dreams

Di valli oniriche e veglie.

Ho letto il messaggio accucciata per terra sulla mia borsa, il cellulare in mano nella penombra dello sgabuzzino/bagno del negozio, nel primo minuto dei trenta della mia pausa.

Avevo accumulato buone news nel corso della giornata, grandi e piccole.
Ero stata a un colloquio in una scuola da cui ero uscita più insicura sull’effetto che io avessi fatto su di loro che viceversa – il che è un’ottima nuova, considerando l’esperienza finora maturata con le scuole italiane d’italiano a Berlino. Ottimo l’insieme: la prima impressione, le condizioni, la retribuzione, il fatto che mi inseriscono nella loro lista insegnanti. Incrociamo le dita e speriamo di riuscire a incastrarla bene con i turni in negozio – ed ecco un’altra piacevolezza della giornata: la consapevolezza che in ventiquattro ore il mio contratto part-time come commessa sarebbe diventato automaticamente a tempo indeterminato. Il che non è poco, quando ti servono entrata fisse mensili e al contempo devi trovare compromessi con altri orari. Una strana, confusa, trilingue vita, quella che sto conducendo, in cui lavoro in un negozio dove posso parlare tedesco perché il lavoro come insegnante d’italiano, pagato tre-quattro volte tanto, non aiuta molto con l’idioma locale.
Sto già divagando?
Sto divagando, già.
Torniamo al punto, Kreatur.
Ottima la pausa che è seguita al colloquio, a casa di G, G che è un incontro per cui il mio cuoricino sarà a lungo grato. Mi rincuora il modo in cui sta in piedi, la testa leggermente reclinata, sistemandosi quei capelli che si sta facendo crescere ma che ricaccia sulla nuca.
Sto divagando di nuovo?
Di nuovo al punto, Kreatur.
Al lavoro, in negozio, ho scoperto non solo che non ci sono problemi se voglio prendermi dei giorni di ferie nel periodo X, ma che nel frattempo, nel mio periodo di prova, ne ho accumulati altri, di giorni di ferie, che devo assolutamente usare: ed ecco una settimana a casa a marzo. Schifo non fa, no? Da festeggiare con uno dei due infusi che mi porto a casa oggi: il chai al pepe rosa o l’infuso di spezie? Da decidersi eventualmente, a casa, con VB.
Poi è arrivata la pausa – un’ora, ufficialmente, ma oggi c’è poco tempo e ne faccio con piacere mezza, e recupererò l’altra poi – e come ogni volta sono andata nello sgabuzzino/bagno del negozio, mi sono chinata per controllare l’ora e connettermi a internet e ho visto il messaggio di Mater. Non ho neanche dovuto leggerlo tutto: mi è bastato sbirciarne la fine. Mi è bastata, forse, la sola parola “Diana”. Il resto è stata una conferma.

Ho ringraziato il miracolo degli automatismi, trenta secondi dopo, salutando con un Bis gleich! i colleghi, diretta dall’orientale da cui mi procaccio tanti pranzi e cene. E’ comodo ordinare sempre la stessa cosa. E’ comodo avere trenta minuti di pausa, avere bisogno di mangiare e fumare: il tempo si scandisce quasi da solo.
Ho ordinato i noodles vegetariani, ho pagato, mi sono diretta a uno dei divanetti del Mall. Avevo già gli occhi lucidi e arrossati, ma è quel poco appena impercettibile che non solo è perdonato dal mondo circostante, ma anche da te stessa. Non conta come superamento di un limite. E’ un accenno, quasi dovuto, un contentino, una scusa per non potersi dire che non ci si è dedicati del tempo – per non potersi dire, insomma, che ci si è lasciati andare senza resistenze alla grande tentazione della psicopatica che non si fa turbare dai sentimenti.
Mentre mangiavo, rallentata dal magone (questo, automatico come un singhiozzo: capita, ma te lo lasci alle spalle, di sottofondo, trattandolo come si trattano tutti i sintomi che non si possono controllare), una parte di me – che di opporre resistenze proprio non ne aveva voglia – ha pensato che era una gran rottura di coglioni. Non il fatto in sé, ovviamente, ma quello che mi sarebbe toccato fare: lutto. E lutto significa tante cose: affrontare i propri sentimenti, scovarli se necessario, scoprire a che cosa siano interlacciati, che cosa tiri che cosa, che cosa cada con che cosa, accettare per l’ennesima volta che c’è un tempo per soffrire e basta, senza strategia, come si accetta un singhiozzo – non tutti, ma almeno il primo sì.
Fare lutto – come qualsiasi pratica che riguardi il vivere i propri sentimenti senza poter scartare a priori quelli negativi – richiede un sacco di energie. E non lo dico perché sono una creatura coscientemente fortemente attratta dalla psicopatia come soluzione a molti mali quotidiani: richiede un sacco di energie a chiunque, in bene o in male, che si costruisca una vita sulla celebrazione dei sentimenti, o che li si viva assieme a tutto il resto. Si può evitare di affrontarli e rielaborarli, certo, ma non penso di essere ancora al 100% pronta a una vita fatta di tic e attacchi d’ansia e paranoie e dioseesistesachecosa. Elaboriamoli, questi sentimenti. Inneggiamo alla vita nel suo insieme, morte compresa.
Dopo tre ore di mal di testa al lavoro, sola in negozio, il peggio – o almeno la prima fase del peggio – era passato. Il ritorno a casa, il farsi raccontare nel dettaglio non che cosa, ma come sia successo. Le solite domande che non riesco né forse mai riuscirò a evitare. Era sola quando è successo? Ha sofferto? Non che Diana se ne faccia granché, ora – ovunque sia, e qualsiasi cosa sia, e se sia, ora, qualsiasi risposta a quelle domande appartiene al passato – eppure, ciò nonostante, non riesco a scartarle dalla mia lista di priorità. Come era successo con Micio, uno sputo di tempo fa (settimane? Mesi? Il mio rapporto con il tempo è sempre più problematico). E per quanto tale argomento – le domande metafisiche attorno alla morte di una creatura – sembrino essere proprio il fulcro dell’argomento, in realtà, in qualche modo, sto divagando di nuovo.
Ritorniamo al punto.
Addormentarsi è stato incredibilmente semplice. Qualche coccola con VB (non troppe o crolla tutto, ovviamente – “non preoccupatevi quando una persona rinuncia del tutto alla sensibilità, ma quando sa dosarla con lucidità”, mi verrebbe da dire) e poi leggere fino al crollo.
Il risveglio è stato più duro: ho immaginato il risveglio nell’altra casa, quella in Italia, e la presenza dell’assenza di Diana. E di Micio. Perché, signore e signori, per quanto mi riguarda siamo a due: due vuoti che devo ancora incontrare e che aspettano il mio ritorno. (Ricordate la buona nuova menzionata all’inizio, quella per cui posso prendermi i giorni di vacanze che mi servono per fare una capatina in Italia? Ecco.) Sarà straziante, in parte. (Una parte probabilmente piccola, nell’economia generale, abbondantemente controbilanciata dall’entusiasmo e dal sentirsi le benvenute in un luogo che si conosce e ci conosce – ma non importa quanto grande o piccola sia: importa che ci sia e sia lì ad aspettarti, fatale come un dettaglio che non riesci a ignorare.) Ma non vogliamo i tic e le paranoie, giusto? Il mondo è pieno di gente con la maturità emotiva di una barbie e con l’autocontrollo di una trottola impazzita. Ce lo perdoneremmo? No. Ma soprattutto: riusciremmo a convivervi? Ecco appunto.
Ma, tornando per l’ennesima volta al filo del discorso, neanche al risveglio c’è stato il tempo di. Il tempo doveva essere dedicato ad altro. Alzarsi, pulirsi, vestirsi, mangiare, uscire, lavoro. Ultima lezione di un corso di italiano. Poi al ristorante con due apprendenti a cui mi sono incredibilmente affezionata. Chiacchierare in tedesco e italiano e intanto qualche coccola alla loro cagna, da poco adottata da un canile ungherese. Una piccola miracolata, la creatura. Cauta e facile all’entusiasmo come molti cani provenienti da canili. L’ho guardata – come ogni volta – nella sua presente ritrosia e ho immaginato la sua futura maggior pace interiore, e ho sorriso: certe cose fomentano la speranza e la gratitudine, o, meglio ancora, una mescolanza delle due cose.
Dopo il meraviglioso pranzo, è venuto il momento forse più assurdo di questi due giorni: quello in cui sono tornata alla scuola per contrattare sul mio (ridicolo) onorario. Il fatto che fosse ridicolo era, da un certo punto di vista, un vantaggio: è molto più facile contrattare quando hai poco da perdere. Ma, per quanto facile fosse, ho dovuto dosare le energie, considerando quelle dedicate al mantenimento della Me Stessa quotidiana. Quella cosa, insomma, per cui non entri in un ufficio a contrattare con gli occhi rossi e lucidi. Ma neanche lontanamente. In Germania, poi, soprattutto in una certa Germania di vecchio stampo, dove neanche ai funerali è lecito piangere (essendo il funerale un momento pubblico-sociale, e non privato-personale, prima che berciate sull’insensibilità dei tedeschi, bitte).
Insomma, sono entrata in ufficio a contrattare e mi sono trovata davanti a una persona con gli occhi gonfi, lucidi, rossi. E no, da qui non si dipanerà un racconto di come io abbia scoperto che a lei in realtà era successo che e bla bla bla e questo spiega perché sia una persona descrivibile con epiteti e bla bla bla per cui alla fine mai penseresti di poterla non dico com-prendere, ma addirittura com-patire, ma poi un giorno la trovi in ufficio praticamente in lacrime e tutta la sua vera storia e bla bla bla. Niente di tutto questo. Non so che cosa le sia successo, e probabilmente non lo saprò mai. Avrei potuto – mi sono detta – approfittare della situazione e tirare uno schiaffo alla sua professionalità (che già, nel mio cuoricino, ho messo in dubbio in passato – più lecitamente, ossia per motivi ben più leciti, di due occhi rossi, che probabilmente non sono neanche un sufficiente motivo in sé) dicendole che forse sarebbe stato meglio se fossi passata un altro giorno, ma non l’ho fatto. Né ho – come pure mi sono detta – tentato di offrirle l’equivalente di una pacca sulla spalla (ci sono tanti modi, qui, di farlo senza scendere nel lacrimevole-pietoso, ma sono sottili sfumature che ancora uso con cautela), perché davanti a tanta caparbietà – la sua nel portare avanti la maschera quotidiana nonostante il trucco palesemente sbavato – sarebbe stato forse peggio. Tanta caparbietà meritava un po’ di rispetto. Tanto più che, persino in quelle condizioni, ha cercato di raggirarmi giocando con i numeri.
Ma comunque.
Sono uscita da quell’ufficio con lo stomaco ancora pieno di buon cibo italiano e con un peso in meno sullo stomaco, consapevole che il tempo di posporre era finito: tornata a casa, qui, avrei avuto quel che rimaneva del pomeriggio per rimasticare i sentimenti.

