paura

Well, you look at people, like what can I get, bigger house, more possessions. You wonder what is important to them… You know conspicuous consumpation when there are people that just cannot buy enough, spend enough, have enough, you know. You see that, and maybe that, I don’t know, maybe not so much competition with the neighbor, but just want, want, want, for the sake of wanting because it is there.

Una delle interviste riportate sull’articolo che sto traducendo. Non sarebbe necessario tradurlo per presentarlo, ma sono masochista. (Odio tradurre. Tradurre è l’Anticristo.)
Ieri la dottoressa, presentando i vari articoli, mi ha fatto il piacere di farmi sapere che ho scelto quello che trova più difficile. Questa sua difficoltà è facile da spiegare: non amerà Foucault – perché, se lo amasse, non troverebbe la foucaultiana base su cui l’articolo poggia difficile, ma adorabile – e io trovo adorabile il fatto che sto leggendo proprio il libro di Foucault che viene citato.

Ieri, dopo lezione, ho passato un’ora e mezza nella sede di economia, nel seminterrato, a fare fotocopie.
Non solo OE ci dà un’infinità di pagine come bibliografia (secondo modulo, 3 CFU: 1000 pagine), ma ce le dà pure fuori edizione.
OE che ha scritto un libro intitolato Fattore Orgware, e che per spiegarci cosa sia l’orgware ci parla di antimateria. (Con OE spiegazioni e approfondimenti sono interscambiabili.)
Ovviamente tutti questi sono fattori positivi. Come positivo è il fatto che tra i vari materiali s’incappa nella crisi del ’29 – mi entusiasmava lo studio dell’economia per il periodo in cui siamo, e sono rassicurata dal fatto che a introdurmi a questa materia sia il nostro disillusoaberpropositivo settuagenario.


Rifletto sulla paura del domani.
Un dì Ghiro stupì nel sapermi convivere con una certa paura strisciante di sottofondo (non del domani, generica).
Di questi giorni si presenta di frequente (la paura, non Ghiro) e mi spompa. Gli appigli all’oggi, che potrebbero risollevarmi dal domani, sono pochi e fragili, e mi sento come se fossi in metropolitana da un’infinità, senza tenermi, tutto il corpo teso per mantenermi in equilibrio.

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Martini bianco e.

Martini Bianco & succo di mela verde.
Il colore del composto vira verso un verde a me familiare – un verde che ammicca al giallo, vagamente fosforescente.
Anni fa avrei voluto un completo giacca&cravatta di quel verde – e a tutt’oggi non lo rifiuterei.
Quel verde mi rincorre, negli ultimi giorni, simbolico come un rosso per una Dorothy de Il meraviglioso mago di Oz: lo ritrovo nelle cartellette comprate nel tempo, nelle candele profumate che accendo per coprire un po’ di fumo stagnante, nell’aloe vera, nella grafica fatta.
E ora potrei scrivere quale sia l’attrazione che si instaura tra una persona e un bicchiere contenente alcol, e penso che la relazione di attrazione non voluta, il non saper trovare motivo per contrastarla, possa essere espressa negli stessi termini di una relazione di coppia.
(Ma credo di aver già detto che Jack Daniel’s è la mia fidanzata.)

Giornate provanti. Picchi di terrore e desolazione qui e lì. A volte mi addormento sul divano dopo essermi trascinata agli estremi della veglia, di modo che io piombi nel sonno senza soluzione, costretta a non muovermi o cadrà qualche cuscino o si disperderà il calore. Sonno come fatalità. Che mi trascina e rapisce e io non ho scampo, che benedizione.
Qualche sera fa, così addormentata, sono stata svegliata da Mater. Ho aperto gli occhi e ho percepito con nettezza la mia volontà di non tornare al mondo della veglia, e non per motivi di sonno fisico. Non volevo ripiombare nella veglia, territorio desolato.
Quando ho iniziato Requiem del coccodrillo avevo un incipit senza scopo sul taccuino:

Per un attimo il corridoio del treno sembra infinito – no, non infinito, lungo come tutti i passi fatti.

Era stato scritto mentre leggevo A Secret History, in un momento di desolazione ispirato dall’inverno descritto nel libro. Il corridoio era il mio, ma dell’autobiografia me ne faccio ben poco, quindi è stato appioppato a Erich.
A volte apro gli occhi al risveglio e un po’ tutto è quel corridoio. E vomiterei. Esistenzialmente, beninteso, e non so dove devo ficcare due vita per farlo, questo è il problema. Ho voglia di tirare lo scarico, ma non capisco se sto dentro o fuori dal cesso.

Nel mentre, traduco brocardi (sono infiniti), studiacchio, trascrivo narrativa, lavoro al sito.
Nel mentre, il GDR con Capi è giunto a uno scopo: un’idea per un romanzo. Un’idea non per la trama, ma per la struttura. Un’idea che trovo innovativa e sensata e esprimente il mio punto di vista, il che mi sprona a lavorarci.

E adesso testiamo Martini Bianco e succo di pera.

Il Martini&qualcosa sarebbe inteso per accompagnarmi dolcemente al sonno – poi ci sono gli attimi insonni, che durano dalle dodici alle ventiquattro più del tempo di veglia previsto.
Il problema, allora, è che hai già fatto tutto. Hai studiato, letto, scritto, chattato, eseguito facezie, persino cucinato, sistemato un po’ di armadio, e non ti rimane nulla – a parte le spalle tirate come fossero pezzi di cuoio stesi al sole che stanno seccando, e non sono indurite per sforzo ma per stanchezza.
Mi passa davanti agli occhi la sensazione di aver voglia di badare un po’ a me – tipo: migliorare me stessa, un passatempo che accomuna alcune persone – ma non riesce a farsi scopo a sé. Ne servirebbe un secondo, uno in cui la me migliorata funge da mezzo, ma non ne trovo. Attacchi di claustrofobia.
E non riesco a reggermi più di quanto reggerei un filosofo invecchiato e inacidito che siede con le sue chiappe sul mio divano incapace di stare zitto e patologicamente blaterante esistenzialismi. Sparategli – Dio, per favore, sparategli chiudendo gli occhi, sparategli sparategli sparategli e che taccia. C’è una sola persona che vorrei abbracciare, ora, ed è me stessa – ma Me gioca al gioco della carota e dell’asino, e vuole farmi seguire quella carota fino a un cratere. Debole come un vecchio che trascina un carretto e perciò si stanca – e non si rende conto che il carretto è vuoto, non ha peso, è il proprio peso quello che sta trascinando.
Vorrei essere uno di quegli animi che, colti da peso e dolore, crollano nel sonno – sono uno di quegli animi che colti da peso e dolore vengono svegliati, a cui vengono messi spilli al posto delle ciglia perché non osino chiudere gli occhi e che fissano terrorizzati se stessi allo specchio.
Vorrei essere uno di quegli animi che, colti da peso e dolore, crollano nelle braccia di qualcuno perché il calore umano rinvigorisce – sono uno di quegli animi che colti da peso e dolore dondolano la testa guardando il soffitto e se qualcuno si avvicinasse mordergli un braccio sarebbe da sperimentare.
Ma ci pensi, vivere tutta una vita così?…
Non che sia impossibile, anzi, sembra borghesamente tollerabilissimo, ma ci pensi?… A non vedere via d’uscita perché lì fuori non c’è niente che ti interessi, né all’interno qualcosa che ti sproni a uscirne, e bevi Martini&qualcosa con la placidità con cui pensi a violente e improvvise e definitive – il vecchio blaterante che finalmente tace, cazzo – esplosioni?

