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Speculum.

Group: Michel Foucault has Ruined My Sense of Reality

Description: Whether he’s ruined your own personal concepts of reality or your personal life, Michel Foucault is simply TOO BRUTAL for mere mortals. Some of us have lost friends because of him. Some of us no longer have social lives at all because of the reading. Some of us have even watched relationships spiral into oblivion because of Foucault. This group for all of you brave souls who cannot look at the world without knowing – in the very depths of our many fractured selves – that we are always in the Panopticon.

Traducevo la dispensa per tedesco. Parola per parola, le parole che non conosco, le troppe parole che non conosco. Lavoro lento e paziente per una meta lontana. Quando le mete si fanno troppo lontane, e sono rare, e non puoi vederle all’orizzonte ma ti dici che esistono – non ricordi bene perché, ma sai che esistono – ogni singola parola tradotta pesa come l’intero lessico che ti manca.

In questi giorni mi sento spesso in colpa. Nei confronti di Mater, perlopiù. Sarà che lei lavora e io no, lei ingoia la sua quotidianità e io solo me stessa.
Sarà che mi ripeto che dovrei lavorare e un brivido mi percuote all’idea di dover interagire con i sistemi vigenti e le vigenti persone là fuori. È una sensazione abbastanza forte da farmi pensare che dovrei andare in cura. Non è la prima volta che mi accade, so che se ne esce, ma non so se sia così automatico uscirne. Non so quale sia la norma, ecco. Ho avuto periodi così e periodi di nonchalance sociale, e non so dire quale sia la “base” per me. Sono di base anti-sociale o l’anti-socialità è derivata?
Penso, nel silenzio di Mater che dorme, che mi pesa pesarle addosso. Tale peso mi commuove come un film che stronca per pena e squallore. Mi pesa, in verità, pesare addosso al mondo, ma il mondo è un concetto lì fuori, distante, ignorabile. Mater è l’essere umano più vicino, posso ascoltare il suo silenzio mentre dorme. Vorrei poterlo non ascoltare. Vorrei perdere l’udito. Poi la vista. Il tatto. Un senso dopo l’altro, fino a una dissoluzione anonima, così silenziosa da far pensare che il posto che occupo forse non è mai stato occupato da nulla. Sì, mi piacerebbe un mondo senza di me.

Tra le canzoni che passano da un orecchio all’altro, appare la voce di Mara. Mara che si registrò cantando stupide sigle. Mara che le canta con voce profonda, o forse con profondità e basta. Una bella voce. Amo le belle voci, mi aprono il cuore – le belle voci sussurrate in una registrazione cruda.
Mara passa un brutto periodo. Potrebbe essere l’incipit di una storia qualunque. Il ragazzo l’ha lasciata e lei non ha dignità sentimentale, nonché un ego mancante di autostima come difesa. Si ferisce e fa ferire non potendo spegnere l’intelligenza che intanto analizza; dice di ferirsi e farsi ferire con coscienza, che dirle? Questo non elimina il fatto che stia male.
Sono andata a trovare Mara, per farle semplicemente compagnia. Le avevo detto che, se serviva, potevo andare a trovarla, per una volta non provandoci. Per una volta, la persona ha colto al volo l’offerta in un momento di dolore. Di solito non lo fanno. Di solito non lo fate. E fate bene. Non sono brava a consolare. Sono logica nelle questioni sentimentali, e la logica non è consolante se non rimirata in solitudine.
Gente mi dice:
“Hai fatto bene a starle accanto.”
Gente mi dice:
“Un bel gesto.”
Un suo amico mi dice:
“Grazie di essere con lei.”
E io mi guardo attorno con un sopracciglio sollevato. Non sono l’amica che consola, quella che distrae senza fare domande. Mara si fa distrarre e poi ascolta le mie ramanzine da grillo parlante (dice lei), e io penso che si fa sbraitare addosso non perché ciò sia utile, ma perché è abituata a essere deprecata. Almeno, a farlo c’è qualcosa che poi la distrae anche.
Massaggio Mara, mi infilo nel letto di Mara, in cerca di calore umano. In cerca di voglia, anche, che mi scaldi – non importa che quella voglia non sia poi soddisfatta – dopotutto, ho detto che non ci avrei provato, sono di parola – l’importante è che quella voglia appaia ad accumularsi come cosa spronante. Spronante per cosa? Spronante e basta. Per non spegnersi come un automa e fissare l’altra persona con il vuoto dentro. La voglia mi dona un’attitudine più sociale, mi spinge a sorridere ed essere gentile, ad agire e reagire anziché fissare l’altra persona come se fosse un prossimo cadavere che gira sul proprio asse come una ballerina di un carillon.

