voodoo

Loas and other disturbing comforts.

Tadjo è il modo in cui ti senti nel momento in cui la persona per cui avresti dato un braccio alla sola idea di averla per te ti dice gentilmente che non è interessata – il pensiero che era troppo per una persona come te, prima messo in dubbio dal tuo istinto di sopravvivenza, viene confermato e istituzionalizzato, trasformandosi in fatto.
Tadjo ha scavalcato il dubbio eoni fa optando per una convivenza pacifica con la sorda consapevolezza della propria mediocrità. Da qualche parte, in lui, una voce gli sussurra che tale mediocrità non è che un’apparenza – ma quando un’apparenza si fa insormontabile sovrastando quel che siamo realmente, che conta la verità? La voce ricorda a Tadjo che vale ben più di quanto ha accettato di valere, ed è da questo pensiero che Tadjo trae la propria aggressività. Di persone apparentemente mediocri ce ne sono un’infinità, ma lui non è un fallito e non lo sarà mai – lo rivendica ogni volta che preme la propria suola sulla camicia bianca di un compagno steso a terra.
Ha di Grauerholz (Il fine ultimo della creazione) lo sguardo folle di chi è capace di mantenere vivo un solo pensiero nella testa, indisturbato, unico e assoluto, immanente più della realtà che lo circonda. Il mondo si fa vanitas, quando la volontà ha una presa ben salda su un unico pensiero.
Tadjo è il genere di persona che, per il sembiante peculiare e in potenziale gradevole, ti attirerebbe più per curiosità che per passione. Sotto a quei tratti affilati deve nascondersi una forza vermiforme che li ha scavati, resi unici – quella fisionomia allungata può essere il riflesso di un animo altrettanto raro – ma, dopo quattro parole scambiate, un abnorme horror vacui ti coglie, la sensazione che tale sembiante non fosse che un’esca, una bella maschera a celare un vuoto d’interesse – suo nei confronti del mondo, tuo nei confronti di Tadjo.
Non basta andartene cercando di meglio, a quel punto: devi fuggirne, lasciartelo alle spalle come un ricordo che non vuoi serbare.

Mater mi ha rifornito di fil di ferro, cotto e non, alluminio e via discorrendo d’infiniti colori.
Li ho estratti dalla scatola in cui sono stati recapitati per metterli in ordine, come un arcobaleno – non lo facevo da tanto, questa pratica di ordinare secondo una logica cromatica, decidendo se il bianco debba stare tra nero e giallo o se tra grigio e azzurro.
Lavoro a bigiotteria steampunk come prova.
Tutti questi colori assieme mi hanno spalancato troppe opzioni, mandandomi nel caos.
Riordino la mia creatività all’insegna del must che da diverso tempo a questa parte pervade la mia idea di arte.

Pessima parola, arte, che spaccherei in mille pezzi affinché non sia più una categoria residuale necessaria.
Una certa formazione in proposito mi costringe a pensare che tutti coloro che risolvono la faccenda dicendo che Michelangelo era un artista, mentre quelli di oggi sono imbrattatele siano vittime per cui non spendere una lacrima: vittime di una confusione tra “arte” e “piacere estetico”. Ma come fare un ragionamento, quando lo stesso termine “estetico” (e derivati) viene usato a sproposito solo nell’accezione di “esteticamente gradevole”? A costoro posso ogni volta rifilare lo stesso discorso che tendo a non concludere per amarezza esistenziale (non dinnanzi a una popolazione non istruita artisticamente, chi se ne frega, ma dinnanzi a una popolazione facile al giudizio e poco disposta a metterlo in dubbio), quello che cerca di spiegare come l’arte sia collegata prima a termini quali “comunicazione” e “Zeitgeist” che a uscite quali “Mi piace” o “Non mi piace” (tu continuerai a prendermi per il culo, J, ma intanto io spiego le radici della mia idiosincrasia per tali espressioni), e che cerca di giungere al mostrare come, per apparente paradosso, sia più “artista” in senso attuale (ossia romanticizzato, ossia: “Ancora tu, Romanticismo, tra i piedi.”) un Picasso di un Michelangelo, essendo un Michelangelo una mera puttana al soldo dei potenti dell’epoca. Ripetetelo: Michelangelo era una mera puttana al soldo dei potenti dell’epoca. La volgarità ha la sacra funzione di dis-sacrare, ossia di decostruire le credenze preconcette delle persone vittime di un sistema di valori.
Dall’altra parte, però, poco tollero le menti artistiche contemporanee, che – se sanno scindere il concetto di “artisticamente sensato” da quello di “Mi piace” – decidono di darsi all’amnesia e dimenticare che il 99% della popolazione non capirà un cazzo di un Fontana, e del 70% delle opere di arte contemporanea, che quindi possono essere artisticamente valide fino alla morte, ma sarà una valore inutile.

