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Di letteratura, Hoodoo e Dei che ridono.

Scrivere è il modo in cui l’uomo si fa sciamano, prescinde da sé e si fa cavalcare dall’intera comunità – diceva Ishmael Reed, mescolando letteratura e Hoodoo.
Mi ha risolto un dilemma, quell’uomo, permettendomi di spazzare via un po’ dell’intellettualismo che ammanta la letteratura, soprattutto in Italia. Scriveva con ironia, quell’ironia dissacrante che alcuni scrittori post-coloniali hanno, così forte che l’ho trovata persino in un serissimo manuale di teoria di sicurezza internazionale.
D’altro canto, se non può finire ovunque, che soluzione è?
Ne cerco una rovistando tra quello che mi capita sotto mano.
Cerco una prosa, che poi è cercare un approccio, che mi permetta di emanciparmi da entrambe le tendenze, quella intellettuale/riflessiva e quella popolare/compiacente. Ci deve essere, una via di mezzo – e mi viene in mente la storia della lingua italiana, cosparsa di personaggi in cerca di una lingua, da Dante a Manzoni, e ancora siamo qui, e ancora non esiste un fornito italiano popolare che non sia regionale, e ancora c’è la torre d’avorio e il popolo offeso, e ancora la torre d’avorio si crede superiore e il popolo inferiore.
Cerco in Rush in Peace e sotto ai baffi unti di Chef Rubio, nel lirismo europeizzato di un video dei 30 Seconds to Mars e nella rude accoglienza di un bar tra le montagne.
La scrittura, questa volta, ha fatto quello che profetizza Reed: mi ha aperto alla “comunità”.
E così questi sono, a loro modo, à la DiosBIOS, giorni intensi. Devo aver aperto le porte, mentre scrivevo l’ennesimo racconto per l’ennesimo concorso, e le persone sono arrivate. Mi mancavano, ma lo sapevo. Sono una creatura sociale, anche se a intermittenza, e lo si realizza ovviamente quando ci si è autoesiliati.
Perché mi sono autoesiliata?
Non ricordo.
… Poi è venuta l’Inghilterra e non avere il tempo di respirare, che forse era una scusa. È venuta l’Inghilterra e lo sguazzare in quegli ambienti accademici che ho sempre desiderato, al punto che – quando mi ci sono trovata – ho realizzato che ero lì, esattamente lì, in un luogo che era come l’avrei voluto, ma avevo dimenticato di averlo voluto.
Vorrei fare la ricercatrice, tra le altre cose. Vorrei farlo nonostante la comunità dei ricercatori, che dopo qualche anno non sopporterei più di quanto sopporti la bieca e beata ignoranza di piccolo paese chiuso in se stesso. Alla fine, sono la stessa cosa. Uno in alto, uno in basso, e sempre ci ricostruiamo attorno uno stretto recinto, vicino abbastanza da poterlo toccare, quel male conosciuto che conforta.
Viaggio e riporto a casa consapevolezze. Tra tutte, una vecchia e mai smentita: non è un luogo, che devo cercare, ma singole persone incontrate nei tanti luoghi.
Ho lasciato un pezzo di cuore in ogni luogo in cui sono stata, ma al fianco della perdita c’è l’accrescimento, come se quei frammenti continuassero a pulsare, lì, permettendomi di vivere estesa tra un Paese e l’altro, tra un ambiente a l’altro, un orecchio all’accademico che m’immagina teppista redenta e l’altro al teppista che m’immagina accademica irredimibile.
Poi, ci sono le singole persone.
Quelle che non scompaiono sullo sfondo, ridotte a soprammobili necessari in un ricordo. Quelle che fanno dolere le cicatrici al cuore, che alimentano l’ormai costante frustrazione – se potessi vederli cambiare, nel tempo che passa, vivere con loro scoperte e disillusioni.
E così, incontrando la SiC, mi torna un po’ in mente Maletta, e il suo dire che la scrittura è legata alla presenza dell’assenza. Si occupa di lettura psicoanalitica della letteratura, Maletta, e non poteva che pensarla così, probabilmente, ma non ho mai voluto darle ragione.
Neanche quando, vivendo in Germania esattamente come volevo, mi sono resa conto di non saper più scrivere. Stavo troppo bene.
Neanche quando, ora, in quest’Italia ora specialmente frustrante, scrivere mi riesce così naturale.
Darle ragione significherebbe ammettere che la scrittura sostituisce la vita, e l’affermazione non mi convince. Più paradossalmente, scrivere mi riavvicina alla vita. E’ come se Me suggerisce alla sottoscritta che c’è altro, oltre al presente punto di vista, ed è lì fuori e basta saperlo vedere, ma, dato che ne sono incapace, misantropa del cazzo, Me mi fa il favore di suggerirmi fiction informativa, depliant di luoghi da visitare, possibilità di quel mondo che, secondo Musil, Dio creò usando il congiuntivo.
Accanto a me, sulla scrivania, L’ebreo che ride di Ovadia è in lettura. Poche pagine sfogliate, e mi sono domandata quanto il mio personale Dio Che Ride abbia in comune con quel Dio che Ovadia vuole mostrarmi. Sarà, il suo, spietato e irriverente quanto il mio? Sarà crudele come un bambino? Vorrà, come un bambino, giocare assieme a me?

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Intensità.

Ho fatto uno strano sogno, vivido come lo è la realtà onirica, più tridimensionale del reale perché il reale è un’architettura sostenuta da più limiti.
Ho sognato di partire – un Leitmotiv.
Partivo per tornare in Italia – cosa che accadrà martedì – e, una volta in Italia, sentivo una tristezza immensa risalirmi lungo i condotti lacrimali. Era una sorta, ma non solo, di nostalgia nei confronti dell’Inghilterra. Non di tutta – ci sono tante cose, qui, che mi fanno venire voglia di andarmene e in fretta – ma di quelle cose che non potrò trovare altrove. Le persone, ad esempio, e con “persone” intendo il vicino medio in cui puoi incappare, il negoziante, il vecchietto al villaggio vicino a cui vivo.
Poi il mio cervello ha deciso di rivelarmi uno dei tanti misteriosi modi in cui i cervelli umani funzionano. Nello specifico, mi ha mostrato come le emozioni se ne sbattano delle coordinate spazio-temporali, e quella vaga tristezza causata dal congedarmi dall’Inghilterra si è travasata in una più vecchia, molto più atroce nostalgia: quella per Kiel.
Mi sono svegliata con il cuore in gola, ancora intrappolata nel sogno. Mi sono svegliata dicendomi che dovevo svegliarmi del tutto, o forse sedarmi di nuovo, iniettare uno stordente a quelle sensazioni che avevo rimosso – sono così brava a rimuovere, e così in fretta, una bravura che mi fa sospettare una certa psicopatia mai indagata in modo soddisfacente. E’ un’abilità su cui rifletti quando, per l’appunto, ti svegli alle quattro del mattino con l’impressione che, se non scappi da quell’emozione che si è appena risvegliata in te, quell’emozione ti divorerà. Fisicamente. Cominciando dal tunnel che ti sta scavando dal cuore allo stomaco.
Ho, così, ricordato quanto dannatamente male ero stata quando ero tornata dalla Germania. Quel sogno è stato come Eolo che soffia in una soffitta intoccata, la polvere si solleva dagli specchi, e tu ti vedi e ti vedi e ti vedi, e non puoi evitarti, sei ovunque.
Ho ricordato i sogni strazianti, in cui Kiel era ancora fresca nella mia memoria.
Ho ricordato il cielo immenso – di quell’azzurro che ha l’intensità del blu, ma è più chiaro, per quanto paradossale possa essere per chiunque conosca un minimo di teoria dei colori – ho ricordato l’erba di un verde pungente, e le nuvole e quella sensazione di libertà che i paesaggi nordici mi comunicano.
E non so neanche se io voglia parlare di Kiel o se dell’emozione con cui Kiel è stata evocata. E’ stata così forte da farmi dubitare di me stessa.
Sono qui da settembre. Otto mesi strani, unici come tutti i viaggi dovrebbero essere, ma alienati.
Cerco di psicanalizzarmi, ci ho provato nelle brevi pause che mi sono concessa, e sono giunta alla conclusione che l’inizio del mio soggiorno abbia cadenzato i seguenti mesi. Che piombare in quelle due settimane così stressanti abbia insegnato al mio cervello a distaccarsi, estraniarsi, per sopravvivere meglio, e che poi io non abbia più avuto il tempo di cambiare strategia.
Mi domando se sia così che vive quella “persona normale” che il mio cervello ha sempre avuto come riferimento, quella persona la cui normalità era la mia alterità, quella capace di una quotidianità cadenzata da priorità settate da qualcun altro, capace di posporre urla e gioie per lavorare sul presente, capace di normalizzare tutto – far ingoiare tutto dalla vita quotidiana, sì che ogni dramma e miracolo acquisisca le dimensioni moderate di una quotidianità organizzata.
Non so se quella “persona normale” sia effettivamente la persona nella norma o una mia nuova forma di psicopatia mai sperimentata prima. Non credevo sarei stata in grado di fare ciò. L’ho fatto, posso dirmelo, e poi arrivano i sogni come quello dell’altra notte.
Ho una teoria anche sul perché il mio cervello rimuova così in fretta e bene. Credo sia una questione di sopravvivenza. Non sarebbe mai capace di computare due, tre, quattro ricordi intensi come quello di quel sogno assieme. Impazzirei. E so, razionalmente so, di avere decine e decine di intensità simili – ho passato anni a rincorrere intensità, e in qualche modo lo faccio tutt’ora. Le prime due settimane in Inghilterra sono state una festa dell’intensità, che ho vissuto dispiacendomi di non poterle ricordare, riportare, tramandare – troppe e troppo veloci – perché trovo sempre incredibilmente importante poter dire “Ecco, questo esiste, questo è possibile!”. E’ la mia arma contro tutti i normalizzatori, contro tutte quelle persone e istanze che cercano di appiattire le possibilità, in bene e in male, di moderare – perché moderare serve, suppongo, o il mio cervello non rimuoverebbe tanto.
Ora le valigie sono fatte, il pacco da spedire è pronto, e come altre volte è successo osservo la mia vita riassunta in qualche bagaglio. Mi aiuta a tirare le somme, vederla così. Ridotta ai minimi termini. I dettagli, intensi o meno, spesso rimangono dove li abbiamo conosciuti.
Nelle ultime due settimane ho vessato L – perché L mi piace, e io tendo a vessare chi mi piace infliggendo la mia intensità – parlandogli di tutto questo muoversi. Gliene ho parlato una sera, accompagnandolo al pullman, mentre lui mi parlava della sua vita moderata e che vorrebbe, credo, esserlo meno, ma credo L tema l’immoderatezza. Non sono semplicemente i suoi impeccabili modi British – perché, poi, un atteggiamento tanto contegnoso mi piace così tanto, in alcune persone? – ma qualcosa di più profondo, più vicino al carattere.
Parlavo a L delle cose che si muovono, quella sera. Di come viaggiare sia aprirsi e chiudersi – aprire le prospettive, chiudere le porte che ci lasciamo dietro. Sorprese e rinunce.
Parlavo a L, una settimana dopo, al di fuori di una discoteca, di come io cerchi di arraffare ogni momento. Mi sono domandata, mentre sputavo parole inglesi tanto lette e mai usate – L e il suo ottimo inglese forbito da madrelingua acculturato, che mi fa sentire libera di tirare fuori il mio – se il mio amore per l’intensità sia in qualche modo collegato alla mia consapevolezza della caducità. Di quante cose mi lascio dietro. L, ad esempio. Lo avevo davanti a me, ero grata alla vita di ciò, mentre sapevo che avrei potuto assaggiarne così poco, costruire così poco del potenziale. Devo averlo terrorizzato. Ho un po’ terrorizzato me stessa, mentre gli parlavo di questa vita come una partita di carte in cui per giocare devi puntare.
Ho desiderato, con L, di avere tempo, di non avere fretta. Di godermi tutti i momenti prima e quelli dopo, di bere il tè delle cinque cinque volte in cinque luoghi diversi, di passeggiare per Bath perché Bath è fatta per passeggiare, di chiedergli di mostrarmi Cambridge, dove vive, dove essere nati deve essere terribile, chiusi fuori da una delle università più prestigiose del mondo.
Vorrei tempo, ma mi servirebbero vite, vite e vite per avere tutto il tempo che mi serve. Ci sono cose che non puoi riassumere, intensità che devono avere il tempo di maturare. Come VB, l’altra sera, che ha consolato il mio umore rabbioso-triste trascinandomi su una panchina come un’amica, e dio – quello che volete voi – sa quanto io sia grata per questo rapporto che non si è mai lasciato l’amicizia alle spalle.

