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L’insostenibile insolubilità dell’essere

Questa dovrebbe essere la mia settimana libera. (Si chiamano “vacanze autunnali”, qui.)
La frase qui sopra, invece, è un esempio dell’importanza dell’uso del condizionale.

In queste giornate umide dal cielo pressoché inesistente è un bene avere impegni.
L’autunno, qui a Berlino, somiglia a una stanza ammobiliata al minimo indispensabile: è il momento di decidere, finalmente, con che colori completarla, quali cuscini e lampade comprare, con quali immagini tappezzare le alte pareti bianche. In parte è così letteralmente – si veda, a proposito, la nuova federa del cuscino nel suo disturbante verde.
So che non dovrei optare per il verde, in questo periodo dell’anno e nel nord della Germania. La luce fa tutto, sapete? Guardate i paesaggi veneziani e quelli nordici nei quadri più schifosamente famosi che conoscete (e non solo i paesaggi) e giocate a Trova le differenze!. La luce italiana, dorata, qui non esiste. E questo conta, per i colori. I verdi, qui, risplendono nelle loro tonalità più acute, non disturbati dal giallo del tramonto (e del crepuscolo, magnifico crepuscolo). Certi verdi, qui, risplendono nella e della loro potenziale follia. Sanno di libertà e delirio, sono vibranti e disturbanti, vivi e minacciosi. Li adoro.
Per controbilanciare, forse, mi sono rifatta rossa – di un rosso acceso, che probabilmente in Italia sparerebbe come un semaforo, ma qui – senza la dorata luce di cui sopra – vira verso il cupo. Mi mancava, il rosso. Mi mancava quel suo effetto, che non ricordavo, di dare una diversa tonalità alla mia pelle. Non so dirvi quale. Non so se ora sia più calda o più fredda, più rosa o più verde, non so. Ma ci piace.

Con la chioma fresca di henné sono andata, ieri, prima al lavoro e poi ho fatto Feierabend – parola che, ovviamente, non posso tradurre letteralmente. È quel momento di festa – ma festa in piccolo, stacco, riposo, in un bar o equipollenti davanti a una birra o equipollenti – che ha luogo dopo la fine del lavoro, prima di tornare a casa, ma senza essere un aperitivo. E aggiungiamo: era Feierabend solo per me, nel mio grato cuoricino. Ufficialmente era una birra di commiato in onore di un’amica americana che va a vivere in Spagna per qualche mese, in sua e dei suoi amici compagnia.
Qui potrei aprire un’altra enorme parentesi sull’atmosfera dei ritrovi di expats a Berlino. E, anche qui, come traduco expats? “Gente che vive all’estero”, nella sua quasi pedante neutralità, potrebbe rendere la base dell’idea. Non la rende né “stranieri” né “migranti”. Forse, in questa precisa contemporaneità, e precisamente a Berlino, parlare di “espatriati” potrebbe far intuire quella malinconica atmosfera da ritrovo di auto-esiliati ideologici/artistici. Ma “esiliati” è una parola già abbondantemente riempita dai rifugiati presenti in città, e, allora, che dire…?
… Dicevo dell’atmosfera di expats, e probabilmente solo di certi expats, a Berlino, che vorrei tanto descrivere, ma che forse riuscirò solo a tratteggiare rubando immagini altrui. Mi ricorda a tratti quelle riunioni di personaggi, in certi romanzi, che in comune hanno solo il venire da un altro luogo e l’avere una trama da seguire tutti assieme. Unə fa il dottore o la dottoressa, l’altrə il musicista; unə è ricca, l’altrə tira avanti; se fossero venutə dallo stesso luogo, e li fossero rimastə, probabilmente non si sarebbero mai trovatə allo stesso tavolo. Ma già ho l’impressione di aver ristretto troppo il campo, di aver tagliato qualcuno fuori. Di aver osato troppo.
Ieri sera la birra è stata bevuta al fu preferito bar del fu David Bowie, il Neues Ufer, che ha – mantenuta o meno che sia – un’atmosfera accogliente tutta urbana. Non è intima come una Kneipe, né roboante come un luogo di ritrovo in. Se ne sta lì, con la sua devozione al defunto, che guarda tutti dalle pareti senza fretta né obiettivi, accordata all’ottobre che attende gli avventori in strada, un po’ freddo e un po’ silenzioso, ma non ancora colmato né dai mercatini di Natale né dalla neve.
Mi ricorda la severità di certe scuole di inizio Novecento, i passi che rimbombano lungo i corridoi dalle pareti vertiginose, i vetri delle alte pareti che quasi vibrano, e a tenere compagnia – in quei pochi ma pregni metri percorsi – solo la promessa che chi ha ideato quel luogo l’ha fatto con un rigore capace di essere, all’occorrenza, un premuroso guardiano.
Sembra, insomma, di stare in una grande collettiva attesa.