Potrei, per circumnavigare la faccenda, dire che mi sono data all’artigianato – ma sarebbe troppo semplice, mi sussurra il Dio Che Ride, facendomi notare che i miei pezzi d’artigianato hanno una percentuale che varia dal 25% al 75% di artisticità incomprensibile, ossia quella cosa che scatena la domanda che nessun artista che io conosca (me compresa, quando faccio la creativa) sopporta:
“Ma cosa significa?”
Oppure:
“Ma questa parte qui qui cosa rappresenta?”
Sono stati quegli stessi coglioni che oggi detengono l’egemonia sull’artisticità (ossia quelli che decretano cosa sia e cosa non sia un’opera d’arte) ad avervi insegnato a fare queste domande, passando per mezzo dei critici e di quelli che scrivono manuali di storia dell’arte. Il problema, usufruitori non ortopedizzati dal Verbo Artistico, non è che le domande siano insensate, ma che tanto voi non comprendereste le risposte.
Tornando a me, il Dio Che Ride mi ha fatto notare che le mie creazioni tendono a mostrare una stravaganza sospetta. La “stravaganza sospetta” è quella cosa per cui vi rifiutano o mandano dallo psicologo se a un test per diventare carabinieri disegnate un giardino d’inverno fiorito con ninfee e demoni alla Bosch quando vi era stato semplicemente richiesto di disegnare una casa, o quando nelle macchie di Rorschach vedete vostra nonna trucemente sodomizzata dal Premier. (Io, curiosa come al solito, avevo chiesto di essere sottoposta a tale ennesima suddivisione dell’umanità in categorie, e nelle macchie avevo visto ossessivamente conigli e vagine – non mi è stato detto a che categoria appartenessi.)
Ho risposto al Dio Che Ride che mi limito ad applicare i precetti del sincretismo, e se ne è andato ridendo dopo aver scosso la testa.

È da ben prima che mi mettessi a scorticarmi i polpastrelli con fil di ferro che il must sopraccitato mi condiziona. Potrei dire che è dal paper sul Neo-HooDooism, ma il paper in questione non è stato che la razionalizzazione di un quid (d’oh!, un latinismo) che m’insegue da ben prima, che ha cercato di attaccarsi con unghie e denti al Voodoo ma ha fallito perché quel che stavo cercando era lo Hoodoo e né oggi né allora sapevo bene cosa lo Hoodoo comportasse. Per questo avrei voluto andare a New Orleans – ed è venuta la catastrofe – e ad Haiti – ed è venuta la catastrofe (sì, porto sfortuna). Ishmael Reed mi ha fornito una risposta attualizzata, riveduta e corretta, fornendomi in pasto il Neo-HooDooism. Il paper l’ho scritto carica di rabbia per dire che è paradossale scrivere un paper con il metodo compilativo e razionale tanto amato e richiesto su un argomento che rifugge ogni compilazione e razionalità, ma alla fine il mio animo speculativo ha vinto, e ho scritto una ventina di pagine per dimostrare come il Neo-HooDoo sia un inno al sincretismo.
Ishmael Reed mi ha anche fatto realizzare altro, come ad esempio la mia innata tendenza a fare della realizzazione di un’opera d’arte (o di artigianato) un momento rituale. Sia un quadro, una scultura, un file .psd con 86 livelli o bigiotteria, vi lavoro come se il tempo che impiego per realizzarla fosse il passare di epoche compresso dalla mia testa. Ogni pennellata, pezzo di creta modellato, livello o filo modellato è un passaggio, un attimo di consapevolezza in più alla ricerca della meta finale.
C’è il Wyrd alla base di tale approccio, ossia quel credere che siamo nati per un preciso scopo che non conosciamo e che proprio il nostro libero arbitrio ci porterà a scoprire, se ben lo utilizziamo. Michelangelo, la puttana di cui sopra, si è reso famoso anche per il suo “rivelare” che la statua pre-esiste a se stessa, ossia è già nel blocco di marmo che lo scultore si accinge a scolpire. Ma Michelangelo visse in Italia, terra di lingue romanze, e così si potrebbe parlare di “destino” – quello di un pezzo di marmo.
Preferisco il Wyrd al destino, ma il primo termine viene tradotto con il secondo, e torniamo alle solite noiose questioni linguistiche, e alla sottoscritta che sta per parlarvi dell’importanza del verbo werden e di come quei coglioni degli inglesi abbiano disciolto la ricchezza semantica di tale termine nel banale weird. Sto per dirvi di come le tre Norne non siano le tre Parche, benché simili, nello stesso modo in cui il futuro nelle lingue germaniche non può essere tradotto, spesso, con quello delle lingue romanze, di come un “I’ll do my best” possa essere tradotto come “Prometto che farò del mio meglio”, di come uno shall ci starebbe meglio perché riporterebbe a galla Skuld, quella Norna che in tedesco è diventata sia “colpa” che “debito” (Schuld).