Mangio una barretta ripiena di frutta, simile a tante che si possono comprare in Inghilterra, bevendo caffè solubile. Ho appena fumato una sigaretta rollata, abitudine derivata dal prezzo delle sigarette, davanti alla porta di casa, controllando come al solito quanti ragni avrebbero potuto esserci. Siedo sul materasso poggiato sulla moquette – struttura del letto mai comprata – questa moquette che sa di polvere in un’aria che sa di umidità, con un camino non funzionante che ai suoi tempi d’oro deve aver visto fasti, che oggi sarebbe di gran valore, se oggi fosse stato realizzato, ma è solo un residuo del passato, rimasto come tante cose in Inghilterra semplicemente rimangono. Non ho mai pulito i suoi interstizi, perché semplicemente non si può – la grata non si può sollevare. Né potrò mai sapere a cosa porta la canna. Non potrò neanche mai sapere se quel rumore di unghie che strisciano che talvolta ho sentito nel dormiveglia appartenga al sonno o se vi siano veramente topi tra queste mura vecchie più di due secoli.
Ci sono cose dell’Inghilterra che mi mancheranno. Ogni luogo ha un che di unico. Mi mancheranno come mi manca Kiel, e S e T, e mille altre cose. In questi mesi mi è mancata la Tuscia, e quella deliziosa libreria-caffè a Tarquinia, bere un prosecco mentre osservo i titoli dei libri e mi chiedo non tanto cosa vorrei comprare, ma cosa sono.
Sono simile a una persona che potrebbe vivere in una cittadina intrisa di storia, da qualche parte nel Lazio? Sono più vicino a quei caratteri scorbutici e isolati che si troverebbero tanto bene in una vita solitaria in Valsassina? O assomiglio più alla placida e triste e infinita Kiel? Non appartengo a Bath, e lo so, ma qui vive il mio vicinato ideale.
Ho scaricato articoli e articoli da Nations and Nationalism, una rivista il cui tema potete intuirlo. Voglio scrivere la mia tesi su questo tema. Sono una persona simile a quei ricercatori la cui vita ho intravisto alcune volte? Per anni, dall’infanzia alla maturità, ho agognato una vita riassunta in uno studio di legno pesante e lucido, con ampie librerie a raccogliere e riassumere la mia conoscenza. Poi ho realizzato che ho già fin troppi libri per le dimensioni di quello studio ideale. E Musil mi ha fatto realizzare che spesso vogliamo essere un qualcosa non per quel qualcosa in sé, ma per l’odore dello studio in cui potremmo esserlo – pelle consunta, mobilio lucido, sigarette spente e tutto lo status sociale, morale ed emotivo che ne deriva. Il mondo mi aiuta, oramai, rileggendomi come accademica prima che io possa fare accenno alle mie visioni – è così facile, la strada? Finalmente il mondo mi dice per cosa sono fatta? Come se una delle nostre attività, sia pure la più importante, possa renderci ciò che siamo.

La crudeltà esiste finché non viene indagata.

Mi addormento concentrandomi su una trama – quella trama che riguarda la primavera del ’42, un SS un po’ sfigato che non ha nome (August? Helmut? Wilhelm Maria, se sapessi da dove viene l’uso di aggiungere “Maria” al nome?) e un viaggio per l’Europa che è un po’ una fuga.
Anni fa un’immagine mi attraversò la mente: un viaggio, un treno, la fuga dal fronte.
Qui ci sarà di sicuro anche un treno, ma nel frattempo sono cambiate troppe cose. Quella fuga, allora, sfrecciava in un paesaggio vago, non contestaulizzato, figlio di un’idea di Germania che era pura idea.
Nel frattempo, ci sono stati diversi viaggi per la e dalla Germania. In treno, perché amo viaggiare in treno. Ho amato ogni volta vedere il paesaggio bavarese, dalle case basse ed eleganti benché tozze, tramutarsi in quello nordico, con il bugnato rosso e i tetti appuntiti quanti gli alberi che coprivano l’orizzonte.
Ma comunque.
Mi addormento concentrandomi su una trama che lentamente prende forma.
Una volta ne sarei stata incapace. Per tanto, tantissimo tempo sono stata incapace di immedesimarmi in altro che non fosse un personaggio, una forma antropomorfa, nel sembiante e nell’anima. Tutte le altre suggestioni – i paesaggi, le svolte, il ritmo – affioravano durante il sonno, rimanendo impresse sulla retina al risveglio.
Finirò il Mein Kampf, prima o poi. Se solo avesse l’esotismo della crudeltà – quell’esser proibito che sfocia in trasgressione e disumanità – sarebbe tutto molto più semplice, poiché sarebbe tutto meno noioso. Ma la crudeltà è effimera come le sensazioni al mattino, i sentimenti mistici e altre simili cose: svanisce se si cerca di cristallizzarla in un lungo e articolato discorso. La crudeltà esiste finché non viene indagata. Un po’ come Babbo Natale.
Ho bisogno di scrivere un romanzo di viaggi perché è la dimensione che più mi sento vicina, quella che meno mi richiede di uscire da me. Ho accumulato ricordi di viaggi che non possono essere sfogati semplicemente pubblicando foto e commentandole. Soprattutto, c’è l’impossibilità di rappresentare in foto (almeno per me) il viaggiare in sé, lo stato d’animo del viaggiare, che paradossalmente ha ormai poco a che fare con le distanze geografiche. Paradossalmente, passare due settimane in un resort dall’altra parte del mondo non fa che completare il quadro di una vita sedentaria. Parlo di altri generi di viaggi. Parlo del prendersi e spostarsi nella propria interezza, senza sapere quale sia la casa a cui si potrebbe voler tornare, se si volesse tornare a casa.
Posso chiamare la Germania “casa” quanto voglio, ma tale usanza non fa che riflettere il fatto che non ho un luogo che chiamo casa. Questa camera, sì. E anche il bagno. Le quattro, solide mura che conosco – queste sì. Ma non tutto quello che è all’esterno. L’affetto che provo per il bar sotto casa è l’affetto che si riserva a un pezzo di mondo esterno a te con cui interagisci sovente, felice di aprirti ad esso. Non c’è quella continuità tra me e l’esterno, quel perdere di vista dove finisco io e dove comincia ciò che ho attorno.
Ho provato tale sublime, nel senso romantico (storicamente romantico) del termine, sensazione a Kiel, ma non nei confronti della città, bensì del cielo e del vento. Mi ritrovavo finalmente in un’atmosfera inseguita per anni – figlia di una Sehnsucht tenace – mi ritrovavo faccia a faccia con me stessa, e Kiel, e la Germania, c’entravano fino a un certo punto. C’entravano, credo, nella misura in cui la Germania sa essere silenziosa e mettersi in disparte, lasciandoti sola con quello che vuoi vivere in quel momento.
In questi giorni penso che andarmene di nuovo, lasciare queste quattro mura per finire in altre sconosciute quattro mura, mi destabilizzerà. Ci si mette comodi – l’essere umano è al 90% abitudine – si deposita la propria voglia di certezze in secondari dettagli quotidiani. Mi terrorizza, questo mio pensiero, e vi reagisco da anti-fobica: reagisco sentendo la frenesia di andarmene, per non poter cader vittima di tale timore.
In tutto ciò, addormentarmi immedesimandomi in una trama ha una sua fondamentale importanza. Significa ricominciare a costruirmi qualcosa di mio, del mio intelletto, intangibile e attivabile ovunque. Una casa interiore.
Intanto, interrogo ancora una volta – lo faccio a quasi regolari scadenze – la mia necessità dell’altrui presenza umana. Non il singolo essere umano, ma l’umanità che non conosco – la “vita sociale”, insomma, quella anonima, l’apertura nei confronti del prossimo.
Ho passato una serata con nottata annessa in discoteca – una discoteca già semi-conosciuta, una fetta di foklore italiano non troppo distante dalla mia concezione – ri-scoprendo di essermi stabilizzata nella mia posizione: quella di persona che non aderisce quasi per nulla, intimamente, ma al contempo si immerge il più possibile. Essere divenuta così tanto capace di interfacciarmi con qualsiasi cosa mi passi davanti ha un rovescio della medaglia: non mi devo mai richiedere di provare reale interesse per darmi alla vita sociale. Posso procedere con la mia interfaccia di routine senza scomodare aspettative più profonde. Mi approccio al prossimo con una voracità aggressiva, inglobando tutto in un entusiasmo che mi ricorda la curiosità di un bambino. E’ un vivere il prossimo che, forse, non necessita il prossimo – e su ciò dovrei riflettere.
Rifletto sul Mein Kampf senza giungere a nessuna conclusione, perché vorrei prima confrontarmi con altri, ma per farlo necessito che gli altri abbiano perlomeno iniziato questo mattone. Vorrei discutere con il prossimo di come il Mein Kampf sia noioso perché non dice nulla di nuovo, anzi, a ben vedere porta lamentele estremamente simili a quelle attuali.
Una volta pensavo, da apolitica, che per esclusione la sinistra mi sarebbe stata più digeribile. “Per esclusione”: non avrei dovuto tollerare nazionalismi, razzismi, ismi dal retrogusto pericoloso.
Ora noto che le lamentele meinkampfiane provengono indistintamente da destra e da sinistra, anzi, perlopiù da sinistra. Mi sento stupida, notandolo, perché il nazionalsocialismo proviene dal socialismo, e quindi non è che io abbia fatto questa grande scoperta.
Mi trovo così in una non-posizione: sono le parole di destra a sollevare critiche che mi paiono sensate e non copia/incollate, ma d’altro canto le risposte che le destre danno tendenzialmente mi paiono copia/incollate. Galleggio, facendomi tutti nemici. Cerco di capire cosa ci sia tra il timore di un new world order capeggiato da fantasmi della finanza e il timore di una società “sporcata” da elementi corrosivi. Un giochetto statistico non troppo impegnativo dimostra come, relativamente a breve, la cosidetta “razza bianca” non sarà che una minoranza nella maggior parte del globo, mi chiedo quante persone ci pensino, ma soprattutto mi chiedo quanti volenterosi progressisti accetterebbero di vivere da minoranza bianca, considerando che cose stupide ma essenziali come i canoni estetici vigenti provengono da un’egemonia bianca e occidentale. Ringrazio ancora Ishmael Reed per avermi fatto vedere la cultura europea dall’esterno, facendomi notare – ad esempio – come l’Europa – e l’Occidente di conseguenza – abbia una vera e propria fissazione per il giovane promettente che si schianta morendo realizzando così, in un sacrificio esteticamente godibile, il proprio radioso destino. Lo ringrazio, insomma, per avermi permesso di guardare alla mia cultura d’origine con gli stessi occhi con cui si guarda al folklore.
Hitler, nel Mein Kampf, dice che le tendenze pacifiste e umanitarie dei suoi tempi sono le tendenze delle nazioni europee ricche. Fa un lungo discorso per dire che, fondamentalmente, la beneficenza esiste grazie a un grappolo di milfs annoiate che non hanno mai sperimentato sulla propria pelle il soggiacere agli impulsi basilari (mangiare, non congelare, etc…).
Ma, prima di proseguire, è necessario fare una scontata premessa: il fatto che il Mein Kampf sia divenuto il libro-simbolo di un regime che storicamente ha fatto tanto male a tante persone non significa che l’interezza di questo libro sia da buttare nel cesso. La differenza tra il Mein Kampf a pag. 292 (quella a cui sono giunta) e una lamentela a random odierna, ben sviluppata e analitica, sta solo in una cosa: gli ebrei. Ossia, Hitler dà tutta la colpa agli ebrei, e lo fa usando come prove un’accozzaglia tra documentazione storica, esperienze personali e Zeitgeist in cui vive. Lo fa come oggi le persone danno la colpa alla finanza, per intenderci, o al new world order, o alle multinazionali. Hitler prende tutto ciò – finanza, ordine mondiale segreto e attività commerciali – e lo riunisce sotto al concetto di “ebreo”. Per il resto, è fantasioso quanto molti nostri contemporanei e molto più arguto di molti nostri contemporanei. Semplicemente, è molto noioso per il lettore di oggi.
Ciò detto, torniamo all’Occidente benestante che si dà alla beneficenza e proclama sentendosi nel giusto di essere pacifista e non razzista e che tutti siamo uguali etc… Non siamo tutti uguali, per fortuna e sfortuna. Io, ad esempio, mi sento profondamente diversa rispetto alla tizia che vive in una società apertamente maschilista e che è passabile di condanna se non sottostà alle regole della suddetta società. Le sono uguale in quanto essere umano che si fa formare da una società, ma diversa nel risultato. E da essere umano uguale-diverso, ‘sto cazzo che accetterei di vivere nella società da cui proviene la tizia – e lei probabilmente non accetterebbe di vivere nella mia.
Ma viviamo in una società globalizzata post-RivoluzioneDeiTrasporti, in cui le persone non nascono, vivono e muoiono nello stesso chilometro quadrato. Un’attuazione letterale dei principi occidentali a oggi – tutti hanno gli stessi diritti, tutti devono poter avere le stesse risorse e poter mantenere la propria cultura – consisterebbe in un mondo in cui io, da minoranza numerica (gli occidentali della mia classe sociale, che pure non è alta, sono una minoranza nel mondo), dovrei sottostare alle leggi promulgate dalla maggioranza – quelle maggioranze che vivono in quei “poveri Paesi Non-Sviluppati culturalmente retrogradi che la globalizzazione sta livellando”. Dovrei, insomma, vivere nel mondo della tizia di cui sopra – da cui il “‘Sto cazzo”.
Questo paradosso mi era stato gentilmente offerto dal caro Malan, il sudafricano bianco progressista che scappò dal Sudafrica perché si rese conto che andare tra gli zulu dicendo “Non sono razzista!” gli sarebbe probabilmente valso un “Chi cazzo se ne frega, sporco bianco di merda? Ora ti facciamo il culo”. Ma Malan è stato soprattutto quell’uomo che mi ha mostrato come, forse, il problema tra boeri e zulu non stava nella loro diversità, ma nella loro somiglianza: entrambi erano inselvatichiti, affamati di terra e particolarmente fantasiosi quando si trattava di vendicarsi sul nemico.
Per questo motivo, e altri, mi tocca andare d’accordo con Hitler sulle milfs arricchite che fanno beneficenza.
Il problema, ulteriore, è che oggi viviamo in quel mondo in cui un manuale di diritto internazionale, per spiegare cosa sia il diritto internazionale, offre l’esempio di un’isola di un chilometro quadrato in cui un britannico vittoriano, uno zulu del primo Ottocento, un cinese degli anni Settanta e un figlio dei fiori americano si trovano e devono accordarsi sulla forma di governo e stato da darsi – e tutto ciò che ne deriva.
Il problema non è in realtà “ulteriore”: c’era già ai tempi di Hitler, e anche prima, nel Sudafrica di allora. La soluzione, facendo eco al caro Wilson, era quella del più puro nazionalismo: dare a ogni nazione il proprio territorio. Senza perderci nell’ingrato e da me adorato compito di capire che cazzo sia una nazione, e andando oltre, abbiamo un esempio dell’attuazione di tale politica: l’apartheid. E il Terzo Reich per come sarebbe stato, se la guerra fosse andata diversamente (i tedeschi volevano, inizialmente, sbattere gli ebrei – la “nazione senza territorio” – fuori dalla Germania, ma nessuno li voleva. Non li volevano i polacchi, né i russi o gli italiani, né tantomeno gli inglesi o i palestinesi. Per fortuna gli inglesi sudafricani, qualche decennio prima, si erano inventati i campi di lavoro e di concentramento da cui trarre ispirazione).
L’ultimo della lista ad aver complicato la mia visione di internazionalista di origine europea, dopo Malan e dopo i manuali di diritto internazionale, è stato un massaggiatore di origine rumena conosciuto a Budapest (mentre mi massaggiava per un prezzo che mi ha fatto tanto sentire neo-colonialista). Quest’uomo, scampato al regime sovietico, mi ha detto con candore che all’Ungheria non conviene stare in Europa, perché sarebbe come tornare all’URSS. Mentre il mio sbigottimento veniva inghiottito dal lettino, lui ha cercato di farmi capire il suo punto di vista. Mi sono impegnata e l’ho capito: ho capito che, per uno Stato come l’Ungheria, entrare in Europa significa fondamentalmente dover seguire una serie di direttive, ossia di punti che le dicono come deve comportarsi, essere, sentirsi. Probabilmente capirò veramente le implicazioni di tutto ciò quando, per poter sopravvivere, sarò costretta a entrare a far parte di una società ufficialmente maschilista che ha il diritto di sbattermi in prigione se non mi comporto da “donna”.