Gli anglofoni mi mancavano più di quanto pensassi.
Da persona cresciuta a fiction americana, posso aspettarmi di accogliere con piacere una serata in compagnia di americani. Poi mi sento un po’ in difetto perché, in fondo, lì non ci sono mai stata, e di consapevolezza ho solo quella di avere in testa ben più stereotipi di quanti qualche chiacchierata possa smaltire. Ma, così intrappolata tra cliché, facciamo un’altra precisazione, che tutta ai cliché è dovuta: ci sono bidimensionalità e bidimensionalità. Non so se e quanto negli Stati Uniti sia diffuso il prototipo antropologico che poi fa sì che i loro cittadini siano rappresentati sul beota-andante (pensiero che la stessa fiction americana in parte fomenta – l’altro ieri ho visto Suicide Squad, notando atterrita l’esigenza di ripetere e ripetere e ripetere anche le più basilari informazioni di modo che anche lə spettatore/trice più demente possa non perdere il filo dell’esilissimo discorso), e probabilmente non lo saprò mai: ci si attira quel che si cerca, e io mi cerco con piacere, a quanto pare, spiriti che cercano la lucidità, il distacco necessario a una critica (e a un’autocritica) – e, se capita, un po’ di ironia, sia in formato sarcasmo o meno.
Posso aspettarmi, dicevo, di accogliere con piacere una serata in compagnia di americani, ma non mi aspettavo che la Britishness mi mancasse.
Come faccio, ora, a parlarvi di questo senza scadere nello stereotipo? Perché non posso, veramente non posso, parlavi di cosa e come siano gli americani, o gli inglesi – o i tedeschi, gli italiani, i francesi, i cinesi (poi, con i cinesi, si sfiora lo scoppiare a ridere), e via discorrendo. Non saprei veramente come farlo. L’unica cosa che posso fare è piombare di nuovo sui dettagli – quei dettagli che a volte attraversano persone che in comune hanno una vaga origine, a volte no. È il modo di parlare, di ammorbidire o rafforzare una frase, di interrompere o ascoltare, di esprimere fastidio o non esprimerlo, di imbastire un discorso o smontarlo. O di annuire, semplicemente, o non farlo. Di esprimere apprezzamento, o non farlo.
Non mi sentirete spesso elogiare i britannici (e ancor più, o meno, gli inglesi). Anzi, a dirla tutta, quando assisto agli effetti che la fascinazione britannica scatena mi metto un po’ in disparte, in silenzio, con disincanto (o qualcosa che forse vuole esserlo in reazione) e forse un po’ di saccenza. Il fatto – brutto o bello che sia – è che ho risposte pronte a smontare tutti i miti che vanno per la maggiore, che per la maggior parte sono figli di cliché. Il tè, la compostezza, la politeness, l’ironia a volto serio, l’eleganza, le scarpe. Non perché nel mio cuoricino io non serbi il ricordo di deliziosi momenti santificati da una tazza di tè, del sentirmi a mio agio davanti a un sorriso appena accennato, dell’apprezzare una cortesia così pervasiva da far dimenticare che è un prodotto culturale, e via discorrendo. Ricordo tutto – e di tutto sono spesso pronta a portare l’altro lato della medaglia. È che questo tutto è così spesso così tanto semplificato – questo tutto che, diciamocelo, messo assieme ricorda in modo inquietante un inglese pre-decolonizzazione – da risultare quasi offensivo, e non perché alcuni miei ricordi non rientrerebbero perfettamente, visti dall’esterno, in tale stereotipo, ma proprio perché vi rientrerebbero, e rientrandovi ne verrebbero impoveriti, bidimensionalizzati, la tridimensionalità recisa alla base e schiacciata per meglio conformarsi a una semplificazione.
Sono riluttante, quindi, all’idea di descrivere quel che ieri sera ho ritrovato con una nostalgia che non sapevo di avere. Temo finisca nel calderone, e che fomenti generalizzazione in stadio già abbastanza avanzato. E mi domando, mentre scrivo ciò, se io non stia intuendo il motivo – tutto gretto – per cui alcune persone tanto tengono al riservare a loro stesse i ricordi. Ora, dato che odio riservare cose per me stessa e basta, mi dico che avrò solo bisogno di tempo: il tempo di imparare a parlare anche di questo senza rischiare di renderlo potenzialmente facilmente classificabile nel “già (mal) conosciuto”, di imparare a parlare del nuovo rendendolo riconoscibile senza abusare del vecchio.
Intanto, accumulo.

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Lingue e culture (più o meno personali).

Alla fine finisce sempre più o meno così: alla scrivania, in un tramonto che già sa di crepuscolo, gli occhi secchi che sbattono dalla stanchezza e il chiedersi se esagerare con l’ennesimo caffè.

Oggi in classe si è parlato di come l’inglese sia entrato, neanche tanto di soppiatto, nel tedesco.
Conoscete l’effetto: viene preso per il culo nella parlata milanese. Immagino che l’acredine che scatena sia dovuta al fatto che l’inglesismo viene abusato per una questione di status. Lo capisco: l’inglesismo è il nuovo latinismo. Eppure…
Oggi in classe si è parlato di come sia importante tutelare le lingue dall’influenza dell’inglese. E lo capisco, quando si parla di un mero impoverimento. Ma quando e come è un impoverimento? Non sarebbe, in teoria, un arricchimento, l’avere a disposizione un maggior numero di termini differentemente connotati?
Oggi in classe si è arrivati a parlare di come l’inglese sia superusato come seconda lingua. Si è arrivati a parlarne male, generalmente male, nel senso di: in termini generici, senza che io potessi più capire che si stesse dicendo.
Si è parlato di tradurre qualsiasi parola, anziché importarla come prestito, e al contempo dell’unicità delle lingue e quindi dell’intraducibilità di alcune parole. Nello stesso discorso.
E io mi sono persa.