Il paradigma del Konjunktiv II.
Paradigma di una Me che ogni tanto sbatte contro un muro e non ne esce più, affogando sul posto.
Un passo dopo l’altro sto inciampando nelle peggiori sfaccettature di me, inesorabile. C’è un che di sottilmente angosciante nel rivedere i sintomi di un malore esistenziale pop-uppare a cadenza regolare, a mo’ di memento mori.
L’ultimo è stato il riapparire di un nervosismo fisico, voglia di esplodere fisicamente contro qualcosa. Il che mi infastidisce. Volevo galleggiare nella mia atarassia fino alla deriva, ma il mio corpo non concorda e deve manifestare. Deve rompere i coglioni rendendo la mia condizione palesemente instabile, come modo di farmi muovere il culo e risolverla.
Non posso andare alla deriva quietamente…? Dissolvermi in silenzio, senza neanche rendermene conto…? No, devo cominciare ad avere paura di me stessa. È terribile sapere di soffrire, nei momenti negativi, di una stramba cosa che ti toglie ogni autorità sul tuo corpo. In alcuni momenti desidererei qualche cucchiaio da minestra di lexotan per rendermi placida come un leone sedato, ma assumere qualsiasi forma di stupefacente – legale e non – in condizioni quali le mie attuali, senza alcuna voglia di compartecipare all’effetto con un lavorio su se stessi, sarebbe lesivo e basta. E mi scivolerebbe il timone dalle mani.
Capi, scrivendo di un suo personaggio cresciuto a psicofarmaci, parla di un vetro tra la persona e il mondo circostante. Quello c’è già. A volte premo il viso contro e guardo al di là con curiosità, a volte con nostalgia, a volte con malinconia, a volte senza nulla se non il sentire il vetro freddo sulle guance infiammate.
E m’informo con ozio su organizzazioni per volontariato all’estero, e Capi mi dice di avvisarla nel caso partissi, e le dico che non sono una persona su cui contare se si necessita di essere tenuti aggiornati su me, faccia come fossi morta a priori che fa prima, e penso a Capi come paradigma di una persona con cui avere un legame e che ti sta vicino e le stai vicino e… Tutte quelle cose che guardo oltre il vetro, pellicola di un film, di cosa che osservi all’esterno ma non all’interno di te, sai che esiste e provare nostalgia è provare Sehnsucht, ed è nostalgia di un passato mai avuto.
Mi piace Capi, come persona, ma non arrivo neanche a spiacermi del fatto che sia fidanzata. Rimarrebbe monogama. Sono troppo stanca per dispiacermi. Da qualche parte nel tempo passato mi sono rotta le palle di sperare un prossimo non monogamo quando trovo il prossimo piacevole. La logica mi dice che il mio attuale ruolo di amica particolare non esce dai binari dei miei principi nei rapporti, che anzi li riconferma ogni qual volta qualcuno mi ringrazia di essere ciò che sono e di esserci, e la logica dice anche che non necessito di scopare una persona per confermarmi il legame, ma quando una persona mi nega il suo organo sessuale in nome di una monogamia percepisco la differenza tra me e quella persona, ed è quella a rattristarmi, a farmi sentire un po’ più sola. Sola non per mancanza di persone, ma di attitudine. La solitudine di una persona in una moltitudine di cui non conosce la lingua.
Parlo per dieci minuti con un tipo delle condizioni di una comune amica, e mi dice che vorrebbe avere un’amica come me; una persona mi ringrazia, mi ringrazia e mi ringrazia per quello che sto facendo per lei e per la sua condizione; un’altra stupisce ringraziandomi per la disponibilità ad aiutarla in minori faccende; passa una quarta e stupisce; la quinta ringrazia; la sesta stupisce e ringrazia e loda; la settima loda e stupisce; l’ottava ringrazia stupita; e possano morire tutti.
Vorrei sentirmi infelice come si sente tipicamente infelice la persona sempre disponibile che lamenta una mancanza di interesse nelle persone nei suoi confronti; non è questo il caso; la mia risposta all’interesse nei miei confronti è “fa come se fossi già morta”, e non è un’uscita figlia di una pessima autostima, non è questo il caso; non so neanche io, forse, qual è il caso. Non è il caso, diceva Mater quando da piccola commettevo infrazioni. No punizioni, no urla, no imposta autorità, ma: Non è il caso.