Il punto è che non so come spiegare al prossimo che i principi fondamentali non sono fondamentali, ma socialmente determinati, e nascono e crescono in Europa. Ci è voluto il giusnaturalismo, a cui è servita l’esistenza del Cattolicesimo, ci sono volute tante cose, tra cui il Romanticismo, l’antropologia e l’Olocausto, perché l’Occidente partorisse i diritti fondamentali. Abbiamo sterminato un po’ di troppa gente tutta assieme, scoprendo come la tecnologia e la buona organizzazione possano scavalcare i timori umani, ci siamo spaventati (non per le morti – la morte c’è sempre stata) e abbiamo reagito fobicamente.
Il dirigente dell’ASL di Pavia si è dimesso dopo aver fatto una battuta sugli ebrei (“La differenza tra le torte e gli ebrei? Che le torte quando le metti nel forno non gridano.”). In generale, c’è una giustizia nel fatto che si sia dimesso: ma sarebbe una giustizia reale, e non una giustizia da coda di paglia della nostra società, se si dimettessero tutti quelli che fanno battute su qualsiasi popolo e su qualsiasi categoria sociale.
Nel centro della cittadina in cui vivo c’è un parcheggiatore che allieta i clienti facendo pessime battute sugli omosessuali (che, ovviamente, vengono chiamati “froci”), ma se qualcuno gli desse dell’antisemita si offenderebbe a morte. Rido anche, alle sue becere battute. Rido sentendo quelle sugli ebrei e quelle sulle donne e quelle sui portatori di handicap. Non so perché rido. La psicanalisi forse direbbe che rido per sfogare aggressività – ossia per evitare di picchiare ebrei, omosessuali, me stessa e portatori di handicap. Può essere, veramente, ammetto anche che sia possibile che io voglia inconsciamente farmi del male.
Ma, se il dirigente dell’ASL deve dimettersi per quella battuta – e, ripeto, c’è un fondo di giustizia in ciò, una briciola, così come per un giorno all’anno è la festa delle donne – allora datemi un bastone che vado a picchiare Woody Allen perché ha detto: “On bisexuality: It immediately doubles your chances for a date on Saturday night.” E Wagner avrebbe il diritto di fare lo stesso perché Allen ha detto: “I can’t listen to that much Wagner. I start getting the urge to conquer Poland.”.
Invece rido, forse più per scazzo interiore che per tolleranza. Purtroppo Wagner ha dovuto subire tale destino: di essere associato al nazionalsocialismo. Lo ascolto e anche io mi sento già sulla strada per la Polonia. E’ ingiusto, lo so, e da essere umano socialmente impegnato devo sdoppiarmi: saperne ridere pur ricordando, in fondo a me stessa, che è un’ilarità che poggia su un’illusione di massa.
E’ che mi pare semplice, troppo semplice, liberarsi la coscienza da ogni bruttura sfruttando i bisognosi che necessitano di beneficenza e l’intoccabilità degli ebrei. E’ un po’ razzista, questa protezione a priori, come razzista è il pensare che tutti i “negri” siano povere vittime del nostro razzismo – escludendo che ci siano dei negri (ossia: “persone dall’aspetto scuro e dalla bassa estrazione sociale”) razzisti. Fossi ebrea, mi sentirei offesa dal vedermi rappresentata come una sorta di panda inoffensivo e destinato al macello, incapace di reggere il peso di una battuta di dubbio gusto. Voglio dire, come donna mi sento offesa se mi chiamano “sesso debole”. Ho dovuto attendere Inglorious Basterds per vedere la rappresentazione di ebrei capaci di farsi giustizia da soli – non che non ne esistano, ovviamente. Prima che masse di italiani si indignassero per la battuta del dirigente dell’ASL, un sacco di tempo prima, prima del nazionalsocialismo, Lord Nathaniel Rothschild (ebreo) disse:
“Never allow yourself to get caught without a loose million handy.”
E rido anche di questo.

Alcol, fondamentalmente.

Maguire mi guarda e mi giudica.
È passato più di un mese dal mio ultimo aggiornamento, e Maguire mi ha moderatamente tenuto compagnia. È stato utile, soprattutto mentre sollevavo l’ennesimo scatolone ricolmo di libri e poi ancora mentre lo trasportavo in soffitta (ma non potevano far arrivare l’ascensore fino alla soffitta?) chiedendo ai muscoli della mia schiena di fare un incredibile sforzo di memoria performativa e ricordare, e quindi diventare, ciò che sono stati nei miei periodi più allenati.
Ha funzionato.
Gli avambracci però non sono mai stato granché allenati, e così ora dolgono sbeffeggiandomi.
Ma posso ridere loro in faccia, e riservare una smorfia sprezzante anche alla mia stanchezza – che avrebbe dovuto essere molto più gigantesca di quanto effettivamente è, dato che è da una settimana, più o meno, che fatico.
Ok, i primi quattro giorni sono stati scanditi da una fatica piacevole: il camminare tutto il giorno (e la sera) per quel di Praga – finalmente. Finalmente potrò scriverne, o maledetta Praga dagli autoctoni che non sorridono, ma smirk. Sono stati bei giorni. E l’hotel era perfetto – questo gigante che in epoca comunista doveva essere gloria di fasti e lusso, e che ora ha mantenuto gli alti soffitti e le tende pesanti e la moquette barocca accanto a quell’aspetto denudato che le nobiltà (seppur comuniste) decadute hanno.
Amo la decadenza, quando vivo in Italia – Dio sa perché. Quando ero in Germania avevo smesso di comprenderne il fascino. Qui, forse, la decadenza funge da sublimazione di ciò che altrimenti sarebbe squallore.
Tornata negli italici lidi, dopo una cena portuale a base di pesce e ottimo vino, ho cominciato a scavare un doppio canale corrispondente al percorso camera-soffitta.
Perché?
Perché trasloco temporaneamente, e alle 14:30 degli individui verranno qui per prelevare i miei due armadi. Dovendo svuotare quelli, ne ho approfittato per spogliare anche le librerie – oh maledetti libri.
È da una settimana, più o meno, che sottopongo il mio ozioso fisico a sforzi a cui non sarebbe abituato, dormendo meno di quanto vorrei – ma, ehy, sono viva. E in forma, a parte gli avambracci.
La mia vita interiore è cosparsa di no comment, e per questo Maguire è un’ottima compagnia: anche la sua vita, intera, è cosparsa di no comment.
Lui, però, essendo il derivato di uno stereotipo come il 75% dei miei personaggi, ed essendo nello specifico un irlandese, beve in continuazione – e l’alcol aiuta a zittire, si sa, o perlomeno io lo so, e ho poco moderatamente bevuto nell’ultimo mese, realizzando che ho cambiato paradigma: prima bevevo raramente e concentratamente rendendomi una larva blaterante e sbavante alle 4 del mattino su qualche pavimento, ora sono capace di passare giorni di fila ingerendo con regolare costanza piccole dosi di alcol. Per fortuna, lo faccio al massimo per 3-4 giorni di fila – altrimenti sarei diventata un’ubriacona, e non essendo io un’irlandese non potrei neanche sentirmi nobilitata.
Ah, e ho ricominciato a bere Jack. È colpa di Maguire (e di Simòn). La Germania mi aveva disabituato ai distillati e abituato alla birra, che, giunta in Italia, era stata sostituita da vino-a-caso. Praga mi ha soddisfatto, con i suoi mezzi litri a prezzi irrisori, e soprattutto con l’amata vodka Finlandia, che è come bere acqua e ti scivola in gola facendosi sentire solo quando ti scalda il cuore.
Ah, il Lady of the Seas’ Grog piace a tutti. Perlomeno, a tutti quelli che lo hanno assaggiato – compresi gli ospiti deliziosi che mi hanno deliziosamente colonizzato casa per qualche giorno ad agosto.
Ho amato lasciare la cucina nelle loro manine – anche perché nelle mie sarebbe diventata un laboratorio alchemico. Ho amato vederli zampettare da una stanza all’altra.
Ho amato, insomma, vederli entrare nel mio spazio – il che mi ha rassicurato, molto, perché temevo di essere diventata una di quelle creature con la fissazione del tenere tutto sotto controllo – ed è vero, assolutamente vero, ma per fortuna psicopaticamente lo sono solo nell’intimità – tra me e Me.