Che problemi abbiamo con le lingue?
La mia, di lingua, ha dalla sua quell’unicità che si rivendica per tutte le lingue madri. Solo che la mia, di lingua, è una mescolanza di altre lingue. Parlo, ascolto, leggo, scrivo, penso e sogno in italiano e in inglese. Un po’ anche in tedesco, a volte, ed è solo questione di tempo: ancora qualche forse mese, forse anno, e andrà a far compagnia all’italiano e all’inglese. Chissà a quale sfera semantica, o a quale agglomerato di sensazioni, si uncinerà.
Al momento – in questo periodo di tartassante studio della lingua tedesca – tutto si mescola.
Gültig, ad esempio, in questi giorni ha bellamente soppiantato valid. Smetterà, lo so, ma chissà poi a che cosa toccherà. Per non parlare poi di quel breve verso gutturale che ho cominciato a fare anziché alzare le spalle e dire «Boh!». (Devo insegnarlo, il «Boh!», spalle comprese, come insegnante di italiano.) Non se sia questo a essere il miglior esempio del livello di pervasività che il tedesco sta avendo sulle altre lingue che parlo, o la mia sintassi italiana e inglese, che stanno andando a puttane (ossia stanno seguendo quella tedesca come due deliziose fan). Si assesteranno anche queste cose in un nuovo equilibrio, ma non so che ne verrà poi.
Dopo l’inglese, ad esempio, il mio italiano ha acquisito la forma stare facendo, che sfocia in stare essendo (con il verbo essere si nota di più che con altri verbi, ma la pervasività con cui ha sostituito altre strutture italiane c’è ed è generale), stare venendo fatto, etc… Parliamo poi dell’essere supposti essere, che ha compensato alla mancanza, in italiano, di una differenza tra must-müssen/should-sollen. Non c’è purtroppo una coppia di verbi italiani che io possa contrapporre per rendere questa sfumatura, e così sono caduta sull’essere supposti essere in alcune frasi.
Non riesco a vedere questa come una perdita. L’italiano, come ogni lingua, ha carenze (l’inglese e il tedesco mancano della varietà di tempi verbali al passato dell’italiano; l’italiano della varietà di tempi verbali al futuro dell’inglese; al tedesco manca il gerundio; all’italiano due modi diversi di usare l’impersonale passivo), e a queste carenze il mio cervello sopperisce pescando dalle lingue che conosce. Non sentirei il bisogno di sopperirvi, probabilmente, se non concepissi quello che all’italiano manca. E’ proprio questa mancata percezione della ripartizione del mondo tipica di una lingua straniera X a renderne veramente difficile lo studio. Il resto è ripetizione in un contesto.
Ora, intendiamoci: non scriverò un articolo accademico abusando di stare essendo ed essere supposti essere. Ma perché dovrebbe essermi più difficile dell’evitare di scriverlo scrivendovi c’ha o gli sta bene? Abbiamo (o, perlomeno, necessitiamo d’avere, se vogliamo fare certe cose) padronanza di diversi tipi di sottolinguaggi, e la capacità (o, perlomeno, necessitiamo d’averla, se vogliamo fare certe cose) di selezionare quelli adatti al contesto. Sappiamo modulare il lessico, la sintassi, persino la struttura del testo. Perché dovrebbe essere diverso quando si parla di parlare più lingue?
Le parole italiane che più s’indeboliranno nella mia testa saranno probabilmente cose come contrassegno, ossia quelle parole che non userò più in italiano, e per cui userò un equivalente in tedesco. Ma ci sono poi intere strutture mentali nella mia testa che l’italiano l’hanno visto di sfuggita: non saprei, ad esempio, scrivere un articolo tecnico nell’ambito delle relazioni internazionali, avendo appreso il discorso – e quindi le parole, ma anche il reasoning – direttamente in inglese. (In realtà ormai non saprei neanche scriverlo in inglese, non parlandone da eoni.) L’immaginario fantasy è stato scolpito nella mia testolina di bambina giocando a videogames in inglese. Ditemi mischia e penserò a una cosa: ma melee è altro. Include mischia e ressa, e… ha qualcosa di diverso, come enjoy non è godersi che non è genießen. E tutto questo fa letteralmente parte della mia esperienza. Fattuale.
Se dovessi lamentarmi di come la mia cultura personale va disperdendosi, non più rappresentata dalla lingua, avrei perso in partenza. Forse per questo non capisco i discorsi sul purismo del linguaggio: unificare la mia parlata spontanea a una sola lingua, fosse pure l’italiano, significherebbe rinunciare a parti di me. E’ così che si sente chi, cresciuto in un (teorico) monolinguismo, si trova davanti alla propria lingua modificata? (Come se le lingue, storicamente, non cambiassero in continuazione.)
(E non parliamo di come io abbia appreso molte varianti colloquiali dell’italiano verso i quindici anni, studiandole a tavolino nei discorsi e cercando di capire quando e come applicarle.)

Alla fine finisce sempre più o meno così: alla scrivania, a crespuscolo ormai spento, ad ascoltare musica blaterando di questioni astratte che il mio cervello non ha ancora riorganizzato.
Vorrei parlarvi di come in questi giorni io stia studiando la forma dadurch, dass per mostrarvi quali salti tripli la testa debba fare in certi casi per ri-pensare il pensabile ed esprimerlo, ma per parlarvene dovrei condividere con voi buona parte della grammatica tedesca che la precede. It sucks, oder…? Che per condividere si debba aver condiviso.

Di prussiani, Multi-Kulti e libri esclusi per poi essere ritrovati.

Sono appena passata da quella che chiamiamo “sala ufficiali” (il soggiorno comune con quel gusto un po’ retrò) per accarezzare la gatta di casa di passaggio. Stesa con la sua imponente figura sulla poltrona (con quel gusto un po’ DDR), mi ha guardata con una strizzatina d’occhi tra il riconoscente e l’infastidito. Come al solito. Come un “solito” a cui mi piace tornare.
Se voi foste nella mia testa, vi direi che la sala ufficiali è un po’ prussiana – sarebbe l’unico modo di rendere tale affermazione, anziché sgraziata e naïf e kitsch, semplicemente affettuosa come risuona tra i miei pensieri. E nei miei sogni.
È di due notti fa il sogno in cui il protagonista era un giovane Hohenzollern (non so quale, statisticamente un Friedrich) della modernità. Io ero i suoi amanti, sia lui che lei, e un po’ anche lo Hohenzollern – il tutto perché il sogno fungesse da cammeo di quella “durezza fuori e tenerezza dentro” che caratterizza l’immagine storica della cultura prussiana. E che è rassicurante come un vecchio Leitmotiv che conosci bene, come Jan di Leida e il Pietismo, e tutte quelle cose che hanno compartecipato alla formazione della tua cultura personale per tua scelta e non per caso.
La voglia di percepire quel rassicurante senso di semi-appartenenza – a qualcosa che hai fatto tuo, non che ti ha fatta sua – è uno tra i motivi principali per cui sono qui, a Berlino, che è in Germania ma non è esattamente Germania. Posso godermi il Multi-Kulti che riempie le strade mentre palazzi dall’aria un po’ prussiana, nonostante il prussianesimo fosse già storia quando sono nati, mi osservano dall’alto delle loro altezze un po’ gotiche.

