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Northness e altre essenzialità.

Tornavo in Italia, in treno, indicando al mio compagno di viaggio l’innalzarsi delle montagne attorno al lago. Pur essendo un madrelingua tedesco, parlava un fluido e ottimo inglese, sì che per tutto il tempo avevamo optato per quest’ultima lingua. Ma – per una delicata forma di cortesia, modo di farlo sentire più a proprio agio – decidevo che era il caso di parlare tedesco, e da quel momento cominciavo a confondere le lingue, non più padrona delle parole che mi uscivano dalla bocca.

L’avevo trovato in un supermercato, a un appuntamento da me fissato eoni prima – sarebbe venuto solo se il suo interesse nei miei confronti fosse stato di un certo tenore, saldo abbastanza da seguirmi in Italia.
L’avevo trovato fare scorta delle proprie birre preferite, arrampicandosi fin in fondo allo scaffale per raggiungere l’ultima lattina rimasta.
Ci eravamo abbracciati ed ero entusiasta&imbarazzata di potergli manifestare la mia felicità.
Lui, invece, come suo solito, era dolce di proprio. Quella dolcezza lieve, che sta già nei tratti somatici e sa di bendisposizione, assieme al sorriso furbo di un folletto irlandese – era mezzo irlandese.

Ci trovavamo, in Italia, circondati da una schiera di senegalesi tratti da quella che cosparge l’entrata della sede centrale dell’università di Milano – la peggior manifestazione di senegalese in cui puoi imbatterti, ossia quella che vuole venderti qualcosa. Mater, volendo dare il buon esempio all’ospite, esternava una gentilezza sicuramente esemplare, ma che non ci avrebbe mai liberati dai venditori. Cercavo di dirglielo, di insistere, di spiegare, e intanto – mentre lei si ostinava a volerli convincere a parole che non voleva comprare niente – si faceva sera, la schiera di senegalesi si era trasformata in una Corte dei Miracoli alla Hugo e mi aveva inglobata: ormai ne facevo parte, e avrei passato lì la notte, sugli scomodi gradini di pietra di una cantina, troppo scomodi perché io potessi addormentarmi.
Vedevo allora un gattino – un gattino come cosa tenera, che attira l’occhio e vuoi coccolare – risalire le scale, e lo seguivo, trovandomi in una stanza ricolma di operaie vittoriane, intente a tessere operosamente una di fianco all’altra. Tessevano calze di pelo di gatto, tutt’altro che prodotti industriali, piuttosto un laboratorio di creatività: ognuna, difatti, traeva dal gatto che le passava sotto le mani un capo d’abbigliamento assolutamente unico, più simbolico che estetico.
Mi veniva fatto capire che non mi era consentito uscire di mia volontà dalla cantina (scoprivo di essere diventata una puttana, nel frattempo) e che ogni cinque minuti di libertà andavano pagati ammazzando un gattino con quella lunga accetta appoggiata alla parete. Una donna mi mostrava come fare, ma l’accetta diventava un coltello lungo e affilatissimo e il gattino si faceva un’aragosta dalla forma altrettanto allungata, che la donna spezzava a metà e cominciava a succhiare.
“Sai, pensavo di uscire e andare ad adescare clienti.” mi diceva una ragazza molto carina, molto speranzosa e con in faccia scritto un ottimismo che non l’avrebbe portata a niente.
Le facevo notare che avevo solo 3 ore di libertà al giorno, e quelle di sonno venivano conteggiate come tali, quindi di fatto non avevo alcuna ora di libertà al giorno, dovendo rimanere nella cantina aspettando che qualcuno mi dicesse con chi scopare.
La guardavo andare a caccia di danarosi clienti che le permettessero un’emancipazione e realizzavo che quel lavoro non faceva per me, che avrei dovuto cercarmene un altro.
Mi trovavo così nelle enormi fogne di una città steampunk abbandonata. C’era Locke (Lost) con me, ma solo per suggerirmi che in quella città ci saranno state più o meno una trentina di persone, tra cui una virago bionda che emanava più autorità del Sergente Hartman e della persona che più vi abbia messo in soggezione assieme. L’unica altra degna nota circa la bionda è che non mi prendeva sul serio. Mi guardava, intenerita, nella sua posa da scopa in culo, e sorrideva scuotendo la testa per poi andarsene a pensare a cose più serie.
Di cose serie a cui pensare ce n’erano ovviamente un’infinità, dato che quelle misere 30 persone erano già divise in gruppi in guerra l’uno con l’altro, con a lato una coppia di amici laidi e fastidiosi che razziava provviste indiscriminatamente.
Sopravvivevamo in quattro o cinque, e riuscivamo a risalire in superficie, scoprendo che in superficie non c’era niente. C’era stata una città, una volta, ma era stata rasa al suolo lasciandoci a contemplare un orizzonte desolato – al che il sogno si trasformava in un post-apocalittico, in un mondo disabitato alla ricerca di sopravvissuti.
Le epoche si susseguivano, immagino. So che nel fluido tempo dei sogni le città avevano tutto il tempo di farsi sommergere – e vorrei parlarvi di questi grappoli di grattacieli che affioravano, specie di Venezie dalle radici marce e dal sottobosco marcescente, ma le cui vette brillavano come l’oceano.
Seguivo con la telecamera lo sforzo di un uomo, che si arrampicava su davanzali e scale esterne saltando da un palazzo all’altro, sempre più su rifuggendo la muffa dei canali, e che – finalmente al di sopra di tutte le misere guerre intestine che questa post-apocalittica Venezia ospitava, con tanto di organizzazioni mafiose – si lanciava ilare dal ventesimo piano di un palazzo nell’oceano limpido. Solo per il gusto di farlo. Solo l’averlo fatto gli permetteva di tornare in città con la coscienza a posto.