Io e Maguire torniamo a faticare.

Di missionari, assedi e corti letterarie.

Chi non muore si rivede, eh?
Sono morta innumerevoli volte, nella prima metà di giugno, dispersa tra bassi colli laziali, oziosi e schiacciati dal sole. Ma in una casa protetta da mura secentesche, a giugno, il tepore è sempre tenuto a bada da un’atmosfera cristallizzata nel torpore che compone il passato.
Sono morta per la gioia delle orecchie dei vicini, prendendoci gusto. Le mura assorbono ogni gemito, ma una finestra aperta spezza il limbo.
Tra una doccia e una cena, ho riscoperto l’assoluta semplicità delle cose.
Scopo lesbicamente a missionario e a smorzacandela (non sapevo si dicesse così fino a un minuto fa – che nome teneramente ridicolo), ossia nei modi più beceramente banali ever. Ora, non è che io voglia descrivervi in che posizioni sessuali scopo (anche se lo sto facendo), volevo solo condividere l’assurda banalità di ciò che per definizione non dovrebbe esserlo. L’unica chicca per gli appassionati di fisica consiste nel fatto che scopo a missionario e a smorzacandela senza l’ausilio né di dita né di strap-on e godendo come riccio (è bello essere bisessuali: non si può essere tacciati di non aver provato l’altra alternativa, e quindi di non sapere cosa ci si perde). Mi sono sentita così spesso chiedere “Ma come scopano due donne tra di loro?” che adesso che ho una risposta così semplice non posso che goderne interiormente. So che tal risposta non risponderà a un beneamato cazzo, per usare un francesismo, perché se lo facesse io non avrei motivo di spiegarvi quanto banale so essere a letto.
Volevo solo, ecco, per l’ennesima volta, farvi riflettere su quanto poco del sesso lesbico (reale, non quello ri-settato per essere venduto a un pubblico maschile) si sappia – così poco che molti di voi si staranno ancora chiedendo come faccio a godere come un riccio in quelle posizioni.
(Ma poi… Perché si gode come un riccio?)

Tra una morte e l’altra ho fatto diverse cose, docce a parte.
Ho fatto la turista dal primo all’ultimo giorno, beandomi in questa mia condizione. Ho visitato una portaerei infilandomi dove non avrei dovuto, ho mangiato carne e funghi fino a scoppiare, ho messo in soggezione commesse con il mio troppo formale approccio di cliente, ho rincorso gatti che non volevano farsi accarezzare, ho avuto un calo di pressione alle terme, ho trovato il colore che stavo cercando per il gonnabe studio, ho commentato vecchiette basculanti con N e ripescato ciambelle al plasma con J, ho fatto da attendente a VB (nel senso che mi lasciava a casa a farmi servire Manman, per cui ho pulito tappeti e trascinato sacchi della spazzatura piombati sotto al sole cocente), mi sono fatta dare dell’ubriacona in modo poco sottile, ho battuto a tappeto profumerie alla ricerca di profumazioni al gelsomino e al tiglio, ho chiesto a un polacco di croci di ferro e tante altre cose.
Per cinque minuti ho anche contemplato me stessa fare la stupida in treno con VB che, in modo non meno beota, giocava con l’ipotesi di toccarmi le tette. Ora, che io e VB si sappia essere stupide in modo encomiabile è risaputo (avete presente I soliti idioti? Ecco, esattamente così), ma mi mancava il realizzare quanto sappiamo essere stupide come una coppietta appena sbocciata che passa il tempo con dispetti vezzeggiatori e corteggiamenti divertiti (non prendete quest’ultima mia frase per pensare che siamo una coppia, maliziose creaturine). Gliel’ho anche detto: per diventare uno stupido cliché di ragazzina flirtante non è che mi servisse molto, a quanto pare, mi bastava un essere di sesso femminile e dal gender incerto con cui farlo. Insomma, io e VB persistiamo con il rapportarci l’una con l’altra come se fosse il primo giorno (e di mezzo c’è una convivenza di mesi con spazio vitale risicato). Ironico, isn’t it?
Va accostato al mio ruttarle in faccia mentre mi aiuta a indossare una collana. Lei ride e partoriamo questa creatura mitologica che dovete immaginare come un tenerissimo batuffolo di pelo con due enormi occhioni che scioglierebbero anche un reduce del Vietnam, una di quelle creature che causano in reazione degli “Aw!” commossi, e che si esprime ruttando. Gliene ho disegnato uno, rutto incluso, e l’ho fissato con del nastro adesivo sulla porta come Welcome! per quando fosse tornata dal lavoro.
Ho anche scoperto di condividere con VB il gusto infantile per la lotta fine a se stessa. Ci siamo rotolate sul letto dandocele fino a impregnare di sudore le lenzuola, per poi litigare per il suo infelice dirmi – a posteriori – che a un certo punto avrebbe potuto mettermi sotto ma non l’ha fatto, e ho dovuto spiegarle che non ce l’avrebbe fatta neanche se avesse tentato, e lei ha controbattuto che ero senza fiato e quindi ce l’avrebbe fatta, ma le ho sottoposto il fatto che non ero così tanto senza fiato e via discorrendo fino all’ennesima cena al girarrosto a cinquecento metri da casa, quello che sta per adottarci, quello che ci offre home-made biscottini e che alla quarta volta ha chiesto: “Vi porto direttamente il mezzo litro di vino?”
Sono stata bene, e i giorni sono volati. Sono volati anche se qui avevo lasciato incontri e progetti in sospeso, e che ho messo in stand-by a malincuore.
Il fatto è che sto bene con VB, cazzo.
La vedo per tre o quattro secondi, alcune mattine, la sagoma in giacca e camicia bianca pronta ad andare al lavoro, foulard attorno al collo. Sono troppo assonnata per definire i contorni, quindi c’è solo quest’idea di lei – evanescente apparire che mi sussurra un “buongiorno” posando la tazza di caffè bollente, con un sorriso soddisfatto-compiaciuto mentre mi guarda, e la guardo mugugnando sonno e soddisfazione-compiacimento. Reclamo un saluto meno incorporeo e la sagoma si avvicina, mi deposita un bacio da qualche parte con tracce del suo odore, poi svanisce e io ripiombo nel sonno.
Vorrei, come spesso mi capita, condividere quel che il mondo mi dona. Vorrei, con le parole, ricrearlo per farvi com-prendere. Ma la lingua mi tradisce. I cliché non accorrono in mio aiuto. Dovrei chiamare in causa troppe cose discordanti, e sarebbe non dall’unione, né dalla fusione, ma dalla negazione di una da parte dell’altra che nascerebbe quel che vedo in quelle mattinate insonnolite.
Dovrei battere due dita sulle spalle di un galeotto di Genet e chieder lui di voltarsi per un secondo – quei secondi che Genet dilata all’infinito – quello in cui puoi inquadrare un sorriso che va formandosi, un sorriso rubato a un qualche interstizio. Al di sotto, sotto la maglia lacera di un marinaio che si apre in bottoncini sul petto, dovreste sentire il lieve gonfiarsi dei pettorali – non è la loro durezza, ma la loro massa su cui poso la fronte – poi dovreste chiudere gli occhi e riaprirli nelle vesti di un qualcuno che ha bisogno di una pausa di conforto e la trova in un seno morbido e totalizzante, in cui soffocarsi e con cui giocare come bambini, eppure senza tirare in causa triti e ritrici freudiani cliché materni. Il suo polso, invece, è saldo e fragile al contempo: si piega con la solida grazia di una statua greca, un dio della determinazione colto nella propria adolescenza. Così è anche il collo – i tendini che vibrano al massimo della tensione, la testa buttata indietro – la testa buttata indietro di un eroe che cerca di sollevare un titanio e quella indietro reclinata di un’evanescenza klimtiana che nel proprio apparente abbandono serba saggezze che pesano come macigni.
Avrei bisogno di un’altra lingua, nata in un altro dovequando, in cui certi opposti non sono tali e in cui “accogliente” e “conquistatore” sono sinonimi.
E dovrei anche aver smesso di darmi a certe beate contemplazioni da passione appena sbocciata – ma, per fortuna, posso ancora ridicolizzarmi.

La Manman di VB mi adora. Non chiedetemi come ciò si coniughi a farmi portare sacchi della spazzatura e altri pesi: ho eseguito il tutto come se fosse una prova da superare, e chissà se lo era.
Comunque, la Manman di VB mi adora e VB stupisce, perché di solito quella creatura dall’ironia non trasparente preferisce farsi i fatti propri. Per lei ho intrecciato fili di ferro mentre lei per me confezionava una borsa (di cui presto andrò fiera).
Sono riuscita anche a conquistare la gatta, di VB, ammasso di ossa e peli aggrovigliati che non voleva ammettere di morire dalla voglia di essere coccolata da me. Povera illusa gatta.

Ho letto.
Ho letto James (La coda del diavolo), che mi ha tenuto compagnia in un lungo viaggio in treno e per una lunga notte solitaria, sorridendo a battute che potevo immaginare dette dalle sue labbra nel tono che ora so riconoscere come suo.
Ho letto The Cellist of Sarajevo senza capire cosa pensassi di quella prosa, ripiombando in un tema studiato qualche anno fa (oh miei amati assedi).