Hannes mi scrive via mail:
“Mi farebbe piacere vederti.”
Mi farebbe piacere vederti e un punto prima di proseguire. Apprezzo ciò. Un tale diretto modo di esprimersi richiede un certo coraggio, e sorrido a quel coraggio che ormai (ha 61 anni) deve essere non coraggio ma attitudine. (Il mio ego dà per scontato abbastanza piacere altrui nel vedermi da non sorridere più nel constatarlo.)
Domani, a Milano, nuova casa di Hannes. Amavo la precedente, chissà com’è questa. Mi vuole regalare un libro tedesco in tedesco, gli voglio portare le Le lettere postume pubblicate in vita di Musil perché – oltre al piacere di donare libri che apprezzo – c’è il piacere di donare libri che apprezzo e che so verranno succhiati fino al midollo delle loro potenzialità.
Sessantuno anno. Sorrido stupita. Sorrido stupita al trovarmi sul suo port-folio, nuda, in posizione fetale. Posizione fetale. Passo al suo curriculum e scopro che se le è fatte tutte: Sarajevo nel ’94 (Sarajevo nel ’94), Cambogia, Vietnam, Tibet, Israele, Iran… Se le è fatte come se le fa un fotografo che ritrae Milano fotografando un party con ragazza nuda che balla su tavolo e uomini vestiti attorno che incitano. La scena la conoscete in un Requiem for a Dream. Solo che è a Milano. Milano che ha smesso di essere un succoso segreto da scoprire, per me, quando ho scoperto che era una faccenda semplice e ruotava attorno a tavoli con ragazze nude e specchietti impolverati di bianco. Era esattamente quello che cercavo, probabilmente. Il fatto che Hannes l’abbia fotografato lì e nel restante mondo me lo pone davanti come un uomo santificabile. Non so santificare né mettere persone su altarini, ma so provare grande stima. E probabilmente domani proverò soggezione, date le mie attuali condizioni. Soggezione. Parola ardua da applicare a me. L’ultima soggezione provata era con Maletta. I miei innocenti.

Speculum.

Group: Michel Foucault has Ruined My Sense of Reality

Description: Whether he’s ruined your own personal concepts of reality or your personal life, Michel Foucault is simply TOO BRUTAL for mere mortals. Some of us have lost friends because of him. Some of us no longer have social lives at all because of the reading. Some of us have even watched relationships spiral into oblivion because of Foucault. This group for all of you brave souls who cannot look at the world without knowing – in the very depths of our many fractured selves – that we are always in the Panopticon.

Traducevo la dispensa per tedesco. Parola per parola, le parole che non conosco, le troppe parole che non conosco. Lavoro lento e paziente per una meta lontana. Quando le mete si fanno troppo lontane, e sono rare, e non puoi vederle all’orizzonte ma ti dici che esistono – non ricordi bene perché, ma sai che esistono – ogni singola parola tradotta pesa come l’intero lessico che ti manca.

In questi giorni mi sento spesso in colpa. Nei confronti di Mater, perlopiù. Sarà che lei lavora e io no, lei ingoia la sua quotidianità e io solo me stessa.
Sarà che mi ripeto che dovrei lavorare e un brivido mi percuote all’idea di dover interagire con i sistemi vigenti e le vigenti persone là fuori. È una sensazione abbastanza forte da farmi pensare che dovrei andare in cura. Non è la prima volta che mi accade, so che se ne esce, ma non so se sia così automatico uscirne. Non so quale sia la norma, ecco. Ho avuto periodi così e periodi di nonchalance sociale, e non so dire quale sia la “base” per me. Sono di base anti-sociale o l’anti-socialità è derivata?
Penso, nel silenzio di Mater che dorme, che mi pesa pesarle addosso. Tale peso mi commuove come un film che stronca per pena e squallore. Mi pesa, in verità, pesare addosso al mondo, ma il mondo è un concetto lì fuori, distante, ignorabile. Mater è l’essere umano più vicino, posso ascoltare il suo silenzio mentre dorme. Vorrei poterlo non ascoltare. Vorrei perdere l’udito. Poi la vista. Il tatto. Un senso dopo l’altro, fino a una dissoluzione anonima, così silenziosa da far pensare che il posto che occupo forse non è mai stato occupato da nulla. Sì, mi piacerebbe un mondo senza di me.

Tra le canzoni che passano da un orecchio all’altro, appare la voce di Mara. Mara che si registrò cantando stupide sigle. Mara che le canta con voce profonda, o forse con profondità e basta. Una bella voce. Amo le belle voci, mi aprono il cuore – le belle voci sussurrate in una registrazione cruda.
Mara passa un brutto periodo. Potrebbe essere l’incipit di una storia qualunque. Il ragazzo l’ha lasciata e lei non ha dignità sentimentale, nonché un ego mancante di autostima come difesa. Si ferisce e fa ferire non potendo spegnere l’intelligenza che intanto analizza; dice di ferirsi e farsi ferire con coscienza, che dirle? Questo non elimina il fatto che stia male.
Sono andata a trovare Mara, per farle semplicemente compagnia. Le avevo detto che, se serviva, potevo andare a trovarla, per una volta non provandoci. Per una volta, la persona ha colto al volo l’offerta in un momento di dolore. Di solito non lo fanno. Di solito non lo fate. E fate bene. Non sono brava a consolare. Sono logica nelle questioni sentimentali, e la logica non è consolante se non rimirata in solitudine.
Gente mi dice:
“Hai fatto bene a starle accanto.”
Gente mi dice:
“Un bel gesto.”
Un suo amico mi dice:
“Grazie di essere con lei.”
E io mi guardo attorno con un sopracciglio sollevato. Non sono l’amica che consola, quella che distrae senza fare domande. Mara si fa distrarre e poi ascolta le mie ramanzine da grillo parlante (dice lei), e io penso che si fa sbraitare addosso non perché ciò sia utile, ma perché è abituata a essere deprecata. Almeno, a farlo c’è qualcosa che poi la distrae anche.
Massaggio Mara, mi infilo nel letto di Mara, in cerca di calore umano. In cerca di voglia, anche, che mi scaldi – non importa che quella voglia non sia poi soddisfatta – dopotutto, ho detto che non ci avrei provato, sono di parola – l’importante è che quella voglia appaia ad accumularsi come cosa spronante. Spronante per cosa? Spronante e basta. Per non spegnersi come un automa e fissare l’altra persona con il vuoto dentro. La voglia mi dona un’attitudine più sociale, mi spinge a sorridere ed essere gentile, ad agire e reagire anziché fissare l’altra persona come se fosse un prossimo cadavere che gira sul proprio asse come una ballerina di un carillon.