Oggi ho scaricato la mia prima fattura. Ho un conto in banca e una serie di must burocratici che potrei elencarvi per il gusto di blaterare suoni tedeschi e basta, non avendo tali termini spesso un equivalente nella burocrazia italiana. Quel che è più direttamente traducibile è il foglio che attesta che verso metà luglio inizierò un corso intensivo di 75 ore di tedesco, livello B2.1. Sono già iscritta per quello successivo, a settembre, il B2.2.
(Prima di perdervi rovinosamente nelle scale dei livelli di conoscenza delle lingue europee, funzionano così, dal più basso al più alto: A1 – A2 – B1 – B2 – C1 – C2, più tutti i mezzi livelli. Un madrelingua è in automatico un C1, più o meno.)
Le buone nuove, a parte l’iscrizione in sé, è che ieri ho fatto – per puntigliosità tedesca – un test per rassicurare un insegnante del fatto che ho appreso abbastanza il B1.2 per poter fare un B2.1 di 75 e non 100 ore (come di solito i corsi sono) senza rischiare di rimanere indietro con il programma. Ben fatto!, mi ha detto. Sì, ma poi non so parlare così bene, gli ho risposto guardando il test perlopiù grammaticale. Ma è sempre questo, il problema, quando si studia tanto mentre si fa un corso intensivo: il sempre troppo poco tempo per rendere fluente quel che si apprende e per ampliare il proprio vocabolario – che, nel caso del tedesco, è di una specificità che non ricordavo.
L’altra buona nuova è che tutto questo significa che, se le cose procedono con l’attuale ritmo, per il 2017 starò studiando a livello C1 – che è l’unico che per me, dalle basse aspettative, conta. Avere un certificato che attesta che si è C1 significa poter ufficialmente dire di conoscere la lingua senza ma e senza se. Ma “poter dire ufficialmente” è una magra consolazione, per la sottoscritta. Sarò abbastanza soddisfatta quando sarò in grado di leggere romanzi in tedesco gustandomeli decentemente. E sarò veramente soddisfatta solo quando sarò in grado di scriverne – ma non ho idea di quanto mi ci vorrà, e se tale obiettivo continuerà a rimanere come parametro.

Rimettermi a studiare una lingua mentre vivo nel Paese in cui viene parlata (l’esperienza anglosassone non vale: l’inglese è caso a sé) mi ha fatto (ri)realizzare quanto dell’apprendimento di una lingua non riguardi la lingua in sé, ma il suo uso, e quindi il suo contesto d’uso, la sua cultura di provenienza e riferimento. L’intraducibilità di alcuni termini fiscali dal tedesco all’italiano è un buon, ma noioso, esempio. La frequenza dell’uso del verbo genießen (che, più o meno e male, può essere tradotto come “godere”) è invece un esempio più interessante e complesso al contempo.
Ho imparato, prima di imparare a imparare una lingua, a vivere una lingua che non conosco bene senza sentirmi estromessa. Vivo in un mondo scritto e parlato perlopiù in tedesco, e mi sento a casa. Benché questo indubbiamente dipende in parte dal mio specifico amore per questo idioma, il motivo ha più a che fare con una scelta semi-razionale, una scelta strana, la scelta di prendere il meglio e non il peggio del vivere in un contesto che linguisticamente ti è ancora un po’ oscuro.
(Ad esempio: mi hanno appena chiamato per l’ennesima pratica burocratica in tedesco e il mio cuore non ha accellerato i battiti. Un miracolo, per la me di qualche anno fa.)
Le lingue sono un po’ come le persone. All’inizio, quando le conosci e capisci meno, ti attraggono con tutto il fascino di ciò che deve ancora essere esplorato. I loro gesti, semanticamente vuoti, possono essere riempiti dalle tue ipotesi, dalla tua immaginazione. Riesco ancora, a volte, a sentire nel tedesco quell’esotismo che caratterizza gli idiomi che non comprendiamo: li ascoltiamo come sequenze di suoni, come musica senza parole. Quando si fanno comprensibili, lo diventano in bene e in male: si sente quella lingua usata per dire le cose più becere, la si sente usata approssimativamente come un utensile maneggiato con poca grazia, ma se ne scoprono anche gli usi più inaspettati, più creativi e ricchi di sfumature, ed è quello che non vedo l’ora di poter fare.

Nel frattempo, mi faccio abbracciare e cullare dall’inglese. Mi aggiro per mercatini delle pulci comprando romanzi in inglese a un euro. Approfitto del limite, le limitate risorse economiche investibili, rendendola un’occasione di leggere tutti quei titoli che prima avrei escluso troppo velocemente.
Ho letto un romanzo apocalittico sulle nostre tendenze apocalittiche, di recente scrittura; uno pubblicato negli anni ‘90 in una collana dedicata a tutte le sfumature del queer, ambientato in un’Inghilterra incastrata tra il vecchio Comunismo fallito e il nuovo millennio con tutte le sue promesse e minacce; un candido resoconto del post-9/11 visto tramite gli occhi di un bambino testardo; e sto leggendo Pratchett, finalmente, uno di quegli autori che mi sono sempre detta che avrei dovuto leggere perché tanto apprezzato da alcune mie conoscenze che stimo (e, ora che lo leggo, scopro che la degustazione non mi fa troppo allontanare dalla mia prima impressione: c’è un qualcosa, in certi autori inglesi – più inglesi che britannici, credo – che proprio non riesce a convincermi, ma non so che cosa sia. Inizia con petty ma è camuffato da cottage). Mi aspettano un romanzo storico che ha come protagonista una cortigiana, che avevo precedentemente puntulmente bocciato; e un vecchio romanzo post Seconda Guerra Mondiale sulla condizione dei reduci scritto da una donna (combinazione troppo interessante per ignorarla). E poi chissà che altro troverò, in questi mercatini dalle mille sorprese.

Questa “sospensione” della certezza della lingua mi fa sentire a mio agio. Vivere in un luogo in cui così tante persone sono consapevoli dei propri limiti linguistici (i non-tedeschi con il tedesco; i tedeschi con l’inglese, lingua che ha soppiantato il tedesco in alcune realtà) è rinfrescante: impedisce la formazione di tutti quegli odiosi discorsi che sono figli della certezza, nel 99% dei casi erronea, di avere una buona padronanza della propria lingua e che il mondo ragioni in quella lingua, che l’essere umano sia stato scritto in quella lingua. Ci sono tipi di ignoranza che, anziché accrescere l’arroganza, la ostacolano. Non sto dicendo che Berlino sia il paradiso dei linguisti MultiKulti e che non abbia in sé persone che si arroccano sul proprio Conosciuto per sputare sullo Sconosciuto, ma che mi delizia la frequenza con cui mi trovo in sacche in cui l’Incontro sembra essere all’ordine del giorno.

E adesso andiamo a portare avanti quella che sto cercando di far diventare una buona abitudine: stretching ed esercizi sul parquet scricchiolante della sala ufficiali.