Ho scritto.
Ho scritto Rush in Peace, ovviamente, e vi basta andare sulla pagina su Facebook per avere un assaggio delle ultime parole partorite.
Abbiamo 39 utenti, al momento – e godo per ognuno. Cerco di mantenere la pubblicità a un livello non invasivo – odio spammare gli altrui walls, le altrui caselle di posta, diffondere PMs non richiesti – e questo rende quei 39 utenti corposi. A una lista di contatti di 22 persone su gmail vengono spediti gli aggiornamenti – siamo al 19° capitolo, dal 20° in poi dovrò aggiungere i vecchi lettori (che fino al 19° avevano già letto). Non sto facendo leva su niente che non sia RiP stesso – né su me stessa come già pubblicante scrittrice, né su simpatie personali o favori dovuti. Voglio che RiP nasca da sé, tutto al presente – voglio che rimanga quel che è stato finora: un prodotto che non deve appoggiarsi ad altro.
È la libertà che si ottiene dopo essersi tolti lo sfizio di pubblicare. Lo consiglio a tutti gli aspiranti scrittori: fatevi pubblicare dietro retribuzione, così smetterete di rincorrere quest’idea. Non che io abbia deciso che non pubblicherò mai più, ma devo trovare un compromesso e posso concedermi il lusso di darmi tempo per farlo: non ho né le pressioni che ha chi deve pubblicare per sopravvivere, né quelle di chi vuole pubblicare per dimostrarsi di poter pubblicare.
È che – aspiranti scrittori, scrittori fatti e finiti e passanti – quando ancora scrivevo con l’ottica di pubblicare quasi mi sentivo in colpa nello scrivere una cosa come Gioco della rosa. Questo maledetto fuori-genere, che non commette nessun peccato se non quello di non commettere peccati prestabiliti. Fa riflettere. Mi fa riflettere la società delle etichette, in cui si investe sul prodotto dal target certo.
Ho discusso – e ne discuterò ancora a lungo – sul come alcuni libri vengano pubblicati per il semplice fatto che hanno le giuste carte per compiacere un certo pubblico. Per questo la scrittura di genere è così limitante: sono quegli stessi limiti a renderla un prodotto vendibile con maggior certezza. Sai già a chi indirizzarli – il pubblico è già pronto, non devi crearlo.
Osservo dal mio silenzio i dibattiti interni al mondo dello scrivere di genere – interni a ogni singolo genere, che lamenta il proprio essere un genere e quindi essere ghettizzato. Non è implicito? Non viviamo nella magnifica società delle pluralità coesistenti? Ma mi ricorda il pluralismo alla britannica, in cui hai diritti bonus solo se appartieni a una minoranza – quella musulmana, quella omosessuale, quella handicappata – quella action, quella horror, quella sci-fi.
Osservo dal mio beato silenzio le lotte intestine, le voci che rispondono prima di aver ascoltato, e ciò rimbalza tra le mie sinapsi assieme al mio osservare – discutendo con alcune persone nelle ultime settimane – l’italiano parlarsi addosso, urlarsi senza ascoltare l’altro. So che le due cose hanno ben poco in comune, che sono guidate da due dinamiche diverse, ma ne osservo il concomitante entrare nelle mie riflessioni.
Ho seguito brevemente un dibattito (l’ennesimo) sull’opzione e-book, e-book VS libro cartaceo, rendendomi sempre più conto di quanto sia minuscola l’Italia e di quanto sia al contempo immensa. Facebook aiuta nel visualizzare ciò che intendo. Immaginate una moltitudine di microscopici puntini che si agglomerano attorno a 8-9 punti di dimensioni maggiori: è il quadro che sto avendo del mondo della letteratura di genere (vari, che s’intersecano, dall’action al giallo alla sci-fi all’horror) in Italia. Gli 8-9 punti di dimensioni maggiori sono gli autori affermati e conosciuti, i microscopici puntini sono i lettori. In mezzo ci sono gli scrittori che si considerano della domenica e gli aspiranti scrittori, quelli che hanno cosparso riviste online di racconti e quelli che sono sbocciati da nulla, quelli dal lungo e difficile percorso, quelli che si pubblicano fai-da-te e quelli che tacciono attendendo la Grande Occasione. In questo confusionario quadro, dura a morire, rifulge la Torre D’Avorio gramsciana: appena un puntino riesce a ingrandirsi e ad attirarne altri si fa élite, poeta-vate – e abbiamo i dibattiti su e-book VS libro cartaceo portati avanti come se i puntini ingrossati fossero già una casta, dibattiti portati avanti come se fosse quel dibattito a decidere delle sorti del libro cartaceo.
In mezzo ci sono i Recensori, categoria da me scoperta da poco. I Recensori sono una razza di persone il cui hobby è, per l’appunto, recensire – sono le loro recensioni (nel piccolo come nel grande, no?) ad aiutare i puntini a ingrossarsi. Ho scoperto i Recensori perché nel mio beato limbo RiPpiano un paio si sono avvicinati a me. Ora, io sono grata a chiunque faccia commenti e critiche a ciò che scrivo, felice di rispondere a domande (sono un’opinionista speculativa del cazzo, non poco egocentrica), ma non riesco a capire la gioia di recensire (sono pessima a farlo). Mi sono anche chiesta – più come rigurgito di memento mori suggeriti dalla fiction – quale sia il potere di un Recensore. Il domandarmi quale sia il motivo e quale il potere di un Recensore, e quale sia la relazione tra le due cose, mi ha inquietato un po’. Mi ha inquietato il vedere gente recensirsi a vicenda, a mo’ di scambio di favori. Recensirsi con sbandierata spietatezza a vicenda, criticando chi non critica spietatamente (criticando alcune cose e non altre: c’è chi si ostina sulla prosa pura ignorando la coerenza della trama e chi critica il ritmo ignorando la prosa). Ho intravisto orde di riviste online, mescolate a blog, o riviste con blog annesso, il cui scopo è recensire e/o pubblicare, entrambe assieme, e che offrono gratuiti servizi di editing che promettono un lavoro professionale, puntuale e preciso (il lavoro professionale di migliaia di siti di sconosciuti – sono felice di essere stata una correttrice di bozze, perché almeno da quel punto di vista non ho bisogno di aiuto), spietato della spietatezza di cui sopra. Uso il termine “spietatezza”, ma è scorretto: è la “spietatezza” del chirurgo professionista, o che tale vorrebbe essere. Quello che rende perplessi, l’illogicità che fa concludere a un bambino che Babbo Natale non può esistere perché prova tu a consegnare doni a tutti i bambini del mondo in una notte sola, è il fatto che ogni blog/sito/rivista accettante scritti da revisionare s’erge a Vera Professionalità dettando le proprie regole contro quelle altrui, e se ognuno di loro porta la Vera Professionalità, allora quante vere professionalità ci sono?
Fa girare la testa.
Amo il mio limbo che s’ostina a non prendere parte.
Detto tra noi (cioè detto a chiunque – dovrei smettere di ricorrere alla retorica, del tutto), se ho pubblicato è stato per sbaglio. Non stavo rincorrendo scrittori. Mi ero limitata a simpatizzare con lettori di un romanzo. I lettori in questione mi sono stati simpatici e successivamente ho scoperto che erano anche scrittori, e quindi li ho letti – come si legge il libro di un amico mentre lui legge il tuo. Continuo, colpevole, a fare così – “colpevole” ogni volta che un Nome Autorevole, un Editore caposaldo, un recensore d’annata (sempre nella Torre D’Avorio microcosmica della scrittura di genere, che a volte sconfina altrove) mi ha addato su Facebook e io non avevo la più pallida idea di chi fosse (grazie, Google, per esistere). Sono di un’ignoranza vergognosa, in effetti. Tale ignoranza mi salva: non posso ricorrere all’adulare il libro di un Nome Autorevole per farmi amico l’autore. (D’altro canto corteggio scrittori che adoro e che sarei io a voler aiutare a scrivere ciò che vogliono, potessi farlo.)
Inciampando in lettori che ho poi scoperto essere scrittori ho visto l'”effetto Corte”. Lo conoscete. Chiamatelo come volete: è quella strana dinamica che fa sì che i minuscoli puntini si agglomerino attorno a un punto più grosso. È fatta di reverenze, soggezione e adulazione. È l’arbitrario trattare con i guanti un qualcuno perché è un Qualcuno di professione. È il mantenersi a rispettosa distanza nell’attesa di poter essere al suo livello e averci a che fare da pari. È moderatamente aberrante, come molte dinamiche sociali. Per legge di Murphy è controproduttivo, tra l’altro, nel senso che per esperienza è chi se ne sbatte delle gerarchie a star simpatico a chi sta in alto. A chi starebbe simpatico un cane dalla fedeltà aprioristica? (Intendo, a parte che per comporsi una Corte?)
Ma comunque.
L’Italia, si sa, ha un suo cattolico mafioso fatalismo, e ciò fa sì che io ne abbia sentite di ogni sul mondo letterario, di genere e non. Ho dovuto pure studiare l’editoria in Italia per un esame, sciorinando al docente informazione studiate su libri su una collana in cui ho pubblicato.(“Buongiorno, Prof. Secondo ciò che dice il suo esimio collega, considerando dove ho pubblicato, io scrivo paraletteratura; ma se riporto quello che asserisce l’altro suo esimio collega, da un punto di vista stilistico, sono autoriale-postavanguardista. Sono uno di quei rari casi citati a pagina 263 del manuale: a quanto il manuale dice, se mi va bene, creerò un nuovo genere, che le successive generazioni ripudieranno come io oggi ripudio i generi già esistenti. Se mi va male… Il manuale non dice nulla a riguardo. Ha qualche suggerimento?”) Ho studiato saggi scritti da Professoroni che non dialogavano con gli scrittori di cui parlavano, e parlato con scrittori che lavorano nel campo senza analizzarlo, questo campo, dall’alto. Ho il doppio handicap di studiare troppa teoria per enjoyare l’ottica dei generi, e di aver visto l’ottica dei generi troppo dall’interno per blaterare teoria dall’alto di una posizione intonsa. I Professoroni mi parlano dei perché del successo di certi Super-Uomini che riappaiono da due secoli nella nostra letteratura popolare, con uno sguardo forse fin troppo ampio, mentre lo scrittore-blogger lamenta la poca caratterizzazione dei nemici zombi nelle opere degli ultimi due anni, con uno sguardo vagamente troppo focalizzato. I Professoroni lamentano la dozzinalità delle opere da edicola senza leggerle, scoprendo magari che tra tanta prosa 4 dummies ci sono perle ingabbiate che mostrano un contorsionismo geniale, mentre gli scrittori che si sono conquistati una fetta piccola ma salda aggrediscono i Grandi Teorici lamentando la loro polverosità senza rendersi conto del fatto che è lo scrittore autoriale quello che rinnova la lingua, mentre le opere di genere tendono a essere conservative (conservative nella loro fu innovativa nicchia, ma pur sempre conservative).
E io galleggio beata nel mio limbo.
Galleggio beata scoprendo che J, in un’intervista, pone tra i suoi scrittori preferiti C (che mi perdonerà, se la strattono di nuovo qui in attesa di sapere se tale trascinarla nel gorgo delle mie riflessioni urta – è per una buona causa, o almeno spero di aver azzeccato nello scegliermela) – lo scopro tra un’e-mail mandata a J e una mandata a C, scoprendo che di entrambi apprezzo la capacità di non dividere il mondo in compartimenti stagni. J e C non hanno una beneamata sega in comune, a parte questo. Scrivono cose diverse con stili diversi con pubblici diversi di generi e non-generi diversi e con punti di forza opposti. Paradossalmente è quel loro non ragionare per generi a farmeli accomunare. Li prenderei entrambi, piazzerei dinnanzi a un camino a sorseggiare bevande calde a scelta, rimirandomeli per qualche minuto, cercando nei loro sguardi quel qualcosa che li lega l’uno all’altro come esseri umani ai miei occhi.
Il punto, come al solito, è sempre questo: l’essere umano. Quella cosa che sta a metà tra gli ideali intoccabili dei teorici e la bidimensionalità funzionale del genere. Quell’utopia che è tale perché non è un’utopia arresa a se stessa né l’iper-dettaglizzazione di un lato del Creato a discapito degli altri.
È qualcosa di fottutamente difficile da trovare, perché non ho etichette con cui cercarlo in libreria. Mi tocca sfogliare libri su libri alla ricerca di una prosa che mi dia quello. Non è riconoscibile dal riassunto della trama né dalle arzigogolature della sintassi. Mi tocca prendere tra le mani l’individualità di ogni singola opera a prescindere dal suo contenuto puro e dalla sua pura forma.
È un compito ingrato, quasi quanto il cercare l’Essere Umano indipendentemente dal suo sesso, dalla sua nazionalità, religione e partito politico.
(Vedete che tanto alla fine parlo sempre delle solite cose? D’oh. Sesso e speculazioni sui massimi sistemi – fra 20 anni mi troverete alcolizzata all’angolo di una strada a blaterare profezie irrisolte mentre cerco di toccare il culo di un passante, rovinando ridicolmente a terra. Amen.)

