sehnsucht

Di cose che ricorrono senza mai essere occorse.

Winter is coming.
Lo si dice tutt’attorno. Lo dice il cielo certi giorni, e la luce che entra spenta come se si fosse in un interno artificialmente illuminato. Lo dicono le persone, quelle di qui e quelle che qui sono arrivate. Di premunirsi, dicono, prendere tutto il sole possibile, ricaricarsi come piante, e preparare le vitamine e i colori, colori in casa e luce di candele e lampade che ridiano alle camere un po’ del calore estivo.
Me lo diceva qualcosa, quest’estate, mentre cenavo con amiche. Ho detto loro di questo mio timore, questa mia quasi soggezione all’idea dell’arrivo dell’autunno. Di quanto spietata la sua idea sappia essere.

Viaggiare ridimensiona l’esoticità delle cose.
Qualche mese in Inghilterra, ed ecco che l’immaginario di Burton sembra un’appena creativa scopiazzatura di una vecchia casa inglese mal tenuta.
E ora, qui a Berlino, la minaccia di quest’inverno che arriva.

Intanto, le routine riprendono posto.
Sul tavolo: libri di tedesco, dizionari, schemi e appunti.
Sul letto: libro di italiano, fotocopie, lista presenze per il prossimo (si spera, se viene confermato) corso a venire.
Nel frigorifero ancora cibi da mangiare crudi, in testa già zuppe fumanti in cui intingere pane turco ricoperto di sesamo.

Le letture, questa volta, sono un po’ fuori ritmo, così difficilmente associabili alla quotidianità.
C’è un Der Vorleser da riprendere e finire, e intanto un L’uomo che metteva in ordine il mondo in lettura. Nella sua traduzione è inelegante, incespicante, mancante di sprezzatura. Così ieri, distesa sul letto per prendere altro, ho riaperto Il colpo di grazia di Yourcenar, ricordandomi del come, quando e perché me ne fossi innamorata. Potrei rileggerlo, così come dovrei rileggere L’opera al nero. Intanto, ci sono altri libri in attesa.
Il Mittner – colossale antologia della letteratura tedesca – nei suoi tre volumi che vanno dal 1820 al 1970 (e quanto mi spiace che Mittner, essendo morto, non possa scrivere di ciò che è venuto dopo). Un libro sull’etimologia delle parole tedesche, un Genet (l’ultima cosa sua in prosa che mi rimanga da leggere – e poi esaurito, come la Yourcenar, nell’attesa di poter, forse un giorno, leggerli in francese e innamorarmi da capo), un noir/thriller/whatever tutto contemporaneo da recensire, e poi chissà che mi riserveranno i mercatini delle pulci in inglese e tedesco. Verranno probabilmente altri romanzi di Schlink, la cui prosa è approcciabile in tedesco, e un giorno – chissà quando – Die Kunst der Bestimmung, romanzo che a detta di un madrelingua è a malapena approcciabile dei madrelingua (ma me ne sono innamorata; della storia, dei personaggi, dello stile che riesco a sfiorare quanto basta per desiderare leggerlo). E, nel mezzo: altri Foucault. Le parole e le cose che attende di fianco al cuscino. Un paio d’altri libri in italiano, un saggio sul Seicento. E poi chissà. Potrei divorarli tutti (a parte l’inapprocciabile ai madrelingua) in pochi mesi o vederli languire per metà anno, o forse più.

Una volta mi struggevo al pensiero di non riuscire a riportare accuratamente, e in un modo che mi permettesse di renderli ripercorribili, i miei percorsi mentali. Non so se nel frattempo io mi sia arresa, o se sia venuta meno la motivazione, ma è da un bel po’ che smetto di preoccuparmene. In compenso, ora vorrei fare lo stesso dei piccoli passi che compio quotidianamente. Non interiormente, né nel mondo là fuori: mi basterebbe tracciare quelli assorbiti dalle assi di legno di questa casa. Lo scricchiolare e il gemere dei pavimenti, il vento che bussa alle doppie finestre, lo scrosciare di un temporale estivo. Il quasi atono miagolare della gatta, il suo grigiore quasi perfetto, la luce azzurrina di alcuni momenti della giornata, così opposta a quella quasi dorata di altri. Cose così. Quel che compone una quotidianità. Per non parlare di quello che scopro all’esterno.