Diana è morta ieri, Micio prima di lei, e i sogni hanno tanto da dirmi.
Sabato notte – quando Diana era ancora in vita – ho sognato di vivere in una Norvegia molto fantasiosa, fatta di aspre montagne ma dolci valli, in cui conducevo una vita stranamente serena e soddisfacente per essere tanto ripetitiva. Ogni giorno lo stesso percorso sulle stesse stradine, avanti e indietro, finché – nel sogno – non ho visto, in un giardino recintato, Diana. Sapevo che non viveva più con Mater (o con mia nonna, che in alcuni dei miei sogni è ancora viva – ma questa è un’altra storia), per un motivo che oserei definire “neutrale” (non sapevo, ossia, quale motivo fosse, ma quale esso fosse, non mi causava sentimenti né negativi né positivi), ma non sapevo dove fosse. L’ho riconosciuta dalla pancia prominente e glabra, dai peli ingrigiti sui fianchi. E ho scoperto che viveva con una vecchia signora, anch’essa “neutrale”. E le due – Diana e la vecchia signora – diventavano l’ennesimo tassello di questa romanzata vita norvegese di giornate candidamente tutte simili: ogni giorno, andando al lavoro, passavo a trovarle, e le sapevo stare bene entrambe, e ciò mi faceva stare bene.
Al risveglio, ovviamente, tanto bene non mi sono sentita. Per quanto nel sogno il fatto che Diana non vivesse più a casa con Mater fosse un fatto scatenato da cause “neutrali”, nella raziocinante veglia la faccenda è apparsa meno tranquillizzante. Avrei voluto parlarne con Mater – per scaramanzia? – ma ho posposto. (Oh, quanto si pospone.) Ho posposto anche – ed ecco che arriva la stilettata d’ironia crudele – perché mi sono detta che tanto a breve sarei tornata in Italia e mi sarei abbracciata Diana e Moka – quella palla di pelo nero e lucido che si fa chiamare “gatto” – nel modo in cui quei due stavano culo-a-culo nel sogno. Li avrei sentiti su di me come loro si sentivano e facevano sentire l’uno dall’altro nel sogno. Quella mancanza che nel sogno era rappresentata dal trasferimento di Diana sarebbe stata riempita da un semplice gesto, il semplice tocco, quell’insieme di calore, respiro e presenza che dà il senso della presenza di una creatura di fianco a noi. Non sono feticista – sono iconoclasta, come sono stata definita da una persona che mi ha fatto indagare fin troppo bene il significato di “presenza dell’assenza” – ma non tutto può essere saturato da immagini e parole. A volte serve una semplice vicinanza di respiri e calori.

Il respiro riguarda un sogno più vecchio, posteriore alla morte di Micio. In un altro bucolico scenario – una mescolanza di mare e montagna, casa e vacanza – ho sognato lui e la mia defunta nonna. Lui si faceva riconoscere per quelle faticose ma rumorosissime fusa che riuscivano a spezzare non solo il silenzio, ma anche altri brusii di sottofondo. E diventavano, esse stesse, un sottofondo, diventavano scontate, e chissà quanti altri miei sogni hanno cadenzato prima che io realizzassi che cosa erano esattamente, prima che io le riconoscessi come un ricordo di una creatura morta, come qualcosa che ormai poteva esistere solo nella mia testa.
E’ servita la presenza di Micio, in quel sogno, per farmi dire alla mia onirica nonna per la prima volta nella mia vita (che io ricordi):
“Nonna, ma tu sei morta.”
Non che nei sogni precedenti non lo sapessi. Ma, per una contorta forma di cortesia, non lo dicevo. Contorta ma essenziale, questa cortesia, perché la nonna onirica ha reagito come reagirebbe una qualsiasi persona a cui dici che non ha il diritto di esistere e quindi per favore che esca dalla stanza: si è offesa, nel profondo, ferita. Non che io volessi dirle che non esiste come presenza onirica e/o che non la volevo là: volevo solo dire quello che ho detto. Per farlo sapere a lei, ossia a me, forse. E forse sono io, allora, quella che sente una parte di sé minacciata dalla non-esistenza? Cosa devo lasciare uscire dalla stanza?