Il Wyrd sta, per felicità del Dio Che Ride, in tutte quelle parti che non posso tradurvi: è quel quid che un “prometto” non può esaurire, è quella parte di Schuld che “colpa” e “debito” non soddisfano. È il collegamento poco contemplato tra should e shall, tra quello che dovresti fare, tra quello che farai (sottratta la certezza matematica che il futuro in italiano comunica), quello che t’impegni a fare.
Ma ci piacciono i sincretismi, e quindi al Wyrd norreno mescoliamo l’immanenza dello Hoodoo. Anche i norreni se ne intendevano di immanenza, ma il mio Dio è quello Che Ride, e quindi di informazioni su questo barbaro popolo ne sono rimaste poche. Inneggio al multi-culti e attingo da visioni del mondo che mai si sono incrociate per creare bigiotteria che solo un fanatico del significato che tale bigiotteria trasmette indosserebbe, ma sono l’unica persona che conosco che ha luridi barbari schiavisti e luridi ex-schiavi sfigati come maggiori fonti di ispirazione, e non amo indossare decorazioni. Oltretutto, entro un anno avrò dimenticato di averla prodotta.
Ma siamo scimmie, o forse siamo esattamente l’opposto, e necessitiamo di tenerci compagnia. In mancanza di persone con cui disquisire, allo stesso livello, di norreni e Loa, prendo parti di me e le manifesto al di fuori di me, sì che io possa dirmi che non sono me, sì che possano tenermi compagnia.
Sartre, che mi sta sul cazzo, scrisse del perché si scrive. Scrisse dell’esigenza di sentirsi essenziali a qualcosa, giacché al Creato si è inessenziali, e mise come presupposto l’esistenza di un lettore come riconferma della nostra essenzialità. Scrisse che tale elemento aggiuntivo necessario (il mittente) tale è solo nel caso della scrittura, perché l’opera di un artigiano può essere utilizzata dall’artigiano, mentre uno scrittore non può “usare” un libro che ha scritto, perché – conoscendolo già – non ne trarrà il piacere e le nuove visioni del mondo che chiunque altro potrebbe trarne.
Sarebbe quindi fondamentale, a questo punto, capire se il pezzo di bigiotteria che sto realizzando sia arte o artigianato, perché – secondo Sartre – nel primo caso mi servirebbe qualcuno che lo usa, ossia trae significati da esso, mentre nel secondo caso potrei indossarlo io – ma che accade se lo realizzo pur sapendo che non lo indosserò?
Sartre mi sta sul cazzo, perché non contempla quelle persone che scrivono fiumi di parole senza farle leggere a nessuno. Non contempla tutte quelle persone che tengono un diario alla cui prosa badano. Non contempla un sacco di cose, e spero che Genet gli abbia fatto male quando se l’è scopato – perché sicuramente lo ha fatto.
Sartre prese consistenza nella mia testa quando scoprii che aveva scritto Saint Genet: Comedien Et Martyr. Eoni fa. Eoni fa scoprii una traduzione, se non erro, fuori catalogo, se non erro – e da allora questo libro mi è rimasto in testa.
Poi, due giorni fa, cercando su amazon opere di Genet per VB, ci sono inciampata – in francese, ma a €9,54 poteva andare bene. Oh, sarebbe andato bene anche a €20. E di più.
Per VB ci sono, in arrivo, Notre-Dame des fleurs e Miracolo della rosa, che le darò quando arriverà qui, ossia quando mi metterà in mano Querelle de Brest.
Ci sono poi Diamonds, Gold and War: The Making of South Africa per la tesi (unico libro che avrei dovuto comprare), Tropic of Cancer e Hallucinating Foucault.
Sono acquisti fatti con l’ottica di chi spera di sopravvivere abbastanza a lungo, perché di fianco al letto ho una pila di romanzi da leggere (sì, anche tu, J).
Alla fine mi sono arresa a La morte della bellezza, sapendo che stavo commettendo peccato. È, come subodorato, di un voyeurismo che finge di essere decente facendosi lirico-tragico che sarebbe poco sostenibile, se non amassi la mescolanza tra parlata napoletana e gergo da sognatore deluso alla nascita ma che nel cuore mai si è arreso alla volgarità della vita, il tutto segnato da quel tono che in Italia chiamano “neo-realismo”, ma che a me sembra sempre più un “cerchiamo una scusa per descrivere con dettagli anatomici i ragazzi che ci faremmo (firmato: Visconti, Pasolini, Testori)”.

