acerorosso

Loa.

Come si suol dire, faccio cose e vedo gente.
E quindi dimentico un po’ le cose che faccio e non ne verrà un post molto organico, non può per principio.


Inizio a random: ho pulito camera e cucina.
Ora lo sporco accumulato non scricchiola sotto le ciabatte. E tante altre piccole inezie. Domenica arriva qui quello che riconosco come "War Emp", perché così è stato segnato sul mio cellulare all’incirca 9 anni fa. Ci siamo incontrati una volta, per qualche ora, io ero post-sbronza, con la testa altrove ed ero una quindicenne superficiale testa di cazzo. Ogni età ha i suoi pro e i suoi contro. E non sarebbe necessario citare l’aneddoto, se il rapporto con War Emp non fosse di quelli speciali per sintonia, intesa, e una serie di comunicatività sparse compiaciute pur attraverso lo spazio fisico e gli anni.
War Emp che è un po’ un santone, a guardarlo e sentirlo così.
Non ho la più pallida idea, in realtà, di cosa mi troverò davanti – troppi anni di conoscenza senza il lato fisico necessitano il crollo di un’immagine mentale che nonostante ogni sforzo di evitarla si è sicuramente creata.
Ma tanto, comunque sia l’impressione che dà a pelle, War Emp è un po’ santone e basta – di quelli con cui sedere davanti a un fuoco, davanti a un camino o altrove, osservando le fiamme in silenzio.


In un locale a Lecco con una vecchia conoscenza a bere qualcosa scopro che B. è diventata una cristiana militante.
L’informazione è una di quelle che alla forma naturale sono il perfetto pettegolezzo.

Ma sai che B. si è fatta cristiana e va sempre a messa e fa dire il rosario a tutti? Eh – oh! – l’ultima volta che è venuta a casa mia è scomparsa in camera di mio fratello, e sai che ha fatto? Ha lasciato un santino sopra l’armadio!

B. è una di quelle persone che diverse persone (me compresa) definirono mia amica. Prendiamolo per buono. Ci siamo frequentate abbastanza a lungo, considerata la frequenza con cui ci vedevamo.

E ha bruciato tutti i suoi vecchi lavoro dell’artistico, e le foto, e i tarocchi!

Le ho "insegnato" io i tarocchi.
Li conosco da tempo perché se c’è una costante nella mia vita è l’interesse per le forme comunicative, quindi i simboli, e se studi i tarocchi come simboli poi ci vuole poco a fare quella che li legge.
Quando qualcuno ti chiede di farlo, tanto per.
"Tanto per" dopo "tanto per" alla fine li conosceva anche lei. Periodi in cui mi chiedeva ogni volta, a fine serata:
"Mi leggi i tarocchi?"
Col tono di chi ti chiede se ti va di fare un massaggio, ci terrebbe, se a te non pesa troppo. Potrebbe anche insistere un po’, ma tanto non le dici mai di no e quindi non vedi mai fino a che punto sa insistere.
Ricordo che quando abbiamo smesso di vederci mi dicevo che la mia non voglia di vederla era anche dovuta al modo in cui si era interessata a certe questioni. Ad esempio: dormiva con un arcano maggiore sotto il cuscino. Approccio fanatico alle cose. Buttarsi a occhi chiusi in una bolgia di persone per vedere cosa succede, che sensazioni verranno. Affidarsi al caso leggendovi destino.
Ricordo un’altra "santona", mia vecchia amica, che quando ero più piccola e invasata mi disse:
"Nell’occultismo stai attenta a quel che chiedi, perché lo avrai."
Bella frase da fiction, perché puoi leggerla in diversi modi.
C’è il modo misterico, in cui si immaginano forze evocate pronunciando per sbaglio il loro nome che possiedono giovani fanciulli portandoli alla pazzia.
C’è il modo più contemporaneo e psicologicheggiante, un po’ anche sociologicheggiante, che dice che certe cose sono specchi, e quando agisci su loro in realtà stai agendo su te stesso.
Credo ad ambo le versioni. Tanto, a quale io creda, il risultato sarebbe il medesimo.
Non mi stupiscono i dettagli di B. che milita da cristiana, salutando persone in centro Milano per andare in messa in Duomo e che dissemina la casa di santini. Prima lo faceva con foto, poi con arcani maggiori. Potrei chiedermi che accadrebbe se ci incontrassimo. Potrei sentirmi tentata dal fare revival storico – lei è cristiano-andante, io l’ho iniziata ai tarocchi, lei li brucia, io sono io il Diavolo – giusto per esorcizzare per non sentirmi esorcizzata.
Pare che B. sia finita così seguendo l’amore – per un ragazzo fervente cristiano, e anche questo non mi stupisce, ricordo l’ossessiva B. con i suoi ex.
Probabilmente a B. passerà domani, o passerà alla prossima delirante passione, o rimarrà tutta la vita così – non è una di queste opzioni a causarmi dispiacere, ma il fatto che siano tutte egualmente possibili.
E mi spiacerebbe un po’ anche sentirmi esorcizzare, vedermi diventare il Diavolo agli occhi di qualcuno (avevo smesso) perché significherebbe che Cristo ha vinto e io perso un’altra volta – e in realtà né io né Cristo probabilmente c’entriamo una sega, l’unica cosa che c’entra è l’uccello intriso d’amore e ideologia di un fervente cristiano.
Ma mi spiacerebbe relativamente poco.
Sento invece di non aver fatto abbastanza.
Evito frasi come:
"Nell’occultismo stai attenta a quel che chiedi, perché lo avrai."
… Perché normalmente il loro effetto è l’essere lette come promesse che Lucifero scenderà in terra facendo una spettacolare performance, quindi creando l’esatto contrario di quello che vorrebbero. Ma ho cercato di inculcare eguale concetto nella testa di B., di inculcare il metodo, di iniettarglielo di arcano maggiore in arcano maggiore, come si cerca di inculcare tecnica e autocontrollo a una persona a cui stai mettendo in mano un’arma. Tecnica perché non si spari su un piede, autocontrollo perché alla prima sbronza non si spari deliberatamente a un piede ridendo.
Questo sentire di "non aver fatto abbastanza" palesa non poca arroganza, o non poca esaltazione, a scelta a seconda della cultura e ideologia di chi legge, e ancor di più lo fa il dibattermi tra due ipotesi: dovrei forse considerare che tutte le prove iniziatiche sparse per la storia e il globo hanno un senso oltre che quello di creazione della cultura, o devo semplicemente pensare che non ho agito come avrei dovuto?
Ricordo ai tempi il pensiero che stavo lasciando una B. che dormiva con arcani maggiori sotto il cuscino, una B. che si faceva da me ridimensionare i voli di testa, le libere associazioni, i presagi e quel vagare cercando solo i riscontri che si desiderano.
Quindi, in conclusione… Boh.
Credo che prima o poi risentirò B., perché tanto prima o poi risento un po’ tutti.
Vedi War Emp.


