durchbruch

Congiuntivi e ciò che ne consegue.

La pubblicità su LJ, tedesca, mi dice:
“Hai un messaggio per voi”
E in televisione chi lamenta i pericoli che la purezza culturale italiana corre lo fa con forme dialettali, sbagliando congiuntivi, confondendo preposizioni.
E io penso che non ho mai creduto all’utopia di un’unica lingua per un unico popolo unito da un’eguale padronanza della lingua di scambio. Le parole sono parole. Un’alta padronanza è richiesta per arringhe incontestabili (e includiamo in questa categoria la fiction con la prerequisita sospensione dell’incredulità) e per pensieri complessi – necessito che la mia lingua abbia il congiuntivo perché penso in congiuntivo come non potrei all’indicativo o al condizionale, non perché saper usare il congiuntivo dona moralità aggiunta.
Perché non mi danno fastidio errori di battitura o grammaticali nell’esposizione senza pretese del proprio pensiero?
Perché ad altre persone sì?

Sono in un momento di transizione che è la vacanza che si pone in mezzo a un periodo di transizione all’estero. Insomma, o ho perso il concetto di “casa”, o non l’ho mai avuto, o l’ho sdoppiato.
Sono cose che ho studiato per esami ma viverle è, sorpresa!, diverso. Ed è strambo che qui mi senta precaria in tutt’altro senso che in quello che potevo percepire a Kiel, che qui senta una precarietà che ad agosto non sentivo. Insomma, guardo a Kiel come a un luogo sicuro – e di motivazioni ne potrei addurre tante, ma sono giorni che espongo a chi vuole e anche a chi non vuole i frutti partoriti dal confronto da me fatto tra Lombardia e Kiel, e tali frutti non danno granché nuovi frutti.
Insomma, ho la netta impressione di essere inutile – ossia l’impressione e sensazione media che mi ha accompagnato negli ultimi anni del mio soggiorno italiano, quindi nulla di nuovo.
Oggettivizzo tali sensazioni in desideri e mancanze semplici e becere: voglia di una Currywurst, di birra (di quella che posso bere in Germania), della mia stanza bollente a Kiel, di Schokocappuccino.
Ma non è nostalgia.
È più come il sentirmi in una vacanza alla ricerca del diverso, che però offre meno agii della Madrepatria – con l’atroce postilla che la Germania non è la mia Madrepatria, e quindi per me – ora, adesso, oggi e domani – non esiste un luogo a cui tornare.
Sono scivolata in un interstizio.
E mi sento debole – perché non ho voglia di uscire di casa, perché sento di aver motivo di rifuggire il vicino (senza sapere l’esatto motivo), perché sento di aver motivo di non incontrare lo sguardo dei passanti (non voglio leggere quello che hanno negli occhi, non mi piace ciò che vi trovo), perché il soggiorno a Kiel ha in qualche modo abbruttito anche la presenza delle persone che già mi erano amiche in Italia.
Ora, sappiamo – dalla psicologia in avanti – che l’elaborazione del lutto è un passaggio importante. Necessario per una transizione. Che bisogna salutare un elemento A per poter giovare e vivere l’elemento B.
Ma in questo caso è come se avessi fatto lutto di un elemento A senza però avere un elemento B su cui poggiare i piedi.
E ciò, ovviamente, un po’ inquieta.
(Quell’inquietudine di sottofondo che conosco bene, e che in qualche modo si era zittita.)

Ho sognato di andare in Sud Africa per studiare, piombarci da un giorno all’altro senza sapere nulla e trovare difficoltà significative (come il non avere un posto in cui dormire per la notte).
Ho sognato di essere discriminata in quanto bisessuale da chiunque, ossia: dalla cultura ospitante. Ossia: no soluzione, no spiraglio.
Nel sognare ciò mi sono ripetuta spesso, fremente e angosciata, che non potevo desistere. Che erano sì difficoltà peggiori e maggiori di quelle che in precedenza avevo affrontato, ma la vita va o non va a gradini?
Il sogno mi ha lasciato addosso una sensazione che, se pur mai ho provato, ho percepito come nuova, sconosciuta e insormontabile – e parlo semplicemente della sensazione di essere discriminata.
Il lato che non so se prendere positivamente o negativamente è che, quando mi trovavo a ingaggiare combattimenti fisici con gli autoctoni, loro erano sempre ubriachi e perciò debilitati e perciò non ero io a soccombere.
Buona stima della mia determinazione o sottostima dell’altrui lucidità?
Lasciamo ai posteri il verdetto, ma mi domando quando mi abbandonerà quella brutta sensazione – Durchbruch al negativo – e se debba veramente abbandonarmi, o se debba custodirla gelosamente. Se è esattamente ciò che stavo cercando – e allora dovrei indagare le mie ricerche, potrei dirmi, ma si sa che tendo un po’ agli abissi e che penso che il fare altrimenti sia “ipocrita” (parola più o meno a caso, sì).