Non so se adesso, nei miei sogni, si aggiungerà anche una Diana onirica. La nonna onirica (che sembra sempre più, chiamata così, una specie di eroina metafisica) e Micio onirico sono e non sono esattamente le stesse creature che erano da vive: sono morte e, da tali, non possono più morire. Non è proprio una differenza impalpabile, se ci pensate: non devo più preoccuparmi per la loro integrità, fisica o mentale che sia. Da non-vive, non sono più soggette a quell’eterno cambiamento che ci benedice e maledice tutti: sono idoli, purtroppo per loro (o, meglio, per la Me Iconoclasta), statici, o perlomeno dinamici quanto può esserlo un simbolo, che più che roteare su se stesso e così mostrare tutte le proprie sfaccettature non può fare. Stanno meglio di me e tutti voi per il semplice fatto che non stanno.
E capisco un po’ di più i catari, quando sento la dolce tentazione di serbare questi simboli umani e bestiali nella mia testa e indulgervi coscientemente: è la tentazione di diventare subito vecchi (dentro). Di smettere di accumulare e costruire e rischiare, e cominciare invece a godere di quello di cui si è già goduto, ma in forma ridotta (come un brodo ridotto, per intenderci, così tanto da non essere più neanche brodo, se non concettualmente: non lo puoi più mangiare, ma la sua riduzione non ha dato vita a un nuovo concetto differente da quello di “brodo”). Ma non voglio neanche cestinarli ciecamente, capite? Mi tengono compagnia, nella loro imperturbabilità, e capisco i culti dei morti e le loro evoluzioni in formato più o meno istituzionalizzato: tra tanto multiforme caos quotidiano, ogni tanto, c’è il conforto di rileggere sempre lo stesso libro, guardare sempre lo stesso film, fare sempre lo stesso punto a maglia – interagire con lo stesso simbolo, che anziché venire da fuori viene da dentro. E’ un contorto – forse perciò umanissimo – guardarsi allo specchio sapendo che ogni specchio deforma.

Non ho mai capito se sono brava a fare lutto o meno.
A volte, pensate, (come ora, tipo), dedico apposta dei momenti al pianto. Perché si deve soffrire (non nella vita e per principio e diamoci tutti ai patimenti, ma come diretta conseguenza di un evento che ci ferisce), e se piango so che lo sto facendo. E so che sto soffrendo, anche se non lo sento, lo so perché lo deduco, ma solo piangendo posso sentire che sto soffrendo, capite? So che è un ragionamento, più che contorto, che sfiora l’auto-presaperilculo (o forse l’auto-manipolazione), ma questo ho a disposizione. E’ come se mi pompassi il cuore a mille per poterlo sentire ed essere così sicura che batte ancora. Un po’ contorto, anti-economico, ma questo ho a disposizione.

Non ho belle parole per Diana come non ne avevo per Micio come non ne avevo per mia nonna. Sono morti, e non possono sentire (per quanto ne so potrebbero non essere neanche più abbastanza qualcosa per fungere da soggetti in una frase). Non ho in diretta conseguenza neanche belle parole che fingo di rivolgere a loro ma in realtà rivolgo ai vivi che leggono, ai coevi che immagino, ai posteri che verranno – il che mi spiace, perché amo scrivere cose tristi quanto amo scrivere forzati happy endings. Mi spiace, perché adesso ci sono persone vive che soffrono e vorrei soffrissero meno, ma io sono brava a consolare quanto lo sono a scrivere fiabe morali sulla morte.
Per questo su Micio ho taciuto, quando è morto. Qualcuno la chiamerebbe “decenza”, ma di questo qualcuno potrei pensare “moralista”; qualcuno “dignità”, e penserei probabilmente “invasati”. Quale sia il motivo profondo del mio precedente silenzio, fa rima con “onestà”, ma in un senso tutto particolare: quello dell’impossibilità di scrivere di quella morte onestamente offrendo al contempo un pensiero non dico edificante, ma almeno non il contrario. Vorrei che il motivo di quel mio silenzio – e di altri simili – facesse rima anche con “umiltà”, ma – per esperienza – più mi sento umile, più risulto arrogante.
Insomma, ho taciuto, questo so. E una enorme parte di me avrebbe taciuto anche nel caso di Diana – un’enorme parte di me che ha blaterato per circa dieci minuti, ieri sera, per poi venire zittita da un ancor più enorme stimolo, e dico “stimolo” perché oggi – mentre tornavo a casa, consapevole di essere diretta a questa scrivania, a questo scrivere e ogni tanto piangere – mi sentivo come se dovessi defecare. Defecare, proprio, non pisciare. Un accumulo che ci sta dentro, e sentiamo, e sappiamo essere parte di noi, e possiamo quindi tenere lì ancora per un po’, ma non per sempre, perché non è così che funziona il nostro corpo, né la vita, né la vita quando sfiora la morte. Pazientiamo, sapendo che il momento sta per arrivare. Certo, nel caso di questa metafora il momento dell’espletamento corrisponderebbe al defecare in pubblico (sto defecando su un blog), ma, oltre ad aver simpatizzato con i catari, abbiamo simpatizzato con i pietisti, e poi con i cinici (quelli originali), quindi non stupiamoci di tanta urgenza di defecare in pubblico. (Prima che condiate il vostro prossimo aperitivo narrando di come i pietisti e i catari defecassero in pubblico: no, non lo facevano. Ma avevano pratiche di confessione collettiva. Fine della parentesi.)
Scrivere qui è l’ennesimo modo di vivermi nel mondo. Sono purtroppo refrattaria all’essere consolata (mano sulla spalla, parole dolci, contrita pazienza e com-patimento – una serie di cose che mi fanno stringere lo stomaco più dalla rabbia che dalla sofferenza, e non fate a casa quello che leggete qui), e a quanto pare o esprimo sofferenza o parlo. Se esprimo sofferenza, non riesco a parlare. Se parlo, non riesco a esprimere sofferenza. (E’ il motivo per cui, fun fact, alcune persone parlano con estremo distacco di avvenimenti atroci a loro appena accaduti: non è psicopatia – o, almeno, non per tutti.) Se scrivo, invece, riesco a esprimere sofferenza – e viceversa. E va espressa, questa sofferenza. Non vogliamo i tic e le paranoie, giusto? E non vogliamo neanche, un oggi o un domani, essere davanti a una Nonna, a un Micio, o a una Diana, a qualsiasi creatura mi ancorerà a questa terra, e non essere in grado di dar loro tutto quello che vorrei – che vorrò, spero – loro dare, perché troppo contriti in sé, troppo costipati.

(Un ringraziamento sensato forse riesco a farlo: a tutte quelle creature che, ancora vive, sanno offrire tanto quanto i “miei” morti hanno offerto a me nel corso della loro vita grazie al semplice fatto di essere vivi e di essere esattamente quello che erano. E non lo offrono perché così un giorno qualcuno le ricorderà. I ricordi non esistono. Gli specchi, però, sì, e nel loro essere deformanti sono essenziali. Esemplari, a volte. Sapeste quanto ho imparato da Micio e Diana.)

Di prussiani, Multi-Kulti e libri esclusi per poi essere ritrovati.

Sono appena passata da quella che chiamiamo “sala ufficiali” (il soggiorno comune con quel gusto un po’ retrò) per accarezzare la gatta di casa di passaggio. Stesa con la sua imponente figura sulla poltrona (con quel gusto un po’ DDR), mi ha guardata con una strizzatina d’occhi tra il riconoscente e l’infastidito. Come al solito. Come un “solito” a cui mi piace tornare.
Se voi foste nella mia testa, vi direi che la sala ufficiali è un po’ prussiana – sarebbe l’unico modo di rendere tale affermazione, anziché sgraziata e naïf e kitsch, semplicemente affettuosa come risuona tra i miei pensieri. E nei miei sogni.
È di due notti fa il sogno in cui il protagonista era un giovane Hohenzollern (non so quale, statisticamente un Friedrich) della modernità. Io ero i suoi amanti, sia lui che lei, e un po’ anche lo Hohenzollern – il tutto perché il sogno fungesse da cammeo di quella “durezza fuori e tenerezza dentro” che caratterizza l’immagine storica della cultura prussiana. E che è rassicurante come un vecchio Leitmotiv che conosci bene, come Jan di Leida e il Pietismo, e tutte quelle cose che hanno compartecipato alla formazione della tua cultura personale per tua scelta e non per caso.
La voglia di percepire quel rassicurante senso di semi-appartenenza – a qualcosa che hai fatto tuo, non che ti ha fatta sua – è uno tra i motivi principali per cui sono qui, a Berlino, che è in Germania ma non è esattamente Germania. Posso godermi il Multi-Kulti che riempie le strade mentre palazzi dall’aria un po’ prussiana, nonostante il prussianesimo fosse già storia quando sono nati, mi osservano dall’alto delle loro altezze un po’ gotiche.