Ieri, sul letto, piegata dal mal di pancia, contorcendomi ridicolmente per cercare posizioni che alleviassero il dolore, la fronte sul libro quando il dolore era troppo (e io non volevo prendere un altro antidolorifico, no, col cazzo, sono così miserabile da non poter sopportare un banale dolore mestruale?), ho osservato la mia abitudine alla solitudine.
È un atteggiamento interiore, più che un fatto. Lo noti quando a un certo punto la tua stanza vuota ode un lamento, ed è tuo, e lo stai facendo perché soffri e il tuo corpo si lamenta anche se non c’è nessuno – e ti rendi conto che non credi nel concetto di “lamentela”. Non che io non esterni le mie noie e dolori lamentandomi, ma quando qualcuno tenta di porgere una mano per aiutarmi sminuisco subito tutto e torno al silenzio. La mia lamentela è una posa. Lo penso con la guancia sul libro e nessuna mano sul mio corpo dolorante. Com’è la mano sul proprio corpo dolorante, da sobri? Le ultime mani sul mio corpo malato erano posate sul mio corpo pieno d’alcol. Il corpo pieno d’alcol non ha più le forze di ritrarsi e minimizzare, quindi riceve la mano un po’ infastidito ma in fretta la dimentica.
Con la guancia sul libro, gli occhi in quelli del gatto, mi torna alla mente la sensazione di una mano calda sul mio corpo dolorante. Mi torna nel corpo, sull’epidermide, la sensazione di un dolore che svanisce. Perché mi appare così strambo? Come una sorta di magia.
Ma non mi spiace, mi dico, mentre il climax di dolore passa, essere abituata a essere disabituata alla mano calda. È utile. Come è utile abituare il mio corpo a farcela senza antidolorifici: un’auto-addestramento in vista di periodi di carestia. Che si traduce in carestia auto-imposta. Sembra un po’ un parto delirante di un eccesso di logica, processo tipicamente umano, ma continua a essere utile. Basta abituarsi.

Il libro era Le benevole.
Pagine e pagine su campi di lavoro inutili. Prigionieri denutriti e privi di cura igienica muoiono prima di poter essere addestrati.
“Colpirli li indebolisce, ma se non li colpiamo non si muovono del tutto.”
Leggetela nell’ottica per cui quei prigionieri non sono esseri umani ma cose lavoratrici. Io leggo quella parte e mi sento una cosa lavoratrice disfunzionante che si sta massacrando. Mi scricchiolano le ossa. Un giorno mi sono accucciata in fondo alla miniera perché per qualche motivo la luce del sole mi faceva venire mal di testa, e ora non esco più.
Le benevole che spiega così la follia nazista sul finire della guerra, la follia del “stiamo perdendo, non abbiamo più nulla, siamo circondati, ma accaniamo le nostre energie nello sterminare ebrei”, così la spiega: se l’Ungheria passa i suoi ebrei alla Germania, la Germania può ricevere il corrispettivo che l’Ungheria utilizzava per nutrire quegli ebrei. Ma gli ebrei, arrivati a destinazione, sono ormai troppo indeboliti per lavorare, e quindi vengono eliminati. Rimane il corrispettivo, ma non è di soldi che la Germania necessita, bensì di forza-lavoro – quella sterminata quando morente perché inutile, ossia nella maggior parte dei casi.
Intendiamoci, la forza-lavoro ebraica sarebbe stata sterminata comunque, ma dopo aver agito come forza-lavoro. Lavoro fino alla morte. Ma se questo periodo di lavoro è più breve del tempo necessario ad addestrarli…
E il protagonista sogna. Sogna un campo che rappresenta il mondo intero, dove la gente nasce, cresce, lavora per poi morire. Ed è poi così differente dalla vita di chi non sta nei campi?
E io sogno cadaveri che danzano. Cadaveri fortunati, fuori dai campi, che hanno modo – nelle pause tra lavoro e sonno e procreazione e mantenimento della progenie – di distrarsi facendo qualcosa di divertente, come: danzare. Non fanno sempre quello. A volte ridono, a volte si corteggiano, spremono le meningi per trovare nuove occupazioni distraenti.

Mi sono distratta facendo scrivere a Sedlacek un articolo a favore di una proposta di Riforma interna al collegio. Mi sono distratta giocando con gli ingranaggi di un sistema. Il sistema l’ho creato io, e metto Sedlacek lì in mezzo a disfarmelo. A cercare le imprecisioni e sfruttarle, a usare fessure come voragini in cui sguazzare, a dimostrare che anche il sistema creato per essere ottimale può essere smontato da chi l’ha creato, se questi ha abbastanza fantasia da essere Dio distruttore oltre che creatore.
Ma la differenza tra creazione e distruzione si fa sottile. Un personaggio come Sedlacek è nato come deposito di corruzione, e dalla distruzione altrui si è creato una vita.

Alla stazione di Parma, Cauchemar mi abbraccia e saluta, e mi dice:
“Fai la brava. Non come Sedlacek.”
“Non potrei fare come Sedlacek. Non ho il suo entusiasmo.”

Prendo Sedlacek e lo metto in situazioni che attentino al suo sistema come lui attenta al mio. Titillo i suoi punti deboli, cospargo di miele i suoi punti scoperti, lo guardo destreggiarsi, poi guardo l’intravisto infinito: lui che distrugge quello che creo io, io che distruggo quello che crea lui, e chi vincerà?

Horton, sul divano, alza le spalle. Neanche lui ha l’entusiasmo di Sedlacek. Io e Horton osserviamo la vitalità distruttiva sedlacekiana senza girare canale.
“Ehhh…” commento io. “Una certa invidia.”
“Nah.” risponde lui. “È inutile.”
“Beh, ma lo è tutto. Allora tanto vale.”
“No. Non vale.”
E, in silenzio, pensiamo che non esiste alcun “fascino del Male”. Il “Male” non è affascinante, ma semplicemente utile. Anzi, “Male” è il nome dato a chi dell’utilità fa il primo principio dopo l’auto-soddisfazione, però incapace di… di…
“Di?” mi domanda Horton.
“Di. Di stare bene anche se non tutto è come vuole.”
“E chi sta bene anche se tutto non è come vuole?”
“Questo non lo so.”
“Un coglione.”
“Non è così semplice…”
“È più semplice che tentare di avere tutto come lo si vuole senza fallire, statisticamente.”
“Ok, ma tu cosa vuoi?”
“Una birra.”
“Mh. Io mi faccio un caffè.”
E facciamoci un altro caffè.

Frequentare cattive compagnie è lesivo. Lo dico, a volte, a persone il cui credo va contro i miei principi morali. Dico loro:
“No, non mi offendi. No, non scusarti. No, non c’è bisogno di giustificare. Accetto tutti. Amo la varietà. Semplicemente, probabilmente non ti starò vicino per troppo tempo. Sai… Si è un po’ chi si frequenta.”
Quindi, per seguire il buon principio e congedarmi ogni tanto da Horton e Sedlacek, creo altri personaggi. Indago sulle infinite possibilità della mia mente. Gioco a dei what if. L’impostazione da creativa puntigliosa mi impone di immedesimarmi in tutti loro per poterli descrivere al meglio, e quindi esagero: creo ragazzine groupie tenere e adoranti, eterosessuali e monogame, per cui il sorriso è un must.

Poi, a casa di Mara, viene messo un vecchio video. Anno: 1998.
Sullo schermo, c’è una tredicenne dai capelli scuri di media lunghezza raccolti in due codini. Pelle chiara, liscia, occhiali sopra a occhi grandi e azzurri. Azzurri-azzurri. Azzurri da essere contemplati, e la telecamera continua a zoomare per coglierne il colore.
La tredicenne parla, si muove. È imbarazzata, non è abituata a essere ripresa, ma non può esplicitare nudo imbarazzo, e in qualche modo se la cava. C’è qualcosa di strano in lei, ad esempio il fatto che inizi frasi con:
“Premettendo che…”
Dove ha letto questa formula, questa tredicenne impacciata? Il suo imbarazzo viene agevolmente scalciato a lato quando le viene posta una domanda su un tema serio, su cui ha una ben precisa opinione da lasciare ai posteri. La espone, senza esitazione se non quella richiesta dall’umiltà, poi il sorriso imbarazzato torna, con esso delle fossette ai lati della bocca.
Ricordo qualcuno dirmi, anni e anni fa, che adorava quelle fossette. Chi era? Non ricordo. Ricordo che pensavo dicesse una cazzata, in quanto quelle fossette io non le avevo mai viste. Erano fossette riservate a terzi (né a Me né a Me, quindi), qualcosa non riproducibile allo specchio. E sì, cazzo, sono veramente adorabili. Come i codini, da cui i capelli escono alla rinfusa. E le labbra, carnose. Quegli occhi limpidi da cuoricino intatto e animo pulito perché mai usato né venduto.
Poi, la tredicenne riflette, e per farlo piega il capo in un gesto naturale. Qualcosa che denota il fatto che deve pensare spesso, tanto spesso da avere un’intera parte di mimica riservata al pensiero. Dopo il “Premettendo che…”, mentre parla, quella mimica fuoriesce, dandole troppi anni rispetto a quelli che ha. Troppa sicurezza – no, aspettate, troppa poca goffaggine rispetto a quella del suo corpo di tredicenne, rispetto alle fossette nervose e alla non-padronanza della sua immagine scenica.
In un’inquadratura a figura intera, quando le viene richiesto un saluto – quando le viene richiesto di mettere in scena un saluto per i posteri, un saluto quindi che debba fare spettacolo a sé, la tredicenne emula la posa e il modo di fare di qualcun altro. Piega leggermente le ginocchia, un lieve inchino, un sorriso artefatto copia/incollato senza troppe pretese da fonti a noi ignote.
Non ha l’abbigliamento adatto, a quella posa, ma non può rendersene conto. Scarpe da ginnastica, jeans larghi, una semplice maglietta – larga – nera. Nelle riprese ravvicinate il colletto della maglietta scivola sul suo collo sottile e nervoso, ma liscio – una gioventù mai stata del tutto informe, come i bambini sono. Un collo da stringere. E accarezzare. Così nervoso da far intuire iper-sensibilità di quei tendini tesi. Chissà come geme. Chissà se è vergine. Sembra. Chissà com’è quando nessuno le chiede di farsi riprendere, inscenando pose.
Il connubio tra la palese goffaggine da acerba adolescente e il modo sicuro in cui espone le proprie idee la rende quel genere di monstrum che dovette ispirare Carroll e Nabokov: hai davanti a te una bambina, è palese, ma si palesa che sotto la carne da svezzare c’è uno sguardo giudicante.
Lasciando correre la fantasia, riesci anche a pensare di avere davanti una specie di donna nel corpo di bambina – un sogno sentimental-erotico perfetto: corpo intoccato e mente indipendente – ma poi ci pensi, e pensi che ha tredici anni, e quella mancanza di padronanza del corpo ci sarà anche in altre sfere, impossibile indovinare quali. Non che la cosa ti riguardi: ha tredici anni, fuori dalla tua sfera – però, ti piacerebbe vedere come agisce e si muove una creatura così. Come si muove, soprattutto.

