fantasy

Di ghost-writer e lobbisti.

La vita è ambigua.
Quando inizi, tutto ha senso perché nulla deve averlo.
Poi cresci, e vieni infilato in un sistema che ti insegna a distinguere – giusto/sbagliato, bene/male, teoria/pratica, spirito/carne et via dicendo.
Poi invecchi – suppongo – e tutto torna alle tue necessità.

Dovrei scrivere un racconto narrato da un drago con il punto di vista di un drago – come se il punto di vista di un drago dovesse differire da quello umano – come se fossimo capaci, ma soprattutto: come se non fossimo capaci, come esseri umani, di avere così tanti punti di vista da necessitare quello di un drago.

A cosa serve il fantasy?
Ripongo: a cosa serve il fantasy se si hanno abbastanza nozioni da poter ambientare una storia in un’ambientazione così diversa da risultare fantastica, esotica?
Ne parlo con U, che mi cita Martin, e torniamo al solito punto:
Il fantasy come fuga.
Nella citazione che U mi porta Martin mi parla di fuggire dalla sua quotidianità americana per ritrovarsi nelle pareti di pietra di Gormenghast. Ho letto Gormenghast e ho vissuto in Inghilterra, e posso dirvi che ben pochi inglesi vorrebbero rifugiarsi in pareti così simili alle loro.
(Forse Martin ha creduto che Gormenghast fosse una fuga. Io vi leggo una critica all’Inghilterra. E ora, amanti di Martin, croficiggetemi per intero perché ho intaccato un millesimo di Martin.)

Scrivo. Scrivo ai limiti della prostituzione. Colpa di Vermes, di cui ho letto Lui è tornato per poi scoprire che era stato, fino al giorno prima, un ghost-writer. E ha scritto Lui è tornato.
Ora, considerati esempi di autori celebri molto meno (degni?), a che dovrei aspirare? A loro o a Vermes? Scrivere non è il prescindere da sé (perché tanto, da Freud in poi, significa anche non poter essere che se stessi)?

Il ghost-writer e il lobbista hanno qualcosa in comune. Una posizione spiritual-esistenziale comune. Un credere così tanto in qualcosa – e non so cosa – da deriderla e sfruttarla e riempirla di insulti, perché tanto lì rimarrà. La certezza di chi ha imparato a non dipendere dalle certezze.

(Buonanotte, S. Te l’ho data prima, ma qualcosa m’era rimasto in gola, e qui è finito, con gli Opeth di sottofondo.)

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