Credo di stare riuscendo nell’intento di vivere con vividezza il presente – che, credo, sia un modo estremamente ridondante di dire semplicemente “vivere il presente”. Ma tengo a quella “vividezza”: è ciò che mi fa fermare, a volte, in punti diversi tra loro o che si ripetono, annusare l’aria, o ascoltare un suono, o fissare un punto, e sorridere. Nel suo bene e nel suo male, mi sento come immersa in un quadro vivente. Del quadro ha quella perfetta e imperfetta al contempo miscela di elementi selezionati ma che occorrono con naturalezza, ma è vivente, e mi ci muovo e lo percepisco. E’ in qualche modo mio: entra direttamente a far parte della mia esperienza senza bisogno di essere rielaborato a posteriori. E sono atroci, questi momenti: sono così improvvisi e sfuggevoli da svanire in fretta dalla memoria.
E a proposito di memoria (tema tanto importante in questa città): a volte, camminando per una via, mi sembra di riscovare vecchi ricordi, di quelli che sono quasi pura sensazione. Non è né il palazzo sotto cui sto, né la luce delle sue finestre, né quella naturale che tutto circonda, né la musica di sottofondo, né la temperatura impalpabile: è l’insieme scomposto di tutto questo. E così torno a momenti così indietro nel tempo da non saperli datare, né so più dire che cosa, ai tempi, avessi associato a quella sensazione. Erano aneliti, parte di quello che poi avrei potuto chiamare Sehnsucht (nel senso più generale, quello che amo), e ora si ri-realizzano, e con ciò aggiornano, modificano, come se stessi girando una nuova versione di un vecchio film mai girato.

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Grazia

Leggo i racconti dell’Uomo Pieno Di Grazia e faccio pausa. Ancora, ancora e ancora.
Cerco una canzone da ascoltare – una canzone che ho reso Leitmotiv, simbolo, cerchio disegnato per evocare una ben determinata cosa, che tale è per le parole tracciate a terra, ma che, quando giunge a me, è vaga e confusa – ed eccola, di sottofondo, con la sua chitarra e il suo accento americano e tante piccole altre cose che poco avrebbero, di prima impressione, a che spartire con la grazia.
Non so avere quella grazia.
La contemplo in Lei e in Lui, la ammiro e rimiro, provo gratitudine – e poi ascolto questa sgraziata canzone, perché così vibro: con la voce irrochita, un accordo dissonante, un’inesatezza. Celebro la difformità.
E poi amo essere una testa di cazzo, soprattutto se questo porta a sentirmelo dire con affetto. Sei una testa di cazzo. Cogliona. Non cambi mai. Ditemelo ancora. Mi aiuta a ergermi sullo sgangherato trono di Jan di Leida – tra bottiglie rotte e puttane che scimmiottano sante – nell’unica epica che conosco: quella che deride l’epica.
Anche se poi mi trovo a leggere i racconti dell’Uomo Pieno Di Grazia e a farmi smuovere dalle perfette forme dei suoi disegni. A farmi com-muovere.
Ed ecco lo Streben, ecco la Sehnsucht.
Bentornata anche in questa casa.

Sehnsucht nach der Sehnsucht

Ascolto Einaudi e scrivo di persone dalle braccia nascoste in camicie bianche ampie, eccessivamente ampie ed eccessivamente leggere, come un tiepido vento primaverile e…

… Non sono più abituata ai romanticismi. Li maneggio goffamente, come un soggetto affetto da iper-machismo cercherebbe – per una qualche desiderata dimostrazione di volontà e versatilità – di indossare graziosamente un tutù. O, prima che mi si appiccichi addosso l’iper-machismo, come se Umberto Eco cercasse di scrivere una scena d’azione.

Sono stata questa persona che al romanticismo crede. Se non lo fossi stata, non lo metterei in scena. La piazzo lì sperando che, come una trappola, attiri quella me.