Arrivi e partenze.

Osservare come una persona faccia la valigia deve dire molto, su quella persona.
Io mi faccio per l’ennesima volta metodica e creativa al contempo.
Stendo un velo bianco e lindo sul letto, e comincio a riversarvi i vestiti nell’ordine in cui sono riposti nei cassetti – cassetto delle magliette e canottiere in bianco e nero, cassetto delle magliette e canottiere in tutte le terre assieme a quelle blu, viola e verdi, cassetto della maglie in bianco e nero, cassetto delle maglie in tutte le terre… – disponendo il tutto in scale di colori. Seleziono, sorrido soddisfatta, e poi impilo per colore, formando cumuli che vengono stretti da nastro celeste (non è un accorgimento estetico: è che il nastro è di quel colore).
Il mio armadio segue un comodo rigore da psicopatico: è catalogato in base al colore (tre grandi gruppi: il bianco&nero, le terre, tutto-il-resto) e alla tipologia (magliette&canottiere, maglie leggere, maglie pesanti, maglioni leggeri, maglioni pesanti, pantaloni e jeans piegati in due modi diversi). Faccio shopping sapendo quali slots vanno riempiti. So, ad esempio, che mi mancano dei pantaloni estivi grigi. E invernali beige. E via discorrendo.
N disse che la sua intima mascolinità poteva essere osservata nel suo modo di fare una valigia: pratico, essenziale, salva-spazio.
Per quanto riguarda me, la valigia assorbe tutta la mia femminilità residua. Credo infatti di aver messo in valigia una sostanziosa varietà di capi. Varietà, creature, e userò ogni singolo pezzo: vivo con il terrore di non poter scegliere (non solo nell’ambito “vestiario” – l’ambito “vestiario” riceve in riflesso tale mia fobia).
Poi c’è il sacchetto con vari foulard e cinture, quello con le mutande da casa, quello con i perizoma da fuori-casa, quello con reggiseni… (La biancheria intima fa eccezione: esiste solo in categoria “bianco&nero”.)
Dopo completerò con la parte più complessa della valigia, ossia: tutto-il-resto. I libri da portare a VB, quelli che voglio leggere io, (che schifo fanno le pseudo-micro-scolopendre quando le smolecolarizzi contro il muro), quelli che devo studiare; netbook e alimentazione, lettore MP3 e caricabatterie; nonché l’infinita varietà di varie&eventuali che uso e abuso nel farmi una doccia (sopravviverò senza tutte le mie creme profumate? Dai, Sna, sei sopravvissuta fino a un anno fa senza mezza crema, poi sei diventata una checca vanesia, ma puoi sopravvivere).
Domani (perché sono le 4 del mattino) parto per la terra di mezzo, ossia il Lazio. Sarò ospite di VB – cioè, una cosa a metà tra l’essere ospite sua e della sua Manman (è creolo), quella che mi adora, che mi vuole (ri)portare alle terme, al mare, che rompe il cazzo a VB dicendole di mettere a posto la camera perché non intenderà certo farmi trovare un simile casino, chiedendole se si è già preoccupata di cosa mangeremo, se mi porterà fuori e cosa Manman deve cucinarmi (Manman non è mai stata una grande cuoca per VB – ma io sono il figlioletto, o la figlioletta, e insomma non si capisce, virtuale che non ha mai avuto, a quanto pare).
Mi mancano i pini marittimi.
Mi manca quell’aria fresca, frizzante, che mai si posa. Il cielo azzurro (ricordatevi dove abito: qui si va da un grigio-cavo a un bianco-sperma, passando per un viola malato) con le nuvolette-ette-ette. Mi manca anche la gente vestita in modo kitsch (fatemi giocare la checchesca parte della milanese anche se non lo sono – uno nella vita dovrà pur distrarsi dalla vostra esistenza). Ma non è esattamente nostalgia, quanto più una sana voglia di. Ho voglia di vedere i panciuti autoctoni stravaccarsi alle terme, con quell’indolenza prepotente con cui ricordo tanto Civitavecchia quanto Roma. Non mi manca il caos d’esseri umani e macchine romano, quello no – persisto con cocciutaggine a vedere il romano come un scimmia a proprio agio, o mi vengono in mente metropoli sorte sulla cima di Terzi Mondi, in cui ti danno una pacca sul culo con il cofano per poi riservarti sorrisi che io non farei neanche alle persone a cui voglio più bene. Ma, anche se non mi manca, non mi spiacerà finirci in mezzo di nuovo, giusto per sentirmi un po’ più turista confusa – e guardare il mondo con gli occhi meravigliati della turista, essere scambiata per straniera e avere gente che mi sorride. Odierei il farsesco italiano che con il proprio caloroso fascino si fa largo nella tua visuale – ma basta immedesimarmi nella turista che ho in me e quei tizi abbronzati dai sorrisi ferini mi appariranno il romantico italiano tanto vagheggiato nel mio anno in Germania (è facile amare i cliché folkloristici: sono qualcosa di, per definizione, lontano da te, transitorio e lì apposta per divertirti). (Sto parlando come una spocchiosa creaturina che s’erge sulla cima di una civilizzazione che reclama tutta per sé, sì; ossia, come il solito colonialista vittoriano che tanto ripudio. È che, creature, è delizioso farlo.)
Ho anche voglia di rivedere J con sullo sfondo la parata militare del 2 giugno, se il 2 giugno sarà.
J ha riempito diverse serate, diverse chattate dall’argomento mutevole. Rush in Peace è il collante, ma poi si divaga – e sto familiarizzando con J come si familiarizza con quelle internettiane presenze che vuoi a riempirti le pause, solo che J l’altra sera ha accolto una Me ubriaca facendomi trovare nella casella e-mail un video-trailer per RiP. Roba da mettersi a piangere, saltellare sul posto, abbracciarlo, sollevarlo da terra e farlo girare (cosa che mi riuscirebbe alquanto male, essendo lui vagamente più alto e grosso di me – ma l’alcol fa miracoli, non si sa mai). Sapete cosa significa, un video-trailer? Significa che la personcina è entrata nel mondo di RiP abbastanza da cominciare a crearne parti. E ciò, ovviamente, mi commuove. Mi commuove anche la disponibilità di J ad aiutarmi con tecnicismi che per me sono arabo – una disponibilità che deve essere una commistione tra carattere, scimmia per i tecnicismi e apprezzamento di RiP, suppongo.
Con Noes possiamo ricominciare a scrivere da oggi, ossia da domani, e facciamo passare un paio di giorni perché sarò un po’ impegnata. Ha dato l’esame che le catalizzava ogni attenzione, e così possiamo metterci lentamente in marcia. Sprono a un lavorio senza fretta, con i tempi necessitati – tanto abbiamo 12 capitoli già scritti da dare in pasto.
Nel frattempo, ho usato le pause (e anche quelle che non sarebbe dovute essere pause) per scrivere quei pezzi che intervallano RiP – quelli che delineano e approfondiscono l’ambientazione, per intenderci. Ho avuto un’idea per il re-inserimento del nostro caro Krzysztof (che verrà chiamato “Christo” causa impronunciabilità del nome), che volevo più presente. Christo è stato costruito sulla stessa matrice che partorì Nikolaus – ve lo ricordate, il nostro tagliatore di diamanti ebreo con il vizietto delle ragazzine, che vive tra miserabili anche se è ricco (anzi, proprio perché è ricco)? Christo/Nikolaus è un augurio di buona vecchiaia su una qualche corrotta spiaggia assolata, una piña colada in mano mentre esseri umani giovani e servizievoli si divertono (o fingono di divertirsi – ma tanto tu sei al di sopra di tali bieche preoccupazioni e non ti formalizzi) corteggiandoti i sensi. Il genere di persona che ti causa una subitanea simpatia, che è più una forma bonaria e ottimista di invidia.

Krzysztof, il cliente, un cyborg che oscilla sfacciatamente tra organico e inorganico, tra élite e feccia, accarezza il vetro con una certa tenerezza. Stona. Krzysztof ha quarantasei anni cyborg, l’aspetto di un umano di ventidue, ed è un mediatore. L’anello mancante tra due razze che da decenni a forza collaborano e che si sono sempre odiate troppo per cercare compromessi.
[…]
“Parlo di una svolta, Peacemaker. La casta cyborg è cresciuta abbastanza, ora si può permettere rivoluzioni interne. Parlo di un gruppo di giovani cyborg, discendenti di Mittal, Depoortere, e anche il tuo Goryeo, che ha trovato un antico libro in cui veniva descritta la società ideale. Una cosa chiamata ‘Legge Pubblica’, in cui i figli sono di tutti. Nessun padre, nessuna madre. I cyborg non digeriscono più di dover partorire un essere di carne e doverlo allattare per anni in attesa delle sostituzioni chirurgiche. Gli fa schifo. Ah, non guardarmi come se la cosa non ti riguardasse… Né io né te siamo più capaci di certe cose. Inseminazione, okay. Ma un bambino… No, un bambino no. È il titanio. I bambini cyborg vengono allattati da badanti umane, ci sarà un motivo, no?”

Peace, invece, mi tiene placida compagnia.
Peace è uno tra quegli ideali compagni con cui passerei una mistica nottata in silenzio a osservare fuoco divorare legno. Lo uso – ma di questo posso rendermi conto solo adesso, non ne ero cosciente quando cominciammo a scrivere RiP – per sfogare il fastidio (dovuto a un non-comprendere) che mi causano una gestualità inutile e rumorosa, il lamentarsi costante che forma il brusio di una serata al bar, e tutte quelle cose a cui a malincuore ho dovuto ri-abituarmi quando sono tornata in Italia (intendiamoci: anche i crucchi si lamentano, e con una pedanteria massacrante – ma non capirli mi riesce meglio).
A parte questo uso, ho poco a che spartire con un Peace. Ha un che di Tanz – il nome che ho dato alla mia coscienza più irreprensibile e nietzschiana – ma questo “che” si ferma al must “Cammina sul dolore, cammina sulla fatica, cammina su te stessa” – cosa che devo farmi ripetere da una coscienza costruita a tavolino perché infine non ci credo troppo.
Peace che è più un’ideale di amico che di personalità.
Peace che ho potuto permettermi di creare così immoto e silenzioso solo perché a fare da contraltare c’è Noes – i suoi rumorosi Byron e Michel che riempiono quello che altrimenti sarebbe un noiosissimo silenzio.
(È il motivo per cui non riesco a scrivere di Cody “Banshee” Horton: quell’uomo è troppo silenzioso, anche interiormente.)