Concludiamo con una canzone-video che per colpa di una certa adorabile creatura continuo ad ascoltare:

È poco dignitoso, dicono, ascoltare i 30 Seconds to Mars (ma lo dicono a causa degli emo, o è a causa dei 30 Seconds to Mars che gli emo sono socialmente screditati?).
Il video mi ha colto per nostalgia, la nostalgia che le produzioni non-europee con gusto europeo causano. Invidio immensamente gli americani e i giapponesi, in tal senso. Mi hanno rincoglionito più volte con immagini di un’Europa che ho cercato in ogni angolo senza mai trovarla, per il semplice fatto che non è mai esistita. Fottuti costruttori di Sehnsucht.

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Paradossi.

Sono stati due giorni decisamente devastanti, e per esserlo si sono avvalsi del mio peggior nemico: il sonno.
Ha cominciato scomparendo, e lasciandomi a uno stato comatoso sdraiata sul divano a guardare la televisione. Vedete, ci ero andata per distrarmi, perché una strana depressione mi aveva colto. Non era niente di specifico, perché se così fosse stato avrei potuto interrogarla e – se non risolverla – almeno passare il tempo speculando.
Invece no, era generica e in tutte le mie analisi non riuscivo a trovarne la fonte. Mi sembrava naturale, nel senso di: "Esiste e basta; non è mai nata, non ha origine, è lì e basta". Si è data voce, da sola, facendo una cosa a cui ogni tanto assisto impotente: facendo creare al mio cervello la storia di una vita che va lentamente in rovina. Intendiamoci, la vita non era la mia. Era quella di qualcun altro, di un costrutto mentale oltretutto abbastanza lontano da me. Vi concedo potesse essere una proiezione con meccanismo di difesa aggiunto: ti proietti in qualcosa di abbastanza diverso da te da non potertici riconoscere, ma intanto esorcizzi. Deve essere la Poetica di Aristotele, ma molto probabilmente mi sbaglio. Googlate.
In ogni caso, tali vite che mi figuro e che dalla culla alla tomba procedono verso una dissolvenza senza via di salvezza mi hanno sempre buttato in una depressione viscerale. Nel senso di: sembra partire dal mio intestino e non dal mio cervello. Deambulo per la casa cercando diversivi ma non riesco a distogliere lo sguardo dalla miseria appena partorita dalla mia mente. La mia mente è il mio peggior nemico e io sono la cura – quando non sono io a dover essere curata, come due giorni fa, stesa insonne sul divano per tutto il giorno senza riuscire ad addormentarmi. Sono quei momenti in cui ti dici che la priorità è una: evitare il panico. La sottile differenza tra te e uno di quegli individui che la fiction rende folli sta tutta lì: non andare in panico. Guarda la televisione e distraiti. Il punto critico è quando arriva la pubblicità, ma poi passa.
Alla sera di questa sfiancante giornata è arrivato, finalmente, il sonno. Ho dovuto nascondermi da lui, fingere di non vederlo, rimanere sul divano con i programmi negli occhi perché mi passasse sopra anziché scappare. È stata una caccia lunga, e alla fine ce l’ho fatta.
Ho dormito per diciassette ore, per svegliarmi di tanto in tanto colta da mal di testa. Beh, la prima volta, alle sette del mattino, non l’avevo, ma avevo altro: il pensiero che se continuavo a dormire non potevo ricadere nello stato comatoso del giorno prima. Mi sono riaddormentata. Ho sognato che era inverno, da qualche parte, e la neve scendeva e io ero felice, mi ci volevo tuffare, ma era sporca, annerita da una città che t’ingrigisce, e cercavo invano colline di neve non ancora contaminata, per poi gettarmi su di essa (rim)piangendo (la neve di Kiel). Mi capitano, ogni tanto, sogni così. Nel sogno realizzo di essere lontana da Kiel e scoppio in lacrime. Succede solo nei sogni, più coscienti di me. E io immagino che la botta di depressione venga anche un po’ da lì. Insomma, logica suggerisce ciò. Ma sapete, da sveglia non ci penso tanto.
Il secondo attimo di panico è venuto ieri sera, al risveglio definitivo. Dopo diciassette ore di sonno successive a una giornata di tormentata insonnia non puoi aspettarti di alzarti in piedi pimpante. Ho avuto una convalescenza di qualche ora, cercando di sfuggire al mal di testa e all’horror vacui. Ognuno ha le proprie maledizioni, io quella di aver guardato troppo in fondo a me stessa, oltre il fondo, come sfondare il fondo di un barattolo e trovarsi oltre a sé. A parte che fa male, è alienante. E poi, se l’hai fatto una volta sai che puoi farlo una seconda, mentre ti chiedi come hai fatto a tornare indietro.
Vivo una solitudine interiore assodata. Sono spiacente per chi cerca di avvicinarmi: è inutile. Devo avere la sindrome del gatto malato che va a rintanarsi da qualche parte. Non è una scelta, è uno stato: siete troppo lontani, lì, fuori dal barattolo. Posso usare le memorie che ho di me stessa e con queste interagisco con il mondo. Non me, ma la coscienza di me parla. Me è da qualche parte indefinita. Per procedere fingo di essere a Kiel in uno spazio-tempo in cui mi sono detta che era tutto troppo difficile e stressante ma andava fatto. A Kiel funzionava. Beh, il contesto aiuta quando dà per scontato che ci sono cose che vanno fatte e il prossimo ti dà il buongiorno con un sorriso. Fingiamo. Sta tutto nella mente. Per fortuna e purtroppo.