Ricordo un pomeriggio primaverile, così simile a questi – profumato di primavera, verde di quel verde che sembra riassumere nelle proprie tonalità tutte le sfumature della vita che festeggia – seduta sulla scalinata di pietra di una villa, in un parco, una camicia bianca sulle mie braccia pallide. Leggevo Il piacere di D’Annunzio, rincorrendo questo dandy raffinato e dannato nella giusta misura, e volendolo in quel modo che confonde il soggetto con l’oggetto – quel “voler” e “voler essere” al contempo di cui non mi sono mai del tutto liberata.

Chissà che avrebbe pensato, la me di allora, di questo soggetto che sta scrivendo. Chissà quanto l’avrebbe rinfrancata e quanto disturbata. Le ho detto, mettendole un braccio sulle spalle, che ehy, guarda, qui ci puoi arrivare, volendo rassicurare tardivamente quella me alla ricerca di una Me. La cercava in un dandy un po’ deprecabile, a posteriori – tutto questo estetismo dannato, a posteriori, di dannato ha solo l’essere una pulsione che potrebbe essere sublimata meglio – e ha percorso anche quella strada.

Ho ancora una camicia bianca, nella cabina-armadio, con le maniche ampie che accarezzano la pelle come una giornata di primavera, quando il gioco è tra la tua pelle che scotta sotto un sole inaspettato e i tardivi venti invernali che serpeggiano per dire, un’ultima volta, la loro.

Per ritrovare quel romanticismo, e far sì che questo tutù non mi renda troppo ridicola, vado alla ricerca di profumi dimenticati, tracce di sogni svaniti prima di potersi completare.

Ci sono ville benedette dalla quiete di un parco in cui mai sono entrata, e che ho potuto così immaginare esattamente come le avrei volute: con stanze dai soffitti alti e dai pochi mobili rispettosi, lì a servire l’atmosfera e me, pronti a tornare a un muto dialogo quando fossi uscita dalla stanza. Avrebbero cantato, probabilmente – questi mobili intonati tra loro, sfaccettature di un’atmosfera, feticci accumulati per ricreare in terra quello che il cielo – la mente – concepisce.

Ci sono ville situate all’angolo di strade deserte, che non portano a nulla, alte e sottili e fragili, forse un po’ liberty, con nelle decorazioni la struggente vezzosità di una nobiltà che vede passare la propria epoca – e guarda altrove. Guarda a putti smagriti dal pennello del pittore troppo moderno decorare gli armadi sollevati su graziosi piedini da ballerina – e lì dentro, in una piccola stanza ad angolo, c’è una ragazza appassita prima di poter diventare donna. Ha polsi sottili di una costituzione nata fragile e vive d’attesa – viene da quella Madame Bovary che non ho mai letto o forse dalla Scapigliatura? – e riempiendo diari con una calligrafia floreale ha imparato ad amare il vuoto, quello delle attese, che viene riempito così bene da cose vane e frivole e malinconiche. Quei fragili gioielli che solo il desiderio arreso a se stesso può creare.

C’è anche un monastero, e corpi smagriti senza aver perso vigore, la pelle arrossata da un saio troppo ruvido, un freddo troppo intenso, e tutta la sacralità dell’eremo di pietra. Questa è – stavolta lo so con certezza – la storia di Pelle D’Asino. Non è necessario che sia lei, o che la pelle sia d’asino, o che sia pelle – basta che vi sia una pelle così sottile da far credere di potersi spezzare al solo sguardo, sepolta sotto le scorie di una vita dura, pronta a immergersi in una pozza d’acqua limpida e scoprire – come amo riscoprire i miei occhi – che una certa purezza non può essere scalfita dalla durezza.

Da cosa, allora?

Devo disattivare – o, meglio, imparare a disattivare a comando – quella parte in me che taccia di vanesio il dandy prima di potergli far completare una frase, che liquida la sirena che si strugge dandole del sogno erotico deviato, e via discorrendo.

Sono certa del fatto che, in fondo, l’iper-machista sa che il tutù gli donerebbe, e che Eco s’immagina – in un’altra vita – capace di scrivere romanzi d’azione senza riferimenti simbolici ogni tre frasi.

Di Streben, Sehnsucht e altre parole-slot.

