winter.is.coming

Di cose che ricorrono senza mai essere occorse.

Winter is coming.
Lo si dice tutt’attorno. Lo dice il cielo certi giorni, e la luce che entra spenta come se si fosse in un interno artificialmente illuminato. Lo dicono le persone, quelle di qui e quelle che qui sono arrivate. Di premunirsi, dicono, prendere tutto il sole possibile, ricaricarsi come piante, e preparare le vitamine e i colori, colori in casa e luce di candele e lampade che ridiano alle camere un po’ del calore estivo.
Me lo diceva qualcosa, quest’estate, mentre cenavo con amiche. Ho detto loro di questo mio timore, questa mia quasi soggezione all’idea dell’arrivo dell’autunno. Di quanto spietata la sua idea sappia essere.

Viaggiare ridimensiona l’esoticità delle cose.
Qualche mese in Inghilterra, ed ecco che l’immaginario di Burton sembra un’appena creativa scopiazzatura di una vecchia casa inglese mal tenuta.
E ora, qui a Berlino, la minaccia di quest’inverno che arriva.

Intanto, le routine riprendono posto.
Sul tavolo: libri di tedesco, dizionari, schemi e appunti.
Sul letto: libro di italiano, fotocopie, lista presenze per il prossimo (si spera, se viene confermato) corso a venire.
Nel frigorifero ancora cibi da mangiare crudi, in testa già zuppe fumanti in cui intingere pane turco ricoperto di sesamo.

Le letture, questa volta, sono un po’ fuori ritmo, così difficilmente associabili alla quotidianità.
C’è un Der Vorleser da riprendere e finire, e intanto un L’uomo che metteva in ordine il mondo in lettura. Nella sua traduzione è inelegante, incespicante, mancante di sprezzatura. Così ieri, distesa sul letto per prendere altro, ho riaperto Il colpo di grazia di Yourcenar, ricordandomi del come, quando e perché me ne fossi innamorata. Potrei rileggerlo, così come dovrei rileggere L’opera al nero. Intanto, ci sono altri libri in attesa.
Il Mittner – colossale antologia della letteratura tedesca – nei suoi tre volumi che vanno dal 1820 al 1970 (e quanto mi spiace che Mittner, essendo morto, non possa scrivere di ciò che è venuto dopo). Un libro sull’etimologia delle parole tedesche, un Genet (l’ultima cosa sua in prosa che mi rimanga da leggere – e poi esaurito, come la Yourcenar, nell’attesa di poter, forse un giorno, leggerli in francese e innamorarmi da capo), un noir/thriller/whatever tutto contemporaneo da recensire, e poi chissà che mi riserveranno i mercatini delle pulci in inglese e tedesco. Verranno probabilmente altri romanzi di Schlink, la cui prosa è approcciabile in tedesco, e un giorno – chissà quando – Die Kunst der Bestimmung, romanzo che a detta di un madrelingua è a malapena approcciabile dei madrelingua (ma me ne sono innamorata; della storia, dei personaggi, dello stile che riesco a sfiorare quanto basta per desiderare leggerlo). E, nel mezzo: altri Foucault. Le parole e le cose che attende di fianco al cuscino. Un paio d’altri libri in italiano, un saggio sul Seicento. E poi chissà. Potrei divorarli tutti (a parte l’inapprocciabile ai madrelingua) in pochi mesi o vederli languire per metà anno, o forse più.

Una volta mi struggevo al pensiero di non riuscire a riportare accuratamente, e in un modo che mi permettesse di renderli ripercorribili, i miei percorsi mentali. Non so se nel frattempo io mi sia arresa, o se sia venuta meno la motivazione, ma è da un bel po’ che smetto di preoccuparmene. In compenso, ora vorrei fare lo stesso dei piccoli passi che compio quotidianamente. Non interiormente, né nel mondo là fuori: mi basterebbe tracciare quelli assorbiti dalle assi di legno di questa casa. Lo scricchiolare e il gemere dei pavimenti, il vento che bussa alle doppie finestre, lo scrosciare di un temporale estivo. Il quasi atono miagolare della gatta, il suo grigiore quasi perfetto, la luce azzurrina di alcuni momenti della giornata, così opposta a quella quasi dorata di altri. Cose così. Quel che compone una quotidianità. Per non parlare di quello che scopro all’esterno.

Credo di stare riuscendo nell’intento di vivere con vividezza il presente – che, credo, sia un modo estremamente ridondante di dire semplicemente “vivere il presente”. Ma tengo a quella “vividezza”: è ciò che mi fa fermare, a volte, in punti diversi tra loro o che si ripetono, annusare l’aria, o ascoltare un suono, o fissare un punto, e sorridere. Nel suo bene e nel suo male, mi sento come immersa in un quadro vivente. Del quadro ha quella perfetta e imperfetta al contempo miscela di elementi selezionati ma che occorrono con naturalezza, ma è vivente, e mi ci muovo e lo percepisco. E’ in qualche modo mio: entra direttamente a far parte della mia esperienza senza bisogno di essere rielaborato a posteriori. E sono atroci, questi momenti: sono così improvvisi e sfuggevoli da svanire in fretta dalla memoria.
E a proposito di memoria (tema tanto importante in questa città): a volte, camminando per una via, mi sembra di riscovare vecchi ricordi, di quelli che sono quasi pura sensazione. Non è né il palazzo sotto cui sto, né la luce delle sue finestre, né quella naturale che tutto circonda, né la musica di sottofondo, né la temperatura impalpabile: è l’insieme scomposto di tutto questo. E così torno a momenti così indietro nel tempo da non saperli datare, né so più dire che cosa, ai tempi, avessi associato a quella sensazione. Erano aneliti, parte di quello che poi avrei potuto chiamare Sehnsucht (nel senso più generale, quello che amo), e ora si ri-realizzano, e con ciò aggiornano, modificano, come se stessi girando una nuova versione di un vecchio film mai girato.

Annunci