Vorrei andare a Praga con Capi. O in Sud Africa o ad Haiti, ma Praga costa meno della prima e della seconda ed è meno un viaggio alla cieca della seconda.
Dovrei ringraziare Capi, perché mi sta facendo esperire il piacere di avere una quotidianità leggera e rassicurante. La sensazione che qualcosa stia venendo costruito. La sensazione che permane dopo che ci si è fatti un quadro dei difetti altrui e stanno bene. La sensazione che s’amplifica dopo che tramite l’altra persona ci si è fatti un riassunto dei propri, di difetti, e stanno bene.
Non è niente di preciso, niente di indirizzato, è piacevole. Inietta senso nel quotidiano. Scaccia l’abisso che appare nei momenti di vuoto – perché li riempie, sia pure in maniera meccanica.
Metto alla prova il rapporto essendo una Me senza angoli smussati. Vedo quanto regge. Vedo che regge troppo e mi faccio paranoie sull’essere assecondata. Per un attimo non mi sta bene e per quello dopo no, poi mi dico che non so e via discorrendo.


Ho finito Requiem del coccodrillo.
Va stampato, e non solo corretto, ma sistemato. Pezzi da aggiungere e da togliere. Cose da controllare. Dettagli tecnici e non. Ma è finito.

Trascrivo e scrivo Gioco della rosa (nome definitivo di "quel qualcosa che ha una rosa nel titolo"), ho avuto una mezza idea dell’idea che mi serviva. Quei personaggi, quell’ambientazione, quei concetti, sono debitrici al 50% dell’Acero, per l’altro 50% di Capi.

E il terzo progetto, che non ha titolo ma c’è un hotel nel fulcro, non sarebbe nato senza Capi. A essere precisi, è nato solo come concetto. Appunti, schizzi, incipit, idee che copulano. Ho preso i lati forti e significativi delle nostre chattate in gioco di ruolo, riscoprendo il senso del gioco di ruolo: "Non sei unico al mondo". E confrontarti mezzo gioco di ruolo (che è come l’occultismo sopraccitato: uno specchio, o forse una bocca che ti vomita) fa venire nuove idee, dà nuove prospettive – e tu ti senti nello stesso attimo stupida e povera di idee e concezioni e ricca di quelle appena acquisite.
Ho preso questi lati forti e li ho chiusi in una stanza dopo averli dopati a viagra. Hanno copulato selvaggiamente per un bel po’, e stanno partorendo. Me li rigiro tra le mani e rifletto.
Mi rigiro tra le mani un Kjeld, personaggio di Capi che le ho rubato col suo permesso, che funziona da musa perché non è mio e quindi non lo conosco davvero. Potrò veramente scriverne mandando a fare in culo il narratore onnisciente, perché non sono io il suo animo. Sono solo un’osservatrice – e quel racconto sarà in terze persone immedesimate.

Requiem del coccodrillo è figlio di Stalingrado per ciò che ha significato per me curiosa – confini del mondo conosciuto, l’essere umano portato ai propri limiti senza rendersene conto, Zeitgeist che modella vita e morte di un uomo mentre l’uomo cerca di liberarsi come una cavia inchiodata per una zampa a un tavolo operatorio.
Gioco della rosa è foucaultiano in maniera indecente. Dovrei vergognarmene. Ma reputando Foucault non abbastanza conosciuto, la vergogna si fa missione. Discorso su colpa, supplizio, punizione, disciplina – discorso non su uno Zeitgeist ma della storia letta sincronicamente, come scrisse un simpatico tizio in prefazione a Foucault.
Invece, quel qualcosa che concerne un hotel non so che concetto porterà. Ne conosco i concetti singoli, non so come si intrecceranno. Credo che un fulcro sarà Edipo – e tutta la rilettura dell’essere umano come mammifero con padre e madre, come fotocopia modificata che reagisce all’originale.
Chiamerò in causa Kjeld per una detronizzazione in famiglia. E per parlare di pazienza e vendetta.
Sedlacek verrà utilizzato di nuovo, rielaborato, preso nell’ennesimo scorcio che, per l’ennesima volta, preso singolarmente non farà riconoscere la persona intera.
Voglio il Sedlacek figlio nato adulto. La radice del suo spezzettato e squilibrato (mancante equilibrio tra le parti) rapporto con le donne, o troppi più giovani o troppo più vecchie. O bambine innocenti o matrone da incensare sull’altare.
Vorrei sua madre, che non chiama "madre" ma che chiama per nome. Vorrei sapere chi è, cosa pensa, com’è la sua psiche – ma non è necessario averla. Mi serve l’immagine di lei tramite gli occhi di lui.
Per rendermi adatta alla corsa, mi sono coperta gli occhi come si coprono a un cavallo, vietandomi di conoscere la madre dall’interno. Per farmi partire non del tutto alla cieca, ma con una direzione, la madre non ha mai detto a Sedlacek "No.", ma sempre e soltanto "Non mi sembra il caso." – che è l’esatto modo in cui mi ha cresciuto mia madre, cresciuta come un essere umano e non come una bambina (nel nostro mondo in cui i bambini sono esseri umani incompleti). C’è una devianza in questo metodo, perché scrivere significherà giocare con pezzi del mio inconscio – ma se non permetto al prossimo di tangere altro che la mia epidermide, non un millimetro oltre (centimetri, in alcuni casi, siamo umani), è per incasinarmi da sola. (Protezionismo.)