Ieri, sul letto, piegata dal mal di pancia, contorcendomi ridicolmente per cercare posizioni che alleviassero il dolore, la fronte sul libro quando il dolore era troppo (e io non volevo prendere un altro antidolorifico, no, col cazzo, sono così miserabile da non poter sopportare un banale dolore mestruale?), ho osservato la mia abitudine alla solitudine.
È un atteggiamento interiore, più che un fatto. Lo noti quando a un certo punto la tua stanza vuota ode un lamento, ed è tuo, e lo stai facendo perché soffri e il tuo corpo si lamenta anche se non c’è nessuno – e ti rendi conto che non credi nel concetto di “lamentela”. Non che io non esterni le mie noie e dolori lamentandomi, ma quando qualcuno tenta di porgere una mano per aiutarmi sminuisco subito tutto e torno al silenzio. La mia lamentela è una posa. Lo penso con la guancia sul libro e nessuna mano sul mio corpo dolorante. Com’è la mano sul proprio corpo dolorante, da sobri? Le ultime mani sul mio corpo malato erano posate sul mio corpo pieno d’alcol. Il corpo pieno d’alcol non ha più le forze di ritrarsi e minimizzare, quindi riceve la mano un po’ infastidito ma in fretta la dimentica.
Con la guancia sul libro, gli occhi in quelli del gatto, mi torna alla mente la sensazione di una mano calda sul mio corpo dolorante. Mi torna nel corpo, sull’epidermide, la sensazione di un dolore che svanisce. Perché mi appare così strambo? Come una sorta di magia.
Ma non mi spiace, mi dico, mentre il climax di dolore passa, essere abituata a essere disabituata alla mano calda. È utile. Come è utile abituare il mio corpo a farcela senza antidolorifici: un’auto-addestramento in vista di periodi di carestia. Che si traduce in carestia auto-imposta. Sembra un po’ un parto delirante di un eccesso di logica, processo tipicamente umano, ma continua a essere utile. Basta abituarsi.

Il libro era Le benevole.
Pagine e pagine su campi di lavoro inutili. Prigionieri denutriti e privi di cura igienica muoiono prima di poter essere addestrati.
“Colpirli li indebolisce, ma se non li colpiamo non si muovono del tutto.”
Leggetela nell’ottica per cui quei prigionieri non sono esseri umani ma cose lavoratrici. Io leggo quella parte e mi sento una cosa lavoratrice disfunzionante che si sta massacrando. Mi scricchiolano le ossa. Un giorno mi sono accucciata in fondo alla miniera perché per qualche motivo la luce del sole mi faceva venire mal di testa, e ora non esco più.
Le benevole che spiega così la follia nazista sul finire della guerra, la follia del “stiamo perdendo, non abbiamo più nulla, siamo circondati, ma accaniamo le nostre energie nello sterminare ebrei”, così la spiega: se l’Ungheria passa i suoi ebrei alla Germania, la Germania può ricevere il corrispettivo che l’Ungheria utilizzava per nutrire quegli ebrei. Ma gli ebrei, arrivati a destinazione, sono ormai troppo indeboliti per lavorare, e quindi vengono eliminati. Rimane il corrispettivo, ma non è di soldi che la Germania necessita, bensì di forza-lavoro – quella sterminata quando morente perché inutile, ossia nella maggior parte dei casi.
Intendiamoci, la forza-lavoro ebraica sarebbe stata sterminata comunque, ma dopo aver agito come forza-lavoro. Lavoro fino alla morte. Ma se questo periodo di lavoro è più breve del tempo necessario ad addestrarli…
E il protagonista sogna. Sogna un campo che rappresenta il mondo intero, dove la gente nasce, cresce, lavora per poi morire. Ed è poi così differente dalla vita di chi non sta nei campi?
E io sogno cadaveri che danzano. Cadaveri fortunati, fuori dai campi, che hanno modo – nelle pause tra lavoro e sonno e procreazione e mantenimento della progenie – di distrarsi facendo qualcosa di divertente, come: danzare. Non fanno sempre quello. A volte ridono, a volte si corteggiano, spremono le meningi per trovare nuove occupazioni distraenti.

Mi sono distratta facendo scrivere a Sedlacek un articolo a favore di una proposta di Riforma interna al collegio. Mi sono distratta giocando con gli ingranaggi di un sistema. Il sistema l’ho creato io, e metto Sedlacek lì in mezzo a disfarmelo. A cercare le imprecisioni e sfruttarle, a usare fessure come voragini in cui sguazzare, a dimostrare che anche il sistema creato per essere ottimale può essere smontato da chi l’ha creato, se questi ha abbastanza fantasia da essere Dio distruttore oltre che creatore.
Ma la differenza tra creazione e distruzione si fa sottile. Un personaggio come Sedlacek è nato come deposito di corruzione, e dalla distruzione altrui si è creato una vita.

Alla stazione di Parma, Cauchemar mi abbraccia e saluta, e mi dice:
“Fai la brava. Non come Sedlacek.”
“Non potrei fare come Sedlacek. Non ho il suo entusiasmo.”

Prendo Sedlacek e lo metto in situazioni che attentino al suo sistema come lui attenta al mio. Titillo i suoi punti deboli, cospargo di miele i suoi punti scoperti, lo guardo destreggiarsi, poi guardo l’intravisto infinito: lui che distrugge quello che creo io, io che distruggo quello che crea lui, e chi vincerà?

Horton, sul divano, alza le spalle. Neanche lui ha l’entusiasmo di Sedlacek. Io e Horton osserviamo la vitalità distruttiva sedlacekiana senza girare canale.
“Ehhh…” commento io. “Una certa invidia.”
“Nah.” risponde lui. “È inutile.”
“Beh, ma lo è tutto. Allora tanto vale.”
“No. Non vale.”
E, in silenzio, pensiamo che non esiste alcun “fascino del Male”. Il “Male” non è affascinante, ma semplicemente utile. Anzi, “Male” è il nome dato a chi dell’utilità fa il primo principio dopo l’auto-soddisfazione, però incapace di… di…
“Di?” mi domanda Horton.
“Di. Di stare bene anche se non tutto è come vuole.”
“E chi sta bene anche se tutto non è come vuole?”
“Questo non lo so.”
“Un coglione.”
“Non è così semplice…”
“È più semplice che tentare di avere tutto come lo si vuole senza fallire, statisticamente.”
“Ok, ma tu cosa vuoi?”
“Una birra.”
“Mh. Io mi faccio un caffè.”
E facciamoci un altro caffè.

Frequentare cattive compagnie è lesivo. Lo dico, a volte, a persone il cui credo va contro i miei principi morali. Dico loro:
“No, non mi offendi. No, non scusarti. No, non c’è bisogno di giustificare. Accetto tutti. Amo la varietà. Semplicemente, probabilmente non ti starò vicino per troppo tempo. Sai… Si è un po’ chi si frequenta.”
Quindi, per seguire il buon principio e congedarmi ogni tanto da Horton e Sedlacek, creo altri personaggi. Indago sulle infinite possibilità della mia mente. Gioco a dei what if. L’impostazione da creativa puntigliosa mi impone di immedesimarmi in tutti loro per poterli descrivere al meglio, e quindi esagero: creo ragazzine groupie tenere e adoranti, eterosessuali e monogame, per cui il sorriso è un must.