Mi sono stancata in fretta di lamentarmi in Italia dell’italianità, vuoi per il senso di inutilità che provo, vuoi perché mi proietto in un momento in cui non avrò più bisogno di lamentarmene. Vuoi perché lamentarsene fa parte dell’italianità. Vuoi perché lamentarsene significa avere a che fare con italiani in quanto tali, e ne ho una sincera non-voglia.
Mi sto alienando.
È esattamente da che ero arrivata a Kiel che avevo smesso di tendere a questa voluta alienazione. Anzi, dovevo convincermi di volermi alienare un po’, per convincermi a non uscire con gente varia.
L’equazione mi sembra semplice.
La parte difficile è l’organizzazione dell’applicazione.
(E no, non ho eletto la Germania a mia patria fino a che morte non ci separi; il must non è piantare radici in Germania, ma strappare quelle radicate in Italia. Perché ho un ego dalle alte pretese, e l’Italia proprio non può, a meno che non riversi le mie pretese su un paio di cazzate utili quanto un depila-narici di ultima generazione senza garanzia e con servizio assistenza intermittente.)


Weir mi ha regalato una felpa della NYPD originale (il che implica che il ricavato va a pagare i colleghi di Horton) di quattro o cinque misure in più, e ho questa smania di portarmela a Kiel. O_o

Post Berlin.

A Berlino i fiocchi di neve sono a forma di fiocco di neve.

Te ne rendi conto fuori dallo Jüdisches Museum. Congeli, fila di persone davanti a te e una sigaretta appena finita; emulando per inerzia la berlinese tendenza a fissare un punto nel nulla e null’altro, l’occhio cade su un fiocco di neve caduto sul cappotto di Caine.
Cazzo, ti dici, questo fiocco di neve è a forma di fiocco di neve.
Lo dici all’Essere di fianco a te esaltata come una bambina, già sapendo che la tua esaltazione cadrà su di lui come un fiocco di neve sulla sua giacca: sciogliendosi. Ti dici che sai apprezzare il momento ed entusiasmarti per queste piccole stronzate, e ti piace riscoprirlo.
Due notti prima, ad esempio, dopo aver rincorso un autoctono in metro per farti dare il numero di telefono (non eri ubriaca), hai passato quaranta minuti a ripetere all’Essere, sospirando e volgendo gli occhi al cielo (vedasi: soffitto dell’U-Bahn), che Er ist so schön e so cute little twink e altre cose nello pseudo-esperanto germanico-latino. Eri felice, perché eri esaltata da un tizio sconosciuto con la faccia da angioletto germanico. Eri esaltata e basta. (L’Essere te l’ha fatta pagare non dandotelo quella notte; non per gelosia o simili ovvietà, ma semplicemente perché dinnanzi al suo cinismo interiorizzato troppa esaltazione infastidisce; io, impietosa, quando mi ha pregato di smettere, ho continuato a volgere gli occhi al cielo declamando il putto germanico con le più soavi parole).

Il pubblico pagante (…) richiederebbe un sunto con morale; spiacente, non ho né sunto né morale.
Ogni giorno è stato diverso ma collegato agli altri da un senso difficile da descrivere (più o meno come il perenne odore di carne abbrustolita).
So che ho la tag DDR che si è infilata come una spina nella mia carne; più tento di estrarla per osservarla, più a fondo si conficca.
Ho un’inquietudine che mi è stata data dalla desolazione del viaggio sul Ring che chiude ad anello Berlino, e che a Berlino Est mi ha dato, veramente, per la prima volta nella mia vita, senza ombra di dubbio, incontestabile, la sensazione di essere su un treno diretto verso il nulla; di essere un non-morto tra non-morti, che non stanno né da una parte né dall’altra. (E ho avuto l’idea per un romanzo; e mi sono esaltata di nuovo come un pietista in trip d’Illuminazione Divina).
So che al terzo giorno Berlino mi sembrava mia quanto delle persone che incrociavo – e che non incrociavano, no, il mio sguardo. Mi ha spiazzato, questa berlinese pacatezza; mi ha spiazzato più di quanto pensassi; più di quanto pensassi mi è entrata dentro e oggi, in Centrale a Milano, ero unheimlich: un’inquietudine dovuta al fatto di non avere attorno a me un Heim, un guscio-casa protettivo e protettore, ma di essere invece in balia degli urlanti, scimmieschi, folli, infastiditi e fastidiosi milanesi.
Ho ripudiato i miei connazionali, oggi, desiderando senza aspettarmi di poterlo fare quella sensazione di protezione e sicurezza che la capitale tedesca mi ha messo addosso. Assieme alla pacatezza, e ai paesaggi rarefatti. A quel trovarsi nel vuoto, nulla all’orizzonte, subito dopo aver svoltato un palazzo; quel trovarsi nel polmone rovente della città dopo averne svoltato un altro – e palazzi che ti incombono addosso, e un senso gotico che ti blocca i piedi a terra mentre ti fa spuntare le ali.

L’unica cosa certa che so dire è che è stato provante.
E che serviva.
Anche se adesso so ancor meno cosa pensare, e ancor meno ho un quadro d’insieme.