Quel che mi manca è la prosa. Non in senso stretto. La prosa come codice, linguaggio fatto di significanti che trasportano significato.
Un anno e qualcosa fa scrissi un post con una dichiarazione d’intenti: tuffarmi nella psiche umana e storica, raccogliere qualcosa dal fondo, riemergere per portarlo alla luce. E scrissi che non ero più instabile come prima, che potevo farlo sapendo che sarei riemersa e non sarei affogata. Stronzate. Non avevo considerato che si può sopravvivere anche sott’acqua.
Traducendo (per l’appunto…): sono incomprensibile. E me ne rendo conto scrivendo. A volte vorrei scrivere sia in orizzontale che in verticale, per accumulare più significanti di modo che formino un significato più aderente a quello muto che ho in testa. Non potendo, e non scrivendo a ideogrammi, risulto astrusa e basta. E perché scrivere se non si è comunicativi? Scrivo per i posteri, forse. Pare che alcune persone abbiano realizzato cose comprese solo a posteriori. Forse. Scrivo perché mi viene, e se continuo ad adottare un metodo forse è più per abitudine e voglia di compiacermi che per reale voglia di utilità. Per passare il tempo. Per riempire i vuoti prima che li riempia l’abisso. (Che bel parolone, abisso. Ma dopo tre volte che lo scrivi suona vuoto, e non nel senso con cui lo percepisco.)

Creo personaggi e ci parlo. (Solipsismo. E se qualcuno disse, sia pur io, che la consapevolezza salva da tutto, questo qualcuno deve aver detto una grande cazzata.)
Il mio Aristide, il mio caucasico figlio del narcotraffico che vuole diventare houngan, mi fa da Dio che Sorride. Non ci si sceglie le proprie divinità, a me tocca il Dio che Ride, ma posso ritrarlo attenuando un po’ quel ghigno, rendendolo paziente anziché disilluso, divertito anziché derisorio. Siedo davanti al fuoco con Aristide e osserviamo le fiamme in silenzio. Lo fa per cortesia, lui preferisce l’acqua – sono io quella che ama farsi esplodere lasciando cenere. Essendo per l’immanenza, Aristide mi dice che la spiritualità non consiste nel figurarsi a parlare con se stessi sotto diverse forme, ma nel vivere nel mondo. Lui, ad esempio, per come l’ho creato, a 19 anni vorrebbe mettere su famiglia e prolificare e fare il suo ciclo. Ma mi serve che stia qui, solo, per il momento – perché ciò avvenga ho dovuto frapporre tra lui e il suo obiettivo un problema grosso quanto il narcotraffico haitiano. Deve essere la dimensione del muro che vedo tra me e il mondo.
Riluttante, comunque, seguo il suo consiglio. Faccio cose e vedo gente. Cerco di spiegare a un ex seminarista che si è dato alla vita laica perché primogenito, e che mi vorrebbe come ragazza, cos’è l’antimonogamia, perché ci credo, perché io ho ragione e la sua richiesta di non parlargli delle persone con cui scopo è l’Anticristo. Lo guardo e mi sembra una brava persona, ammiro il suo essere, ma tra un sorriso commosso e l’altro mi chiedo se i suoi denti d’avorio sono più o meno duri di un bastone d’ebano.
Oppure potrei dirgli che il prete sono io. Ma non cattolico quale lui doveva diventare – aprire un monologo sulle società e quelle figure che, in ognuna, sono deputate ad affari altri. Quelle figure che non partecipano del contratto sociale. Il prete cattolico come paradigma non funziona, perché non scopa. Io farei orgie per infondere spiritualità nella comunità. Gli domanderei se sa qualcosa del voodoo, perché io non ne so un cazzo ma mi interessa molto. Mi spiacque per New Orleans: mi dicevo, prima, che prima o poi ci sarei andata per apprendere, perché quel che volevo apprendere era un esperire. Mi ispira quella costellazione di Loa, come mi ispirava il boschetto di dei norreni.
Mi ispira un agglomerato di sfaccettature di per sé incomplete, che suggeriscono compiti incompleti ma ugualmente sacri.
L’Unico Dio è impegnativo. È uno ed è tutto. È bene e male, principio e fine, assoluto e infinitesimale. C’è di che darci di testa, a immedesimarmici – e io mi immedesimo in tutto. Probabilmente studierei i Loa per possedere loro anziché farmi possedere.
Eppure il divino mi serve, dice Aristide. Se fossimo veramente divini, come certi tizi nel Settecento hanno detto, un Dio o più Dei non ci servirebbero. Ma non lo siamo, e ci serve la consapevolezza di un vuoto – che non è materiale, e non dal materiale visibile a occhio nudo è saturabile. Non lo riempirai mai, quel vuoto, ma a furia di cercare di farlo avrai vissuto – in profondità, e tante altre belle cose.
Poi arriva un saggio di Foucault che cita Nietzsche e dice che il divino serve a dare relazione di continuità tra l’oggetto della conoscenza e la conoscenza accumulata dall’essere umano. Senza il divino, queste due cose sono in relazione d’arbitrarietà come una parola e il suo senso, come un numero e il nulla astratto ma contabile che dietro ci figuriamo.
"Ma tu non vuoi questo." dice Aristide.
"E perché non lo voglio?"
"Perché vuoi che io stia qui con te, e perché ciò avvenga tu devi stare qui con me."
"Ah già."