Oggi ho scaricato la mia prima fattura. Ho un conto in banca e una serie di must burocratici che potrei elencarvi per il gusto di blaterare suoni tedeschi e basta, non avendo tali termini spesso un equivalente nella burocrazia italiana. Quel che è più direttamente traducibile è il foglio che attesta che verso metà luglio inizierò un corso intensivo di 75 ore di tedesco, livello B2.1. Sono già iscritta per quello successivo, a settembre, il B2.2.
(Prima di perdervi rovinosamente nelle scale dei livelli di conoscenza delle lingue europee, funzionano così, dal più basso al più alto: A1 – A2 – B1 – B2 – C1 – C2, più tutti i mezzi livelli. Un madrelingua è in automatico un C1, più o meno.)
Le buone nuove, a parte l’iscrizione in sé, è che ieri ho fatto – per puntigliosità tedesca – un test per rassicurare un insegnante del fatto che ho appreso abbastanza il B1.2 per poter fare un B2.1 di 75 e non 100 ore (come di solito i corsi sono) senza rischiare di rimanere indietro con il programma. Ben fatto!, mi ha detto. Sì, ma poi non so parlare così bene, gli ho risposto guardando il test perlopiù grammaticale. Ma è sempre questo, il problema, quando si studia tanto mentre si fa un corso intensivo: il sempre troppo poco tempo per rendere fluente quel che si apprende e per ampliare il proprio vocabolario – che, nel caso del tedesco, è di una specificità che non ricordavo.
L’altra buona nuova è che tutto questo significa che, se le cose procedono con l’attuale ritmo, per il 2017 starò studiando a livello C1 – che è l’unico che per me, dalle basse aspettative, conta. Avere un certificato che attesta che si è C1 significa poter ufficialmente dire di conoscere la lingua senza ma e senza se. Ma “poter dire ufficialmente” è una magra consolazione, per la sottoscritta. Sarò abbastanza soddisfatta quando sarò in grado di leggere romanzi in tedesco gustandomeli decentemente. E sarò veramente soddisfatta solo quando sarò in grado di scriverne – ma non ho idea di quanto mi ci vorrà, e se tale obiettivo continuerà a rimanere come parametro.

Rimettermi a studiare una lingua mentre vivo nel Paese in cui viene parlata (l’esperienza anglosassone non vale: l’inglese è caso a sé) mi ha fatto (ri)realizzare quanto dell’apprendimento di una lingua non riguardi la lingua in sé, ma il suo uso, e quindi il suo contesto d’uso, la sua cultura di provenienza e riferimento. L’intraducibilità di alcuni termini fiscali dal tedesco all’italiano è un buon, ma noioso, esempio. La frequenza dell’uso del verbo genießen (che, più o meno e male, può essere tradotto come “godere”) è invece un esempio più interessante e complesso al contempo.
Ho imparato, prima di imparare a imparare una lingua, a vivere una lingua che non conosco bene senza sentirmi estromessa. Vivo in un mondo scritto e parlato perlopiù in tedesco, e mi sento a casa. Benché questo indubbiamente dipende in parte dal mio specifico amore per questo idioma, il motivo ha più a che fare con una scelta semi-razionale, una scelta strana, la scelta di prendere il meglio e non il peggio del vivere in un contesto che linguisticamente ti è ancora un po’ oscuro.
(Ad esempio: mi hanno appena chiamato per l’ennesima pratica burocratica in tedesco e il mio cuore non ha accellerato i battiti. Un miracolo, per la me di qualche anno fa.)
Le lingue sono un po’ come le persone. All’inizio, quando le conosci e capisci meno, ti attraggono con tutto il fascino di ciò che deve ancora essere esplorato. I loro gesti, semanticamente vuoti, possono essere riempiti dalle tue ipotesi, dalla tua immaginazione. Riesco ancora, a volte, a sentire nel tedesco quell’esotismo che caratterizza gli idiomi che non comprendiamo: li ascoltiamo come sequenze di suoni, come musica senza parole. Quando si fanno comprensibili, lo diventano in bene e in male: si sente quella lingua usata per dire le cose più becere, la si sente usata approssimativamente come un utensile maneggiato con poca grazia, ma se ne scoprono anche gli usi più inaspettati, più creativi e ricchi di sfumature, ed è quello che non vedo l’ora di poter fare.

Nel frattempo, mi faccio abbracciare e cullare dall’inglese. Mi aggiro per mercatini delle pulci comprando romanzi in inglese a un euro. Approfitto del limite, le limitate risorse economiche investibili, rendendola un’occasione di leggere tutti quei titoli che prima avrei escluso troppo velocemente.
Ho letto un romanzo apocalittico sulle nostre tendenze apocalittiche, di recente scrittura; uno pubblicato negli anni ‘90 in una collana dedicata a tutte le sfumature del queer, ambientato in un’Inghilterra incastrata tra il vecchio Comunismo fallito e il nuovo millennio con tutte le sue promesse e minacce; un candido resoconto del post-9/11 visto tramite gli occhi di un bambino testardo; e sto leggendo Pratchett, finalmente, uno di quegli autori che mi sono sempre detta che avrei dovuto leggere perché tanto apprezzato da alcune mie conoscenze che stimo (e, ora che lo leggo, scopro che la degustazione non mi fa troppo allontanare dalla mia prima impressione: c’è un qualcosa, in certi autori inglesi – più inglesi che britannici, credo – che proprio non riesce a convincermi, ma non so che cosa sia. Inizia con petty ma è camuffato da cottage). Mi aspettano un romanzo storico che ha come protagonista una cortigiana, che avevo precedentemente puntulmente bocciato; e un vecchio romanzo post Seconda Guerra Mondiale sulla condizione dei reduci scritto da una donna (combinazione troppo interessante per ignorarla). E poi chissà che altro troverò, in questi mercatini dalle mille sorprese.

Questa “sospensione” della certezza della lingua mi fa sentire a mio agio. Vivere in un luogo in cui così tante persone sono consapevoli dei propri limiti linguistici (i non-tedeschi con il tedesco; i tedeschi con l’inglese, lingua che ha soppiantato il tedesco in alcune realtà) è rinfrescante: impedisce la formazione di tutti quegli odiosi discorsi che sono figli della certezza, nel 99% dei casi erronea, di avere una buona padronanza della propria lingua e che il mondo ragioni in quella lingua, che l’essere umano sia stato scritto in quella lingua. Ci sono tipi di ignoranza che, anziché accrescere l’arroganza, la ostacolano. Non sto dicendo che Berlino sia il paradiso dei linguisti MultiKulti e che non abbia in sé persone che si arroccano sul proprio Conosciuto per sputare sullo Sconosciuto, ma che mi delizia la frequenza con cui mi trovo in sacche in cui l’Incontro sembra essere all’ordine del giorno.

E adesso andiamo a portare avanti quella che sto cercando di far diventare una buona abitudine: stretching ed esercizi sul parquet scricchiolante della sala ufficiali.