Hey Bu

Ho conosciuto Bu in un lurido ostello inglese.
L’ostello era uno di quelli con scale strette e cigolanti, moquette umida e puzzolente e lenzuola assottigliate e indurite dai troppi mali lavaggi. Un ostello inglese, insomma. Camerate come rifugi di fortuna per gruppi di studenti in cerca di un alloggio in una città con pochi e cari appartamenti. La sera tutti al pub sottostante, dove ritrovi l’esatta atmosfera che ti sei immaginata mentre leggevi della working class di Liverpool di inizio Novecento. Tutto ha un suo fascino. Certe situazioni di precarietà, ad esempio, creano legami atipici e meravigliosi.
Ci siamo conosciuti perché eravamo entrambi con i piedi ammollo in quella precarietà. Ho conosciuto lui come ho conosciuto Ben come ho conosciuto Ma. L’italiana, il turco, il francese, la spagnola. Sembra l’inizio di una barzelletta, ma no: era l’inizio di un piccolo e coeso gruppo di fortuna con cui socializzi davanti a una birra (e due… e tre…), consolandoti a vicenda. Hai trovato un alloggio? No, troppo caro. No, troppo piccolo. No, troppo lontano. Ma tanto, vedrai, ce la faremo.

(E ho la solita punta di mal di testa, e avrei voluto e dovuto sdraiarmi sul letto a leggere finché sonno non ci colga, ma questa non voglio lasciarla svanire così. Non di nuovo.)

Bu era un bel ragazzo, e non in senso oggettivo.
In senso oggettivo immagino lo fosse, con la sua somiglianza con Kabir Bedi. Bu era un bel ragazzo nel senso che mi sono trovata a pensarlo, nonostante il prototipo Kabir Bedi mi faccia sentire come una lesbica felice di non dover toccare gli uomini, se tutti gli uomini sono così. Ma l’ho pensato, in ostello o forse in discoteca dove a turno minacciavamo vanamente al telefono un tizio di ridarci la borsa rubata all’amica, guardando il suo sorriso carismatico, il suo modo di muoversi carismatico, il suo essere una di quelle persone che sanno ravvivare un’atmosfera. Nonostante fosse chiassoso come un turco, come cliché vuole, e quel chiasso poco mi piaccia, in lui era coniugato a una strana gentilezza nei modi, ben lontana dalle smancerie e dall’etichetta.
Bu sembrava l’amico che vuoi avere, tra gli altri, perché diffonde allegria e fiducia senza aver bisogno di chiedere nulla in cambio. Comunica forza senza aver bisogno di schiacciare il prossimo. Comunica gentilezza di cuore senza nausearti.
Mi è spiaciuto, quando è cominciata l’università, essere così tanto impegnata ed essere quello che sono: una persona che antepone gli obiettivi che si è data alle piacevoli serate in compagnia di amici. Mi è spiaciuto tanto. In un qualsiasi giorno, da quando l’ho conosciuto, avrei avuto piacere – un piacere sincero, da sorriso che ti scalda lo stomaco – nel rivederlo.

Nelle ultime foto gli occhi di Bu sono sottili, due fessure tra le palpebre e le borse. Ha lo sguardo stordito e stanco, a volte ingenuamente sollevato, della persona che si è appena svegliata da una nottata di abuso di stupefacenti. E’ stata una sua scelta, ha esagerato, ma anche quella è stata una sua scelta. Andando a ritroso, anche l’avere una vita che prevede certi risvegli è stata una sua scelta. Eppure, nel suo sguardo ancora confuso, c’è una punta di perplessità. Come se si fosse perso qualcosa, nel corso della nottata, ma già avesse perso la speranza di poterla recuperare.
Nelle ultime foto Bu indossa una divisa militare.
È inutile cercare correlazioni, farne causalità, dedurre, persino addurre ipotesi. Conosco poco Bu, per nulla l’esercito di cui fa parte. Non so come sia, tanto meno che cosa possa essere negli occhi di un Bu e quindi perché abbia scelto di indossare la divisa con fierezza e ostinazione. L’ostinazione è quella che gli tiene aperti gli occhi stanchi e un sorriso che non gli avevo mai visto. Della fierezza so ancor meno. Magari è stremato (e chissà da che cosa), magari è la maschera che preferisce indossare per la lunga occasione. Magari è creta molle che modellerà splendidamente nel corso degli anni, e che solo indossando quella divisa potrà far divenire la bellissima scultura che ha in mente. Chissà.
Per quanto mi riguarda, in quelle foto, Bu potrebbe indossare una divisa di McDonald’s e poco cambierebbe. A farmi aggrottare la fronte, assottigliare gli occhi, è l’espressione perplessa del tossico che sta male e non sa se sia del tutto una sua scelta: non lo ricorda e sa per esperienza che non può ricordarlo. A farmi aggrottare la fronte e assottigliare gli occhi è il profilo squadrato che la sua testa da Kabir Bedi ha preso. I volti sono creature vive e in movimento, motivo che rende irriconoscibili i morti. Il suo, di volto, è mutato con le espressioni che lo modellano. Niente più baffi né basette sulla mascella che è ceduta, e non perché sia ingrassato, anzi: le guance si sono scavate, ma gli zigomi si sono gonfiati, donandogli l’assurda espressione di un bambino demente quando sorride. Il sorriso, anziché incidergli quelle fossette attira-ragazze, tira sui lati, scavando le voragini di malcontento che alcuni vecchi si portano nella tomba. La gentilezza è rimasta, ma sembra costernata.

Oggi è il compleanno di Bu, e gli ho fatto gli auguri. Una mera scusa, ovviamente. Voglio lasciarmi aperta la possibilità – con questo atto simbolico – di vedere come sarà la sua faccia fra altri tre anni. E poi tre ancora. E ancora tre. Come una birra che tira l’altra.

Non avrai altro Io all’infuori di questo.

Ennesimo racconto concluso e mandato per avere un feedback. S’intitola “Mesa Blues” fondamentalmente perché ho sempre desiderato avere un titolo che finisse in “Blues”. E poi per qualche altro dettaglio, come il fatto che dovrebbe essere un Mesa Blues.

Ascolto la cover di un tizio che mi trovo tra i preferiti di YouTube. Non conosco la cover, ma conosco il tizio – che incipita il video con un pesante accento del Nord dell’Inghilterra, e così ricordo l’incontro in ostello, il suo bere e bere e bere, e sciogliersi in quel mix di simpatia giullaresca e malinconia e oso-guarda-quanto-oso degli inglesi che si ubriacano.
Mi hanno detto che per fare amicizia con un inglese devi ubriacartici.
Solo con gli inglesi?
In ostello si faceva chiamare “Captain”.
E’ bello avere nei propri ricordi qualcuno che si fa chiamare “Captain” come è bello avere un racconto intitolato “Mesa Blues” – con la stessa malinconia.

Dopo aver finito il racconto, ho riletto una recensione sull’ultimo romanzo di Salvatori scritta qualche giorno fa, lirica e analitica quanto il racconto è colloquiale e inconsapevole.
Mi dicevano, come dicevano anche a voi, che crescendo avrei trovato una mia identità, e quindi un mio stile, un mio approccio, delle mie preferenze.
Dire “cazzate” sarebbe riduttivo e inesatto, perché c’è un filo rosso che rende mio quel che io ho scritto, ma credo sia ben distante da quell’idea di univocità che mi è stata promessa con la magnanimità di una minaccia.
(Ho sovente avuto, nella mia infanzia e adolescenza, l’impressione che gli adulti mi dicessero certe cose per invidia – che non avrei potuto io perché non potevano loro, che non ce l’avrei fatta io perché non ce l’avevano fatta loro. Sospetto di aver avuto ragione, allora.)

Intensità.

Ho fatto uno strano sogno, vivido come lo è la realtà onirica, più tridimensionale del reale perché il reale è un’architettura sostenuta da più limiti.
Ho sognato di partire – un Leitmotiv.
Partivo per tornare in Italia – cosa che accadrà martedì – e, una volta in Italia, sentivo una tristezza immensa risalirmi lungo i condotti lacrimali. Era una sorta, ma non solo, di nostalgia nei confronti dell’Inghilterra. Non di tutta – ci sono tante cose, qui, che mi fanno venire voglia di andarmene e in fretta – ma di quelle cose che non potrò trovare altrove. Le persone, ad esempio, e con “persone” intendo il vicino medio in cui puoi incappare, il negoziante, il vecchietto al villaggio vicino a cui vivo.
Poi il mio cervello ha deciso di rivelarmi uno dei tanti misteriosi modi in cui i cervelli umani funzionano. Nello specifico, mi ha mostrato come le emozioni se ne sbattano delle coordinate spazio-temporali, e quella vaga tristezza causata dal congedarmi dall’Inghilterra si è travasata in una più vecchia, molto più atroce nostalgia: quella per Kiel.
Mi sono svegliata con il cuore in gola, ancora intrappolata nel sogno. Mi sono svegliata dicendomi che dovevo svegliarmi del tutto, o forse sedarmi di nuovo, iniettare uno stordente a quelle sensazioni che avevo rimosso – sono così brava a rimuovere, e così in fretta, una bravura che mi fa sospettare una certa psicopatia mai indagata in modo soddisfacente. E’ un’abilità su cui rifletti quando, per l’appunto, ti svegli alle quattro del mattino con l’impressione che, se non scappi da quell’emozione che si è appena risvegliata in te, quell’emozione ti divorerà. Fisicamente. Cominciando dal tunnel che ti sta scavando dal cuore allo stomaco.
Ho, così, ricordato quanto dannatamente male ero stata quando ero tornata dalla Germania. Quel sogno è stato come Eolo che soffia in una soffitta intoccata, la polvere si solleva dagli specchi, e tu ti vedi e ti vedi e ti vedi, e non puoi evitarti, sei ovunque.
Ho ricordato i sogni strazianti, in cui Kiel era ancora fresca nella mia memoria.
Ho ricordato il cielo immenso – di quell’azzurro che ha l’intensità del blu, ma è più chiaro, per quanto paradossale possa essere per chiunque conosca un minimo di teoria dei colori – ho ricordato l’erba di un verde pungente, e le nuvole e quella sensazione di libertà che i paesaggi nordici mi comunicano.
E non so neanche se io voglia parlare di Kiel o se dell’emozione con cui Kiel è stata evocata. E’ stata così forte da farmi dubitare di me stessa.
Sono qui da settembre. Otto mesi strani, unici come tutti i viaggi dovrebbero essere, ma alienati.
Cerco di psicanalizzarmi, ci ho provato nelle brevi pause che mi sono concessa, e sono giunta alla conclusione che l’inizio del mio soggiorno abbia cadenzato i seguenti mesi. Che piombare in quelle due settimane così stressanti abbia insegnato al mio cervello a distaccarsi, estraniarsi, per sopravvivere meglio, e che poi io non abbia più avuto il tempo di cambiare strategia.
Mi domando se sia così che vive quella “persona normale” che il mio cervello ha sempre avuto come riferimento, quella persona la cui normalità era la mia alterità, quella capace di una quotidianità cadenzata da priorità settate da qualcun altro, capace di posporre urla e gioie per lavorare sul presente, capace di normalizzare tutto – far ingoiare tutto dalla vita quotidiana, sì che ogni dramma e miracolo acquisisca le dimensioni moderate di una quotidianità organizzata.
Non so se quella “persona normale” sia effettivamente la persona nella norma o una mia nuova forma di psicopatia mai sperimentata prima. Non credevo sarei stata in grado di fare ciò. L’ho fatto, posso dirmelo, e poi arrivano i sogni come quello dell’altra notte.
Ho una teoria anche sul perché il mio cervello rimuova così in fretta e bene. Credo sia una questione di sopravvivenza. Non sarebbe mai capace di computare due, tre, quattro ricordi intensi come quello di quel sogno assieme. Impazzirei. E so, razionalmente so, di avere decine e decine di intensità simili – ho passato anni a rincorrere intensità, e in qualche modo lo faccio tutt’ora. Le prime due settimane in Inghilterra sono state una festa dell’intensità, che ho vissuto dispiacendomi di non poterle ricordare, riportare, tramandare – troppe e troppo veloci – perché trovo sempre incredibilmente importante poter dire “Ecco, questo esiste, questo è possibile!”. E’ la mia arma contro tutti i normalizzatori, contro tutte quelle persone e istanze che cercano di appiattire le possibilità, in bene e in male, di moderare – perché moderare serve, suppongo, o il mio cervello non rimuoverebbe tanto.
Ora le valigie sono fatte, il pacco da spedire è pronto, e come altre volte è successo osservo la mia vita riassunta in qualche bagaglio. Mi aiuta a tirare le somme, vederla così. Ridotta ai minimi termini. I dettagli, intensi o meno, spesso rimangono dove li abbiamo conosciuti.
Nelle ultime due settimane ho vessato L – perché L mi piace, e io tendo a vessare chi mi piace infliggendo la mia intensità – parlandogli di tutto questo muoversi. Gliene ho parlato una sera, accompagnandolo al pullman, mentre lui mi parlava della sua vita moderata e che vorrebbe, credo, esserlo meno, ma credo L tema l’immoderatezza. Non sono semplicemente i suoi impeccabili modi British – perché, poi, un atteggiamento tanto contegnoso mi piace così tanto, in alcune persone? – ma qualcosa di più profondo, più vicino al carattere.
Parlavo a L delle cose che si muovono, quella sera. Di come viaggiare sia aprirsi e chiudersi – aprire le prospettive, chiudere le porte che ci lasciamo dietro. Sorprese e rinunce.
Parlavo a L, una settimana dopo, al di fuori di una discoteca, di come io cerchi di arraffare ogni momento. Mi sono domandata, mentre sputavo parole inglesi tanto lette e mai usate – L e il suo ottimo inglese forbito da madrelingua acculturato, che mi fa sentire libera di tirare fuori il mio – se il mio amore per l’intensità sia in qualche modo collegato alla mia consapevolezza della caducità. Di quante cose mi lascio dietro. L, ad esempio. Lo avevo davanti a me, ero grata alla vita di ciò, mentre sapevo che avrei potuto assaggiarne così poco, costruire così poco del potenziale. Devo averlo terrorizzato. Ho un po’ terrorizzato me stessa, mentre gli parlavo di questa vita come una partita di carte in cui per giocare devi puntare.
Ho desiderato, con L, di avere tempo, di non avere fretta. Di godermi tutti i momenti prima e quelli dopo, di bere il tè delle cinque cinque volte in cinque luoghi diversi, di passeggiare per Bath perché Bath è fatta per passeggiare, di chiedergli di mostrarmi Cambridge, dove vive, dove essere nati deve essere terribile, chiusi fuori da una delle università più prestigiose del mondo.
Vorrei tempo, ma mi servirebbero vite, vite e vite per avere tutto il tempo che mi serve. Ci sono cose che non puoi riassumere, intensità che devono avere il tempo di maturare. Come VB, l’altra sera, che ha consolato il mio umore rabbioso-triste trascinandomi su una panchina come un’amica, e dio – quello che volete voi – sa quanto io sia grata per questo rapporto che non si è mai lasciato l’amicizia alle spalle.

Mangio una barretta ripiena di frutta, simile a tante che si possono comprare in Inghilterra, bevendo caffè solubile. Ho appena fumato una sigaretta rollata, abitudine derivata dal prezzo delle sigarette, davanti alla porta di casa, controllando come al solito quanti ragni avrebbero potuto esserci. Siedo sul materasso poggiato sulla moquette – struttura del letto mai comprata – questa moquette che sa di polvere in un’aria che sa di umidità, con un camino non funzionante che ai suoi tempi d’oro deve aver visto fasti, che oggi sarebbe di gran valore, se oggi fosse stato realizzato, ma è solo un residuo del passato, rimasto come tante cose in Inghilterra semplicemente rimangono. Non ho mai pulito i suoi interstizi, perché semplicemente non si può – la grata non si può sollevare. Né potrò mai sapere a cosa porta la canna. Non potrò neanche mai sapere se quel rumore di unghie che strisciano che talvolta ho sentito nel dormiveglia appartenga al sonno o se vi siano veramente topi tra queste mura vecchie più di due secoli.
Ci sono cose dell’Inghilterra che mi mancheranno. Ogni luogo ha un che di unico. Mi mancheranno come mi manca Kiel, e S e T, e mille altre cose. In questi mesi mi è mancata la Tuscia, e quella deliziosa libreria-caffè a Tarquinia, bere un prosecco mentre osservo i titoli dei libri e mi chiedo non tanto cosa vorrei comprare, ma cosa sono.
Sono simile a una persona che potrebbe vivere in una cittadina intrisa di storia, da qualche parte nel Lazio? Sono più vicino a quei caratteri scorbutici e isolati che si troverebbero tanto bene in una vita solitaria in Valsassina? O assomiglio più alla placida e triste e infinita Kiel? Non appartengo a Bath, e lo so, ma qui vive il mio vicinato ideale.
Ho scaricato articoli e articoli da Nations and Nationalism, una rivista il cui tema potete intuirlo. Voglio scrivere la mia tesi su questo tema. Sono una persona simile a quei ricercatori la cui vita ho intravisto alcune volte? Per anni, dall’infanzia alla maturità, ho agognato una vita riassunta in uno studio di legno pesante e lucido, con ampie librerie a raccogliere e riassumere la mia conoscenza. Poi ho realizzato che ho già fin troppi libri per le dimensioni di quello studio ideale. E Musil mi ha fatto realizzare che spesso vogliamo essere un qualcosa non per quel qualcosa in sé, ma per l’odore dello studio in cui potremmo esserlo – pelle consunta, mobilio lucido, sigarette spente e tutto lo status sociale, morale ed emotivo che ne deriva. Il mondo mi aiuta, oramai, rileggendomi come accademica prima che io possa fare accenno alle mie visioni – è così facile, la strada? Finalmente il mondo mi dice per cosa sono fatta? Come se una delle nostre attività, sia pure la più importante, possa renderci ciò che siamo.

Di Camorra e tassi volanti.