Dovrei smettere di dormire così a lungo.


Accendo il televisore per farmi passare un mal di testa da eccessivo sonno consumato e assisto a quella che sembra essere sempre più una caduta di Berlusconi. Non perché ciò di cui è accusato sia imperdonabile – anzi, tra le tante accuse mosse, voglio dire, ha un che di grottesco l’eventualità che un vizietto personale possa buttarlo giù – ma perché l’ennesima accusa viene ora presa in maniera diversa, c’è un’indignazione più diffusa e più tenace e, insomma, se tutto sta nelle mani dei media, pur con il paradosso per cui i media stanno in mano a lui, allora un maggior peso dato dai media richiede risposte più esaustive.
Ho criticato precedentemente la sollevata onda di indignazione al femminile, trovando grottesco che sia “grazie” a Berlusconi che il popolo munito di vagina chieda maggior rispetto – insomma, se il Diavolo Colpevole è lui, una volta buttato giù le donne ricominceranno a tacere? Ma il fatto che tale post-femminismo indignazione abbia avuto tanta voce contro Berlusconi è sintomatico di qualcosa – non di un malessere generale, ma dell’esternazione di un malessere generale. Niente di nuovo sul fronte occidentale, se non il fatto che ora vengono portate a galla le rimostranze per ciò che sul fronte occidentale c’era già.
Le voci dei media in Italia hanno insomma ora un tono più simile a quello che ho trovato all’estero (e che chiunque può trovare aprendo un giornale non italiano, e sempre ha potuto farlo). In Germania mi sono spesso trovata davanti a un’unica, fatale domanda, qualcosa come:
“Ma perché lo avete votato? Ma perché gli permettete di stare lì?”
La domanda era faccenda complessa da sbrigare come italiana. La faccenda Berlusconi, con le sue famose uscite che tanto fanno scalpore, se giudicata da un neutrale e asettico punto di vista medio europeo causerebbe per logica determinate risposte. Per logica, insomma, non è accettabile un politico di tale levatura che si permette di dire certe cose in pubblico, per questo fa scalpore, come fa scalpore il fatto che una popolazione si tenga un politico su cui pendono così tante critiche, sostanziate o meno.
L’attuale critica dei media assomiglia più all’atteggiamento che ho trovato all’estero, ed è questa la cosa nuova. Non me la sento di unirmi al coro che inveisce contro un Berlusconi donnaiolo, perché l’ho già fatto prima che i media si focalizzassero sulla faccenda e perché attualmente mi sembrerebbe di sparare sulla croce rossa (insomma, troppo facile farlo quando lo fanno tutti).
Rimango così in disparte in silenzio a osservare, incuriosita.
Certo, rimane la possibilità che Berlusconi la scampi a livello giudiziario, ma quel che conta non è il dato, non ha mai contato, bensì la reazione del pubblico, e Berlusconi è ormai stato stigmatizzato dalla parola “corruzione”, quindi vedo difficile che una sentenza metta a tacere l’indignazione.
Rimango così in attesa, incuriosita, chiedendomi che accadrà dopo Berlusconi. Ho spesso scritto contro chi inveisce contro Berlusconi grazie a un certo gossip – ho spesso scritto contro chi ha come linea politica l’opposizione perenne a un Nemico, tendenza tanto berlusconiana (vedi: Berlusconi e i comunisti) che anti-berlusconiana. È peculiare che l’opposizione sia unita da un anti-berlusconismo anziché dal nome di un partito, non trovate?
Non seguo granché la politica. Sono più radical-chic e preferisco le riforme sociali, preferisco parlare dei singoli che costituiscono un popolo, e per questo inveisco contro un Nemico troppo ampio per essere individuato, e che spesso include anche la sottoscritta.
Mi chiedo se il sollevarsi di tale indignazione nei confronti di corruzione e dandismo si spegnerà con la caduta di Berlusconi. Sono pessimista a riguardo, ma chissà? Forse Berlusconi ha avuto il santo ruolo di ricordare al popolo che esiste una cosa chiamata dignità, forse la sua caduta farà sentire il popolo meno impotente e più influente a livello politico.
Insomma, per una volta a tanta indignazione da salotto seguirebbe una conseguenza reale.