Poi, a casa di Mara, viene messo un vecchio video. Anno: 1998.
Sullo schermo, c’è una tredicenne dai capelli scuri di media lunghezza raccolti in due codini. Pelle chiara, liscia, occhiali sopra a occhi grandi e azzurri. Azzurri-azzurri. Azzurri da essere contemplati, e la telecamera continua a zoomare per coglierne il colore.
La tredicenne parla, si muove. È imbarazzata, non è abituata a essere ripresa, ma non può esplicitare nudo imbarazzo, e in qualche modo se la cava. C’è qualcosa di strano in lei, ad esempio il fatto che inizi frasi con:
“Premettendo che…”
Dove ha letto questa formula, questa tredicenne impacciata? Il suo imbarazzo viene agevolmente scalciato a lato quando le viene posta una domanda su un tema serio, su cui ha una ben precisa opinione da lasciare ai posteri. La espone, senza esitazione se non quella richiesta dall’umiltà, poi il sorriso imbarazzato torna, con esso delle fossette ai lati della bocca.
Ricordo qualcuno dirmi, anni e anni fa, che adorava quelle fossette. Chi era? Non ricordo. Ricordo che pensavo dicesse una cazzata, in quanto quelle fossette io non le avevo mai viste. Erano fossette riservate a terzi (né a Me né a Me, quindi), qualcosa non riproducibile allo specchio. E sì, cazzo, sono veramente adorabili. Come i codini, da cui i capelli escono alla rinfusa. E le labbra, carnose. Quegli occhi limpidi da cuoricino intatto e animo pulito perché mai usato né venduto.
Poi, la tredicenne riflette, e per farlo piega il capo in un gesto naturale. Qualcosa che denota il fatto che deve pensare spesso, tanto spesso da avere un’intera parte di mimica riservata al pensiero. Dopo il “Premettendo che…”, mentre parla, quella mimica fuoriesce, dandole troppi anni rispetto a quelli che ha. Troppa sicurezza – no, aspettate, troppa poca goffaggine rispetto a quella del suo corpo di tredicenne, rispetto alle fossette nervose e alla non-padronanza della sua immagine scenica.
In un’inquadratura a figura intera, quando le viene richiesto un saluto – quando le viene richiesto di mettere in scena un saluto per i posteri, un saluto quindi che debba fare spettacolo a sé, la tredicenne emula la posa e il modo di fare di qualcun altro. Piega leggermente le ginocchia, un lieve inchino, un sorriso artefatto copia/incollato senza troppe pretese da fonti a noi ignote.
Non ha l’abbigliamento adatto, a quella posa, ma non può rendersene conto. Scarpe da ginnastica, jeans larghi, una semplice maglietta – larga – nera. Nelle riprese ravvicinate il colletto della maglietta scivola sul suo collo sottile e nervoso, ma liscio – una gioventù mai stata del tutto informe, come i bambini sono. Un collo da stringere. E accarezzare. Così nervoso da far intuire iper-sensibilità di quei tendini tesi. Chissà come geme. Chissà se è vergine. Sembra. Chissà com’è quando nessuno le chiede di farsi riprendere, inscenando pose.
Il connubio tra la palese goffaggine da acerba adolescente e il modo sicuro in cui espone le proprie idee la rende quel genere di monstrum che dovette ispirare Carroll e Nabokov: hai davanti a te una bambina, è palese, ma si palesa che sotto la carne da svezzare c’è uno sguardo giudicante.
Lasciando correre la fantasia, riesci anche a pensare di avere davanti una specie di donna nel corpo di bambina – un sogno sentimental-erotico perfetto: corpo intoccato e mente indipendente – ma poi ci pensi, e pensi che ha tredici anni, e quella mancanza di padronanza del corpo ci sarà anche in altre sfere, impossibile indovinare quali. Non che la cosa ti riguardi: ha tredici anni, fuori dalla tua sfera – però, ti piacerebbe vedere come agisce e si muove una creatura così. Come si muove, soprattutto.

… E mi trovo a guardare me con brama.
È più preoccupante che la brama nasca dal guardare me, o che nasca dal guardare una tredicenne? Mara mi dice che la mia espressione sarebbe da filmare – così, fra altri dieci anni, potrò bramare la me di oggi?
Ma, mi dico, tra Me e Me c’è un rapporto speciale che non può seguire le leggi che condannano la pedofilia. Ciò nonostante, dico a Mara che dovrebbero esistere più ragazze come quella. Gran stronzata. La tredicenne ripresa sarebbe stata una pesante grana per più di un adulto. Ricordiamo due tentati suicidi per amore (o così la vendevano) e un uomo a cui ha rovinato un po’ più l’animo. Sparse sofferenze ad accumularsi nel curriculum. Altro che monstrum, piuttosto palla al piede della coscienza. Con un sacco di baratri pieni di spine, e una famelica e crudele voglia di palco.
Dopotutto, ogni ricetta deve avere le sue armonie. Nella mia quasi inesistente carriera di cuoca, ho dovuto ricavarlo facendo cocktail: se vuoi caricare d’alcool il tuo Mai Tai, dovrai aggiungere un succo per equilibrare il gusto. Oltre al fatto che se riempi d’alcool il tuo Mai Tai, poi ti ubriachi. La tredicenne avrà dovuto compensare l’imperante giudizio del suo sguardo con qualcosa, perché – so dirlo per certo – non era un giudicare di facciata. No, non era un’emulazione di quella boria e sicurezza che gli adulti sfoggiano. Era qualcosa di più spesso e profondo. Cosa – ha domandato il mio bramante sguardo che si rifiutava di riconoscere in lei me stessa – cosa stracazzo avrà compensato l’imperante giudizio? E se non c’era nulla a compensare – 13 anni sono 13 anni, ossia: 13 anni per fare esperienza, non si bara – quanto squilibrata, in senso letterale, era quella ragazzina? Nah, meglio tenersela lontana. Immagino la fila di ragazzi e uomini disillusi a cui cade la mascella davanti alla piccola Lolita, pronti a viziarla; non le avrei dato che un freddo riflesso di se stessa, per mostrarle quali lati di lei andavano sistemati, anziché bearsi. E lei mi avrebbe ignorato – le conosco, quelle come lei – adducendo la scusa che ero troppo noiosa – e probabilmente ci avrebbe anche creduto. D’altro canto, ogni cosa che non montava il suo ego come panna da mettere su una torta in vetrina non poteva che esserle noiosa. Mi stupisce piuttosto pensare agli uomini dalla mascella caduta, uomini adulti che dovrebbero capire che non esiste alcun monstrum pronto a dispensare meraviglie senza prezzo. La tredicenne è una tredicenne, punto. Il fatto che abbia uno sguardo più adulto non le abbuona anni d’esperienza.

