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La morte del vecchio per la vita della bambina.

Avrei dovuto capire che per Horton sarebbe servita la Seconda Persona Singolare.
Perché ci sono personaggi così, che non puoi narrare né da dentro né da fuori. Da dentro, soprattutto. Lanci un sasso e non c’è eco, pozzo senza fondo. Il problema con Torchia, il problema con Horton. Il paradosso di narrare interiorità che non si riconoscono come tali.
E dunque, Cody Horton, eccoci qui.

Ti ho lasciato sul divano senza sapere come schiodarti da lì. Cioè, lo sapevo in teoria: con un’esca abbastanza succulenta per la tua raggelata, anelante coscienza. E’ la tua storia. Quella che avrei dovuto scrivere. Ma poi è successo qualcosa.
Che cosa è successo, Cody Horton?
Inutile chiederlo a te. E poi non lo so bene neanche io.

Forse la mia vita è cambiata, e sono riuscita ad andare oltre a te. L’ho detto spesso. Al secondo tentativo, anziché accusare di nuovo come a te è capitato, mi è andata bene. Ho vinto contro il mondo, tu avevi perso. La vita di cui volevo narrare era quella che viene dopo la tua seconda, definitiva, sconfitta.
Forse stare su quel divano di fianco a te mi ha aiutata ad andare oltre. Si sta bene, sull’Horton-divano, se il resto del mondo è peggiore. Sempre questione di relatività. Devo aver assaggiato una briciola troppo amara, su quel divano, e aver deciso di provare a uscire.
Non so che cosa sia successo, Cody Horton.
So che tu sei sempre su quel divano, e che quel divano non scade mai. La narrazione è semplicistica, spesso, e simboleggia tutto. Il secondo tentativo è quello cruciale: se va bene, ti lascerai alle spalle il male; se va male, ci affonderai. La vita qui fuori è più sfumata: basterà qualche amara batosta esistenziale e mi ritroverò con le chiappe sul tuo divano con tanta voglia di una birra.
Ma sai una cosa, Cody Horton?
Forse vale anche il contrario. Forse da quel divano ci si può alzare anche se il secondo tentativo è andato male. Non lo dico per buonismo, che poco si confà a me e soprattutto a te, ma più per straziante speranza. E poi, meglio su quel divano che in una prigione senza uscita. Una stanza circolare e nera e imbottita in cui non si può distinguere la porta. Si è vivi, ma non lo si è. Si impazzisce – ma che accade, se si è bravi abbastanza da sopravvivere a una certa follia?
Trasforma quella prigione in una ruota e te stesso in un criceto, Horton, e domandati per chi la tua follia sta producendo elettricità, per quale mulino stai macinando cereali – o qualsiasi cosa sia necessaria.
Ma la tua storia – quella che non ho scritto – avrebbe dovuto essere diversa.
Prima di lavorare gratuitamente per un ignoto prossimo, ti saresti sacrificato. La morte del vecchio per la vita della bambina, direbbe Sin City. Sulla carta avrebbe funzionato, perché la carta decide chi è cosa. Che tu sei un vecchio senza redenzione possibile in vita, che c’è una bambina veramente innocente che domani non diventerà un mostro. O del cui domani, comunque non si sa. Perché la tua storia sarebbe finita con te, Cody Horton, e forse un’immagine della bambina salvata. Tutto così semplice. Così semplice far finire i pensieri con la nostra morte.

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Di Germania, infantilizzazione & SPSP.

VB viaggia alla volta della Germania con mia grande invidia (e richieste futili e sacre come «Se lo trovi, mi compri lo scatolame che mangiavamo in Germania?»), ma l’invidia è un sentimento impegnativo, e da brava oziosa preferisco essere felice per lei. Che se la goda. Che annusi le strade che sanno di carne e vaniglia e sorrida di rimando a quei timido-gentili sorrisi tedeschi che tanto amo. Il cielo sopra Berlino e la metropolitana sotto, una delle mie Babele preferite.