Ghede Nibo is a psychopomp, an intermediary between the living and the dead. He gives voice to the dead spirits that have not been reclaimed from "below the waters".

Ghede Masaka assists Ghede Nibo. He is an androgynous male or transgendered gravedigger and spirit of the dead, recognized by his black shirt, white jacket, and white headscarf. Ghede Masaka carries a bag containing poisonous leaves and an umbilical cord. Ghede Masaka is sometimes depicted as the companion of Ghede Oussou. Both are bisexual. Ghede Oussou is sometimes also linked with the female Ghede L’Oraille. Ghede Oussou wears a black or mauve jacket marked on the back with a white cross and a black or mauve headscarf. His name means "tipsy" due to his love of white rum.

Papa Ghede is supposed to be the corpse of the first man who ever died. He is recognized as a short, dark man with a high hat on his head, a cigar in his mouth, and an apple in his left hand.

Credo di aver trovato un argomento d’interesse che potrebbe eguagliare la norrenità.
E d’altro canto il mio laptop porta nome LeBaron:

Houngan.

Domenica.
Dovrei ricominciare a considerare i giorni per quello che sono in relazione alla settimana – domani, che è lunedì, ad esempio, potrei andare a Milano anche se il corso inizia martedì.
Dato che gli esseri umani hanno bisogno di stimoli per muovere il culo, e la mia artificiale vita necessita di artificiali stimoli, sono andata a fare shopping. Esiste un gusto dell’uscire di casa se puoi farlo con vestiti che ti piacciono – e che non ti facciano congelare, dato che quest’anno non ho acquistato nulla non avendo in previsione di muovere il mio culo fuori dal caldo appartamento.
Per i posteri: non so esattamente perché andrò a seguire lezione. Forse perché sono supposta farlo. Forse per fare qualcosa di diverso. E mi domando quale parte dell’andare all’università mi piaccia meno… Il viaggio in treno? Svegliarsi a una certa ora? Tutti i giorni? La routine? La fauna che si incontra? La stanchezza al ritorno? Non lo so. Vorrei materializzarmi in aula e basta.


Giacché serviva (ironia) un personaggio legato al narcotraffico sull’Acero (abbiamo un personaggio per l’import-export diamantifero, uno per l’industria farmaceutica e uno per il mercato delle armi; mancava il narcotraffico) mi sono sfogata facendo finalmente un personaggio che non fosse partorito per esigenza di scena.
E, giacché bisogna sempre ottimizzare, ne ho approfittato per curiosare in un altro lato di mondo, Haiti, e per costringermi a prendere finalmente tra le mani un argomento che mi stuzzica da tempo, il voodoo.

Sul sito viaggiaresicuri.it su Haiti è scritto:

La situazione generale è ancora precaria; si registrano sequestri di persona. Il fenomeno delle bande giovanili armate è sempre presente, come anche l’uso di sostanze stupefacenti da parte dei loro membri.

Non è un sito che tende a eccedere, dovendo essere "utile", e mi colpisce che sottolinei l’uso di sostanze stupefacenti da parte delle bande giovanili.
Sono inciampata in Haiti cercando nomi legati al narcotraffico, volevo evitare i classici Colombia/Bolivia/Messico. La storia del Paese è un Leitmotiv conosciuto: colpi di stato, militari, colpi di stato, militari… Parlavo su Facebook con un ragazzo delle Maldive, che scriveva:

Recently I had an interest on politics as well, just the Maldivian politics since the subject was us and our way of bringing an dictator who had been in power for over 25 years, and thats something which i didn’t like as everyone wanted to bring that guy down, but they never gave an interest to know who or what kind of a person is gonna go in to power.

Volevo battere le mani. Non per la genialità del pensiero, che trovo banale e dovrebbe essere banale, ma fatto sta che i fatti non lo danno per banale.

In ogni caso, tornando all’Acero, il personaggio si chiama Aristide Kebreau.

Aristide è stato così battezzato – o questo è stato scritto nei giornali – in onore a Jean-Bertrand Aristide, peraltro presente nelle foto del battesimo. Altre testate hanno parlato di falsi, dicendo che Aristide non ha mai ricevuto battesimo giudaico-cristiano essendo i Kebreau di culto voodoo.
Il dibattito è stato portato avanti nel 2004, anno fatale per i Kebreau: quando il colpo di Stato depose Jean-Bertrand Aristide, che fu accusato di controllare il narcotraffico della Nazione, uno dei primi nomi legati all’import-export di stupefacenti ad uscire fu quello di Edgard Kebreau, padre di Aristide. Attualmente pare essere ospite a Guantanamo.
In quel periodo Aristide era in collegio in Europa, e vi rimase (per poi passare al St. Ahorn) per tutta la durata del processo, conclusosi con l’accusa di associazione per delinquere con conseguente incarcerazione della sorella maggiore di Aristide. La madre e il fratello maggiore si suicidarono prima che la sentenza venisse emessa. Ingestione di barbiturici, venne scritto sui giornali, che la madre si sarebbe facilmente procurata essendo primario.