Horton cambia canale.
“Chissà se a Sedlacek sarebbe piaciuta.” commento.
“Eh?”
Chissà se e Sedlacek sarebbe piaciuta.” scandisco. “Insomma, dà l’idea di una di quelle personalità pronte a fare scoppiare fuochi d’artificio al minimo stimolo. E poi da che ho capito le piacevano tutti quei giochetti machiavellici sociali…”
“Di tempo. Spreco.”
“Eh?”
Spreco. Parole tue, non mie.”
“Ahhh… Sì, spreco. Traduzione alternativa del Vanitas vanitatum et-”
“Sì, quella roba lì.”

Sono indecisa. Non so se sono depressa o se sono inquieta. Sono una persona che ama prendersi più spazio del dovuto, quindi inquieta, più vago, dovrebbe adattarsi meglio.
Ascolto i Megadeth, che dovrebbero essere consolatori. Lo sono, di solito. Sento delle tonalità antiquate che una volta non sentivo, e questo acuisce la mia inquietudine. Sensazione di precarietà. D’altro canto il sistema è labile alla base: i Megadeth sono consolatori perché comunicano una testarda precarietà. Mah.

Excuse me, the interpreter wants to speak. Uno degli articoli per l’orale di inglese. Sto studiando dei saggi in italiano per lo stesso. A parte che impiccherei la titolare del corso per aver scelto dei saggi in italiano per un esame da dare in inglese (e il primo saggio è una lista di termini tedeschi; sto impazzendo), e a parte che per ora la specifica raccolta di saggi potrebbe avere come sottotitolo “Noi, mediatori riuniti, scriviamo per salvare posti lavoro per questa non ben definita professione”, mi piace. La vaghezza della figura del mediatore lascia libertà ai saggisti di divagare in mille direzioni diverse, con mille tesi diverse, shakerando interpretariato con semiotica con ardenti ideali umanitari con psicologia (la nostra beneamata psicologia positiva, che Maletta chiamò psicologia dell’assertivismo, e che mi fa vedere gli scaffali di saggi come scaffali di pillole di oppio per i popoli – che imparino a gioire senza pretendere più di un metro quadro di spazio vitale e intellettuale e culturale).
Buona la base, tutto dipende dal risultato.
Sono abituata a mescolare tutto con tutto e a lavorare con precisione su una base del tutto imprecisa – liceo artistico così insegnò – non mi spiace ritrovarmi in acque del genere. Psicologia positiva imperante a parte.
Vorrei ricordarmi dove ho messo il libro sulla PNL, perché so che questa raccolta di saggi la citerà, e se non la cita la porterò all’esame.
“La PNL analizza le sfere visiva, auditiva e cinestesica. È una metodologia da prendere con le pinze, perché – ad esempio – adesso la postura del suo corpo mi starebbe dicendo che lei è sessualmente attratta da me.” (La titolare del corso è una gran figa, sì.)

Sono depressa o forse inquieta perché non ho soldi, dovrei cominciare a lavorare, ho a malapena la voglia di studiare.
Sono inquieta perché l’accidia si fa allettante. Perché è da qualche mese che ogni tentativo di figurarmi in un prossimo futuro si dispiega in panneggi e panneggi grigio-cavo. Lavorativamente, socialmente, emotivamente. Umanamente. È uno stato più che accettabile, finché non bisogna muoversi. Non sono una buona figlia dell’assertivismo, sono l’opposto del buon soldatino-civile che si muove seguendo le procedure senza sapere perché deve farlo, mi serve una spiegazione logica anche per respirare, e quindi i panni grigio-cavo demotivano un po’ tutto. Anche il muovere un piede. Mi rendo conto di aggrapparmi di volta in volta a piccole cazzate – progetti minuscoli, a breve termine – perché sono le uniche certezze che ho. E la voglia passa man mano anche per quelli. A volte un grumo di senso del dovere viene a galla e mi muovo – poi, dopo essermi mossa, mi trovo in luoghi e ore che sono punti fermi in quel camminare e mi domando perché sono lì. Perché ci sono arrivata. Cosa dovevo fare. Perché. No, non sono domande esistenziali, ma pratiche: mi capita davvero di essere a Milano in un punto casuale della metro, pronta a cambiare linea, e aver dimenticato perché la mattina ho preso il treno. Insomma, il senso del dovere fa muovere il culo ma spegne il cervello. Ho un cervello e un’emotività anti-tiranniche, che fanno resistenza attiva quando ricevono ordini. Anche se me li do io. Ci si sente ridicoli, sapete?
A volte vorrei solo trovare il mio angolo di mondo. Il posto a cui sai appartenere. Poco importa dove e come sia. Sarebbe molto consolatorio anche sapere di appartenere a un angolo di strada freddo, se si avesse la certezza che quello è esattamente il tuo angolo. Il massimo e il minimo a cui puoi aspirare. Nessuna soluzione, nessuna alternativa. Fine dei giochi.