Alice nel Paese delle Grazie e Disgrazie

Il lago di stanotte era, come sempre, placido. Sfumava all’infinito verso un orizzonte reso vago dall’eterno crepuscolo in cui i miei sogni lacustri sono immersi.
Non è proprio un lago, ma forse non è neanche un mare. Non vedendone i confini dovrei pensare che si tratti della seconda, ma la superficie d’acqua che nei miei sogni tutto ingloba è immota come solo quella di un lago può essere. E un lago neanche troppo grande. O forse un mare di una Terra che ha smesso di essere asservita al tempo e ai suoi cambiamenti.
Al lago, nei sogni, arrivo, non vi parto. E quando vi arrivo lo scopro aver ricoperto parte della costa. A volte vi sono sedie che spuntano per metà dall’acqua, a volte banchine che proseguono sotto la sua superficie, al fianco di profondità improvvise quanto insondabili. A volte, invece, il lago somiglia al Mare del Nord: prosegue all’infinito digradando appena, di chilometro in chilometro, e dando così l’impressione che tutto il mondo non sia che una grande pozzanghera.
Quando, da sveglia, ripenso ai miei sogni lacustri devo ammettere che, visti così, da lontano, descritti così, a parole, evocano immagini un po’ inquietanti. Mi inquietano, nella veglia. Ma nella sfera onirica quell’atmosfera da Ofelia galleggiante è la norma. È Casa, in qualche modo. Inclusi i cadaveri che ci sono ma non sempre posso vedere, a cui rimangono attaccati fantasmi che non vedo ma posso a volte sentire.

Dovrei puntare il dito a sogni come questo quando voglio spiegare come i grandi gesti di distruzione, più che essere cocenti esempi di un vivido Male, siano struggenti richieste di pace. Il caos, la cattiveria, l’ira, e tutte le pulsioni, appartengono alla vita e al movimento; e così anche il dolore. L’unica sensazione legata alla morte a noi conosciuta è la paura che se ne può avere – e che, appunto, si dispiega e punge e duole nel corso della vita.


Non è accaduto niente di particolare che mi spingesse a scrivere di questo. Beh, a parte un sogno, ovviamente. Nei sogni raccolgo e rivivo tutto ciò che non mi accade. Sono come un promemoria emotivo ed esistenziale: anche se non c’è, mi ricordano, esiste. Anche se non c’è più, continuano, c’è stato e quindi potrebbe esserci ancora.
Una tale continua esposizione a tutto mi ha resa, credo, un po’ insensibile ai picchi di grazia (e soprattutto) disgrazia. È la male/benedizione di chi nei propri sogni vive più intensità di quanta possa esperirne vedendo immagini e ascoltando racconti. Non di quanta se ne provi vivendo direttamente la vita, ovviamente – anche se, a tal riguardo, bisognerebbe aggiungere una postilla. Il dolore e la paura nella veglia, nella coscienza della veglia, fanno alzare paratie: si sente e soffre fino a un certo punto, poi ci si distacca. Suppongo sia un meccanismo difensivo. Nei sogni, invece, quando sono lucidi (ossia nel 99% dei casi, nel mio caso), si sa di stare sospendendo l’incredulità – e si possono quindi vivere con meno filtri quelle sensazioni che il sogno ha deciso di farci esperire per quella notte.

Mi sono detta che vivere così, avendo nei sogni un continuo memento mori, segna la propria visione del mondo. Così come ci siamo abituati alla violenza visiva al punto che abbisogniamo di battaglie sempre più cruente, sangue sempre più abbondante, più sangue di quanto effettivamente ce ne sia (una specie di inflazione del sangue), avere una sfera onirica che mi tartassa ogni notte con un Tutto Potenziale mi deve aver resa più insensibile a molte cose. Sono rare le scene nei film che mi colpiscono nel profondo e, quando accade, mi s’imprimono nell’inconscio, cominciando a infestare la mia sfera onirica, diventando parte di quella schiera di maschere pronte ad apparire improvvisamente in un sogno, consapevoli d’essere capaci di destabilizzarmi semplicemente apparendo. Perché sono simboliche. Perché basta loro ricordarmi di esistere, di poter essere pulsanti, per sommuovermi. Basta una consapevolezza risvegliata a farmi diventare una bestia braccata.
E mi sono quindi anche domandata se io smetta mai di esserlo, una bestia braccata. Se vivere più o meno un terzo del tempo nel mondo di Alice nel Paese delle Grazie e Disgrazie non mi renda sempre, per la semplice consapevolezza, allertata. Se io non abbia sempre l’arma a portata di mano, le spalle pronte a chiudersi. E se io possa scoprirlo. Perché, se così fosse, sarebbe così sempre – sarei sempre all’erta, e non potrei quindi sapere che cosa significhi vivere non essendolo.

La cosa più agghiacciante, esistenzialmente parlando, è realizzare che riesco a vivere una vita moderatamente serena (anzi, eccezionalmente serena, quando mi confronto a certi piccoli/enormi drammi altrui, in cui Altrui è un esemplare antropologicamente non troppo distante da me), nonostante, o forse proprio grazie a, tale tartassamento onirico. A volte mi dico che deve essere simile a quella capacità di godersi le piccole cose quando si impara a non darle per scontate.

Ne si parlava ieri con M., reduce da una giornata senza acqua e senza cibo (ramadan): di come non bere per così tante ore renda un semplice bicchier d’acqua il più buono che tu riesca a ricordare.
La memoria diventa breve, quando si vive intensamente il momento – suppongo – e avere un corpo che ti ricorda in continuazione che ha sete deve acuire quell’intensità. Non mi privo d’acqua per motivi simbolici, ma capisco il punto, e forse la mia sfera onirica ha, in qualche contorto modo, lo stesso senso del digiuno.

Due piccoli vasi, in cucina, accolgono delle radici di ginseng. Le piante stanno crescendo proprio ora: si fanno osservare, giorno dopo giorno, mentre svettano verso l’alto, sottili e fiere, perfette come la grafica perfetta di un grafico precisino. Do loro un po’ acqua e penso: Questa è l’acqua di oggi. L’acqua di ieri le ha fatte svettare oggi, quella di oggi le farà svettare domani. E domani dovrò dargliene ancora, se voglio che il piccolo miracolo continui.

Di sogni ed errare.

Nell’ultimo sogno il corpo che abbracciavo era solido e in sé, pieno, saldo abbastanza da saper restituire l’abbraccio.
Lo prendo come un buon segno.

 

Ogni tanto osservo foto su foto di leggiadre fanciulle coeve che fanno del fotografarsi un’arte, e dell’arte il fotografarsi. Sono leggere, cercano l’impalpabilità, ma al contempo reclamano il riconoscimento della propria carne. Godo più della malinconia che ciò mi suggerisce che del sembiante in sé – strano, vero? O forse non tanto. Forse sono i due lati della medaglia. Forse il sembiante ormai è diventato quello: la ricerca di un se stesso ideale.

 

Oggi ho trascritto una recensione negativa e ne ho scritta una, negativa anch’essa, ex novo. Non mi piace scrivere recensioni negative. Non mi piace per lo sforzo che devo attuare per non scivolare nei pensieri del mio intestino, e volteggiare invece a una maggiore distanza. Per correttezza, forse, o forse solo perché al momento concepisco una bellezza che è grazia, e una grazia che è distanza dall’imbruttirsi, e una bruttezza che deriva dallo scontento.
Forse forse forse.

