cerberus

Riluce, riluce, riluce

Apri il blog dopo aver aperto infinite finestre, questa sera.
Prima, il file nominato Valutazioni. Ti aspettava al varco, il bastardo. Tu che come insegnante ti chiami facilitatrice, e da tale rinunci con gioia a dare voti ai tuoi studenti/apprendenti, ti trovi non solo a dover valutare ottantaquattro racconti, ma anche a doverli mettere in ordine di preferenza. Questo è il momento di menzionare La scelta di Sophie a sproposito – dato che non l’hai letto – e lamentarti del pesante fardello di dover dire la tua sulle viscere altrui, che Altrui ha messo in formato prosa e sottoposto a te. Meraviglioso e orribile. E ora hai finalmente la tua classifica definitivo-provvisoria. Solo un ultimo check. Domani, magari.
Poi, hai aperto diversi files dalla cartella Recensioni. Una de Il medico tedesco da rileggere e far feedbackare, una de La notte eterna del coniglio da finire e far feedbackare. L’hai conclusa in fretta, forte della frenesia con cui le parole ti scorrono in testa in questi giorni. Non sai se sia scioltezza o delirio, ma una cosa la sai: è voglia di scrivere.
E così, infine, apri la cartella I Neocaravaggeschi. Sì, il romanzo. Il romanzo che ti manca – come ti ha ricordato oggi il parlarne con M. Vuoi scrivere-scrivere-scrivere. Dopo aver letto in Se una notte d’inverno un viaggiatore di quella soglia che c’è tra lo scrivere e il leggere criticamente, ti è venuta l’ansia. Sai ancora scrivere con piacere? Certo che sì, ti sei detta – te l’ha detto la smania di farlo. Ma dovevi provare, riconfermare, e soprattutto sfogare.
E così hai buttato giù qualche frase. Scorrono, le male-benedette. Potrebbero scorrere meglio, ma scorrono. E per farle scorrere meglio, vieni qui a rodare.

Nel sogno di stanotte, tra i mille cani che cospargono i sogni dei tuoi ultimi mesi, uno attraversava una strada trafficata. Era uscito dal cancello di una villa, lo sapevi; sapevi troppo per lasciarlo lì come se niente fosse.
E allora si accosta, ci si volta e si fa un cenno al tizio che se ne sta impalato di fianco al cancello. Chi è? Una guardia, ma certo. Lo sapevi. Sai che cos’è quella villa. Di chi è. Anzi, di chi era. Poi è arrivato un figuro che nel tuo sogno è il Colonnello, ma non è il Colonnello, no, o meglio, lo è, ma è un altro colonnello, uno di una virgola più importante e quindi di una virgola più temibile nel suo diritto di prendere decisioni. E ville. Come questa, da cui questo povero cane – tra i mille cani che indicano direzioni nei tuoi sogni – è appena uscito.
Quando ti fermi per assicurarti che l’uomo di guardia faccia rientrare quel mezzo lupo innocuo sai che è già troppo tardi. Hai toccato la soglia, l’hai sfiorata, l’allarme è scattato. Il Colonnello sa che sei qui. Sai, sapevi, che non avresti dovuto. Non per tutelare te stessa – figurarsi, testa di cazzo che non sei altro, se questo pensiero riesce a sfiorarti, tantomeno in un sogno – ma per non complicare il quadro a chi tanto si cruccia per la tua tutela. Ma ormai il passo l’hai fatto, il filo della ragnatela vibra, ed eccolo qui, il SuperColonnello, che arriva a passo leggero e deciso con un sorriso da malvagio calcolatore che s’impone con grazia. Sembra uscito dal più becero film. Te lo dici anche, nel sogno. Come ti abbandoni a un’estetica così scontata, mia cara. Ma così va, anzi, va pure peggio: con quel suo fare compiaciuto, il SuperColonnello ti si avvicina, aggraziato ma determinato mentre entra nel tuo spazio vitale – perché lui può e lo sa e sa che lo sai – e ti appoggia una mano sul fianco. E’ solo un proemio, e lo sai: il meglio viene subito dopo, quando il SuperColonnello ha il graziosissimo ardire di allacciarti una cintura alla vita. Una cintura speciale. Una cintura “tecnica”, piena di spazi vuoti in cui incastrare tante sconosciute e meravigliose cose che indovina un po’ chi solo potrà fornirti?
E così segui il SuperColonnello nella villa che ha espropriato, creatura piena di vanità.

Reality is stranger than fiction e lo sai, e sai che lo sanno anche loro – sì, voi altri, lì, che ora colloco di fianco a me – ma semplicemente in questo periodo lo assapori. Niente di eclatante, no, figurarsi: il Diavolo sta nei dettagli, le rivoluzioni nella vita quotidiana, il paradosso ai margini del campo visivo. Così lo assapori con tranquillità d’animo – beh, più o meno, dai, non ci possiamo lamentare – constatando come tu ti stia assestando. Qualcosa sta cambiando. Qualcosa di ampio e sottile. Chiamiamola prospettiva. Un ulteriore passo che ti allontana dalla cosiddetta “realtà condivisa”, ma non perché tu stia diventando pazza. No, il passo affonda in un terreno più tangibile, il fango rimane sulle scarpe, ed ecco che semplicemente procedi con la tua vita contemplandone la direzione. Sapevi già tutto, in fondo – tutti sappiamo già tutto, in fondo – e questa non è che l’ennesima riconferma, forse un po’ più fantasiosa (ma neanche tanto, suvvia), e tu ti domandi soltanto se questa distanza che stai coprendo ti allontanerà da cose che non immagini. Sai a che cosa ti avvicina. A che cosa, non a chi – quello è troppo chiaro per specularci, no?
Ti avvicina a quella percezione delle cose che viene ravvivata dai simboli. Mentre scrivi di nuovo di Emanuele, protagonista de I Neocaravaggeschi, dopo mesi, ti dici che forse si è aggiunto un livello a quelli da cui puoi attingere per rendere iper-dimensionale la realtà fittizia che descrivi. Eccolo lì, lo intuisci – è tangibile e sottile e tagliente come la sicurezza del SuperColonnello che – indovina un po’? – sempre da te viene. Riluce il sorriso da cattivo da operetta del SuperColonnello, riluce una mattina post-sbornia nelle piccole onde create dalla gondola che si aggira per la Venezia che riporti a galla, riluce il sorriso di una VB ancora dormiente che svegli spingendoti contro di lei.