Dovrei ingrassare di qualche chilo per poi tagliarmi una fetta di coscia e darla in ringraziamento a J per… esserci, tendenzialmente. Il fatto che mi aiuti de facto montando video è solo la punta di un iceberg che vorrei tanto mostrarvi, ma dovrei scrivere a mano “grazie” per una decina di fogli protocollo, e comunque non sarebbe abbastanza.
Mi sento quasi in colpa, a volte, perché J ha tanti lettori capaci di godere nel dettaglio delle competenze personali che lui travasa nei libri che scrive. Io no. Io sono l’ignorante che gli chiede di dare un occhio alla scena appena scritta di Rush in Peace, quella in cui ci sono due cyborg che in teoria dovrebbero agire ottimizzando i tempi e prendendo le migliori scelte in una situazione di tensione – quei due sono cyborg, con addestramento militare, io sono una civile senza esperienza e quindi chiedo a James di usare le sue (da altri profondamente comprese e) adorate competenze per dirmi se ho scritto cazzate ingenue. Perle ai porci? No, confido a fondo in Rush in Peace, ma ciò nonostante a volte un po’ in colpa mi sento. Per vanità, forse.
Chi mi conosce da abbastanza tempo mi avrà visto, di tanto in tanto, sciogliermi in uno dei miei delirii di gratitudine. Ho una gratitudine strana, totalizzante, una gratitudine che mi rende felice. Sono felice di poter essere grata, mi fa sentire fortunata. E lo sono. Non semplicemente perché ho un esperto di settori che mi serve utilizzare in Rush in Peace come advisor, ma perché questo esperto è anche una persona con cui amo spendere le pause cazzeggiando mezzo commenti nelle pause libere.
Ci sono persone, creature, che ti fanno amare il mondo in potenziale. Quelle persone sono potenzialità – sono nuclei saldi in sé e ben distinti da te, ma che per come si sono realizzate ti fanno pensare che ne vale la pena. Vale la pena di lavorare su se stessi e di guardarsi attorno, a occhi spalancati, per cogliere simili perle. Per questo la mia gratitudine sfiora il misticismo.
Conosco diverse persone così. Le conoscete anche voi, perché le ho sovente nominate. I miei delirii sui fortunati momenti spesi con e grazie a VB ne sono un esempio. Scrivo Rush in Peace con una di queste persone – e stasera, mentre scrivevamo, avrei voluto esprimere mezzo Facebook come mi sentivo, ma non trovavo le parole – o, meglio, le parole le stavo scrivendo in quel momento con Noes, e le leggerete seguendo Rush in Peace.
C’è un motivo per cui considero Rush in Peace un miracolo.
No, ce ne sono diversi.
Qualsiasi cosa scritta da Noes per me è geniale – e gongolo nel sentire lo stesso feedback uscire dalle bocche di persone che l’hanno letta. Noes è fresca. Ho sentito innumerevoli volte blaterare di prose fresche, capendo una volta su cento a che si stessero riferendo, e il paradigma di tale freschezza rimane Noes. Noes che sa scrivere con una prosa semplice concetti non scontati. Il suo non è un genio letterario, è piuttosto uno Genie goethiano che le galleggia sopra la testa, le sta sotto la retina, permettendole di vedere il mondo in modo particolarmente… tridimensionale. E a ciò si aggiunge il fatto che Noes è magicamente refrattaria alla retorica – non dice stronzate inutili, insomma.
Rush in Peace è un miracolo perché dopo anni, in cui io mi sono, pare, impegnata per ammuffire assieme alla mia sempre più involuta prosa, una prosa che ha tentato di suicidarsi usando se stessa come cappio, e Noes ha a malapena scritto, ci siamo ritrovate subito in sintonia. Ci siamo interfacciate senza scarto alcuno. Come spiegarvi quel che intendo?
Devo spiegarvi come io e Noes scriviamo.
Dirvi che c’è un canovaccio, di base, ossia il decidere più o meno la trama – e questa è stata decisa anni fa – e quindi decidere più o meno come si aprirà e chiuderà una scena.