 

Il processo di mappatura delle mie geografie oniriche ha preso il via tempo fa, e continua.
Sogno spizzichi di luoghi che avevo sepolto in epoche passate. Alcuni li ricordo al risveglio, altri no. Ogni volta che ne realizzo uno realizzo al contempo quanto siano potenzialmente infiniti, ma sopratutto come si partoriscano a vicenda. C’è, ad esempio, l’ala laterale non più vissuta di una villa, che ho realizzato essere il residuo di quello che – eoni onirici fa – era un monastero. Che aspettativa ho seppellito lì, eoni onirici fa?
Sogno strutture colossali, e colossale è il tempo nel mondo dei sogni. Tornare infante mentre riscopro un’architettura rimossa mi rende al contempo neonata e pluricentenaria, perché solo lo sguardo della seconda fa rinascere la prima.
Non sapendo che cosa, in questo periodo, io debba o voglia cercare (ma avendo una vaga-precisa idea di quello che per un po’ non devo visitare), mi limito a errare. Quanto amo questo termine. Quanto amo l’apertura che dona agli errori. Quanto amo.

 

Riluce, riluce, riluce

Apri il blog dopo aver aperto infinite finestre, questa sera.
Prima, il file nominato Valutazioni. Ti aspettava al varco, il bastardo. Tu che come insegnante ti chiami facilitatrice, e da tale rinunci con gioia a dare voti ai tuoi studenti/apprendenti, ti trovi non solo a dover valutare ottantaquattro racconti, ma anche a doverli mettere in ordine di preferenza. Questo è il momento di menzionare La scelta di Sophie a sproposito – dato che non l’hai letto – e lamentarti del pesante fardello di dover dire la tua sulle viscere altrui, che Altrui ha messo in formato prosa e sottoposto a te. Meraviglioso e orribile. E ora hai finalmente la tua classifica definitivo-provvisoria. Solo un ultimo check. Domani, magari.
Poi, hai aperto diversi files dalla cartella Recensioni. Una de Il medico tedesco da rileggere e far feedbackare, una de La notte eterna del coniglio da finire e far feedbackare. L’hai conclusa in fretta, forte della frenesia con cui le parole ti scorrono in testa in questi giorni. Non sai se sia scioltezza o delirio, ma una cosa la sai: è voglia di scrivere.
E così, infine, apri la cartella I Neocaravaggeschi. Sì, il romanzo. Il romanzo che ti manca – come ti ha ricordato oggi il parlarne con M. Vuoi scrivere-scrivere-scrivere. Dopo aver letto in Se una notte d’inverno un viaggiatore di quella soglia che c’è tra lo scrivere e il leggere criticamente, ti è venuta l’ansia. Sai ancora scrivere con piacere? Certo che sì, ti sei detta – te l’ha detto la smania di farlo. Ma dovevi provare, riconfermare, e soprattutto sfogare.
E così hai buttato giù qualche frase. Scorrono, le male-benedette. Potrebbero scorrere meglio, ma scorrono. E per farle scorrere meglio, vieni qui a rodare.

Nel sogno di stanotte, tra i mille cani che cospargono i sogni dei tuoi ultimi mesi, uno attraversava una strada trafficata. Era uscito dal cancello di una villa, lo sapevi; sapevi troppo per lasciarlo lì come se niente fosse.
E allora si accosta, ci si volta e si fa un cenno al tizio che se ne sta impalato di fianco al cancello. Chi è? Una guardia, ma certo. Lo sapevi. Sai che cos’è quella villa. Di chi è. Anzi, di chi era. Poi è arrivato un figuro che nel tuo sogno è il Colonnello, ma non è il Colonnello, no, o meglio, lo è, ma è un altro colonnello, uno di una virgola più importante e quindi di una virgola più temibile nel suo diritto di prendere decisioni. E ville. Come questa, da cui questo povero cane – tra i mille cani che indicano direzioni nei tuoi sogni – è appena uscito.
Quando ti fermi per assicurarti che l’uomo di guardia faccia rientrare quel mezzo lupo innocuo sai che è già troppo tardi. Hai toccato la soglia, l’hai sfiorata, l’allarme è scattato. Il Colonnello sa che sei qui. Sai, sapevi, che non avresti dovuto. Non per tutelare te stessa – figurarsi, testa di cazzo che non sei altro, se questo pensiero riesce a sfiorarti, tantomeno in un sogno – ma per non complicare il quadro a chi tanto si cruccia per la tua tutela. Ma ormai il passo l’hai fatto, il filo della ragnatela vibra, ed eccolo qui, il SuperColonnello, che arriva a passo leggero e deciso con un sorriso da malvagio calcolatore che s’impone con grazia. Sembra uscito dal più becero film. Te lo dici anche, nel sogno. Come ti abbandoni a un’estetica così scontata, mia cara. Ma così va, anzi, va pure peggio: con quel suo fare compiaciuto, il SuperColonnello ti si avvicina, aggraziato ma determinato mentre entra nel tuo spazio vitale – perché lui può e lo sa e sa che lo sai – e ti appoggia una mano sul fianco. E’ solo un proemio, e lo sai: il meglio viene subito dopo, quando il SuperColonnello ha il graziosissimo ardire di allacciarti una cintura alla vita. Una cintura speciale. Una cintura “tecnica”, piena di spazi vuoti in cui incastrare tante sconosciute e meravigliose cose che indovina un po’ chi solo potrà fornirti?
E così segui il SuperColonnello nella villa che ha espropriato, creatura piena di vanità.

Reality is stranger than fiction e lo sai, e sai che lo sanno anche loro – sì, voi altri, lì, che ora colloco di fianco a me – ma semplicemente in questo periodo lo assapori. Niente di eclatante, no, figurarsi: il Diavolo sta nei dettagli, le rivoluzioni nella vita quotidiana, il paradosso ai margini del campo visivo. Così lo assapori con tranquillità d’animo – beh, più o meno, dai, non ci possiamo lamentare – constatando come tu ti stia assestando. Qualcosa sta cambiando. Qualcosa di ampio e sottile. Chiamiamola prospettiva. Un ulteriore passo che ti allontana dalla cosiddetta “realtà condivisa”, ma non perché tu stia diventando pazza. No, il passo affonda in un terreno più tangibile, il fango rimane sulle scarpe, ed ecco che semplicemente procedi con la tua vita contemplandone la direzione. Sapevi già tutto, in fondo – tutti sappiamo già tutto, in fondo – e questa non è che l’ennesima riconferma, forse un po’ più fantasiosa (ma neanche tanto, suvvia), e tu ti domandi soltanto se questa distanza che stai coprendo ti allontanerà da cose che non immagini. Sai a che cosa ti avvicina. A che cosa, non a chi – quello è troppo chiaro per specularci, no?
Ti avvicina a quella percezione delle cose che viene ravvivata dai simboli. Mentre scrivi di nuovo di Emanuele, protagonista de I Neocaravaggeschi, dopo mesi, ti dici che forse si è aggiunto un livello a quelli da cui puoi attingere per rendere iper-dimensionale la realtà fittizia che descrivi. Eccolo lì, lo intuisci – è tangibile e sottile e tagliente come la sicurezza del SuperColonnello che – indovina un po’? – sempre da te viene. Riluce il sorriso da cattivo da operetta del SuperColonnello, riluce una mattina post-sbornia nelle piccole onde create dalla gondola che si aggira per la Venezia che riporti a galla, riluce il sorriso di una VB ancora dormiente che svegli spingendoti contro di lei.

Cerbero

Ascolto un album intitolato Winter and the Broken Angel, album il cui titolo era scomparso dalla mia memoria. Per anni. Nonostante, all’epoca, esso avesse un’incredibile capacità evocativa a ogni, ripetuto, ascolto.

 

Ho una mancanza di memoria degna di nota. C’è chi ha palazzi della memoria, con ricordi ordinatamente collocati in stanze, angoli, gerarchie di importanza, senso e colore, categorizzazioni che si fanno simbolo e con ciò riescono a dare un senso.
Nel mio palazzo di senso ce n’è poco. E non è neanche un palazzo. Lo è, ma solo per mancanza di termini alternativi. Lo è, ma si estende in orizzontale sconfinatamente anziché avere un sopra e un sotto. Non ho cantine, ma profondità che sono tali per la loro lontananza dall’entrata. E la luce viene tutta da lì: dall’entrata. Mano a mano che ci si addentra, mano a mano che le stanze si fanno più vuote e polverose, la luce viene meno. Scompaiono le persone, appaiono le presenze. Scompaiono gli elementi che posso controllare – sono viziata dal farlo, io sognatrice perennemente lucida – appaiono quelli che agiscono fregandosene dei miei ammonimenti, del mio canalizzare la volontà per plasmare la sfera onirica, del mio sminuirli. Ridono. Piccole manifestazioni del Dio Che Ride.
In fondo – dopo le stanze illuminate e calde e vissute; dopo quelle più risposte, meno battute; dopo quelle che somigliano a soffitte, per polvere e abbandono, o a fontane da cui non sgorga acqua dall’inizio dei tempi; dopo gli antri in cui l’inconscio si cela per comparire all’improvviso e destabilizzarmi – dopo tutto questo, l’intero palazzo converge in una porta. Un singola, poco degna di nota, porta di legno.
Lì dietro c’è il Cane.
Lì dietro, nel fondo di quel luogo che non ho mai esplorato abbastanza, il Cane si alza e scatta nel momento stesso in cui apro la porta e corre verso di me.
Il Cane non è cattivo: è idrofobo. Se fosse cattivo lo potrei relativizzare, circuire, risolvere. Ma il cane scatta sbavando perché è l’unica cosa che sa fare quando si sente invaso – e quello è il suo territorio. Qui, dove le stanze sono quasi del tutto buie e spoglie, o così si fanno immaginare, il Cane è l’unica presenza immediatamente tangibile. E io mi sbrigo, sapendo che il mio tempo è contato: quello che mi rimane prima che il Cane giunga. Quando mi avrà raggiunto il sogno finirà. E allora cerco, mi addentro, veloce per non farmi fermare da quei fantasmi che vogliono ridurmi all’impotenza, quell’impotenza che mi annichilisce. O mi spaventano nell’unico modo in cui possono farlo: mostrandomi le immagini che sono riposte a fondo, molto a fondo, maschere che uniscono su di sé significati di per sé innocui, ma che accoppiati risvegliano il potenziale distruttivo del paradosso.
O rendermi impotente o farmi impazzire – che cambia?

 

Ho pensato a lungo che il Cane non fosse altro che quella Bestia nell’Umano da tanti citata. Ma no, il Cane è più puro. Il Cane non ha limiti, né quindi capacità di costruire architetture per travalicarli. Il Cane è, punto, e perciò irrisolvibile. E’ un tassello basilare del sistema binario che tutto compone – che tutto ciò che è concepibile dall’essere umano compone, perlomeno. E’ al di là del bene e del male. Non posso avercela con il Cane. Anche perché il Cane è una parte di me che ne tutela un’altra.

 

La maggior parte delle volte che sento parlare di Bestia Umana le bestie c’entrano ben poco. La crudeltà, che alcuni definiscono tutta umana, ha come prerogativa la capacità di astrarsi e costruire castelli di giustificazioni e manipolazioni e mistificazioni. In ciò offende l’umano: nella sua capacità di celare la verità all’umano – quale sia questa verità, e che sia una sola o sia tante.
Non odio il Cane. Non posso odiarlo. La sua sincerità è troppo assoluta.

 

Queste lezioni di Business English mi stanno salvando dalla malinconia che ha deciso di ammantare questo periodo. Se n’è approfittata di una serie di fatti, ma i fatti non parlano da soli: li ha usati per dire la sua, per imporsi come le nuvole, non potendo eliminare il sole, lo coprono.
E’ una sensazione nuova, per la sottoscritta. Sono troppo abituata a dover gestire i maremoti e le tempeste interiori per poter concepire che l’esterno tuoni e urli mentre io sono pacata. Pacatissima, considerando il considerabile. Conoscendo me – quella Me che potrei dire vecchia, se certe cose si potessero lasciare nel passato; ma si possono solo ricacciare a fondo, vicino al Cane – mi sarei aspettata che, dinnanzi a simili avvenimenti esterni, avrei reagito in un modo o nell’altro: o essendone sconvolta, se questi avvenimenti fossero riusciti a risvegliare quella parte sopita, o essendone placidamente indifferente – quell’indifferenza che un po’ mi spaventa.
E invece, per una volta, mi trovo placida su un battello ebbro. Mi domando se sia un’evoluzione o un’involuzione – sempre che si voglia riconoscere differenza tra le due cose. Mi domando cosa ci sia oltre le coltri. Mi domando se io non stia postponendo, e con ciò incancrenendo un qualcosa – un qualcosa che non so vedere, afferrare, definire, e che deve risiedere nel territorio del Cane.
E’ la mancanza di paura a stupirmi. Ci sono poche cose che temo di più. La paura con la sua capacità di scardinare e gettare tra onde per cui non mi sono allenata a nuotare – e a trattenere il fiato, soprattutto. A volte è solo questione di saper trattenere il fiato al momento giusto – perché non vincerai sull’onda se non facendoti trascinare, sott’acqua con la corrente per poi riemergere e respirare nuovamente. Il panico ammazza. Letteralmente.
E così, non sentendo paura della paura in questo momento, provo paura. Qualsiasi cosa io faccia, essa si ripresenta in altra forma. Se ne frega dei miei ammonimenti come i fantasmi del mio palazzo, il cui unico potere è quello di saper apparire come e quando vogliono. Non sanno far altro. Non serve che sappiano far altro. Per minacciarmi basta quello – con gesti che sono al contempo minacce e la loro realizzazione.

Di porridge e altre dolci fatalità.