Sono le sette del mattino e tutto va più o meno bene.
L’Inghilterra è lesiva alla mia salute, è dimostrato. Tale nocività (termine trovato in un saggio scritto in italiano dalla mia docente non-italiana – mi piace la creatività non intenzionale dei non-madrelingua) si esprime in molteplici modi, a partire dalla mia pelle rovinata (e pensare che era un mio vanto), passando dai mal di testa con cui mi sveglio, arrivando alla tosse che ho oggi, e che mi porto dietro da un po’ di giorni.
So perché non aggiorno il LJ da eoni: è perché non ho tempo di essere me stessa – o, perlomeno, quella me stessa che capitava, una volta, abbastanza di frequente.
Me ne sono resa conto tornando a casa a piedi dalla stazione dei pullman. Una quarantina di minuti, penso, alle 11:30 di sera (i pub chiudono a quell’ora), dopo una sidrata in compagnia di L. Camminavo, auricolari nelle orecchie, tra le file di architetture georgiane di Bath, imponenti quanto l’architettura inglese può esserlo, e riscoprivo quelle sfumature e quelle luci che ti fanno dire che il viaggio consiste proprio in ciò: lo scoprire dettagli infinitesimali che possano modificare la tua prospettiva sulle cose.
Ho realizzato tante altre cose, quella sera, ma sono svanite come i pensieri di un ubriaco – e non lo ero. Forse i pensieri da ubriacatura svaniscono perché li facciamo appartenere a un’altra dimensione, non alla quotidianità – quella che decidiamo essere la quotidianità.
Il fatto è che non ho avuto tempo di essere tutto quello che comprende l’essere me stessa. E’ da quando sono piombata qui a settembre che non l’ho avuto – e che me lo dico, che non ne avrei avuto il tempo, e così è stato – e i voti nel primo semestre sono stati alti (A) e urrà.
Nel tentativo di creare un ponte tra queste due quotidianità – la vecchia me, pre-Settembrina, e l’attuale – vi aggiornerò elencando i saggi del secondo semestre:

1) Per “Britain and Europe” abbiamo: “Analyse and explain continuities and change in British political discourse on the European Union, with reference to at least two political leaders”.
2) Per “European Foreign Policy” abbiamo: “Which concept of European power do you think is most apposite in studying the European Union as an international actor? Discuss conceptually and justify empirically”.
3) Per “International Security” abbiamo: “‘The resolution of the Israel-Palestine conflict will have only a marginal impact on the underlying strategic and security problems of the Middle East and North Africa’. Discuss.”
4) Per “International Organisations” abbiamo due reports: uno sull’ISAF (missiona NATO in Afghanistan) e uno sui blood diamonds.
5) Per “Organised Crime in Europe” abbiamo invece un bel saggio sulla Camorra, scritto per metà.

Non vi chiederò di simpatizzare con me al punto di entusiasmarvi, ma, sapete, questi saggi rappresentano la mia vita da febbraio a oggi. La mia testa è un mix di politiche europee, discorsi sulla sicurezza (di matrice anglosassone, quindi – dal mio punto di vista – paranoici e neo-imperialisti), conflitti sparsi per il mondo e gente che non si comprende. L’ultima, soprattutto.
Qualche giorno fa è venuto a farci lezione un ex-funzionario alla difesa britannica, che ha lavorato per milleseicento cose, tra cui UN e NATO. Mentre parlava con quel delizioso tono elegante & distaccato degno di un funzionario in un film di James Bond, lo immaginavo sculacciare bambini iracheni con grande godimento. So che non dovrei dirlo – il clima serioso di questa università, coadiuvato anche dalla presenza di ex-funzionari in giacca e cravatta, mi ha insegnato un po’ di “rispetto sociale”, ma non a rispettarlo – e so anche che il collegamento mentale è figlio di un misto di cliché e antipatia. I cliché sono quelli ben esemplificati dallo scandalo Mosley del 2008 – il classico cliché dell’alto borghese conservatore che si scopre essere un perverso di una carnalità sconvolgente – l’antipatia è quella che provo naturalmente dinnanzi a persone con una certa tendenza alla normatività e nessun interesse per l’auto-critica, soprattutto quando queste persone hanno il potere di formare politiche nazionali (quest’uomo c’era durante la questione irlandese – brrr). Poi ti rendi conto che la persona media che forma politiche nazionali è così, ma ci si sfoga mentalmente con quello che si ha tra le mani, no?
Essere italiana mi è utile, perché m’impedisce di puntare arrogantemente il dito contro i difetti altrui. E’ la storia del bue e dell’asino. Potrei anzi dire che essere italiana mi avvantaggia, perché ho ben poco da difendere, e posso partire da una specie di intoccabile vacuum.
Come accennato, sto scrivendo un saggio sulla Camorra. Ho visto cose che voi umani… No, non è vero: molti di voi sapranno molte più cose di me sulla Camorra, ma io sono io, quella persona che dieci anni fa – post liceo artistico, ambito in cui studi storia per sbaglio – dopo aver letto un libro sulla storia contemporanea, e aver realizzato in che mondo viveva, piombò in uno strano stato di passiva contemplazione negativa. Mi capita spesso, quando realizzo. Nel mentre si sviluppano anticorpi, un carattere e delle aspettative diverse, ma la mia reazione è sempre la stessa: distaccarmi.
Il mio attuale distacco prevede un approccio altamente superficiale – o altamente profondo, a seconda della prospettiva. Studio la Camorra e mi faccio affascinare dai termini poetici coniati per parlarne – le “cattedrali nel deserto”, per esempio, o la natura “magmatica” della Camorra, per non parlare di quella commistione tra kitsch e sublime tipica dei nomignoli affibbiati ai camorristi (parliamo di O’ animale e del perché si chiama così).
Insomma, mi manca un po’ il processo creativo. La mia mente rigurgita idee in momenti più o meno inaspettati – una passeggiata di quaranta minuti o una sigaretta di cinque fuori casa. Ho visto di tutto, in quei frammenti, ma ripeto: sono come le rivelazioni di un ubriaco, e da tali tornano subito nell’inconscio. Uno dei pochi rimasti prevede l’inizio di una storia, che inizia così: un tasso morto piove dal cielo e finisce su un’auto in corsa. Sto, insomma, sviluppando una particolare passione per il stranger than fiction, but real, così reale da apparire irreale. Penso, a volte, che se solo fossimo così sinceri e semplici da riportare quel che accade, senza aspettative a filtrare, (ri)scopriremmo mondi.
(No, non mi è piovuto un tasso sull’auto, comunque.)