Ciò fatto, apriamo un documento condiviso su Gmail e scriviamo alternandoci. La guardo comporre le frasi lettera per lettera, in una mancanza di incertezze e pudore che bacio con gratitudine. Le scrivo, prima di una scena d’azione che m’impegnerà le sinapsi al 100%, che sto soffrendo di ansia da prestazione, e poi le scrivo sotto agli occhi i miei tentativi.
Per questo, creature, blatero con tanta arroganza che bisognerebbe parlare come si scrive e viceversa. L’unica cosa che rende Rush in Peace uno “scritto” è il fatto che è scritto.
Sto studiando per un dannato esame le caratteristiche di scritto e parlato. La naturalezza del primo sul secondo – la naturalezza che c’è in Rush in Peace, a malapena pensato prima che le dita compongano parole sullo schermo. Il controllo dello scritto sul parlato – e RiP, per essere scritto, necessita di mancanza di controllo, unico modo di cestinare ogni retorica.
Odio la retorica, creature. Odio la retorica e odio i generi ed è la stessa cosa. Odio la retorica e odio i pregiudizi ed è la stessa cosa. Scivolo nelle zone in cui scrittura e filosofia e mistica si sovrappongono, e lì rifletto.
C, la sua presenza, mi ha spronato a farlo, perché con C posso farlo senza sentirmi vittima di un debilitato delirio solipsista. Voglio dire, mal che vada siamo perlomeno in due. (Più un sacco di gente morta.)
Non vedo l’ora di incontrare C – altra persona che mi permette di viziarmi con la mia gratitudine – ma non ho molto da aggiungere al riguardo. Potrei uploadare un video della sottoscritta in uno dei momenti di beatitudine causati da un pensiero legato a C, e questo sarebbe tutto. La felicità sa essere incredibilmente noiosa, a volte. L’entusiasmo rende ridicoli. Godo dell’esere ridicola perché mi ricorda la mia fortuna.
Mi trovo talvolta, in questo periodo, nell’ebbra condizione del bambino che si sente superiore a tutti voi perché ha appena ricevuto in regalo esattamente il giocattolo che voleva. Non gliene può fottere di meno del fatto che quel giocattolo sia fatto in serie o meno, se sia un esemplare unico o l’ennesimo clone: quel che conta è l’emozione del marmocchio, non ciò che la causa.
Se ciò che conta fosse la causa, allora mi basterebbe mettervi tra le mani le parole scambiate con J, con Noes, con C, con VB, con altri – e voi com-prendereste. Ma non è così. Guardare è interpretare – sono inciampata in ciò navigando le righe di un saggio epistemologico sullo status della scienza – l’ennesimo saggio che mi fa pensare, quando mi trovo davanti a un passante idolatrante La Scienza, che “Non ho voglia di mettermi a spiegare. Leggiti quel libro.” (sapendo che non verrà letto – non lo farei neanche io, probabilmente – ognuno ha le proprie priorità, e cerca quel che vuole trovare).
Ungaretti, se non erro, scrisse che il poeta è colui che avvicina concetti lontani.
È quello che dovrei fare, agglomerare stati di entusiasmo e ilarità di solito sconnessi, per rendervi il mio umore.
Ma sono pigra.
Ho deciso, pare, che per questo periodo mi accontenterò di pensare che siamo tutti uguali, ma alcuni sono più uguali di altri – il che, tradotto, significa che non sto tendendo al più lontano degli esseri umani, accontentandomi di quelli che mi sono al momento vicini. Mi do all’elitarismo, insomma, senza aver deciso – né volendolo fare – quali siano le caratteristiche che dovrebbe contraddistinguere quest’elite di cui amo circondarmi. I sensi me li fanno accomunare, e loro stessi mi mostrano lati che mi aiutano nel vederli simili, e io nulla faccio per smontare quello che l’impressione mi costruisce alle spalle.
Non potrò farlo per sempre.
Sono troppo megalomane per accontentarmi di un’elite.
Come spiegarvi il perché?
Vorrei che cercaste una di quelle canzoni che vi fanno vibrare dentro qualcosa, ogni volta, anche e non sapete perché, soprattutto perché non sapete perché.
Vorrei che la faceste partire, e intanto richiamaste alla memoria il ricordo di attimi che, quando li avete vissuti, vi hanno fatto pensare che erano oltre al tempo. Oltre all’attimo in cui vi hanno travolto e sconvolto. Più eterni di una vita – l’unica forma di eternità che vi è possibile concepire, ma basta e avanza.