Sto leggendo La canzone di Jolanda di Claudia Salvatori. Dirvi “ve lo consiglio” è scontato e ridondante: vi consiglio Salvatori in toto, indifferentemente dal modo in cui si è declinata.
Ve la consiglio essendo di parte, e intendo: consigliarvela è come consigliarvi me stessa, solo che Salvatori esprime meglio cose che io vorrei esprimere ma non riesco. E lo fa con più semplicità, senza perdersi in morbose elucubrazioni.
Posso leggerla senza dover frenare sorrisi di compatimento (sono sempre una creatura modesta) dinnanzi a narratori dalle visioni limitate, senza dover sbuffare dinnanzi a una retorica che non viene criticata per essere retorica solo perché è usata da così tanti che viene preso per buono sia valida. Salvatori dice qualcosa di rivelante tra una parola e l’altra, non in ciò che le parole compongono. È il come e non il cosa a far sì che io mi stia riempiendo la libreria di suoi lavori. Salvatori è la dimostrazione che è il linguaggio il primo veicolo di significato, e quindi di visioni del mondo. Dio la volle crescere negli ambienti della narrativa popolare, così che Salvatori ha imparato a fare quello che io mi ostino a non voler fare: essere leggibile e d’intrattenimento.
Per questo dovete leggerla: perché è un ponte tra me e voi.

Münster anabattista e altri delirii di massa.

Nei bordelli dell’impero
Nelle locande straboccanti
Ho brindato con la daga
All’epopea dei nuovi santi

Un profeta fornaio
Un poeta pappone
A ripulire il Tempio
Dai mercanti in confessione

Quello che devo fare
Quello che devo fare
Rivestire la mantella
E cominciare a camminare

Quello che devo fare
Quello che devo fare
Rimboccare la bisaccia
Di ferro, piombo e rame

Ma seminare la gramigna
In una terra concimata
Può portare a fioritura
Una rosa avvelenata

E se il frutto dell’orrore
È annaffiato con premura
Il raccolto di cancrena
È cosa assai sicura

Re Davide scortato
Dagli unti e dai bambini
A partorire il suo delirio
Tra le braccia dei becchini


L’edificio che ospita l’ostello deve essere ottocentesco – è situato al di fuori delle mura che c’erano e che non ci sono più, a Nord.
La camera ha pareti alte, il soffitto decorato a stucchi, e delle allungate finestre percorrono tutta la parete, coperte da tende di velluto che sfiorano il pavimento.
Il lavandino, dio sa perché, è in camera e non in bagno. Esigenze architettoniche quando si ha a che fare con un edificio vecchio. Sbaglio. Vezzo. Mi ricorda un’aula o lo studio di un artista.
(Ed è da due settimane che ho voglia di dipingere – quella voglia che non sentivo da tempo, pretenziosa e assillante, che rende ogni altra azione vana e fastidiosa.)
Ceniamo nel ristorante dell’ostello, un luogo dall’atmosfera tedesca-e-punto. Kiel ha un’atmosfera tedesco-nordica, Monaco un’atmosfera tedesco-bavarese, Colonia svetta verso il nuovo e Lubecca verso il vecchio.
Münster, invece, è tedesca-e-basta. La tedeschità che t’immagini perché così ti hanno venduto la Germania, qualcosa a metà tra le case appuntite di mattoni rossi del nord e i cubi decorati del sud.
Münster è una città piccola – la città delle biciclette e dei conigli, come Venezia è la città delle gondole e dei gatti. Un grappolo di conigli si assiepa dove una volta c’erano le mura. Gli abitanti sono incredibilmente brutti e questa è un’osservazione sommaria e ingiusta. Mi perdonerete: li ho amati lo stesso. Li ho amati anche se sono così tanto cattolici.
Münster è di un cattolicesimo nauseante.
Alle otto e mezza del mattino entro nel Duomo, durante la messa. Mi è sempre piaciuto partecipare a messe, più o meno come a un turista piace indossare il burqa – per vedere l’effetto che fa. La totale mancanza di esperienza cattolica pone uno strano vetro tra me e il grappolo di fedeli rivolti verso il prete salmodiante – il senso di libertà del turista e il suo imbarazzo nel non sapere quando deve alzarsi e quando deve sedersi.
VB, inginocchiata di fianco a me, mi dice:
“China la testa.”
“Perché?”
“Rispetto.”

Vb è una di quelle, tante persone, che l’esperienza cattolica l’hanno loro malgrado avuta. Una delle tante persone che ne sono uscite. Se non ho pensato che dovevo chinare la testa non era per malizia, ma per ignoranza. Ora che lo so, non la chino comunque, e i motivi stavolta sono almeno un paio.
Uno risiede nel fatto che sono in una città cattolica dopo così tanto tempo e realizzo nuovamente quanto ricco e pomposo e gesuitico (denominazione che agisce retrospettivamente) il cattolicesimo sia. Da non cristiana amo il cattolicesimo: è bello e spettacolare. È barocco. Suscita sensazioni. Non ti convince a parole ma a immagini. Il protestantesimo è troppo nudo e sincero per avere un estetismo che regga il paragone. Una chiesa protestante non la visiti: è noiosa e seria, e ti senti veramente un guardone. A parte la struttura architettonica e i fedeli non c’è molto da guardare.
Il cattolicesimo invece ha pompato nelle proprie casse oro e denari per secoli e – se Dio mi ama anche se io non amo lui – ho perciò il diritto di risiedere nella sua casa. (Oh, Dio non c’entra in questi discorsi; sono i fedeli che istituiscono le regole sociali, non Dio.) La chiesa di St. Lamberti non ha – come altre chiese – la mostra di souvenir per turisti all’entrata: si limita a dirmi che io, turista, sono ben accetta mostrandomi dei depliant acquistabili per la modica somma di due euro.
Rispetto la chiesa cattolica che si vende: compro i suoi feticci e feticizzo la messa vivendola come attimo estetico individuale – e quindi tengo la testa alta per guardare le vetrate.
L’altro motivo sta sempre lì sopra, anche se dall’interno della chiesa non posso vederlo: è appeso sul campanile, sono appese sul campanile, le tre gabbie per i tre capi della Münster anabattista. Jan van Leiden stava in quella più in alto. Morto, dopo essere stato torturato. Niente di anormale, per l’epoca. Le tre gabbie dovevano fungere come monito – devono aver svolto bene la loro funzione, data la concentrazione di cattolicesimo odierna. È triste, no? Non perché io sia anabattista, ma dopo quel che è successo a Münster non è triste un tale totale fallimento? Ma dovreste conoscere quel che successe. Quel che successe è più o meno questo: gli anabattisti presero la città con l’intento di farla divenire il punto d’inizio di una rivoluzione religiosa che avrebbe liberato il mondo dal cattolicesimo deviante. Qualcuno direbbe che il problema consistette nel fatto che Münster stessa deviò, ma è un giudizio un po’ troppo semplicistico. Münster si trovò circondata dagli imperiali e sotto assedio dalla conquista in poi, e la reazione dei cittadini fu guidata dai precetti di una nuova ideale comunità nascente. Più aspre si facevano le condizioni, più estrema fu l’applicazione dei precetti. A un certo punto il profeta in carica, Jan Matthys, uscì dalle porte della città assediata andando incontro alle truppe, dopo aver detto che Dio l’avrebbe salvato. Le truppe lo fecero fuori e appesero i suoi testicoli alle porte della città e io amo questi seri dettagli della storia della Chiesa e delle Chiese. Mi ricordano come gli uomini siano uomini e la sacralità del tragicomico. Ma comunque. Jan van Leiden prese il suo posto e le riforme continuarono, passando per aneddoti a metà tra il vero, l’immaginato da chi era lì, l’immaginato da chi era in quel tempo ma non in quel luogo, immaginato dai posteri. Chi sa? Quando si dà l’etichetta di diavolo a qualcosa quel qualcosa accoglie in sé tutte le peggiori nefandezze immaginate. Io guardo il quadro generale e credo di capire l’ottica, ovviamente perché la condivido. È sempre la stessa ottica, da la Repubblica di Platone passando per tutte le città ideali. Contempliamo stupefatti come, quando tali ideali si applicano, sfocino nell’incubo. Io mi chiedo invece cosa ci fosse nella testa di Matthys quando uscì dalle porte. Credeva che Dio lo avrebbe salvato? O si martirizzò con coscienza prima di poter deviare dal proprio percorso? O era un atto di vandalismo nei confronti di se stesso, dopo tanti atti di vandalismo negli altrui confronti? Chissà se Jan van Leiden lo sapeva? Mi piace immaginarlo solo, dopo essersi autoproclamato successore di Matthys come unico modo per mantenere un senso in quella città, solo a chiedersi quali fossero i piani di Matthys, a chiedersi come procedere ora. Simpatizzo per lui, e gli do un’intelligenza impreparata, o troppo preparata per quegli eventi.
Ma comunque.
Le tre gabbie sono ancora lì, dio sa per quale motivo. Sono tre gabbie, non pezzi d’arte. Le guide parlano male tanto del regno anabattista quanto dei cattolici che li trucidarono. Ma le gabbie sono lì. Ho detto a VB che mi sarei fatta artista e avrei fatto un’installazione: mi sarei fatta mettere nella gabbia di Jan van Leiden. Un altro artista mi ha preceduto e ha fatto porre tre bulbi luminosi nelle tre gabbie. Fuochi fatui, si chiamava l’installazione. Si ha l’impressione che nelle tre gabbie ci sia qualcosa, debba esserci qualcosa, anche senza bulbi luminosi. Che senso hanno, d’altro canto, tre gabbie vuote? È come disegnare tre vertici di un triangolo senza unirli: la mente completa l’immagine e si ha l’impressione di vedere un triangolo fatto e finito. Che ricordano quelle gabbie? Sono il memento che erano, o ora simboleggiano la crudeltà dei cattolici? Cosa significano in un’epoca in cui mostrare la sofferenza altrui è crudele?
Comunque, ho fatto il mio pellegrinaggio. Non mi sono, come avevo detto, arrampicata per raggiungere le gabbie in un attimo di com-passione venendo arrestata. Non ho attuato alcun revival, mettendomi ad esempio a pisciare sulle chiese o rompendo statue. Ho anche lasciato che il responsabile dell’ufficio “comunità della chiesa – cultura e dio sa cosa” mi infilasse in un “noi” parlando di cattolicesimo anziché urlare che per me Münster è anabattismo. Insomma, non ho commesso alcun gesto stupido e catartico, limitandomi a lasciar apparire di tanto in tanto un sorriso ebete sul mio volto. Ho anche brindato, con VB, dopo aver chiesto una birra tipica della zona per fare la turista.
Si viaggia soli, si dice, e significa questo: che ogni viaggio è un’esperienza intima (con mia grande frustrazione, io che vorrei tutto condividere – ci sarà un motivo per cui la Münster anabattista mi ha affascinato così tanto, no?). Ho discusso a lungo – in passato e durante questo viaggio – con VB di cattolicesimo, anabattismo, feticismo, indulgenze, materialismo e affini. Trovo il feticismo un peccato morale, e mi ci scaglio contro come certi sermoni si scagliano contro l’idolatria – ma ho il temperamento di un profeta rompicoglioni che bussa alla porta altrui, non del prete cattolico comprensivo che mormora leggendo. Ho la stessa tolleranza della Münster anabattista, interiormente – Null-Toleranz – ma lo sapete. Sapete che disprezzo, amo e odio tutti voi e che non è nulla di personale. È che, insomma, voi siete esseri umani e quindi fallaci, io sono un essere umano e quindi so odiare e amare e disprezzare.
Il problema è che per motivi opposti saremmo tutti capaci di rimettere in scena la Münster in cui le truppe imperiali sono entrate.