Come da previsioni dopo quattro giorni ho picchiato l’Essere, perché l’Essere ha deciso dopo quattro giorni di fare uno dei suoi machiavellici giochetti. La conseguenza indiretta è stata passare un Capodanno straziante; l’ennesima collettiva festività in cui mi trovo faccia a faccia con la consapevolezza di essere poco prona a trascinarmi nell’esaltazione generale; più esaltazione da mente alveare ho attorno, a meno che non ne sia in parte fautrice, più piombo in me e divento un’osservatrice. Degli altri, rispetto a sé; di sé, rispetto agli altri. Era da tanto tempo che non mi sentivo così ferocemente catapultata lontano dal resto dell’umanità, e mi ha inciso dentro qualcosa; il solco non era novello, ma un incidere un solco già tracciato e ripassato. Conferme che non vorresti avere. Un viale alberato e preparato a puntino a festa, infinito, un lungo serpente fatto di lampioni che sembra non avere né capo né coda e tu vi sei in mezzo. Momenti mistici, indubbiamente. Che ti fanno chiedere, nello specifico, se c’è qualcosa che devi risolvere o se altrimenti non c’è nulla di risolvibile, ma solo qualcosa da accettare.
Per questo chi mi ha spedito SMS di buoni auguri e via discorrendo dovrà scusarmi; ad alcuni avrei risposto, benché quest’anno abbia deciso di snobbare bellamente a costo di essere sfacciata e maleducata festività che non condivido, ma non rispondere sarebbe stato meno maleducato che rispondere.
… In ogni caso, da previsioni ho picchiato l’Essere, da previsioni mi sono fatta male sulle sue ossa, da previsioni intanto ridevamo. E io pensavo, mentre prendevo la mira per evitare di scheggiarmi le nocche su una sua sporgenza ossea (inutilmente, dato che è un’escrescenza ossea), o di colpirgli il naso mentre gli davo una testata, che quando ti senti dentro un peso troppo grosso non… non ti viene di avere acredine nei confronti degli altri esseri umani; né eccessivo trasporto, forse, altra faccia della medaglia; arrivi fino a un certo punto e poi… puf!… ti smonti, per tornare a un sopportabile livello di coesistenza con te stessa.
C’è però, ricordiamolo, un lato positivo in tutto.
Nello specifico, il lato positivo di quella nottata si chiama anal glide, marca beate uhse, acquistato nello shop del museo del sesso di Zoolischer Garten (amo quella zona, tra l’altro), e un countdown che segna:
Entro ventotto giorni, come l’Essere ha promesso, ti deve il culo.
(Il fatto che abbia finalmente allentato la cinghia nell’unico momento in cui non stavi cercando di fargliela allentare sottosta alla legge di Murphy, che tutti tragicamente e con immensa frustrazione conosciamo.)

Un appunto fondamentale da segnare è la sensazione, mai provata prima, di non sentirsi stranieri. Non troppo, insomma. In Italia sono troppo alta, troppo nordica, troppo… Beh, un insieme di troppo.
A Berlino, invece, venivo semmai scambiata per inglese. E, no, non è stato bello.
Mettetevi nei panni di una primadonna viziata da occhiate costanti dall’adolescenza a oggi, negative o positive che fossero, e mettetela in un luogo in cui potrebbe verosimilmente essere autoctona e per di più la gente di norma non ti fissa. Neanche per un secondo. Neanche per sbaglio. I primi giorni è stato drammatico, capitemi.
(E com’è stata drammatica la metro di Milano, invece.)

Annoveriamo poi il padrone pakistano di un negozio nel Bahnof di Friedrichstrasse che mi ha offerto un caffè.
I due tizi di Donau che mi hanno adottato come guida per venti minuti.
Il Kaffee. Dio, il Kaffee. E si fotta l’espresso, si fotta, e datemi il mio Kaffee con panna e zucchero, e quello alla cannella e il Dunkaccino Dunkin’ Donuts da reggere tra le mani tra una Strasse e l’altra. Le mie Bratwürste e il curry. Ho mangiato come una vacca all’ingrasso, alla nausea, per inerzia. Mi sto godendo ora la gioia di uno stomaco non saturo.

Non so cosa penso di Berlino.
So che questo posto è piccolo.
Compresso.
Che l’orizzonte non si staglia davanti a me ogni cinque minuti senza preavviso.
Che i palazzi sono morti.
Che Milano muore ogni notte, mentre Berlino pompa gente in continuazione.
Non so cosa significhi questo, se sia bene o male, utile o dannoso. Ho pensato che i berlinesi sono quindicenni impacciati vogliosi di limiti imposti. Che i norditaliani sono mocciosi incapaci di controllarsi. Che se dovessi avere una crisi esistenziale a Berlino affonderei nel nulla, e il nulla che mi circonda mi direbbe: “In effetti hai ragione.” Che qui posso condire crisi esistenziali e farne graziosi suppellettili da palco.
Non so.
Ma ci voleva.

(E non dimentichiamoci di ringraziare Nora per l’ospitalità e per il passaggio all’andata, improvvisando con il navigatore; per aver condiviso e per – mi suggeriscono – parti delle parti di sé che le ripeto dovrebbe apprezzare perché c’è gente, qui, che ha apprezzato.)