… Detto ciò, passiamo a un po’ di mera quotidianità per esorcizzare. Ora, la mia quotidianità è abbastanza becera, dato che il mio contatto con il mondo reale è mezzo paper. Il paper mi porta a cercare i pensieri altrui su un dato argomento e io spulcio Jstor. È qualcosa.
Come pausa dipingo scatole. Ci sarà pur un motivo per cui agli alcolizzati in cura si fanno intrecciare cestini, no? Il lavoro manuale distrae. Qualcuno (Bentham, ci scommetto) deve aver concluso che il lavoro corregge l’animo. Intrecciate voi cestini per otto ore al giorno e poi parliamone. Ma comunque, io dipingo scatole perché non so intrecciare, e poi trovo i cestini di vimini abbastanza inutili. Non che le scatole siano utili, ma se adotto uno spirito Ikea il tutto acquisisce una parvenza di senso. Le faccio kitsch apposta, un kitsch dal gusto fetish. Impilate su un altarino improvvisato non darebbero una brutta immagine di un angolo dedicato ai Loa. Utilizzo acrilici di dubbia qualità e in quantità limitata, cosa che dovrebbe ottimizzare la mia creatività e darle dei limiti. Ci piacciono, i limiti: semplificano il sentiero. Osservo i risultati notando finezze dovute a una formazione artistica. Non stanno nei dettagli, ma nel metodo. È quel genere di abilità che riconosci per mancanza di dilettantismo. Forse le preferirei dilettantistiche e basta. Osservare abilità in tali beceri prodotti dà il gusto di vedere una sopraffina padronanza della rappresentazione usata per disegnare folletti sulla testata del letto. Non ho niente contro i folletti, è che in questo spazio-tempo sanno spesso di voglia di fuga piuttosto che di profonda conoscenza del loro simbolismo. Deve essere il dilemma di Picasso, che ha cercato di disegnare come un bambino e tanto alla fine non ce l’ha fatta. Povero Picasso.
Il paper mi ha causato non pochi problemi. Me li causa anche ora, ma dovrei essere andata oltre il primo Grande Blocco. Il Grande Blocco è quel momento in cui strutturalmente sei in panne. Le informazioni gravitano nel tuo cervello ma non riesci a dar loro un’ordine che ti convinca sullo schermo. È il problema che lo strutturato paper per come è stato strutturato mi pone. La strutturante docente mi ha anche detto che l’introduzione deve essere lunga due pagine. Mi vengono in mente i dadaisti che cercavano di abolire le lungaggini dell’esecuzione perché queste ammosciavano la capacità espressiva dell’artista. Ho scritto due pagine, come introduzione provvisoria, che si concludono dicendo che il mio atto di scrivere uno strutturato paper basato sul sistema di citazioni mette in atto l’esatto contrario di ciò che di bello e interessante Reed avrebbe portato alla nostra cultura, la negazione del concetto ipse dixit, e paradossalmente è per quel qualcosa che è bello e interessante che noi scriviamo saggi su di lui. Insomma, siamo dei cretini. Il fatto è che ero arrivata al climax dell’introduzione scrivendo:

Were we to follow the Manifesto, then we should search for no univocal definition of “Neo-HooDoo”, since the latter “would rather ‘shake that thing’ than be stiff and erect” (2297), thus eluding any formal compilation. Nonetheless…

… Ma a quel nonetheless non riuscivo a far seguire nulla. Proprio nulla. Solo il ripeterci che siamo dei cretini. Bisogna essere dei cretini per scrivere un ben strutturato saggio su Reed dopo aver letto montane di sue de-costruenti affermazioni. Deve essere una lettura che non coinvolge la riflessione, ma piuttosto il riflettere in senso transitivo: leggi una cosa e la rifletti nel saggio che scrivi, mettendo fonte e pagina citata.
Ho cercato di mettere in parola il Ceci n’est pas une pipe di Magritte.

Loa.

Come si suol dire, faccio cose e vedo gente.
E quindi dimentico un po’ le cose che faccio e non ne verrà un post molto organico, non può per principio.


Inizio a random: ho pulito camera e cucina.
Ora lo sporco accumulato non scricchiola sotto le ciabatte. E tante altre piccole inezie. Domenica arriva qui quello che riconosco come "War Emp", perché così è stato segnato sul mio cellulare all’incirca 9 anni fa. Ci siamo incontrati una volta, per qualche ora, io ero post-sbronza, con la testa altrove ed ero una quindicenne superficiale testa di cazzo. Ogni età ha i suoi pro e i suoi contro. E non sarebbe necessario citare l’aneddoto, se il rapporto con War Emp non fosse di quelli speciali per sintonia, intesa, e una serie di comunicatività sparse compiaciute pur attraverso lo spazio fisico e gli anni.
War Emp che è un po’ un santone, a guardarlo e sentirlo così.
Non ho la più pallida idea, in realtà, di cosa mi troverò davanti – troppi anni di conoscenza senza il lato fisico necessitano il crollo di un’immagine mentale che nonostante ogni sforzo di evitarla si è sicuramente creata.
Ma tanto, comunque sia l’impressione che dà a pelle, War Emp è un po’ santone e basta – di quelli con cui sedere davanti a un fuoco, davanti a un camino o altrove, osservando le fiamme in silenzio.


In un locale a Lecco con una vecchia conoscenza a bere qualcosa scopro che B. è diventata una cristiana militante.
L’informazione è una di quelle che alla forma naturale sono il perfetto pettegolezzo.

Ma sai che B. si è fatta cristiana e va sempre a messa e fa dire il rosario a tutti? Eh – oh! – l’ultima volta che è venuta a casa mia è scomparsa in camera di mio fratello, e sai che ha fatto? Ha lasciato un santino sopra l’armadio!

B. è una di quelle persone che diverse persone (me compresa) definirono mia amica. Prendiamolo per buono. Ci siamo frequentate abbastanza a lungo, considerata la frequenza con cui ci vedevamo.

E ha bruciato tutti i suoi vecchi lavoro dell’artistico, e le foto, e i tarocchi!