Studiare variopinti saggi che girano attorno alla mediazione mi dovrebbe fare bene, dato che la mia esponenzialmente più frequente reazione dinnanzi all'”Altro-da-me” vira verso il pensiero “brucia pure” e verso la risposta politicamente corretta “ognuno a suo modo”. Ho acquisito una tolleranza nei confronti dell'”Altro-da-me” pressoché assoluta, in quanto la voglia di scendere da me e dibattere stando nel mezzo è intensa quanto la fiamma di un cerino umido. È imbarazzante. È imbarazzante perché a volte mi trovo davanti a un momento di silenzio mentre sono con una persona, mi guardo attorno e mi rendo conto che al posto di quel momento di silenzio avrebbe dovuto esserci una mia affermazione o domanda, perché l’altra persona ha detto qualcosa di importante su di sé. La forma supposed to appare sempre più di frequente nella mia testa senza che io riesca a tradurla se non letteralmente o quasi: sarei supposta fare, adesso…
Mi sono domandata più di una volta, nelle ultime settimane, se dire “Scusa, non è colpa tua, ma dovrebbe sbattermene di quello che stai dicendo? In caso di risposta positiva, ci provo.” fosse accettabile o se corrispondesse a una chiusura delle trasmissioni definitiva. I climax avvengono quando conosco nuove persone, e si instaura il tipico dialogo da conoscenza appena sbocciata, che si esplicita con domande sugli altrui gusti e predisposizioni, e io penso: “Che perdita di tempo.” È terribile, non trovate? Voglio dire, sono un essere umano, sono naturalmente predisposta al far passare ogni mio interesse dall’essere umano – se l’essere umano smette di interessarmi, come faccio?
Continuo a ripetermi:
“Fai come se dovessi esercitarti a conquistare qualcuno. Come se fosse un esercizio di abilità.”
Magari recitare la dinamica me la farà comprendere di nuovo. È vagamente ridicolo, ma le cure per le debilitazioni hanno sempre un che di ridicolo, no?
Perché c’è un che di paradossale nel sentirsi a-normali per mancanza di interesse. La fiction e la saggistica in voga mostrano casi umani sofferenti perché si percepiscono a-normali e ciò ostacola l’interesse che hanno per i loro simili, non il fottuto viceversa.
Ma non è colpa degli esseri umani restanti (restanti rispetto a me). Le file di libri in camera mia hanno subito un eguale destino: guardarli mi accende meno rispetto a prima, osservarne le copertine mi fa immaginare con meno intensità gli infiniti collegamenti pronti a essere scoperti, i dettagli lì nascosti che potrebbero gettare nuova luce sull’insieme.
Il cibo, birra a parte, segue lo stesso destino. Sulla birra c’è una strana parentesi a parte: ho spesso voglia di birra. Buona. L’ultimo viaggio nelle germaniche terre deve aver educato il mio gusto, con la spiacevole conseguenza che l’ultima lattina e l’ultima bottiglia aperte in Italia sono state scaricate nel lavandino con una smorfia disgustata, quasi indignata. Non posso vivere senza poter bere birra perché mi fa schifo, giusto? Anzi, adesso apro un’altra lattina e ci riprovo. Anche se ha un retrogusto che – pensa la mia testa – una birra non dovrebbe avere.
Odio la psicologia positiva, ma ho voglia di benessere. Horton pulsa forte in me, e mi indica birra, divano e sesso. Poi una scimmia affamata. Poi dice: “Somma. Non è poi così male la somma.” Dissento. A volte mi guardo dall’esterno, in tutto il mio disinteresse generalizzato, nel poco interesse che rimane per le cause primarie di benessere, e vedo un essere gretto con adunche manine con radar incorporato che stringono solo quel che interessa loro, sbattendo giù dal tavolo tutto il resto. Sento rumore di vetro e metallo che cadono, acqua che scivola e gocce sul pavimento. Sento il silenzio che accompagna l’ottusa e fredda razzia raziocinante. Il silenzio del gesto privo di spirito creativo, il silenzio di una fabbrica – cadenzato dal ritmo delle procedure che si susseguono senza ascoltarsi.

Studiare allevia tutto questo per un vecchio motivo culturale: la cultura nobilita. L’idea dello studioso chino sui libri dà un colpo di gomma alla diapositiva della scimmia. È una cazzata, e lo sappiamo, ma ci caschiamo.
Un’amica di Ashu, con geniale intuito, senza conoscermi mi ha definito una “porca sofista”. Ho detto ad Ashu di ficcarle la lingua in bocca da parte mia come complimento. Riesco a essere ciò che una “porca” è supposta essere anche se il mio interesse sessuale è spento. È un atteggiamento verso l’esterno. Deve essere una filosofia di vita, la filosofia di vita della parte più abietta del mio inconscio. Una mancanza di raffinatezza e delicatezza assoluta, che dà a tutto una forma nuda – mentre un’altra parte dell’inconscio riempie l’appena creato horror vacui con sofismi. Sono intellettualmente pornografica anziché erotica, con di sottofondo un complesso componimento barocco. Bleah. Datemi il mio pulpito-trogolo.

Gods.

Uno scrittore pubblicato (fin troppo, sputa fuori più libri lui che non-cazzate io) mi adda su Facebook, e fin qui tutto ok.
Poco dopo, arriva la seconda scrittrice pubblicata che io in realtà conosco a malapena.
Poi la terza.
E io penso:
"Per mercoledì notte corredo viola o rosso?"
Penso:
"Come vorrei farmi una doccia."
Penso che vorrei un boccale da un litro di birra. Penso a Sebastian che corre nella folla dell’Oktoberfest tenendomi cocciutamente la mano – è abitudine locale? No, è l’unica cristiano (protestante) a fare ciò in tutto il parco umano, e io mi domando:
"Perché?"
E gliela lascio la mano, mentre osservo il parco umano e lui e me e soprattutto me, e penso che dare la mia mano a un tizio in fanciullesca corsa tra un giostra e l’altra è un buon diversivo rispetto al mio essere chiusa in casa con la testa impegnata in discussioni esistenziali tra Me e Me, questa testa che si sente più espressiva quando scrive fiction che quando la vive.
La testa torna qui, in bagno, dopo la doccia, con il citofono che suona e una voce femminile e anziana che mi scambia per mia madre, mi riconosce, io non conosco lei. Sale lei o scendo io? Scendo io, che domande, anzi, aspetta che vedo se ho un oggetto contundente.
La placida vecchietta è accompagnata da un placido ometto (inteso come "piccolo uomo", non come aggeggio da armadio) che non può essere suo marito. O almeno credo.
La placida vecchietta si scioglie in nomi e ricordi. Non sapeva…! Dice che non sapeva della morte di mia nonna, l’ha saputo da poco. Mi ricordo di lei? (Suggerimenti…?) E che salgano, anche se non mi ricordo di lei. Il tempo di mettere piede in casa mia, e mi dice il suo nome – sì, mi ricordo il suo nome, sì – perché l’ometto ha una valigetta da assicuratore?

Una premessa fondamentale è: una settimana fa, al telefono con Joglar. Parliamo di Testimoni di Geova, e io dico:
"La prossima volta che te ne arriva uno, mandalo da me. Non me ne arrivano mai, e io vorrei veramente parlaci, capire tipo che cazzo sono, ecco."
Detto, fatto.