Mi sono svegliata presto per accompagnarla in stazione e ora eccomi qui, due sigarette fumate e un caffè che va consumandosi nella mia gola, tutto già fatto e mille piccole secondarie cose da fare.
Preparare lezioni per un futuro che non so quando verrà, scoprire regole semantiche che non conoscevo. Semantiche. Faccio lezioni cercando di spiegare non la grammatica – che in buona parte è insensata e arbitraria come la storia umana che l’ha modellata – ma la semantica sottostante, quelle logiche che ogni madrelingua padroneggia e che rendono tanto difficile una lingua a chi l’impara. Un po’ di competenze culturali, un po’ di filosofia, un po’ di battute per ridere di quest’Altro che all’inizio ci pare assurdo.
Ho scoperto, studiando approcci e metodi della glottodidattica, di simpatizzare per il Cognitivismo. Simpatizzo, ossia, per quelle correnti il cui scopo è emancipare l’apprendente, mettergli/le in mano gli strumenti per crearsi da solo/a un metodo per comprendere la lingua – contrapposte in parte agli approcci umanistico-affettivi, dove l’apprende viene trattato/a spesso come un/a bambino/a da trattare con le pinze. Non riesco a trattare neanche i bambini come bambini. Guardo i miei preadolescenti negli occhi pronta ad accettare tutto ma non che si sminuiscano con la scusante dell’età. Nella mia mente non esistono strutture che dividano lo scibile in per adulti e non per adulti. Tra l’altro, le loro menti preadolescenti sono avvantaggiate, rispetto a quelle degli adulti che dettano il loro buono e cattivo tempo, nell’apprendimento delle lingue – e non solo. Qualcuno l’ha detto loro? Le loro espressioni sorprese e un po’ esaltate mi dicono di no. Perché non gliel’hanno detto?
Infantilizzare dovrebbe significare – nella mia mente appassionata di emancipazioni – dare all’apprendente responsabilità sul suo enorme potenziale, non deresponsabilizzarlo. Staccare il concetto di “colpa” da quello di “responsabilità” e da quest’ultimo prendere il meglio.

Le valutazioni della giuria per la Selezione dei racconti in SPSP (vedesi: https://spspfiction.wordpress.com/ ) sono state fatte. Il tempo di computare, confermare e ci saremo.
Ho la classifica finale davanti ai miei occhi e sorrido. “Soddisfazione” è un eufemismo. Tante persone hanno attinto dai luoghi più remoti del proprio Sé – quegli stessi luoghi che i miei preadolescenti cominciano ora a nascondere con un po’ di vergogna, purtroppo – e ci hanno affidato dei preziosi tesori. Non sottovaluterò mai questo passaggio: l’essere disposti a mettere in gioco parti così intime di sé. Ed è per l’attenzione che riservo a tale passaggio che guardo con un sopracciglio alzato a quei tentativi di dissezionare l’altrui espressione per mezzo di dissezionamenti tecnici (dalla critica grammaticale a quella narratologica – tutti livelli, in fondo, superficiali). Ed è per questa mia tendenza che mettere in classifica i racconti è stato un po’ straziante: perché dei lati tecnici, nell’ottica di dover fornire un’antologia, ho dovuto tenere conto. Perché ho visto le classiche perle allo stato grezzo, penalizzate da una tecnica da sviluppare, ed è stato frustrante; e ho visto piccoli capolavori tecnici (per il ritmo, il dispiegamento della trama, la disposizione dell’idea) privi di ispirazione, ed è stato ugualmente frustrante.
Ma, guardando la classifica finale, sorrido. Sono bei racconti. Sono di qualità – e so che tutti dicono “molto più della maggior parte della roba in commercio”, ma se tutti lo dicono significherà che “la roba in commercio” non è un metro di paragone poi così tanto edificante – e soprattutto sono variegati. Lo scopo di questa selezione era di provare su carta il potenziale della SPSP, ed è stato abbondantemente fatto.
Avrete racconti “d’intrattenimento”, che fanno passare 10 piacevoli minuti senza chiedere al lettore di fare alcunché, e racconti che invece soddisferanno la mente di chi legge per ridisporsi le idee; avrete racconti di generi diversi e racconti autoriali; cosa ancor migliore, avrete racconti che sono ambo le cose.