Le ho "insegnato" io i tarocchi.
Li conosco da tempo perché se c’è una costante nella mia vita è l’interesse per le forme comunicative, quindi i simboli, e se studi i tarocchi come simboli poi ci vuole poco a fare quella che li legge.
Quando qualcuno ti chiede di farlo, tanto per.
"Tanto per" dopo "tanto per" alla fine li conosceva anche lei. Periodi in cui mi chiedeva ogni volta, a fine serata:
"Mi leggi i tarocchi?"
Col tono di chi ti chiede se ti va di fare un massaggio, ci terrebbe, se a te non pesa troppo. Potrebbe anche insistere un po’, ma tanto non le dici mai di no e quindi non vedi mai fino a che punto sa insistere.
Ricordo che quando abbiamo smesso di vederci mi dicevo che la mia non voglia di vederla era anche dovuta al modo in cui si era interessata a certe questioni. Ad esempio: dormiva con un arcano maggiore sotto il cuscino. Approccio fanatico alle cose. Buttarsi a occhi chiusi in una bolgia di persone per vedere cosa succede, che sensazioni verranno. Affidarsi al caso leggendovi destino.
Ricordo un’altra "santona", mia vecchia amica, che quando ero più piccola e invasata mi disse:
"Nell’occultismo stai attenta a quel che chiedi, perché lo avrai."
Bella frase da fiction, perché puoi leggerla in diversi modi.
C’è il modo misterico, in cui si immaginano forze evocate pronunciando per sbaglio il loro nome che possiedono giovani fanciulli portandoli alla pazzia.
C’è il modo più contemporaneo e psicologicheggiante, un po’ anche sociologicheggiante, che dice che certe cose sono specchi, e quando agisci su loro in realtà stai agendo su te stesso.
Credo ad ambo le versioni. Tanto, a quale io creda, il risultato sarebbe il medesimo.
Non mi stupiscono i dettagli di B. che milita da cristiana, salutando persone in centro Milano per andare in messa in Duomo e che dissemina la casa di santini. Prima lo faceva con foto, poi con arcani maggiori. Potrei chiedermi che accadrebbe se ci incontrassimo. Potrei sentirmi tentata dal fare revival storico – lei è cristiano-andante, io l’ho iniziata ai tarocchi, lei li brucia, io sono io il Diavolo – giusto per esorcizzare per non sentirmi esorcizzata.
Pare che B. sia finita così seguendo l’amore – per un ragazzo fervente cristiano, e anche questo non mi stupisce, ricordo l’ossessiva B. con i suoi ex.
Probabilmente a B. passerà domani, o passerà alla prossima delirante passione, o rimarrà tutta la vita così – non è una di queste opzioni a causarmi dispiacere, ma il fatto che siano tutte egualmente possibili.
E mi spiacerebbe un po’ anche sentirmi esorcizzare, vedermi diventare il Diavolo agli occhi di qualcuno (avevo smesso) perché significherebbe che Cristo ha vinto e io perso un’altra volta – e in realtà né io né Cristo probabilmente c’entriamo una sega, l’unica cosa che c’entra è l’uccello intriso d’amore e ideologia di un fervente cristiano.
Ma mi spiacerebbe relativamente poco.
Sento invece di non aver fatto abbastanza.
Evito frasi come:
"Nell’occultismo stai attenta a quel che chiedi, perché lo avrai."
… Perché normalmente il loro effetto è l’essere lette come promesse che Lucifero scenderà in terra facendo una spettacolare performance, quindi creando l’esatto contrario di quello che vorrebbero. Ma ho cercato di inculcare eguale concetto nella testa di B., di inculcare il metodo, di iniettarglielo di arcano maggiore in arcano maggiore, come si cerca di inculcare tecnica e autocontrollo a una persona a cui stai mettendo in mano un’arma. Tecnica perché non si spari su un piede, autocontrollo perché alla prima sbronza non si spari deliberatamente a un piede ridendo.
Questo sentire di "non aver fatto abbastanza" palesa non poca arroganza, o non poca esaltazione, a scelta a seconda della cultura e ideologia di chi legge, e ancor di più lo fa il dibattermi tra due ipotesi: dovrei forse considerare che tutte le prove iniziatiche sparse per la storia e il globo hanno un senso oltre che quello di creazione della cultura, o devo semplicemente pensare che non ho agito come avrei dovuto?
Ricordo ai tempi il pensiero che stavo lasciando una B. che dormiva con arcani maggiori sotto il cuscino, una B. che si faceva da me ridimensionare i voli di testa, le libere associazioni, i presagi e quel vagare cercando solo i riscontri che si desiderano.
Quindi, in conclusione… Boh.
Credo che prima o poi risentirò B., perché tanto prima o poi risento un po’ tutti.
Vedi War Emp.


Vorrei andare a Praga con Capi. O in Sud Africa o ad Haiti, ma Praga costa meno della prima e della seconda ed è meno un viaggio alla cieca della seconda.
Dovrei ringraziare Capi, perché mi sta facendo esperire il piacere di avere una quotidianità leggera e rassicurante. La sensazione che qualcosa stia venendo costruito. La sensazione che permane dopo che ci si è fatti un quadro dei difetti altrui e stanno bene. La sensazione che s’amplifica dopo che tramite l’altra persona ci si è fatti un riassunto dei propri, di difetti, e stanno bene.
Non è niente di preciso, niente di indirizzato, è piacevole. Inietta senso nel quotidiano. Scaccia l’abisso che appare nei momenti di vuoto – perché li riempie, sia pure in maniera meccanica.
Metto alla prova il rapporto essendo una Me senza angoli smussati. Vedo quanto regge. Vedo che regge troppo e mi faccio paranoie sull’essere assecondata. Per un attimo non mi sta bene e per quello dopo no, poi mi dico che non so e via discorrendo.


Ho finito Requiem del coccodrillo.
Va stampato, e non solo corretto, ma sistemato. Pezzi da aggiungere e da togliere. Cose da controllare. Dettagli tecnici e non. Ma è finito.