La valigetta da assicuratore contiene una Bibbia. Io ho una Bibbia? Certo che ho una Bibbia! Me l’ha regalata il mio amico che chiamo l’Arabo, col padre musulmano che odia gli ebrei perché l’hanno cacciato. La Bibbia la voleva bruciare, ma il figlio l’ha tenuta – ed è finita a me. Leggiamo la Bibbia? Sì, dai, leggiamo la Bibbia! Ho il tono giusto, la voce giusta, e l’inflessione!… Gli ospiti annuiscono soddisfatti dinnanzi alla mia interpretazione: devo aver compreso il Messaggio, dal fervore che ci metto.
Beh, dopotutto è proprio è un bel testo. Ma è un testo. Scritto da uomini, capite?
No, è scritto da Dio.
No, può essere ispirato da Dio, ma è scritto da uomini.
No, ma se leggi qui, vedi? Qui è scritto che ogni parola ispirata da Dio, è scritta come da Dio.
Sì, ma è stato scritto da mano umana! Cioè, mettiamo che ai tempi c’era una versione alternativa della Bibbia, che diceva la stessa cosa: "Questa è la parola di Dio." Chi aveva ragione?
Ma no, questo qui, vedi? Questo qui è un fariseo che è esistito, e ha fatto questo e questo.
(Anche Jan di Leida è esistito, e ha fatto questo, ed era un magnaccia attore sarto Re-Profeta di Münster. E io sono sua fan.)
Comunque, posso tornare a trovarti?
Ma certo. Ma sentite un po’… Voi che altri testi sacri avete letto?
Beh, ma tramite la Bibbia tutti, perché tutti dicono quello che c’è nella Bibbia, e quindi noi studiamo-
Sì, sì, ma dico: personalmente. Chessò… Libro Tibetano dei Morti? L’Edda? Interessante, l’Edda. Dai, la prossima volta ti presto l’Edda!
Ma no, ho letto la Bibbia per vent’anni, quando ho tempo di leggere tutto…?
Ehhh, la ricerca per la verità mica è semplice.
Ma è da vent’anni che la studio.
Ma questo libro esiste da duemila. Che sono vent’anni?

Lascerò alla placida vecchietta l’Edda, se torna. Convertiamola all’Odinismo!

Il problema, in fondo, è uno: la paura della morte. Senza questa, l’opuscolo lasciatomi è più utile come carta igienica che altro. E non ho intenzione di avere paura della morte, al momento.

Ho pensato, guardando la placida vecchietta raccontare aneddoti ridendo e rendendosi piacevolmente incomprensibile, che forse non mi sarebbe spiaciuto vedere Nonna altrettanto radiosa. Nonna aveva più un carattere alla Horton, invero. Ma avrei saputo avere in casa una Nonna la cui felicità risiedeva nel leggere lo stesso libro per vent’anni?
A un certo punto, durante il dibattito (invero frustrante, perché a ogni mia ardua domanda sollevata veniva letta un’altra parte della Bibbia per avere risposta), ho sbarrato gli occhi con stupore e ho detto, semplicemente basita e scuotendo la testa:
"Ma è… tautologico!"
E ho causato il silenzio.
(Di sottofondo, i grossi punti di domanda: che cazzo ha detto? Tautoche?)
È stato invero assai frustrante.
A domanda fatta, ipse dixit in risposta. Molto frustrante. Fai una domanda a qualcuno e ti risponde la sua tessera del Partito, una cosa così. (Non sto paragonando Dio al Führer, non sto… d’oh!)

Comunque, pare io stia guarendo. La doccia era necessaria. Necessario cestinare i vestiti indossati in questi giorni, grattarmi via sporco a malattia.
Ho lavorato al sito, perdendomi in inezie e tornando al quadro d’insieme per tornare a inezie e via discorrendo. Ho letto, Guerreros (Spook Country) di Gibson, perfetto da leggere in stato debilitato, perché deliri come delira Gibson. Ho dormito. Sono giaciuta sul divano smaltendo calore in eccesso. E via discorrendo.
Saranno questi giorni di malattia ad amplificare il senso di inutilità che mi sento addosso. Non avere un’Uni a rincoglionirmi (in bene) quotidianamente, né un lavoro. Né scrivere seriamente (ossia: concludere qualcosa). Devo sentire gente. Incontrare gente. Gente. Ricordare gente, soprattutto. Gente. Gentegentegente. La scelta delle parole è tutto.
Penso al corredo Ikea. Alle lenzuola da cambiare, pulite e fresche. Al pavimento da pulire. A quelle piccole cose che nelle riviste vendono come "coccolarsi", e che infine sono un modo di rincoglionirsi occupandosi del superfluo.

A while ago, I messed up when measuring maccaroni and ended up filling this great big pot. And, it’s really bad when you mess up the seasonings. If you’re not careful you start putting in more and more and end up screwing up. Portions that would feed three turn into enough for ten and stuff. And you can’t exactly undo it. Well, you can think you’re just saving it for later… for hamburgers and lunchboxes and stuff like that… But that won’t work for stuff like stews. You always try to do just what it says in the book, right? You do just what it says and the flavor always seems to come out wrong, doesn’t it? I wonder why.

Script dell’episodio 33 di Utena. Quando l’ho rivisto dovevo essere bevuta, o particolarmente insonne, fatto sta che avevo gli occhi sbarrati a mezz’asta (sì: sbarrati e a mezz’asta, perfettamente logico) e leggevo i sottotitoli mentre lei parlava per minuti di ciò. Trovo Utena particolarmente geniale, perché ti mostra l'”incasalingamento” (in società patriarcale) con un monologo. In realtà lo trovo geniale solo perché mi ha colpito tanto, e con una certa frequenza, con climax quieti quali quello.

Cerco di convincere Seb a registrare il suo okay.
L’okay di Seb viene pronunciato più o meno così: okè’.
È detto in un fiato, come se non volesse rubare troppa aria. Dice: “Sì, assolutamente come vuoi tu, e con piacere”. Senza nessuna discussione. Senza nessun impedimento. Scivola liscio senza incontrare resistenza – dando una certa sensazione di onnipotenza in piccolo. È la dolce virgola tra una richiesta e la sua esecuzione. Sono arrivata a implorarlo, “Dillo ancora!”, per saziare il rinato desiderio d’essere compiaciuta in un ordine.