Münster è stata una meta decisa all’ultimo, quando ho realizzato che era sulla strada per Colonia. Bella città, Colonia. Belle le persone, bella la vita per le strade. Mi sono sentita incredibilmente di Kiel al terzo sguardo ricevuto, alla terza volta in cui mi sono domandata: “Ma perché mi guardano?” Colonia è estroversa, e comunque da una certa latitudine in giù il Nord della Germania diventa quel luogo dove “le persone sono fredde e chiuse”, e io ho risposto che “no, non è vero, è solo l’apparenza”, ma la differenza è visibile, la si tocca, come a Colonia tocchi le persone e a Kiel no.
Sono tornata a Kiel con sollievo, chiedendomi se avessi introiettato la mentalità della persona di campagna che vuole vivere nel suo remoto paradiso. Ed è probabile. Ho persino capito come mai la gente tenga tanto all’omogeneità: quando vivi in un posto in cui tutti sono simili, tutti alti e con gli stessi tratti facciali (e gli stessi colori) non c’è nulla di visibile da temere. Quando vivi in un luogo in cui una sola cultura regna, non c’è nulla che tu non conosca. È rilassante – e noioso e sulle lunghe rende meno elastici.
Non potevo comprendere questo amore per l’omogeneità prima: l’omogeneità del luogo da cui vengo ha caratteristiche che non apprezzo, e quindi è stata rifiutata a priori. E continuerà a esserlo, e io ho addosso quest’umore fatalistico e grigio – manca così poco al ritorno. Ed è strano, strano abbastanza, perché ho avuto abbastanza dalla Germania. Ho compreso il modo in cui si annoia osservandosi, in cui abbisogna di esotismo, i suoi limiti. Non starei comunque qui a lungo. Ma non è in Italia che voglio tornare, e quindi siamo punto e a capo. Vacillo nel nulla da cui sono partita. Parlo con persone che hanno avuto esperienze all’estero (la maggior parte, qui) e mi chiedono se non sono felice di tornare a casa. Mi parlano dell’importanza della madrepatria e no, non li seguo. Dico loro che è frustrante partire ora, ora che parlo tedesco, ed è veramente solo frustrazione. Daf dice che sono pigra, perché chiedo sempre alle persone se conoscono l’inglese, perché non ho voglia di parlare in tedesco. È vero. Ho dato le mie tre annualità di tedesco, sono a posto, fatemi parlare in inglese, è più rilassante. Parlate in tedesco, vi capisco, e fatemi parlare in inglese, tanto mi capite. Si dice che una traduzione non possa rendere le sfumature di una lingua, ed è vero, ma siamo sinceri: neanche i miei connazionali mi capiscono quando voglio rendere quelle sfumature in italiano. Non basta essere madrelingua, bisogna trattare la lingua in un certo modo. La Münster anabattista è una sfumatura della cultura tedesca e i tedeschi non la conoscono. Spendo ore della mia vita analizzando inglese e tedesco per trovare parole che nessun inglese e tedesco usa – o quasi. Dovessi mai (ci sto lavorando) avere una padronanza dell’inglese da livello C2, avrei lo stesso problema che ho in italiano: solo una fetta dei parlanti mi capirebbe. Anche se questo discorso è un po’ datato: dopo mesi all’estero il mio italiano si è impoverito. Centinaia di parole sono diventate passive, e io correggo l’uso dialettale delle preposizioni di VB prima che contagi anche me. Mi tappo le orecchie quando usa parole a me sconosciute perché dialettali – non le voglio nel mio vocabolario personale. Sta già messo abbastanza male. Ho avuto anche l’intenzione di correggere la mia pronuncia, togliendo le “e” e le “o” pronunciate alla nordica, ma mi è mancato l’entusiasmo. Nella paranoia della lingua ho scoperto che “settimana prossima” è la versione nordica del corretto “la settimana prossima”, ma dato che l’uso è ormai diffuso a breve anche “settimana prossima” sarà corretto – sono pigra, la televisione diffonde la parlata del Nord Italia e io mi metto comoda, a breve nuovamente circondata da italiani il cui hobby è correggere “gli” che è “le” al femminile (italiani che fanno i linguisti della domenica – fossero veri linguisti saprebbero che ormai “gli” è accettato come corretto italiano, e a quel punto non rimane che dire “eh, ma a me piace più com’era prima” anziché “eh, ma a me mi piace più com’era prima” – perché gli italiani sono linguisticamente così passatisti? Hanno la pedanteria di un professore che nessuno ascolta e poi dicono “beach” anziché “bitch” – non è paradossale?).
… E mi sto facendo pedante. (Beh, lo sono.)

Un tizio che sa essere pedante quanto me, da qualche parte, parla del rapporto Italia-Germania, dell’invidia italiana per la Germania e viceversa. Scrive che:
“[…] Varcare il confine non ha cambiato una virgola di voi. Siete materialmente ancora gli stessi stronzi di prima.”
Lo leggo cercando punti di vista di persone che si sono trovate nella mia stessa situazione, e mi dico che non sono mai stata la “stessa stronza di prima”. C’è una cosa che chiameremo “il comportamento del turista”, per cui ci si comporta in un certo modo nella propria madrepatria e in un altro all’estero. In Italia sei timido e all’estero sei espansivo. In Germania segui le regole e in Italia no, tanto non è il tuo Paese (e più parlo con tedeschi più ho la convinzione che in Italia si comportino meno civilmente per lo stesso motivo per cui in un Paese musulmano non offrirebbero vino: osservi le abitudini e le imiti credendo di fare la cosa più adatta). In Madrepatria cerchi di mediare e all’estero pretendi servizi. E via discorrendo.
Ma non puoi essere lo stesso stronzo di prima se prima non eri uno stronzo. O forse sì: forse un Paese può farti così schifo che per nostalgia diventi più italiano di quanto lo fossi prima. Beh, non è il mio caso. Non buttavo cartacce per terra prima e non lo faccio ora. Non abbandonavo bottiglie di birra vuote per strada e non lo faccio ora – a meno che non sia vicino alla stazione o dove so qualcuno passerà a raccoglierle (le bottiglie hanno il vuoto a rendere, quindi può capitarvi di vedere qualcuno che gira con un carrello raccogliendo bottiglie per arrotondare; sono barboni, spesso – intendo, quei pochi barboni che vivono qui). Ho imparato delle cose, qui, e spero di poterle applicare anche dopo (ho imparato a organizzare al secondo, e questo in Italia non è fattibile). Non ho imparato ciò che trovavo stupido, anche se la Germania ha rincarato la mia dose di pedanteria. Sono pedanti-pedanti-pedanti i tedeschi. Moralmente e non solo. Ricordo Kokott chiedere agli studenti se non si vergognassero, quando venne fuori che all’università per passare un certo esame bastava comprare i libri del relativo professore. Nuovi, ovviamente – il professore li segnava a fine esami per riconoscere un usato. “Non vi vergognate?” ha chiesto Kokott, e dinnanzi a una tale manifesta vergognosa corruzione il suo atto è parso eroico – e lo era, in Italia. Qui sarebbe pedante, perché prima di partecipare manifestatamente a una tale corruzione devi essere sicuro di sbattertene del giudizio comune, e non è facile sfuggirvi.
Il tizio in Rete scrive:
“Che cos’e’ l’umanesimo? Mi spiace per il leghisti, che straparlano di “radici cattoliche” senza conoscerle, ma “umanesimo” e’ il nome di quello che (a mio avviso, e NON sono cattolico) e il piu’ bel lascito storico , o la piu’ bella tra le radici cattoliche del paese. Si tratta effettivamente di una cosa che e’ solo italiana, e cioe’ la convinzione che la ratio debba fermarsi di fronte alla dignita’ della persona.”
E scrive:
“La dura durissima verita’ puo’ sembrare bella se si criticano i politici, ma nel quotidiano significa essere sempre vasi di ferro tra i vasi di ferro. Il giorno in cui siete deboli in un mondo ove tutti non sono abituati a trattenere l’ascia, puo’ essere un problema. Quando il tedesco diventa vecchio, ci parlerete molto volentieri. E scoprirete che il vostro umanesimo somiglia molto alla delicatezza che il tedesco acquista quando, dopo una vita a gridare e sentirsi gridare sempre e solo l’amara verita’, e piu’ e’ amara piu’ si grida, capisce di non essere di ferro, e capisce che trattarsi con meno ferocia forse e’ piu’ conveniente.”
E mi chiedo che dignità ci sia da preservare quando si paga per passare un esame con un buon voto. Intendiamoci, quella situazione era peculiare. C’erano due possibilità: o dare l’esame con Cercignani comprando i suoi libri o dare l’esame con Maletta senza libri nuovi da comprare. Maletta è sempre la solita Maletta, che parla in modo incomprensibile e quindi mette a disagio le persone. Che non ti dice cosa devi studiare perché se studi per sapere sai già cosa devi studiare. Meno di un decimo delle persone ha fatto l’esame con lei, e il giorno dopo Kokott ha infierito sulle altre:
“Quanti libri ha comprato?”
“2”
“Ha preso 28?”
“Sì.”
“Quanti libri ha comprato lei?”
“3.”
“Ha preso 30?”
“Sì.”
L’atto di Kokott è stato eroico perché è andato oltre il timore di mettersi contro Cercignani (boss del dipartimento) e perché è andato oltre il cosiddetto “silenzioso rispetto”. Non c’era niente da rispettare, se non un must sociale, quella cosa che nella mia testa è battezzata “ipocrisia”.
Ma sono di parte. Sono per la logica e per la verità. Per dare a ognuno la propria responsabilità, anziché vendere un’indulgenza di massa per un peccato collettivo. Finché ho la coscienza a posto nessuno giudizio veritiero può scalfirmi – prego il prossimo, al fine di rispettarmi, di essere sincero.
Come fai a rispettare una persona che ha pagato per prendere un buon voto? Il 90% degli studenti l’ha fatto. Il novantapercento. È una generalizzazione il dire che più della metà degli studenti è pronta a partecipare alla corruzione? Mi si dice che l’Italia deve risollevarsi, che il problema è la classe dirigente, i politici, ristretti gruppi di persone cattive e malintenzionate – e io ho in testa quel 90% degli studenti. Non credo che la classe politica possa veramente rappresentare il popolo, è utopico, ma nel caso italiano ci vorrebbe una purga sociale. Se si multassero tutte le persone che lasciano in giro immondizia si potrebbero implementare i bellissimi cessi che ho trovato a Colonia, premi un pulsante e ti igienizzano il cesso cosicché puoi sederti tranquillo (anche se era già pulito prima, ma son paranoici). Se si licenziassero tutte le persone che svolgono servizi e ti trattano con poca gentilezza rimarremmo senza personale – e forse è questo il problema, non Berlusconi o chi per lui. Berlusconi è un tizio. Non è lui il coglione, ma chi lo difende quando se ne esce con un paranoico “è colpa dei comunisti”. Sarebbe coglione se non si difendesse, considerato quel che gli farebbe una fetta di popolo se fosse depauperato; il coglione non è l’attore che impersona il clown, ma il pubblico che crede che quel che è detto in scena corrisponda a verità.
Odio l’impersonalità del mancato civismo. Qui a Kiel c’è l’impersonalità del civismo: la sera prima c’è stato un party con 40 persone e il mattino dopo è tutto pulito. Non sai chi è stato, il luogo è stato pulito. Salgo sul treno Lecco-Milano e non so chi è stato, ma cartacce sono state incastrate (con dovizia) tra i sedili e sono stati imbrattati i sedili con scritte oscene.
Quando sono partita per Colonia ho lasciato allo Hausmeister il modulo apposito compilato con scritto che la lampada in camera mia non funzionava più. Sono partita, sono tornata e la lampada è stata aggiustata. È stato un fantasma: non ci sono segni dell’entrata di qualcuno, il pavimento non è sporco, nessuna delle mie cose è stata spostata. L’ho fatto fare nel weekend, quando sarei stata via, così non avrei dovuto sorbirmi la presenza di persone in camera che aggiustavano. Dalle mie parti, come si suol dire, se avessi fatto così al mio ritorno di lampade ne avrei trovate due – ironico modo di dire che avrei trovato la camera derubata.
Non ho, semplicemente, voglia di rinunciare a tali comodità in tale rilassata atmosfera, considerato che sia in Italia che in Germania do alla società (e che, in Germania, pago meno). I nazionalismi non contano (il nazionalismo se l’è inventato un crucco due secoli fa), e neanche la cultura (che è un modo gentile per dire al tuo prossimo che è diverso da te ma può migliorare e lo aiuterai). È solo… la lampada in camera.