Parlo di Streben, per chi può intendermi, e di Sehnsucht al contempo. Quel desiderare ardentemente un qualcosa che è davanti a voi nel tempo ma di cui avete nostalgia al contempo. “Nostalgia” perché sentite che vi è dovuto.
(Non capirò mai quanto questo dispotico pensare “Mi è dovuto.” sia diffuso. In me è così forte da farmi pensare, a volte, stuprando Nietzsche, che chi non lo pensa sia un inetto da schiacciare con disprezzo. Perché, intendiamoci, il fatto che mi dia dovuto non implica che io abbia il diritto di lamentarmi se non l’ho – ho il diritto di farlo, certo, ma a che pro? – implica solo il dovermi sbattere per (ri)conquistarmelo, finalmente.)
Parlo del desiderare qualcosa con un’intensità tale da non poterne vedere i limiti. Di un vostro desiderio che sia più grande di voi.
Può essersi manifestato in mille modi diversi. Nell’inquadratura di un film. Nella foto di un volto, di una mano. Nei tratti di un eroe artificiale. Nel ritmo di una poesia. Nell’odore di un(‘)amante. Nella velocità di un proiettile. Non importa.
Quel che conta è che sia più grande di voi, e di tutto ciò che potete concepire – ed è per questo che vi travolge, sballottandovi tra una muta contemplazione passiva e che subisce grata e la voglia, da far prudere le mani, di muovervi con e in quella cosa.
Per questo non posso farmi bastare a lungo un’elite.
Perché voglio sempre qualcosa che sia più grande di me, e quindi necessariamente non concepibile al momento, neanche dalla parte più elitaria della mia gemente testolina.
Ho passato, credo – anche se non voglio ricordarli e quindi li dimentico con indicibile precisione – anni in balia di tale Streben. Si nascondeva dietro a ogni cosa – a un toast cotto a puntino, a uno bruciato, a un volto sorridente, a un corpo dilaniato. Non ho messo per anni piede su un palco perché quello a disposizione non era mai abbastanza grande, e quindi mi buttavo su palchi anonimi a occhi chiusi, a memoria spenta, per poter mettere tutto di me in gioco tranne la cecità dell’entusiasmo.
Non parlo di pubblico, oh pubblico. Era il palco interiore che andavo cercando.
Da qualche parte lessi – ricordassi dove – che i Gemini sono quella sorta di persone sdoppiate: una metà recita sul palco, mentre l’altra osserva dalla platea.
Avevo bisogno, credo, di raffinare l’udito dello spettatore e la voce dell’attore.
Questo fa sì che, oggi, io sia giunta ad avere una di quelle soddisfazioni che ci si aspetta che alla mia età una persona abbia racimolato. Una certa pienezza di sé – non nel senso di arroganza, ma di sostanza. Essere in sé.
Un Qualcosa che mi permette di essere in balia dello Streben anche mentre contemplo me stessa, e non solo in passiva contemplazione dell’Oltre. Immagino si debba passare dal non temere altra cosa più di se stessi. Immagino che ciò accada nel momento in cui ci si è divaricati abbastanza interiormente ma non si è ancora sviluppato un bastevole controllo della propria immaginazione, e per “immaginazione” intendo “concepire”, e il concepire mi riporta alle potenzialità delle persone e alla gratitudine.
Ho imparato, nel frattempo, a far coesistere il lato critico-dissezionatore e quello titanico alla Goethe. Ho imparato, intendo, a sapermi dire che tutto questo delirare è Nietzsche della domenica senza farmi abbattere dal mio dissezionare.
C’è qualcosa, nel profondo, che mi disturba. Mi domando cosa possa disturbarmi, mentre mi beo nella contemplazione del potenziale, dei potenziali. La megalomania si accompagna bene alla cecità, perché lo sguardo a 360° mi manca, e non vedo cosa non vedo.
Ho il paranoico timore di avere un tallone d’achille invisibile. Di scoprire troppo tardi che tanti obiettivi raggiunti siano azzerabili da un’infima, secondaria, becera cazzata che ho smesso di considerare.
Mi sento vecchia perché temo senza passione.