Trascrivo e scrivo Gioco della rosa (nome definitivo di "quel qualcosa che ha una rosa nel titolo"), ho avuto una mezza idea dell’idea che mi serviva. Quei personaggi, quell’ambientazione, quei concetti, sono debitrici al 50% dell’Acero, per l’altro 50% di Capi.

E il terzo progetto, che non ha titolo ma c’è un hotel nel fulcro, non sarebbe nato senza Capi. A essere precisi, è nato solo come concetto. Appunti, schizzi, incipit, idee che copulano. Ho preso i lati forti e significativi delle nostre chattate in gioco di ruolo, riscoprendo il senso del gioco di ruolo: "Non sei unico al mondo". E confrontarti mezzo gioco di ruolo (che è come l’occultismo sopraccitato: uno specchio, o forse una bocca che ti vomita) fa venire nuove idee, dà nuove prospettive – e tu ti senti nello stesso attimo stupida e povera di idee e concezioni e ricca di quelle appena acquisite.
Ho preso questi lati forti e li ho chiusi in una stanza dopo averli dopati a viagra. Hanno copulato selvaggiamente per un bel po’, e stanno partorendo. Me li rigiro tra le mani e rifletto.
Mi rigiro tra le mani un Kjeld, personaggio di Capi che le ho rubato col suo permesso, che funziona da musa perché non è mio e quindi non lo conosco davvero. Potrò veramente scriverne mandando a fare in culo il narratore onnisciente, perché non sono io il suo animo. Sono solo un’osservatrice – e quel racconto sarà in terze persone immedesimate.

Requiem del coccodrillo è figlio di Stalingrado per ciò che ha significato per me curiosa – confini del mondo conosciuto, l’essere umano portato ai propri limiti senza rendersene conto, Zeitgeist che modella vita e morte di un uomo mentre l’uomo cerca di liberarsi come una cavia inchiodata per una zampa a un tavolo operatorio.
Gioco della rosa è foucaultiano in maniera indecente. Dovrei vergognarmene. Ma reputando Foucault non abbastanza conosciuto, la vergogna si fa missione. Discorso su colpa, supplizio, punizione, disciplina – discorso non su uno Zeitgeist ma della storia letta sincronicamente, come scrisse un simpatico tizio in prefazione a Foucault.
Invece, quel qualcosa che concerne un hotel non so che concetto porterà. Ne conosco i concetti singoli, non so come si intrecceranno. Credo che un fulcro sarà Edipo – e tutta la rilettura dell’essere umano come mammifero con padre e madre, come fotocopia modificata che reagisce all’originale.
Chiamerò in causa Kjeld per una detronizzazione in famiglia. E per parlare di pazienza e vendetta.
Sedlacek verrà utilizzato di nuovo, rielaborato, preso nell’ennesimo scorcio che, per l’ennesima volta, preso singolarmente non farà riconoscere la persona intera.
Voglio il Sedlacek figlio nato adulto. La radice del suo spezzettato e squilibrato (mancante equilibrio tra le parti) rapporto con le donne, o troppi più giovani o troppo più vecchie. O bambine innocenti o matrone da incensare sull’altare.
Vorrei sua madre, che non chiama "madre" ma che chiama per nome. Vorrei sapere chi è, cosa pensa, com’è la sua psiche – ma non è necessario averla. Mi serve l’immagine di lei tramite gli occhi di lui.
Per rendermi adatta alla corsa, mi sono coperta gli occhi come si coprono a un cavallo, vietandomi di conoscere la madre dall’interno. Per farmi partire non del tutto alla cieca, ma con una direzione, la madre non ha mai detto a Sedlacek "No.", ma sempre e soltanto "Non mi sembra il caso." – che è l’esatto modo in cui mi ha cresciuto mia madre, cresciuta come un essere umano e non come una bambina (nel nostro mondo in cui i bambini sono esseri umani incompleti). C’è una devianza in questo metodo, perché scrivere significherà giocare con pezzi del mio inconscio – ma se non permetto al prossimo di tangere altro che la mia epidermide, non un millimetro oltre (centimetri, in alcuni casi, siamo umani), è per incasinarmi da sola. (Protezionismo.)

Quel che mi manca è la prosa. Non in senso stretto. La prosa come codice, linguaggio fatto di significanti che trasportano significato.
Un anno e qualcosa fa scrissi un post con una dichiarazione d’intenti: tuffarmi nella psiche umana e storica, raccogliere qualcosa dal fondo, riemergere per portarlo alla luce. E scrissi che non ero più instabile come prima, che potevo farlo sapendo che sarei riemersa e non sarei affogata. Stronzate. Non avevo considerato che si può sopravvivere anche sott’acqua.
Traducendo (per l’appunto…): sono incomprensibile. E me ne rendo conto scrivendo. A volte vorrei scrivere sia in orizzontale che in verticale, per accumulare più significanti di modo che formino un significato più aderente a quello muto che ho in testa. Non potendo, e non scrivendo a ideogrammi, risulto astrusa e basta. E perché scrivere se non si è comunicativi? Scrivo per i posteri, forse. Pare che alcune persone abbiano realizzato cose comprese solo a posteriori. Forse. Scrivo perché mi viene, e se continuo ad adottare un metodo forse è più per abitudine e voglia di compiacermi che per reale voglia di utilità. Per passare il tempo. Per riempire i vuoti prima che li riempia l’abisso. (Che bel parolone, abisso. Ma dopo tre volte che lo scrivi suona vuoto, e non nel senso con cui lo percepisco.)