Ho detto, scherzando, che l’Acero sta diventando geo-politica. Ho un particolare amore per l’inserzione della fiction nei cosiddetti “fatti reali”, tale amore non l’ho solo io, e personaggio dopo personaggio ci stiamo infilando nei dettagli della storia contemporanea.

Andando nel microcosmo, ho creato un personaggio che copula con la morte. Che su diversi livelli ha vissuto e vive in vicinanza con la morte, una morte che ha il Baron Samedi come psicopompo (e il mio laptop porta il suo nome). Un personaggio che assolutamente crede e onora il voodoo – e che è Presidente del Dipartimento di Filosofia. Due modi contrapposti di indagare la verità e che in Aristide coesisteranno. O meglio, devo riuscire a farli coesistere – mistica e filosofia nella stessa persona. Devo perché sono una persona tacciata di essere troppo abbonata alla logica e che depreca chi depreca le religioni.

La parresia in Nietzsche e in Foucault.

Grazie, grazie, GRAZIE a norasblack.

Quinta Giornata di Studi Storia della Filosofia Antica – Storia della filosofia politica
Michel Foucault e gli Antichi

Mercoledì 18 febbraio 2009
Sala di Rappresentanza del Rettorato
Via Festa del Perdono 7 – Milano

Nella giornata di studi si intende approfondire il modo in cui Michel Foucault, negli ultimi anni della sua vita, si confronta con le etiche classiche, ed in particolare con le etiche ellenistiche, alla ricerca di prospettive di resistenza alle varie forme, pastorali e biopolitiche, del potere contemporaneo.

(Programma completo.)

Dalle 9:30 del mattino fino a cena, con alle 17:00 una discussione finale sulle relazioni della giornata – che sa molto di dibattito da circolino ARCI borghese.
Ciò dovrebbe anche essere la chiave per trovare l’esame facoltativo da dare – ho cercato per diverse guida un esame che fosse foucaultiano, così avrò modo di rompere le palle al direttore del Dipartimento di Filosofia e chiedere direttamente consiglio.
Ci sono due francesi, nel programma, e ovviamente parleranno in francese e non in inglese ma li posso perdonare.


Continuo a dire che non ho una cazzo di voglia di andare a lezione (settimana prossima inizia Sociologia delle Relazioni Interculturali), ma nel mentre faccio sogni con una Me rientrante nella socialità e c’è entusiasmo. Si può parlare di "confusione"? La teoria è che io abbia voglia di rientrare nella sfera sociale, o meglio che io ne abbia la necessità (siamo animali sociali), ma che non abbia invece voglia di interfacciarmi a quella serie di dinamiche sociali che vedo foucaultianamente (ossia male e con un po’ di paranoia e tanto senso di vanitas).
Come dicevo a Nora, sono incapace di fare la studentessa che esce di casa, sale sul treno, scende dal treno, si siede a lezione, si alza e torna a casa. Devo fare tutto al meglio. E "il meglio" significa essere il meglio per la docente e che i compagni di corso devono avere una ben chiara idea di me quando invece io non ricordo i loro nomi. L’ideale poi è che qualche compagna voglia portarmi a letto. Sì, sono viziata. Tantissimo. Ma solo così facendo mi sento a mio agio e il senso di vanitas va ad attenuarsi. Ma perché l’essere viziata si mantenga, si richiede più energia – e quella no, non ho voglia di usarla.

"È un quartiere di Praga." spiega Moebius. "Lo chiamano quartiere degli artisti. È piccolo, gloriosamente assiso sulla collina, e ottuso, non vuole cambiare – i turisti lo adorano, è così vecchia Europa… Ho vissuto poco a Praga, ma deve essere un posto stupendo in cui vivere se non vedi nient’altro. È che…" Moebius estrae una mano dal giaccone per aiutarsi, con un gesto, a spiegare, assottigliando gli occhi. "Non sopportavo che questi qui per essere padroni doveva vedersela con quelle quattro persone in croce del quartiere. Io dovevo andare a scuola, con centinaia di bambini, il triplo o il quadruplo del lavoro da fare, e non appena riuscivo a conquistarmi il mio posto dovevo cambiare scuola. Poi impari, impari a fare meno fatica e a fare più in fretta, ma intanto si sono aggiunte le feste con i clienti di mia madre e i colleghi di mio padre… E quei vecchietti se ne stavano lì, placidi, a godersi il potere conquistato sessant’anni prima e intoccabile."

L’Acero è partito, e metto su carta le procedure sociali per cui è nato – ambiente chiuso, claustrofobico, sociale in piccolo, e rapporti di conoscenza e potere – perché amo osservarle e giocarci, ma probabilmente al momento amo più osservarle che giocarci – o non mi entusiasmerei per una giornata su Foucault ma andrei a un party.

Ho dormito all’incirca 23 ore.
La mia vaga volontà di svegliarmi si risolveva nel sognare che mi svegliavo.
La mia vaga volontà di svegliarmi è diventata un’esigenza dettata dall’angoscia.
E alla fine sono riuscita a rompere il velo sottile, come la superficie di una bolla, che mi invischiava.