Mantrapokalypse, o: un pezzo composto anni fa da Peppe “War” Frana per Rush in Peace:

Amo avere certe menti dalla mia parte – altro senso della mia gratitudine.

Streben dirottati.

Mi mancano gli occhi intiepiditi dallo sguardo posato su di un’insignificanza mentre tende le orecchie a carpire quelle poche parole con cui riempio il silenzio.
Mi manca il silenzio. Quello con cui mi accoglie nel suo appartamento, nello studio, con cui apre la porta della propria camera offrendola al mio corpo stancato da ciò che lui mi offre, gli occhi arrossati dai troppi libri letti nella sua biblioteca.
Odio la nostalgia, che crea vuoti. Mi vorrebbero strappare urli che le pareti troppo sottili di casa mia non saprebbero attutire.
Amo il decoro superficiale, quello che ammanta gli arredi delle sue stanze. Ne amo la funzionalità sociale, il modo in cui lo indossa come un mantello – mi manca l’antro creato dalla stoffa in cui accoglie senza chiedere sangue con cui stipulare contratti.
Mefistofele tenta, lui offre.
Faust cade nelle grinfie della tentazione, io mi libero tra il fruscio di una pagina e le note della Lakmé che giungono lievi dal suo studio.
Margarete non rovinerà la vita di nessun eletto. Le offriremo gigli con cui ornarsi il ventre piatto e belladonna per inumidirsi gli occhi. La claviceps purpurea tramuterà l’Ade in Empireo, la salvia divinorum la renderà veggente, l’amanita muscaria cospargerà di miele le sue profezie.
Mi manca il giardino dai meli che offrono languidi i propri frutti, senza peccato a castigare, dolce il succo come un dono incorrotto.
Odio, del desiderio, l’astro che fugge al termine della notte, andando a irradiare cieli a me preclusi.


RM è viva e me lo dice la Rete.
È da tempo che non la ascolto, la Rete, e mi è capitato solo per sbaglio di interrogarla di nuovo.
Per sbaglio, oggi, sono inciampata in una recensione di una raccolta in cui presenzio, realizzando che è da qualche tempo (molto, invero) che non bado minimamente alle mie fortune e sfortune presso il poco vasto pubblico.
Oggi la fortuita scoperta è avvenuta mentre ero in compagnia di G, e quindi ho rimandato a stasera il processo di auto-googlaggio al fine di aggiornarmi su me stessa. Lo sapete, creature (lo sapete?), non ho la benché minima idea di come voi mi percepiate. G ha dato una spiegazione a riguardo, e sarebbe: non ne posso avere la benché minima idea in quanto sono sociopatica. Plausibile.
In ogni caso, dopo essere inciampata in soddisfacenti feedbacks delle mie poco epiche prodezze letterarie, ho continuato ad abusare di google aggiornandomi su quei nomi che sempre mi rimangono vicini – e l’ho trovata, mia RM, risorta in Rete nella sua distinguibilissima prosa poetico-mistica. Non si dovrebbe scindere la prosa dalla poesia, sapete? Né la mistica dalla ragione. Se il sottotitolo di questo blog è Genauigkeit und Seele è merito di RM, che anche questo mi scrisse un’e-mail – me lo accorporò così, tra altre citazioni e stralci, e tra altre frasi che affettuosamente cominciano in “me”. Essendo una citazione a Musil non potevo scamparne, e ora eccola lì, a mo’ di sottotitolo.
Ed ecco RM, risorta, una delle donne della mia vita – uno dei miei platonici struggenti amori – ormai così diversa da me – no, io diversa da lei. Mi ha introdotto a Hegel e Nietzsche allontanandosi senza giudizio da loro e probabilmente io oggi sarei più vicina a loro che a lei, ma lasciamo quell’essere al condizionale.
Volevo che riapparisse perché ha valore (perché porta Verbo) di per sé, indipendentemente dalla nostra vicinanza, e deve espandersi e riversarsi il più possibile.