Creo personaggi e ci parlo. (Solipsismo. E se qualcuno disse, sia pur io, che la consapevolezza salva da tutto, questo qualcuno deve aver detto una grande cazzata.)
Il mio Aristide, il mio caucasico figlio del narcotraffico che vuole diventare houngan, mi fa da Dio che Sorride. Non ci si sceglie le proprie divinità, a me tocca il Dio che Ride, ma posso ritrarlo attenuando un po’ quel ghigno, rendendolo paziente anziché disilluso, divertito anziché derisorio. Siedo davanti al fuoco con Aristide e osserviamo le fiamme in silenzio. Lo fa per cortesia, lui preferisce l’acqua – sono io quella che ama farsi esplodere lasciando cenere. Essendo per l’immanenza, Aristide mi dice che la spiritualità non consiste nel figurarsi a parlare con se stessi sotto diverse forme, ma nel vivere nel mondo. Lui, ad esempio, per come l’ho creato, a 19 anni vorrebbe mettere su famiglia e prolificare e fare il suo ciclo. Ma mi serve che stia qui, solo, per il momento – perché ciò avvenga ho dovuto frapporre tra lui e il suo obiettivo un problema grosso quanto il narcotraffico haitiano. Deve essere la dimensione del muro che vedo tra me e il mondo.
Riluttante, comunque, seguo il suo consiglio. Faccio cose e vedo gente. Cerco di spiegare a un ex seminarista che si è dato alla vita laica perché primogenito, e che mi vorrebbe come ragazza, cos’è l’antimonogamia, perché ci credo, perché io ho ragione e la sua richiesta di non parlargli delle persone con cui scopo è l’Anticristo. Lo guardo e mi sembra una brava persona, ammiro il suo essere, ma tra un sorriso commosso e l’altro mi chiedo se i suoi denti d’avorio sono più o meno duri di un bastone d’ebano.
Oppure potrei dirgli che il prete sono io. Ma non cattolico quale lui doveva diventare – aprire un monologo sulle società e quelle figure che, in ognuna, sono deputate ad affari altri. Quelle figure che non partecipano del contratto sociale. Il prete cattolico come paradigma non funziona, perché non scopa. Io farei orgie per infondere spiritualità nella comunità. Gli domanderei se sa qualcosa del voodoo, perché io non ne so un cazzo ma mi interessa molto. Mi spiacque per New Orleans: mi dicevo, prima, che prima o poi ci sarei andata per apprendere, perché quel che volevo apprendere era un esperire. Mi ispira quella costellazione di Loa, come mi ispirava il boschetto di dei norreni.
Mi ispira un agglomerato di sfaccettature di per sé incomplete, che suggeriscono compiti incompleti ma ugualmente sacri.
L’Unico Dio è impegnativo. È uno ed è tutto. È bene e male, principio e fine, assoluto e infinitesimale. C’è di che darci di testa, a immedesimarmici – e io mi immedesimo in tutto. Probabilmente studierei i Loa per possedere loro anziché farmi possedere.
Eppure il divino mi serve, dice Aristide. Se fossimo veramente divini, come certi tizi nel Settecento hanno detto, un Dio o più Dei non ci servirebbero. Ma non lo siamo, e ci serve la consapevolezza di un vuoto – che non è materiale, e non dal materiale visibile a occhio nudo è saturabile. Non lo riempirai mai, quel vuoto, ma a furia di cercare di farlo avrai vissuto – in profondità, e tante altre belle cose.
Poi arriva un saggio di Foucault che cita Nietzsche e dice che il divino serve a dare relazione di continuità tra l’oggetto della conoscenza e la conoscenza accumulata dall’essere umano. Senza il divino, queste due cose sono in relazione d’arbitrarietà come una parola e il suo senso, come un numero e il nulla astratto ma contabile che dietro ci figuriamo.
"Ma tu non vuoi questo." dice Aristide.
"E perché non lo voglio?"
"Perché vuoi che io stia qui con te, e perché ciò avvenga tu devi stare qui con me."
"Ah già."


Ghede Nibo is a psychopomp, an intermediary between the living and the dead. He gives voice to the dead spirits that have not been reclaimed from "below the waters".

Ghede Masaka assists Ghede Nibo. He is an androgynous male or transgendered gravedigger and spirit of the dead, recognized by his black shirt, white jacket, and white headscarf. Ghede Masaka carries a bag containing poisonous leaves and an umbilical cord. Ghede Masaka is sometimes depicted as the companion of Ghede Oussou. Both are bisexual. Ghede Oussou is sometimes also linked with the female Ghede L’Oraille. Ghede Oussou wears a black or mauve jacket marked on the back with a white cross and a black or mauve headscarf. His name means "tipsy" due to his love of white rum.

Papa Ghede is supposed to be the corpse of the first man who ever died. He is recognized as a short, dark man with a high hat on his head, a cigar in his mouth, and an apple in his left hand.

Credo di aver trovato un argomento d’interesse che potrebbe eguagliare la norrenità.
E d’altro canto il mio laptop porta nome LeBaron: