chiedo se scoprirò, nei prossimi giorni, altre macchie color cielo e schegge di carbone in altri angoli della casa. Sono le macchie color cielo quelle che temo di più: controllo le mie interiora meglio di quanto sappia controllare le mie mani colorate.
La tela color cielo è stata messa sopra i mobili in cucina, tradizionale luogo ove far asciugare tele, senza rileggere quel che vi ho scritto stanotte. Che asciughi, rileggerò poi. La pittura ormai ha scopo psicanalitico e di sfogo, una delle poche forme di comunicazione che uso senza avere in mente un pubblico a cui indirizzarne il prodotto. Forse per questo l’ho messa in secondo piano: poco controllabile.
Esplodere artisticamente e di stomaco mi ha fatto rendere conto di quanto io alla fine abbia acquisito una forma di ordine: se oggi non sono rientrata in camera, è perché ne avevo rotto l’ordine, e lo starvi mi faceva girare la testa. Un disordine sistemabile in 10 minuti – il tempo che ci ho messo – ma era il tipo d’incrinatura che l’ha spezzata a farmi sentire a disagio. Ho dormito scomodamente non per la saliva incollata sul mento, ma per l’olio non ancora asciutto sulle mani. Ci sarebbe di che riflettere. Pare io abbia preferito rincoglionirmi davanti al televisore, in zapping libero. Dico “rincoglionirmi” perché non ricordo cosa io abbia visto oltre le ultime due cose. Guardare la TV come avere qualcuno che ragiona al posto tuo. C’è però un che di rincuorante nel sapere cosa non puoi fare e nel sapere cosa ti serve: non puoi studiare perché ti gira la testa, devi mangiare per riempirti lo stomaco. Non puoi correre saltellando o cadi, il tuo corpo ti dice che la tua missione consiste nel farti un the al limone e berlo. Limiti e direttive chiaramente segnati a gessetto nero. Rincuorante.

Monsier le Vivisecteur.

Da stasera Demian mi guarda dal desktop, enigmatico e sfingeo.
Associo d’acchito che il primo nome di Ulrich (sempre MoE o USQ di Musil) è, nei Diari, “Monsieur le Vivisecteur”, alter-ego dell’autore.

Eh sì, Maletta. Viva e più o meno vegeta. Murphy mi fa sedere stasera sull’Horton-divano, e Dr. House tratta di linfonodi ingrossati accanto al cuore. In realtà è più una barzelletta che un attimo di infastidimento, non sono brava a patire per la stessa cosa a lungo, devo variare. La variazione del momento comprende me a seguire una Maletta per sconosciute zone di Milano quando vorrà, ad esempio, e il mandarLe via mail il disegno di cui sopra – di disegni solari non ne ho, quindi andiamo su qualcosa di neutro.

Monsier le Vivisecteur.
Le ho scritto:

Monsieur le Vivisecteur?
Comincerò a giocare la parte di colei che rimpiange la dipartita dei grandi autori, andando avanti così.

Eh, Musil. Leggendo L’uomo senza qualità mi chiedo di che riuscisse ancora a vivere, tenendo con le pinze ogni cosa nominabile e guardandola come uno scienziato che tra le pinze tiene un esotico insetto in agonia, incuriosito (lo scienziato, non l’insetto; ma lo scienziato parte dal presupposto anche l’insetto lo stia guardando con curiosità, o forse kafkaniamente si sente l’insetto).

La verità è che vorrei tanto essere la pinza.

Demian

Der Vogel kämpft sich aus dem Ei. Das Ei ist die Welt. Wer geboren werden will, muss eine Welt zerstören.

The bird struggles out of the egg. The egg is the world. Whoever wants to be born, must first destroy a world.

L’uccello lotta per uscire dall’uovo. L’uovo è il mondo. Chi vuole nascere deve distruggere un mondo.

Dopotutto studierò tedesco, cominciamo con una citazione.
Il libro: Demian, di Herman Hesse. Stato: concluso. Citazioni da fare: troppe. Riporto questa perché è la più citata, perché è quella con cui alia_mimi mi ha convinto a leggere questo libro prima di altri.

Riporterei:

… Alla fine rinunciai e cominciai a dipingere semplicemente un volto, seguendo la fantasia che mi davano l’opera iniziata, il colore e il pennello.

Un giorno riuscii finalmente, in modo quasi inconsapevole, a completare un volto che mi parlava più intensamente dei precedenti. Non era il volto di Beatrice e da un pezzo non doveva più esserlo. Era qualcosa di diverso, di irreale, ma non meno prezioso. Assomigliava a una testa di un giovinetto più che di una ragazza, i capelli non erano biondo chiaro come quelli della mia graziosa fanciulla, ma castani con sfumature di rosso, il mento forte e deciso, le labbra rosse e fiorenti, l’insieme un po’ rigido come una maschera, ma di grande effetto e pieno di vita segreta.

Balzai dal letto, mi misi davanti a quel volto per osservarlo più da vicino, negli occhi verdastri, rigidi e spalancati, il destro dei quali era un po’ più alto dell’altro. E d’un tratto proprio quell’occhio destro ebbe un sussulto leggerissimo ma percettibile e in quel sussulto riconobbi l’immagine…
Come avevo potuto impiegare così tanto! Era il volto di Demian.

E a poco a poco ebbi l’impressione che non fosse Beatrice e neppure Demian, ma io stesso. L’immagine non mi somigliava – sentivo che neanche doveva – ma era ciò che componeva la mia vita, era la mia parte interiore, il mio destino o il mio demone.

E aggiungerei un: Dorian Gray sucks.
Vi chiedo in intimità di prendere quel tronfio e inutile dandy ammuffito di nome Dorian Gray e rimuoverlo dall’altarino per sostituirlo con Demian – qualsiasi cosa Demian sia.
(È tutti noi.)
Prima leggete il libro, però.

… Ma, tornando al perché io abbia citato queste parti, che non rivelano – da sole – chissà che cosa, riporto alla vostra memoria l’angioletto asessuato a cui sto lavorando da qualche giorno. Quello con i boccoli color oro rosso. Quello che è ancora a metà dell’opera, che è stato iniziato prima di leggere Demian, e che vi propino a questo punto.

Asessuati.

Sullo schermo: l’angioletto asessuato è mezzo colorato, e vira al sanguigno serafico. In mano: la penna della tavoletta grafica; starei cercando di appoggiargli/le sulla spalla qualcosa di steampunk, a metà tra vestiario, macchina e protuberanza. Chissà dove andremo a finire. A puttane, suggeriscono dalla platea. Sarà colpa di Trent Reznor che mi canta nelle orecchie. (I want to fuck you like an animal.) Si sa, non conta ciò che viene detto ma come viene detto, e Reznor è suadente a suo modo (più o meno come una pressa che prende vita e prima di prendere coscienza di sé prende coscienza di ciò che vuole).

Oggi potete scegliere, tra due pezzi dei Nine Inch Nails e uno degli Alcest.
Nine Inch Nails: Closer o Hurt (vedi: Hurt di Johnny Cash).
Alcest: Souvenirs d’un autre monde.

Gli Alcest sono stati gentilmente forniti da Caine, al cui proposito c’è da citare una nottata da farsi nel prossimo fine settimana non-ho-ancora-capito-dove, e non-ho-ancora-capito-cosa. Indicazioni: Nord Italia, treni notturni, quelle passeggiate notturne senza meta quando si è senza stimoli e si dà per scontato di essere stimolo reciproco. E poi, sta mettendo le ali anche lui (vedi: si diventa asessuati). Guardare di nuovo la sua non brutta faccia, e osservare la stramba gente che incontri di notte. On the road silente. Tornare a vedere com’è fatta l’altra persona dopo un po’ di tempo. Chiamiamoli appuntamenti con se stessi, più che altro. E sono arrugginita con gli on the road improvvisati, in cui non sai dove finisci e quando.
(Caine che sta a metà tra un romanzo di Hesse e il giovane Törless, e ha radici in Lovecraft.)
Ma basta parole inutili.
(E vediamo quali scadenze ho, prima di dare certezze.)

Vorrei dormi fino a che qualcuno non mi sveglia per dirmi che c’è qualcosa di utile da fare.
E non ho sonno.
E neanche voglia di Jack.
Figuriamoci scopare.
Uff.

DaDa – 15

Da che ricordo Yveline non ha mai dato precisi avvertimenti educativi ai suoi figli. Le sue armi erano:
Preoccupazione e Silenzio.
Davanti a Moony che le diceva:
-Ed si è preso una sbronza.-
Con Ed dietro, seduto a tavola in attesa della cena, la sua reazione era il silenzio e l’ignorare. Non vuoi farmi conoscere la tua vita? Scontane le conseguenze in solitudine.
Cosa fa il figlio adolescente davanti a una minaccia così immane?
Scuse prostrate e le racconta tutto, anche quello che non ha fatto, in paziente attesa di vedersi ricompensato con un sorriso omnicomprensivo.
Se poi ci rifletti ti rendi conto che è l’ottica di una religione.
Dio Misericorde, âlRahîmu, che ti sprona a non peccare ma ti perdona poiché ti concede con la Vita la possibilità di errare. Per chi non crede in lui, per questi, nessuna Ricompensa nel Futuro.
Dio è dolce con i servi.

Ti esorta a peccare benché tu abbia nel cuore un innato timore della Gehenna, sempre pronto a redimerti.
Riuscirete ad essere timorati?
Mia madre è morta e io mi cerco un altro Dio.
Eppure dire semplicemente “attenti agli sconosciuti” sarebbe stato così semplice…

( Continua… )


Voi ogni volta credete che vi abbia abbandonati, e invece DaDa procede, inesorabile.
Ogni tanto rifletto, rimastico il finale, pensando a come riscrivere un paio di capitoli per smussare angoli, far sentire meno i deus ex machina, meno rumore di unghie sugli specchi.
Ero piccina.
(Adesso, invece…)
Cercavo l’Unico e Spettacolare.
(Adesso, invece…)
Ma tanto al finale mancano più di trenta capitoli.

E già che ci siamo, vi scodello l’ultima Vanitas creata:

Steam
Ossia: Quando non c’è una spiegazione, la spiegazione sono io.


Uff, devo rifarmi il sito. Da capo, sì. Da zero, sì. Cestinare quel garbuglio di HTML e CSS, abolire i frames, darmi a quel position: fixed; al posto del frame, e sì, sto parlando arabo.
Devo mettermi su carta e delineare uno schema.
Delle sezioni.
E tutto il lavoro pre-realizzazione che è entusiasmante se ci pensi, massacrante quando ti trovi davanti a incoerenze progettuali.


Poco fottuto mal di gola, poca fottuta febbre, poco fottuto raffreddore.
Un fottere generale, senza aver fottuto.


Ma spendiamo una parolina per lo Joglar’s Crew, che pian pianino procede – con l’odio che i due co-admin possono riservare ai miei metodi puntigliosi e dispotici.
Nuove entrate: il franscese e Caine l’Ostico.
Approposito di Caine, ci si organizza per vederci.
(E io che non avevo fatto l’avvoltoio che si lancia non appena lui non è più fidanzato…)
Approposito di Caine e delle fasi asessuate. Del dirci che dovremmo metterci nella stessa stanza per tre, quattro giorni, e se non scopiamo, beh, allora… Io posso farmi giudea e lui prete. È angosciante conoscere una persona che rientra nei tuoi ideali di bellezza e non provare la benché minima attrazione fisica. Angosciante, ecco. Spogliarsi in cam più per sfida che per altro e, nudi, guardarsi e dirsi:
“E adesso?”
“Mh. Sonno. Dormire?”
“Dormire.”
Non vorrei dirlo, ma temo che io e Caine ci si conosca troppo per provare passionale attrazione.
Troppo simili in certi punti.
Forse… Ci si conosce da troppo tempo anche solo per tentare di adottare inconsciamente quelle piccole cose che si adottano quando vuoi sedurre qualcuno. Troppo il timore che l’altro, che conosce perfettamente certi trucchi, possa vederli e svelarli. Il tutto si riduce a una piatta sincerità, che sarebbe ideale, se alla fin fine non ci si fosse abituati a distillare consciamente (lui) o inconsciamente (entrambi) piccole menzogne.
Suppongo.
I ricordi che ho del suo corpo hanno in sé l’intimità che sento nei confronti del mio; può attrarti se ci pensi, puoi usarlo se ti masturbi, ma infine raramente ti fa scattare l’ormone. Ci convivi, abbastanza comodamente.
Tutto ciò sarebbe ottimale, se non ti dicessi che ha l’aspetto di un modello di D&G. Ecco, fa un po’ girare i coglioni.
Ma, sesso e fisicità a parte, rifletto sul come Caine sia inesorabilmente – per me – se stesso.
L’ho teoricamente visto cambiare tanto; teoricamente ha visto in me lo stesso; a conti fatti Caine è Caine. Caine che è una delle persone più riprovevoli che conosco. Caine a cui mi sono ispirata per creare Moebius (solo che Moebius è un personaggio più convincente del personaggio Caine; dettagli). Caine che è forse l’individuo più amorale che conosco, e lesivo, ma che alla fine conosco da 7 anni e ci si perde e ci si ritrova – e da almeno 5 ci penso con affetto.
Probabilmente la realtà è che Caine è un aborto della mia mente.
(E lo metterei in una grotta, a osservare il fuoco, tutti in silenzio.)