A un corso di PNL (ebbene sì, se ridicolizzo certe tendenze è perché in qualche modo ho cercato di stringer loro la mano), durante un esercizio di visualizzazione, mi è stato chiesto di visualizzare una città, per poi chiedermi com’era.
Ho quindi descritto questa lunga strada con alti palazzi – palazzi che, a uno sguardo più attento, si rivelavano essere cartonati bidimensionali. Al termine della strada c’era un deserto, con tanto di covoni di paglia.
Ai tempi mi venne detto che era una vista assai desolante – e a posteriori ho in qualche modo acconsentito. Non ho riflettuto sul quanto tale visione fosse, di fatto, rilassante.

Nel sogno di stanotte, alla ricerca di sopravvissuti nel mondo post-apocalittico, passavo da Kiel – che, post-apocalittica, non è poi molto diversa da quella attuale, considerata la quantità di persone che potete trovare per strada.
La Kiel reale, quella da me conosciuta, si è unita senza sforzo a quell’atmosfera di nordicità di cui erano composti i miei anelanti sogni pre-Germania. Insomma, a Kiel ho trovato esattamente quel che andavo cercando, e a questo punto non mi rimarrebbe che descrivervi questa nordicità, ma la faccenda si fa problematica.
Ho trovato il termine in relazione al Canada, che disperatamente cercava di trovare una propria e peculiare caratteristica per affrancarsi dalla madrepatria inglese. Per uno strano paradosso, l’unica cosa che i nostri cari canadesi trovarono fu la northness, che neanche loro hanno saputo spiegarmi granché bene se non parlando di una certa voidness.
Un dizionario mi dice che la northness è “A tendency in the end of a magnetic needle to point to the north” e come definizione mi piace, perché parla di una tendenza e non di un dato di fatto osservabile, parla di una direzione e non di un luogo.
Dopo l’esame del 10 (per cui non sarò preparata) dovrò passare una decina di giorni in biblioteca per lavorare alla tesi – e la premessa a ciò vede la mia referente dirmi, come molti docenti amano fare, che “non si può fare una ricerca online, bisogna andare sul luogo, in biblioteca”. Capisco quel che la mia referente intende, ma mi chiedo se lei abbia colto il valore sacro di internet. Voglio dire, il modo migliore che avrei di descrivervi la northness non consiste nel prendere un dizionario (o due) cartacei e riportarvi quel che dicono: il modo migliore sarebbe dirvi di googlare tal parola e vede come viene utilizzata, in che contesti, in quali modi. Non so cosa implichi la parola “manifesto” di fianco al nome di un Dio perché l’ho studiato da qualche parte – una definizione non può mai dare le implicazioni della data parola, perché quelle implicazioni sono il frutto della copula che avviene tra la definizione e la Weltanschauung della persona che la usa.
Certe parole, come northness, hanno la caratteristica di essere di per sé abbastanza indefinibili, e io ovviamente – da nemica delle compilazioni – amo ciò.

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Mascella e mandibola.

Le questioni ora in testa sono tre: i miei denti, l’università e l’università.

kijomi mi ha notificato che di notte smascello. Smascellare: stringere mandibola e mascella e muoverle una sull’altra. Si tende a fare quando si è nervosi. Indicavo tale cosa a Kijomi durante la visione di American History X, prima del sonno, dicendole quanto fosse bravo Norton in quanto attento a riprodurre anche finezze quali lo smascellamento.
“Che cosa da psicopatica.” le ho detto quando mi ha notificato che lo faccio nel sonno. Non ha smentito.

All’uni ci vado per capire che cosa dovrei studiare, e mi trovo davanti a un abisso di non-informazione in quanto informazione-poco-accessibile. Non per massonici piani, semplicemente per pessima organizzazione della stessa. Me ne rendevo conto da frequentante, agevolata, me ne rendo conto di nuovo adesso, non agevolata.
E l’uni mi chiama didatticamente parlando, dicendomi: “Potresti seguire le esercitazioni”.
E io cerco di capire come agguantare le informazioni che mi servirebbero per farlo.

All’uni ci vado per capire che cosa dovrei studiare e trovo un pranzo sociale per la “Questione Uni” attuale.
E mi chiedo se dovrei sentirmi come se l’uni mi stesse chiamando anche non didatticamente. Il mio pensiero mi direbbe “agisci”, ma sono tante le cose a togliere “entusiasmo”. Essere avvicinata da una delle organizzatrici che mi invita al suddetto pranzo sociale, parlarci, vederla esaltarsi massimamente non quando mi dice dei bei progetti usciti, ma di come gli sbirri dicessero di andare a destra e il corteo andasse a sinistra. E io penso: “Sarebbe esaltante da narrare se andando a sinistra i partecipanti avessero saputo che sarebbero finiti arrestati, e l’avessero fatto comunque per portare avanti i progetti usciti.”
Ma è un singolo fatto. Sono rinfrancata dal movimento universitario. Non mi viene neanche di fare una lista dei perché: mi sembra troppo scontato. Dovrei approfondire, e trovare le pecche della mia opposizione. Non ne ho voglia. Sono una persona che procede a stimoli, sia pure auto-indotti, e pare non ce ne siano abbastanza. Seguo in sordina. Sono intimamente compiaciuta del fatto che a Milano il polo di Mediazione sia in testa al movimento (compresi i docenti a fare lezione in Duomo). E intimamente spaventata dall’idea che tutto si spenga.
L’auto-smentita berlusconiana, a parte essere una barzelletta, è un segnale chiaro e dice chiare cose. Se dinnanzi a tale chiaro segnale la direzione generale del popolo elettore non cambia posizione, allora avrò paura. Non amo la democrazia e siamo in una democrazia, ma se una democrazia va contro i propri virtuali principii in nome di se stessa mi inquieto. Il mio modo di seguire la situazione è aggiornarmi ogni tot con un paio di testate estere, e leggere il loro punto di vista. Che ultimamente inquieta. E mi inquieto ancor più quando non c’è neanche. (Per fortuna lo Spiegel odia l’Italia e quindi la segue con attenzione.)

Lo scandalo Cercignani (docente che “vendeva” 30 in cambio dell’acquisto dei propri libri) vissuto dall’interno mi ha mostrato un parco studenti da bruciare in piazza, che il sistema universitario agevolava nell’essere tali. Una riforma ci vuole, ma tenendo conto del fatto che gli studenti non cambiano moralmente da un anno all’altro: se togli altri soldi, bisognerà alzare anche il prezzo dei voti per far quadrare il bilancio nelle tasche dei docenti rimasti.

Panoramiche.

Coda?
Presto non sarà più un problema!
Le forze armate arrivano all’interno del Paese!

(Uncyclopedia tedesca)


Invece lo Spiegel International dice:

The Silvio Show

The cartoonist at the pope’s-favored newspaper Corriere della Sera has taken to portraying the potentate as a magician in an oversized costume, waving his magic stick. The show, so far, has not been half bad.
[…]
The Italians do not love Berlusconi. They are not even especially proud of him, and yet they voted for him — not out of stupidity, but out of painful experience.
[…]
Berlusconi is also clamping down on street prostitutes (most of them foreign), homeless junkies, sidewalk vendors and undocumented slum dwellers — in line with the judicial approach of "taking a strong stance against the weak and a weak stance against the strong."
[…]
This is populism — short-sighted, but easy to see. Even left-leaning city administrations, like those in Bologna and Mantua, favor decrees designed to improve government monitoring of public space. […] Last week in Parma, auxiliary police beat up a student from Ghana.

Ok, lo Spiegel ama particolarmente l’Italia.


Anche dalle vostre parti la gente continua a parlare di cultura, e lo fa intendendo piatti tipici e feste di paese? Di come sia importante preservare le proprie tradizioni?


Al ritorno da München, in treno, un ragazzo sudamericano, abbordandomi, mi ha offerto gratuitamente una visione della quotidianità locale.
Mi ha detto:
“Ma non sei di Lecco, vero?”
“Sì.”
“Ah. E io sono nato a Lecco, eh.”
Eh.
Che io sapessi subito ciò, prima di scartarlo nel caso fosse nato altrove.
Gli ho risposto:
“Mi spiace.”

You say you want a revolution…

Di solito, per farmi il mal di testa, ho due soluzioni: bere caffè e cantare.

Mi ha contattato un amico di Richard – Richard, mezzo italiano e mezzo francese cresciuto in Bolivia.
L’amico di Richard, Antonio, scrive:

I might just quit my job and go to Italy 4 one year to study a master.

Poi scrive:

Take care.. we`re just about to have a civil war tomorrow or during the weekend… because of that we got evacuated from the office and will not be coming back till monday… that means spendind the day at the swimming pool instead of working 🙂 sometimes I get to like this crap politicians 🙂

Allora io cerco info online sull’attuale condizione in Bolivia e scopro:

The main city La Paz has seen violent clashes between security forces and protesters calling for economic reform and more rights for indigenous people.

Quel che so della Bolivia oggi si limita a ciò che Richard me ne raccontò – netta divisione tra ricchi e poveri, praticamente coincidente con quella bianchi-autoctoni.
Leggo il poco radical-chic commento di Antonio, e penso: come si fa a dire che una qualsiasi cosa su un qualsiasi quadrato di terra su questo mondo non ci riguarda, se con un aereo e il giusto passaporto si può arrivare dove si vuole, e fuggire da dove si vuole?
Antonio mi chiede:

Is Leco a good place lo live???

Beh… Non ci sono guerre civili né disordini sociali. I padri non mandano i figli di sette anni a fare arti marziali perché possano poi difendersi (vedi Richard), ma la domanda è aperta a diverse risposte. Io Lecco la brucerei, ma forse proprio perché non ha guerre civili e se ne sbatte di quelle altrui vivendo in pace. Tutto è molto soggettivo.

Scendo in strada per portare fuori il cane, svolto l’angolo e saluto la proprietaria cinese del cinese negozio. Entro al bar a comprare le sigarette e ci sono quattro clienti: quattro nazionalità e culture diverse. Torno a casa, e salendo le scale saluto il condomino al primo piano, senegalese (un gran bel pezzo di senegalese, tra l’altro, vorrei incontrarlo più spesso).
Entro in casa, chiudo la porta, e penso che tengo a questo quartiere fatto di sei palazzi, con il lago davanti, la montagna dietro, che fa territorio a sé. Lecco è una città piccola, borghesia ricca, la gente si chiude sempre più in casa e nei locali costosi per evitare di incontrare non-italiani. (Si sa, lo straniero porta Il Male.) Il quartiere in cui vivo è un’eccezione: ci abita di tutto, dalla vecchietta che parla solo dialetto locale all’aitante condomino di cui sopra, ed essendo piccolo alla fine la gente socializza e ci si conosce tutti.
La maggior parte delle persone che conosco credo pensi che i cinesi siano un popolo addetto alla vendita, che si riproducono tramite spore e che non esistono al di fuori del rapporto venditore-cliente. Mi ricordo il commento di mia sorella, milanese, per cui i cinesi ai suoi occhi erano asessuati. Immagino adesso sarebbero asessuati e cattivi, perché fanno Il Male al Tibet e invadono il mercato. Diverse persone mi dicono: “I cinesi non socializzano.” Io amo essere l’eccezione vivente, si sa, e sono l’unica a cui al ristorante cinese d’asporto un camerieri chiede cosa stia leggendo, tanto per chiacchierare. (Gli esempi con i senegalesi non valgono: è appurato che se c’è un senegalese nel raggio di cinquecento metri si metterà a chiacchierare con me.)
Sono una ragazza nata nel 1985, cresciuta a TV e Internet come tutti. Siamo abituati ad avere il mondo in mano, sia un telecomando o un mouse, a conoscere tutto virtualmente. È la storia di Siddharta: quando vedi che oltre le porte non c’è un mondo, ma migliaia e migliaia di universi, come puoi segregarti di tua volontà? Per me una serata è degna di essere ricordata se vi ho incontrato culture e mentalità diverse, qualcuno che mi abbia raccontato il mondo da un diverso punto di vista – altrimenti, è la morte.
Ieri sera, andando in cucina per il mio ennesimo caffè, ho sentito alla TV una frase che parlava dei “cittadini padani”. Non avrei nulla contro i “cittadini padani”, se questo concetto non fosse più o meno intrinsecamente collegato con la volontà di sbattere fuori chi non è considerabile “cittadino padano”. Nulla contro i “cittadini padani”, se un nostro politico non si facesse registrare mentre dice che i “padani” sono pronti a scendere con i fucili. (Il nazionalismo micro-dotato della Padania.) Me ne sono sempre sbattuta della politica italiana, e continuo a sbattermene meravigliosamente, ma l’idea che qualcuno possa cominciare a rompere i coglioni al mio microscopico quartiere multietnico mi fa incazzare. L’idea che qualcuno, per realizzare i propri sogni, possa sostituirmi il quartiere con una fauna tutta di “cittadini padani” o soli italiani mi fa venire voglia di confermare la mia “cittadinanza padana” acquistando un fucile. E poi, diciamocelo, il “cittadino padano” medio è basso, brutto, dal fisico molle, peloso ma stempiato. La versione al femminile è meno pelosa perché si depila quotidianamente guardando male il mondo che la costringe a fare ciò, ed è sovente diventata frigida come controindicazione dell’anoressia o della bulimia.
La coesistenza con il “diverso” ha una splendida qualità: impedisce di dare giudizi saldi (idealmente – in realtà tende a far dare saldamente giudizi) e costringe a una certa umiltà e a porre domande.
Siamo tutti esseri umani, quindi facciamo tutti potenzialmente schifo, ma costringerci a conoscere ciò che è diverso dai cinque metri in cui viviamo può distrarci dal quanto schifo possiamo fare.

… E dopo questo altisonante discorso, col potenziale mal di testa, passiamo a quello che ha il provvisorio nome di Fabbrica di sapone, lo scritto con cauchemar_73 sopra ai totalitarismi.
Ieri, in giro con Ashu&co., siamo passate davanti a un’altra libreria con pezzi d’epoca e usati, e con una vaga preferenza per vecchie pubblicazioni su fascismo e nazismo. Ho, come mio solito, fatto la stronza curiosa, facendo notare:
“Questa libreria è vagamente di parte.”
E ascoltando:
“Ah, no! Non ci entrerò mai! Andiamo via! Che schifo! Via!”
E facendo spallucce.
In Fabbrica di sapone porto avanti il mio caro Untersturmführer Richthofen, nazionalismo tedesco dei tempi fatto carne. Le ha tutte: la fede nell’uomo nella storia, nel valore del volontario per la patria, del singolo per il popolo, il male del capitalismo intellettuale e della moneta sovrana (riconosciuta nel Giudeo), quindi nel comunismo sovietico, etc etc… Più che un uomo, è una discarica – che difatti ha avuto poco modo d’essere svelato psicologicamente, assomigliando più a un panzer addobbato di simboli per una parata. Verrà fuori, il suo cuoricino pieno di ideali e motivi.
Cauche esprime il suo pensiero a riguardo ogni tot mail, ribadendo piena di pathos che uomo di merda sia – io rido, ma un po’ di facciata, perché non lo trovo un uomo di merda. Trovo sia però perfetto per essere visto come tale. Sarà che ogni volta che scrivo parlo di esseri umani – che genere, di essere umani, siano diventa totalmente secondario, o meglio… Le caratteristiche aggiunte all’umanità, il modo in cui questa si sviluppa, diventano prove tecniche per capire il funzionamento del macchinario di base.
In questo periodo inciampo spesso nella rivisitazione di una frase in diverse chiavi. “Conoscere, ma non perdonare.” “Perdonare significa conoscere.” “Il fatto che si conosca non significa che si perdoni.” “Conoscere per perdonare.” – etc etc… E mi domando cosa stracazzo sia, il perdono. Se sia poi così influente. A che serva, soprattutto, perdonare persone morte o non perdonarle. Cosa significhi, perdonare qualcuno, che conseguenze abbia. Se perdoni qualcuno, accetterai che venga fatto ciò che ha fatto? O non lo accetterai? E se non lo accetterai, avendolo perdonato, che farai? E non perdonarlo, che significa? Che continuerai a dare colpe a chi è morto? Come puoi conoscere una cosa che non hai fatto? Come puoi decidere di non perdonarla, se non la conosci? E di perdonarla? Sei Dio? Dov’è Dio? Ah, sì, è morto ed è stato spezzettato in tutti noi, ma ognuno di noi si può comportare come se in sé fosse l’Unico e Vero Dio.
Provate a dire:
“Io vi perdono, tutti.”
È fottutamente liberamente. Arroganza politicamente corretta.
Ho mai detto di amare i Gesuiti…?
(Cristo, invece, non l’ho mai perdonato. Come se fosse l’unico a sapere che avendo Dio come padre ogni dolore è un piccolo giochetto sadomaso, non del tutto spiacevole. Non vale eliminare così la concorrenza – neanche gli ebrei, morti nel periodo dell’anno 0, perdono – no, non è per i soldi e quelle stronzate lì, ma per la colpa storica di aver fatto crocifiggere Cristo – ma lo sapevano quanto cazzo di potere gli stavano dando, che genere di assegno in bianco gli hanno messo in mano? Sanno quante ragazze non ho potuto portarmi a letto a causa della conseguente morale cattolica? È da 2008 anni che Cristo fa lo slave Angst in croce, chi sono io per avanzare diritti sugli altrui orgasmi?)

Panopticon.

The Panopticon is a type of prison building designed by English philosopher Jeremy Bentham in 1785. The concept of the design is to allow an observer to observe (-opticon) all (pan-) prisoners without the prisoners being able to tell whether they are being watched, thereby conveying what one architect has called the "sentiment of an invisible omniscience."