Oggi Milano. Trovarmi con un fotografo per cui dovrei fare da modella, con il piccolo problema che dovrei truccarmi io (io spero sempre che la professionalità faccia includere un truccatore e un costumista, ma la speranza è vana). Le foto che fa contengono sempre una consistente mano di trucco, più teatrale che fotografico, rielaborazioni che mi piacciono, ma non so se 1) so più truccarmi così e 2) se ho ancora i necessari trucchi per farlo.
Quindi: oggi ci incontriamo e vediamo che gli ispiro, poi tornerò a rivolgermi a Kijomi che mi faccia da truccatrice.
E stasera da Nora per smettere di fingere di fare pause, che finché ho il mio computer a tiro la mia mente continua a elucubrare anche se non lo uso.

Cam sta dando una ventata di entusiasmo e sostanza all’Acero. È anche "colpa" sua se mi sono assentata dal LJ. Solitamente ho la notte come momento solo mio, in cui non c’è nessuno – ma il suo fuso orario è quello dell’Ohio, quindi…
Mi fa piacere "ritrovare" persone. Il bello del non temere la "scomparsa" di persone dalla propria vita è che ti permette di vederle riapparire dopo anni. All’estremo del non temere la "scomparsa" delle persone nascono rapporti in cui "presenza" e "assenza" si mescolano così fittamente da smettere di contare – questo è il rapporto con Cam, in cui si è sempre e mai nella vita dell’altra persona. Un genere di elasticità e libertà che risponderebbe a molte delle domande che mi vengono fatte sul perché io viva i rapporti come li vivo.
In questi giorni ci sono state diverse "conoscenze" tra le mie conoscenze – amo presentare fra loro persone interessanti, dico – e l’essere definita "aggregatore sociale" da due tra queste. Osservo l’appellativo e sorrido, non certa se guardarlo come una riconferma o se come una sfumatura del concetto di base. Il discorso della sottoscritta aggregante, e quindi poi quello dell’aver ereditato questa caratteristica dalla madre che attualmente organizza parties, è un vecchio Leitmotiv – ma si cambia, e il fatto che questa cosa non cambi mi fa piacere.
Vi è poi il lato egoistico dell’essere aggregante: il vedere cosa succede all’immagine di te se due immagini di te di due diverse e scollegate tue conoscenze dialogano. Forse è una ricerca della verità. Perché siamo sempre visti in modi diversi, e io da anni sono abituata a essere vista contemporaneamente come uno scaricatore di porto e una fine intellettuale, una persona gentile e accomodante e una aggressiva, molto femminile e molto maschile, etc etc… La verità sta in mezzo, ma non tra due estremi, bensì tra le infinite sfaccettature. Più ne cogli, più il parallelepipedo somiglia a una sfera – non avrai mai la sfera, ma puoi accumulare quante più sfaccettature ti riesce. Questo non ti darà la verità, ma ti eviterà esponenzialmente di dire cazzate – che è un buon, vita natural durante, punto di partenza.

Lavorare all’Acero può voler significare che ti troverai a creare un professore di scienze perché serve un professore di scienze, che costui sguazza nella fisica quantistica perché tale è l’esigenza della narrazione, quando tu sei sempre stata poco versata per le scienze e fisica è stata l’unica materia in cui tu abbia mai preso un’insufficienza.
E allora, a parte wikipediare a caso per trovare qualcosa da mettergli in bocca («Kjeld, dov’è l’articolo sull’equazione di Schrödinger?» – chissà che è l’equazione di Schrödinger e soprattutto chi è Schrödinger), cerchi di declinare la narrazione secondo il modo in cui un genio della fisica quantistica si declinerebbe.

Lo studio eccessivo della scienza sembrava aver agito fisicamente sul professor Disraeli, come se questi avesse compiuto un esperimento su se stesso modificando la consistenza della propria presenza nello spazio.
Continuò a spostare fascicoli e fogli, infrangendo l’ordine caratteristico di Van Beumer e creandone un altro – perché c’era una logica istintiva alla base del modo in cui spostava gli oggetti, incomprensibile ma precisa.

E finirà che mi appassionerò di fisica quantistica.
L’esponenziale interesse per l’economia mi viene intanto instillato da un libro di sociologia, La società dei consumi, che si appella a dati economici per spiegare l’oggi (l’oggi dell’autore, quindi anni ’60-’70). E io vorrei sapere economia per poter capire tutti i risvolti, saperne la logica, i termini, il linguaggio. Parlando con Mater, l’altra mattina al bar in quei dieci minuti quotidiani che vengono riempiti da cose a random, ho detto che quando carpisco la logica e i termini-chiave di una scienza (che sia riconosciuta come tale o meno), allora penso di poter passare alla successiva. Non mi specializzerò mai. Ma continuerò a legare tutto con tutto, e se vado avanti così probabilmente arriverò anche alla fisica quantistica (è la nostra religione contemporanea, la cosiddetta “scienza”, quella da laboratori e numeri, e da appassionata di religioni dovrei studiarla).