Ho bisogno di cambiare pelle – e carne, a strati. Ho bisogno di interrogare la mia prosa, i miei desideri, la mia volontà, i miei occhi.
Mi piaceva poter, inciampando nella mia immagine in uno specchio, sprofondare in quegli occhi azzurri non macchiati da una coscienza avvilita. Ho lasciato che i miei capelli si arricciassero, come per natura tendono a fare, sulla scia del sorriso di un putto – uno qualsiasi, che abbia un sorriso al di là di bene e male, un ideale tagliente a cui tendere – e intanto la parte più importante – la limpidezza dello sguardo – mi ha dato le spalle.
Tolgo gli occhiali parlando di Ruspoli e G dice che gli assomiglia (a Ruspoli, non a G). Saranno le occhiaie, dico, ma probabilmente quel che G vede è l’espressione, caricata dal discorso appena fatto.
Saranno le occhiaie.
E il volto che s’incava, tendendo sempre più a un qualcosa che ho rincorso quanto il sorriso di un putto, pur essendone l’opposto.
Mi sono sempre proiettata nel volto a cui sto giungendo. La fronte alta, le occhiaie, le guance incavate. Mal si accosterebbe al sorriso sornione di un panciuto putto – ma l’estetica interiore non segue le regole di quella trasmessa da uno specchio, si sa. In un qualche invisibile punto le due cose si complementano perfettamente – ma devo ritrovare la limpidezza dello sguardo, necessariamente, perché ambo i qualcosa – il putto e il viso scavato – hanno occhi limpidi, intoccati, scevri da…
Da?
Scevri.


Sto snobbando molti di voi. G saprà che è una delle pochissime persone che ho visto su appuntamento negli ultimi mesi? Posso contarle sulle dita di una mano, comunque.
Oh, sì, lo so, vi sto proprio snobbando.
Ed è assolutamente vero che non ho tempo – il tempo mi rincorre e mi stressa e non mi dà tregua, e mi ritorna alla mente una frase che un amico usò tempo fa, un enunciato atemporale, un “Corri più veloce della morte”. Non è la morte a spaventare, creature, ma l’essere braccati. E non è paura, non ha bisogno di diventarlo: basta l’adrenalina che qualsiasi caccia all’uomo risveglia, anche la più stupida, anche il giocare sapendo di giocare facendosi inseguire da una mosca.
Non ho tempo perché quando ne avrei sto comunque correndo via. Non ho, non mi do, tempo di fermarmi. Le mie pause – il mio intrecciare fili di rame con dubbi pezzi di vetro e resina – vedono le mie dita muoversi freneticamente, rimandando di secondo in secondo altre secondarie cose – il bere se ho sete, mangiare se ho fame, respirare se sto trattenendo il fiato.
Vi sto snobbando e non è colpa vostra ed è colpa vostra. Non è colpa di nessuno di voi in particolare (niente di personale, insomma), e anzi, vi vorrei incontrare. Musil scrisse che Dio quando creò il mondo ricorse al congiuntivo, e così io vi vorrei incontrare se questo fosse un altro spazio-tempo, un altro momento, un’altra percezione del mondo.
Ma pare questo sia il tempo di giocare il ruolo della misantropa, e per inerzia. Nessuno sforzo, nessuna forzatura – non devo reprimere neanche mezzo impaziente moto che mi porterebbe verso il mondo esterno, perché quello interno l’ha già – per questo periodo, beninteso – giudicato e inquadrato, e ha smesso di de-siderare.
In qualche modo, forse in accordo con l’amore per i paesaggi nordici, quello Streben che una volta, a regolare e rada intermittenza, mi faceva struggere all’idea di trovarmi in una folla di semi-conoscenti, adesso mi fa sognare lande dai venti irruenti e ripide in cui non si affoga e altri fantastici mondi e stati che purtroppo ora so esistere.


Il pezzo iniziale non è ispirato da né dedicato a RM, per la cronaca. È capitato lì, di fianco a lei, perché è stata una nottata struggente, perché lo era prima che ritrovassi lei, e lei l’ha fatta concludere in modo dolce-amaro (ma luminoso).