Continua. A. Suonare.

4.33 del mattino.
I mozziconi contenuti nel posacenere stanno discutendo se il numero sia sufficiente a creare una comunità, per poi prendere vita e ammazzarmi direttamente anziché a piccole dosi.
La Mater dorme in camera.
Dopo avermi telefonato chiedendomi pro-forma se era un problema il fatto che due DJ giapponesi che parlano giapponese e due parole di inglese dormissero da noi – in camera mia, perché è pulita, a differenza della casa.
(E ti viene da dire: “Edward Macard… Lecca, principiante.”)
(E ti viene anche da dire: “Abbiamo bisogno di maggiore spazio vitale.”)

Appro di mangiarane, sullo Screw c’è un franscese. Il franscese mi è simile per molti lati, peccato che sia Wicca, e che i Wicca risveglino il Frollo che è in me – peccato che sugli storpi io la pensi alla spartana.

E penso che non so abbastanza.
Penso alla chattata con la Strega (il franscese) in cui mi avrebbe dato una buona idea fornendomi la metafora che vuole me che distribuisco biglietti sola-andata per il Terzo Mondo (luogo casuale, più simbolico che geografico, suppongo) alla comunità.
Peccato ci avessi già pensato con Donato Torchia.
Posso tollerare tutta la mia ignoranza?
Posso tollerare tutta la mia inconsapevolezza?
Horton, sul divano, mi direbbe che devo scopare – se non fosse troppo occupato a giocare a poker con il sergente istruttore che è in me.
Il sergente istruttore qualche tempo fa ha detto:
“RECLUTA! NON SEI CHE UNA MERDA! E LE MERDE SAI COSA FANNO?! VIVONO DA MERDE, FOTTUTO GIORNO DOPO FOTTUTO GIORNO!”
Poi è andato sul divano con Horton e mi ha fatto intendere che vivere da merda significava non avere il suo incessante urlare nelle orecchie.
Adesso passa le nottate a sparare stronzate con Horton e – quando vado a dormire – conta fino a quaranta minuti per poi venire a farmi scherzetti, come camminare piano piano fino al mio guanciale e poi urlarmi nelle orecchie.
Al che, sveglia e all’erta, gli chiedo:
“Cazzo c’è?!”
E lui mi guarda, con un sorriso derisorio e compassionevole, e torna a giocare con Horton.

In questo allegro spirito, tra una birra passata a Horton e il mondo che inesorabilmente decade e progredisce alle mie spalle, ho ripreso in mano la tavoletta grafica. Da bravo essere inutile coltivo i miei inutili passatempi attendendo l’esito del test. Il prodotto – uno dei prodotti – della nottata è così rilevante che non l’ho neanche uppato per linkarlo qui e lì. Lo trovate qui. L’artista è scassacazzo e non solo fa cose inutili, ma vuole pure diffonderle.
Fottuti artistoidi.
Horton ripete “artistoide” e fa spallucce.
I due, ogni tanto, si fermano dal giocare e si voltano verso di me. Essendo al PC do loro le spalle, ma vedo il loro sguardo. È lo sguardo che rivolgi a un piccolo timido e mortificabile singolo quando tu sei in nutrita compagnia e capacissimo di non soffrire delle conseguenze delle tue azioni. È lo sguardo dei tanti sull’uno. È una delle poche cose che mi terrorizzano. Assieme alle grosse gabbie per uccelli senza ali e fatti di carne, sangue, fango e uno sputo di Dio.

Ho un umore così piatto che potrei dormire restando sveglia.
Ma, dopotutto, di là c’è una camera pulita con due letti liberi, perché i giapponesi hanno trovato altra sistemazione.
Le lenzuola profumano. Fresche lenzuola. E pavimento libero. Vestiti negli armadi. Ragno di fianco al letto spodestato. (No, non ho mangiato neanche questo.) E ho bisognobisognobisogno di un bar anonimo ma familiare e un “lascia la bottiglia”, di Jack Daniel’s, grazie, il solito, siamo qui per collassare, sì, e tu continua a suonare quello splendido pezzo blues, o era jazz? O rock, forse country, ma no, non importa… Continua a suonare, va bene così.