In questi giorni è pop-uppato un Tizio che pare avermi visto in quel della città in cui vivo, ed era in compagnia di un amico, il quale mi conosceva vagamente, e sapeva chi avrebbe potuto avere il mio numero di cellulare (Amu, nello specifico), con la conclusione che mi sono vista arrivare un SMS da Tizio.
Dinnanzi al mio non cacciarlo con epiteti offensivi, né ignorarlo come la gente oggi ignora la gente con quel fare terrorizzato e paranoide e indignato, mi ha chiesto se ero bendisposta nei suoi confronti o se ero abituata a essere contattata. Sei abituata a essere contattata? Sembra la domanda di un test, quelle a cui non sai come rispondere perché devi interpretarle traducendole nel tuo linguaggio. Nello specifico ne viene: Sei abituata a rispondere a sconosciuti come se fossero i benvenuti o come se fossi pagata per trattarli con riguardo? Sì. Mi è anche stato simpatico il modo sfrontato in cui si sia informato su di me e ce l’abbia infine fatta.
Tizio è un metro e novanta con fisico da palestrato che fa economia politica e che nel tempo libero ha l’economia come passione da approfondire mezzo libri. Grazie a ciò, Tizio ha saputo cogliermi una citazione a Foucault perché in un esame aveva un monografico su costui – il che mi fa amare ancor di più sia Foucault che economia che Tizio.
Dovrei bere qualcosa con Tizio, e avrò tanto piacere nel farlo, solo che sorge il solito problema: esco con le persone per due motivi, che non suitano (to suit) alla mio ruolo sociale oggi.
I due motivi, dopo breve auto-analisi, sono:
1) Scopare. E allora qualsiasi formalità può fottersi, e qualsiasi contorno, e qualsiasi presentarsi e qualsiasi qualsiasi. Nello specifico non so se voglio scopare con Tizio, gran bel fisico e i palestrati mi mancano, di viso non mi convince e in questi casi la risposta è di persona.
2) Parlare di cose interessanti senza scopo. Che non ha nulla a che fare con lo “scopare”, e la più magnifica interessante conversazione non ha una sega (francesismo) a che fare con la probabilità in percentuale che io finisca o meno a letto con questa persona.
Credo di dividere le persone, a primo acchito, in “gente da letto” e “gente da scacchiera”. Con alcuni scopi con altri giochi a scacchi – e la passione usata è eguale in ambo le situazioni come intensità, ma diversa in qualità – diversa in “qualità” è un dato supposto, supposto dal fatto che se una persona da letto mi propone di giocare a scacchi, o se una persona da scacchiera butta lì che potremmo scopare, scoppio a ridere. No, non è questione di chiusura mentale, credo, ma di semplificarsi la vita. Quando un rapporto va avanti, si approfondisce, tendenzialmente, se è un mio rapporto, finirà con l’avere in sé scacchiere e lenzuola mescolati senza compartimenti stagni, ma bollare qualcuno con un adesivo permette di semplificarsi la vita nel caso in cui il rapporto non sia destinato ad approfondirsi.
(Le persone hanno questa pessima abitudine di sentirsi maggiormente in diritto di romperti i coglioni se hai, dal loro punto di vista, aperto te a loro sia da un punto di vista mentale che da uno fisico. Spiegare che parlare con passione di massimi sistemi e scopare con passione una persona appena conosciuta non deriva da un mio aver deciso che quella persona è speciale, ma deriva dal fatto che 1) non ho pudore e 2) enjoyare ogni attimo sociale traendone il meglio è una regola morale, spiegarlo tende a essere inutile, perché questa spiegazione è abusata, e quindi non ci crede più nessuno.)

L’Altro, me e Me.

Mi ha svegliato una chiamata di H. di ritorno dagli innevati monti qui sopra. Dormivo uno dei lunghi sonni conseguenti alle lunghe veglie. Poi c’è stata una lunga cena (lunga è qualsiasi cena che richieda più di trenta minuti tra preparazione e consumo) in un Indian Fusion con lui e Mater, che io a lungo ho ripetuto hanno diversi motivi d’inclinazione spirituale per andare d’accordo, e ovviamente avevo ragione (ovviamente). Il micio miagola perché il mio letto è stato spodestato da un dormiente H. (e il mio micio non dorme da solo con sconosciuti).
Mi chiedo se vi sia un senso nel lato del letto che una persona sceglie per dormire. Mi chiedo perché in automatico le persone si posizionino sul "mio" lato. Mi chiedo se sia una tendenza generale preferire quel lato nei matrimoniali o se le persone abbiano un sesto senso atto a fottermi il posto.
Non che conti, nello specifico. Stanotte non dormirò (quando H. mi ha svegliato erano le 5 del pomeriggio), ho dormito tanto e ho cose da fare. E domani arriva Mara, e io dovrò di nuovo cambiare le lenzuola e cederò di nuovo il mio letto preferendo il divano perché Mara ha il sonno leggero.
Non che io sia predisposta a dormire con le persone.
Accade dopo il sesso, se il sesso viene al termine di una lunga veglia, e allora il sonno sale splendidamente e io crollo.
Ma se il sesso non c’è, o se non c’è la lunga veglia, preferisco un divano a un matrimoniale occupato – tendo a dormire da sola tanto quanto tendo a infilarmi nel letto altrui per non dormire. Il mio lato intimo è legato al sonno anziché al sesso?
H., suo malgrado (nel senso che forse preferirebbe tacerlo), lamenta il mio rimanere distaccata. È una lamentela egocentrica da persona che "di solito fa la parte dello ‘stronzo’ distaccato", e quindi non digerisce del tutto che sia io quella che per prima reclama una sigaretta. Nella sua ironica lamentela celata da osservazione sottintende che essere additati come stronzi è conseguenza di un’incomprensione, perché gli stronzi in questione sono distaccati dopo e non durante, perché durante sono "caldi" (e qui credo si debba specificare che H. traduce dalla madrelingua l’inglese "hot", suppongo). Dialogare con H. significa sottintendere molte cose, il che rende me felice e il riportare i dialoghi arduo nell’ottica di volerli comprensibili all’ampio pubblico, ma credo sia la vita. La sua, più del doppio della mia, e quindi ha la possibilità di rivendicare la sua maggiore esperienza dinnanzi a praticamente qualsiasi mia esistenziale rivendicazione – ma il "vantaggio" che vede in me non è dovuto, per come lui la vede, in una maggiore esperienza, bensì in una diversa fattura – questa probabilmente dovuta alla cultura dei miei tempi e non dei suoi, o forse al modo in cui siamo diversamente nati (diversamente abili?), non lo so.
So che in questi giorni ascolto in loop A Love Suicide e leggo il testo.

Say
Where is my shame,
When I call your name?
So, please don’t set me free
I’m as heavy as can be
I will do you harm
I will break my arm
I am a victim of your charms

I want to be dead
When I’m in bed
I can be so mean
You can beat me
I would like to shame you
I would like to blame you
Just because of my love to you

And
Love itself is just as innocent as roses in May
I know nothing can drive it away
Though
Love itself is just as brief as a candle in the wind
But it’s greedy just like sin

Alone but sane
I am a love suicide

‘Cause
Love itself is just as brief as a candle in the wind
It is pure white just like sin

Alone but sane
I am a love suicide

‘Cause
Love itself is just as innocent as roses in May
It is pure white just like sin

E penso che lo so ma non ce l’ho.
Questa canzone è stato il bocciolo caldo attorno a cui ho costruito Mr Sedlacek, e la uso ogni qual volta devo caratterizzare il suo contorto Io. Serve ispirarsi ad altro, o si scriverebbe sempre (di) sé. Poi si continua a scrivere e si crea un confronto tra l’Io di Mr Sedlacek e me, e tra me e Me, e tra Me e l’Io di Sedlacek, e la conclusione è che io conosco quella roba ma non la vivo.
E non ci sarebbe da dispiacersi di ciò, riflettendoci.
Se Mr Horton è l’essere esistenzialmente più vuoto e malato che io abbia creato, Mr Sedlacek è l’essere interiormente più contorto e malato – con una facciata d’avvocato intangibile.
(Odio i poliziotti e creo Horton; odio gli avvocati e creo Sedlacek; chi altri odio?)
Ciò nonostante, per quanto mentre H. lamenta il mio distacco io senta quest’ultimo una sostenibilissima leggerezza dell’essere, se mi finisce nelle orecchie A Love Suicide un po’ di appetito mi viene.

L’Acero Rosso è partito, e bene.
Il progetto collaterale di me e Capi procede (chiamato “La Mattonella”), con al centro un Sedlacek e un Van Beumer che si rivelano archetipi di due qualità principali in una visione manichea ambientata in un mondo regolato dal master/slave: chi impone e chi subisce.
Ho amato Capi perché ha tratteggiato così bene la vittima da farmi provare com-passione – l’ha fatta provare in primis a Mr Sedlacek, che dinnanzi a questa com-passione è andato in tilt (il carnefice si realizza nell’imporre, non nel subire; comprendere a livello passionale lo stato di una vittima erode il suo status).
Mr Sedlacek mi ha forwardato la com-passione e neanche io mi sono sentita tanto a posto.

Per questo penso, colpevole come un religioso insignito che si sente peccaminoso, mentre H. mi dice di come io sia distaccata, che se H. fosse una creaturina più plasmabile in corpo&mente io sarei molto meno distaccata&equilibrata. Penso che nella vita bisogna provare di tutto, e ho provato a provare di tutto, quindi ho anche provato a mettermi nei panni della persona che gode della propria passività mentre un terzo (oltre a me e Me) s’impone, però, al confronto con l’attività plasmatrice, il ruolo passivo, per usare un francesismo, non regge un cazzo. Oltretutto, quando ho provato il ruolo della creatura passiva, un lato di me andava in berserk e desiderava ardentemente umiliare con violenza il terzo.
Credetemi: mai sperimentato sentimento peggiore tra i sentimenti violenti esperiti.
Per questo, forse, Sedlacek è un essere abietto in attivo (e non in passivo, e suppongo l’essere abietto in passivo sia il bystander o colui che fa ciò che gli viene ordinato di fare anche se ciò che gli viene ordinato di fare è abietto) e io, in attimo di com-passione per la vittima Van Beumer, mi dico con immane certezza (la certezza della fede, circa, che si auto-sostenta e auto-giustifica) che se dovrò fare qualcosa di massacrante per la mia sensibilità preferirò ammazzare a mani nude cento persone piuttosto che assistere impotente alla castrazione della mia possibilità d’azione.
Immagino che interrogarsi su certe cose possa risultare utile.
Altrimenti, questa sarà l’ennesima speculazione mentale tra le diecimila che ho visto passarmi per la testa.

Toeval.

Breek.
(È Afrikaans, quindi probabilmente si pronuncia abracadabra.)

Eerste (dai, questa è comprensibile passando dal tedesco), l’Acero Rosso è aperto. Ufficialmente. Del tutto. Davvero. Non ci credevo neanche io, ma è così.
Circa un esatto 50% del mio merito è merito di Capi e della sua infinita pazienza e buona volontà.

Tweede (questa l’ho supposta), sto schematizzando Baumann. Mi mancavano un po’ lui e un po’ i miei schemi. Mi aiutano a focalizzare e far miei i concetti. La schematizzazione è la “seconda passata”, una specie di secondo appuntamento. Essendo io poco paziente, al primo mi sono addentrata fino ai preliminari, toccando qui e lì le cose con cui non ho padronanza; al secondo uso la lingua e indago, e memorizzo per sapore.
Il senso di questo esame, per me, non è ricordare cosa pensano i sei esimii dei sei corrispondenti saggi, ma acquisire una logica sociologica – e una base di nozioni fondanti (tipo: Weber, il padre della sociologia – chi stracazzo è?).

Derde… Daar is niks nog.