Porridge e miele per fare una pausa senza farla veramente.
Sono cresciuta nutrendomi di immagini animate di porridge. Disegnato, era questa invitante sbobba che suggeriva la delicata zuccherosità del latte, ma con una punta più secca, più corposa, quella grumosità necessaria ad ammiccare alla consistenza che avrei sentito in bocca. Me lo sono immaginato per, credo, una ventina d’anni. E alla fine, quando ho provato a creare nella realtà ciò che avevo sempre e solo visto disegnato, il porridge ha compiuto il miracolo: ha confermato la mia aspettativa.
M è un miracolo simile. Per me, post-strutturalista, i miracoli non esistono: ci sono solo coincidenze o, opzione meno frustrante, concatenazioni guidate inconsciamente che comprendiamo solo marginalmente. Ma nella Weltanschauung di M credo i miracoli possano avere posto: Dio ci mette lo zampino e interviene sulla realtà.
Il porridge è la mia sbobba ciclica. Oltre a essere dolce come il latte e corposo come un cibo che mi suggerisce che mi sazierà senza riempirmi, è anche veloce da preparare. Qualche cucchiaio in padella, abbastanza latte per coprirlo appena, fuoco lento finché non bolle, poi girare per tre minuti. Servire con quel che ti pare. Pesce, carne, vegetali, frutta, whatever. Lo preferisco dolce, ovviamente – colpa di un’aspettativa lunga vent’anni. Lo preferisco dolce seduta sul divano mentre guardo distrattamente la TV pensando e non pensando ad altro.
Ho una certa esperienza con la trafila “conosci una persona virtualmente, approfondisci il rapporto mentre si creano aspettative, cerca di frenarle per quanto puoi, incontrala di persona”. Il passaggio “tieni a bada le aspettative” non è importante: è fondamentale. Il danno minore che un’aspettativa possa fare è far sì che, una volta incontrata la realtà che l’ha fatta generare, questa realtà risulti deludente. Poi c’è il danno maggiore: essere accecati dall’aspettativa. Esserne accecati al punto di coprirvi la persona verso cui era rivolta, e così precludersi la possibilità di fare quello che volevamo fare all’inizio, quel qualcosa insoddisfatto che ci ha portato a crearci aspettative: conoscerla.
Amo la differenza tra il conoscere e il ri-conoscere. Mi ricorda che siamo esseri pigri che – potendo – non si smuovono dai propri comodi schemi mentali. Riconoscere costa meno fatica che conoscere. Ma quel “potendo”, nel mio caso, avviene di rado. Deve averla vinta sulla mia cocciuta curiosità, quella curiosità per cui voglio conoscere sempre più, per cui non potrei sopportare di perdermi una sfumatura di Creato perché, al suo posto, ho visto un riflesso di me stessa.
Per questo faccio tutto il possibile per non crearmi aspettative. Esse sorgono, ovviamente, e allora le tratto come il Dio Che Ride tratta tutto: le smonto. L’ironia è distruttriva. E io distruggo, a colpi di dubbi e relativizzazioni, i pasti precotti che il mio cervello crea quando è affamato di una realtà che non può avere. Non ci riuscirò sempre, ovviamente, ma mi c’impegno, tanto, proporzionalmente a quanto voglio conoscere quel frammento di realtà.
Ma, nel caso di M, i sogni mi hanno fottuto. Senza chiedere il permesso, senza preavviso, mesi fa hanno cominciato a scodellarmi un M onirico fatto di tutti e cinque i sensi, tangibile come un ricordo riaffiorato. La mente ti dice che lo stai ricordando, il raziocinio ti suggerisce che non puoi ricordare ciò che non hai conosciuto. Non puoi proprio. Tante conversazioni scritte, qualche telefonata e un paio di sparuti video non possono recare in sé indizi sufficienti a ricostruire la tridimensionalità di una persona percepibile con cinque sensi. Non possono e basta. O, se possono, non hai la più pallida idea di come facciano.
M mi è entrato nei sogni ponendosi al fianco della schiere – esigue, in verità – di personaggi che Morfeo tiene nel proprio serbatoio per me. Persone che sono diventate Leitmotive, e così appaiono e riappaiono nei miei sogni in momenti apparentemente casuali. M è diventato uno di questi Leitmotive dal primo sogno che l’ha visto protagonista. L’ho saputo da subito, e so persino spiegare il perché, questa volta: perché incarnava un qualcosa di tanto limitato quanto inconfondibile – due caratteristiche proprie degli esseri umani con cui mi relaziono nella realtà della veglia. E mi sono infastidita, ovviamente, dinnanzi a questa constatazione.
E se non avessi mai conosciuto, tridimensionalmente, M?
Se fosse uscito dalla mia vita prima che potessi farlo?
Non ho nessuna voglia di avere nell’inconscio persone che si sono limitate a passare, generare aspettative e non soddisfarle. Nessuna voglia.
M è porridge.
L’ho saputo nel momento in cui l’ho intravisto tra la folla di persone scese dal treno. Ne ho riconosciuto la postura, ma soprattutto ho riconosciuto il modo in cui la sua presenza occupa lo spazio. Non è solo una questione di corpo: è come la persona vive lo spazio, come ci si muove e come lo gestisce. E M è giunto nello stesso modo in cui aveva fino a quel momento camminato nei miei sogni: incedendo con rilassatezza. E, allora, mi sono diretta verso di lui e ho compiuto il gesto che – per questa creatura che viene ritenuta tanto fredda, distaccata, apassionale e aromantica – riassume ed esprime di più: l’ho abbracciato. L’ho un po’ stritolato, a dire il vero. Il verbo sarebbe inesatto: difficile stritolare un corpo che potrebbe stritolare te con la metà della fatica. Eppure il verbo rimane quello: stritolato. Perché M è una presenza possente e raggomitolata al contempo. Raggomitolata non è la parola giusta, ma la parola giusta non l’ho ancora trovata.
M è ripartito e io non sento il Dio Che Ride – o forse evito di ascoltarlo.
So solo che permango in questa condizione di flemma assurda che tanto somiglia a un deserto: non so in che direzione sto andando. Non so, soprattutto, che cosa ci sia, in questa direzione. Il sole, ora alto, si abbasserà e smetterà di accecarmi, e allora potrei realizzare di essere ormai vicinissima a qualcosa. La logica mi suggerisce che dovrei incontrarne almeno un paio, di cose, e neanche tanto piccole, ma per ora nulla: la barca galleggia e il cielo è coperto da un immoto strato di nubi che nulla suggeriscono.
Dovrei dirmi, in questa stasi, l’unica cosa che suggerisce una direzione. Qualcosa come: Beh, speriamo che riesca a tornare. Ma è stata detta così tante volte, in questi giorni, che non so più che senso abbia. E’ stata detta, ripetuta, sfiorata con l’ironia perché si aprisse come un timido fiore, poi l’ironia si è fatta arma perché distruggesse quel pensiero, lo rendesse vano e inutile, leggero come una piuma di cui non c’è motivo di preoccuparsi. Ma è stato, a sua volta, vano. Il pensiero è lì perché è l’unica cosa certa nella sua incertezza – il resto è vanitas, se usato come appiglio per il futuro. Il presente è sempre e solo un attimo. Il presente non ha progenie. Il pensiero è lì perché è l’unico presente, e io attendo di capire quale direzione io abbia intrapreso.
So dove dovrei andare. Si chiama stand-by. Sono moderatamente brava a farlo – questione di esperienza, tutto qui. Lo stand-by, in questo caso, è la sospensione di quel pensiero, di quel Beh, speriamo che riesca a tornare. Sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Sarebbe venuto subito dopo al Speriamo di riuscire a incontrarlo. Ed eccoci qui. E quando questa speranza sarà in stand-by, quando sarà leggero come una piuma, io riuscirò a fare a M e a me il favore che preferisco farci: non lasciare che la preoccupazione apra al male – in questa sua piccola, banale, tutt’altro che ontologica forma – le porte della quotidianità. Non serve a nessuno. Dio Ride perché lo sa bene. Il Dio Che Ride mi prenderà un po’ per il culo, mi sballotterà un po’ tra me e me, ma alla fine riuscirò, anche a questa volta, a ridere con Dio.


VB è nel Lazio a fare quello che dovrebbe fare: ricercare.
Continuo a immaginarla di profilo e concentrata, il naso corto che scende dritto gettando una piccola ombra sopra la bocca serrata. Appena una contrazione sulla fronte – non quella che la coglie quando si preoccupa, ma il simbolo di una determinazione celebrata, di quelle che rinvigoriscono chi le ospita.
La immagino anche con C in una generica piazza laziale animata da un mercatino. Sono entrambe presenze forti, benché in modo diverso, e così mi piace di solito rimirarle. Ma le immagino anche farsi un po’ incerte, un po’ esitanti, ma solo poco, solo l’esitazione che deriva dall’accortezza che si usa per conoscere una persona. Un po’di rilassatezza, anche, sotto il sole caldo ed estenuante, un passo lento dopo l’altro, parlare guardandosi attorno e poi fermarsi – VB che si ferma per controllare se, dietro di sé, ci sia ancora tutto, se sia tutto a posto, se si possa procedere o se serva un occhio vigile e una mano pronta ad aiutare, agevolare, far sentire considerati, nel caso.
Stanca come sono, vorrei averle in un salotto al tramonto, uno qualsiasi, con gli ultimi raggi di sole che invitano all’indolenza. Stanca come sono, mi sdraierei su un divano come un gatto, sottraendomi con quella posa al convivio, e osserverei i profili di entrambe mentre la luce sbiadisce alla velocità con cui le mie palpebre si chiudono.