… E mi trovo a guardare me con brama.
È più preoccupante che la brama nasca dal guardare me, o che nasca dal guardare una tredicenne? Mara mi dice che la mia espressione sarebbe da filmare – così, fra altri dieci anni, potrò bramare la me di oggi?
Ma, mi dico, tra Me e Me c’è un rapporto speciale che non può seguire le leggi che condannano la pedofilia. Ciò nonostante, dico a Mara che dovrebbero esistere più ragazze come quella. Gran stronzata. La tredicenne ripresa sarebbe stata una pesante grana per più di un adulto. Ricordiamo due tentati suicidi per amore (o così la vendevano) e un uomo a cui ha rovinato un po’ più l’animo. Sparse sofferenze ad accumularsi nel curriculum. Altro che monstrum, piuttosto palla al piede della coscienza. Con un sacco di baratri pieni di spine, e una famelica e crudele voglia di palco.
Dopotutto, ogni ricetta deve avere le sue armonie. Nella mia quasi inesistente carriera di cuoca, ho dovuto ricavarlo facendo cocktail: se vuoi caricare d’alcool il tuo Mai Tai, dovrai aggiungere un succo per equilibrare il gusto. Oltre al fatto che se riempi d’alcool il tuo Mai Tai, poi ti ubriachi. La tredicenne avrà dovuto compensare l’imperante giudizio del suo sguardo con qualcosa, perché – so dirlo per certo – non era un giudicare di facciata. No, non era un’emulazione di quella boria e sicurezza che gli adulti sfoggiano. Era qualcosa di più spesso e profondo. Cosa – ha domandato il mio bramante sguardo che si rifiutava di riconoscere in lei me stessa – cosa stracazzo avrà compensato l’imperante giudizio? E se non c’era nulla a compensare – 13 anni sono 13 anni, ossia: 13 anni per fare esperienza, non si bara – quanto squilibrata, in senso letterale, era quella ragazzina? Nah, meglio tenersela lontana. Immagino la fila di ragazzi e uomini disillusi a cui cade la mascella davanti alla piccola Lolita, pronti a viziarla; non le avrei dato che un freddo riflesso di se stessa, per mostrarle quali lati di lei andavano sistemati, anziché bearsi. E lei mi avrebbe ignorato – le conosco, quelle come lei – adducendo la scusa che ero troppo noiosa – e probabilmente ci avrebbe anche creduto. D’altro canto, ogni cosa che non montava il suo ego come panna da mettere su una torta in vetrina non poteva che esserle noiosa. Mi stupisce piuttosto pensare agli uomini dalla mascella caduta, uomini adulti che dovrebbero capire che non esiste alcun monstrum pronto a dispensare meraviglie senza prezzo. La tredicenne è una tredicenne, punto. Il fatto che abbia uno sguardo più adulto non le abbuona anni d’esperienza.

Horton cambia canale.
“Chissà se a Sedlacek sarebbe piaciuta.” commento.
“Eh?”
Chissà se e Sedlacek sarebbe piaciuta.” scandisco. “Insomma, dà l’idea di una di quelle personalità pronte a fare scoppiare fuochi d’artificio al minimo stimolo. E poi da che ho capito le piacevano tutti quei giochetti machiavellici sociali…”
“Di tempo. Spreco.”
“Eh?”
Spreco. Parole tue, non mie.”
“Ahhh… Sì, spreco. Traduzione alternativa del Vanitas vanitatum et-”
“Sì, quella roba lì.”

Cody Horton

«Cosa fai?»
«Cerco di far ingoiare questo proiettile al lavandino.»

Ricordi di frammenti di dialoghi incollati ai bordi ingialliti di un lavandino. Non importa quale sia. Qualsiasi lavandino può ingoiare un proiettile, basta farcelo passare. Se non passa, spingi – metallo contro metallo, basta trovare il giusto incastro e farcelo scivolare.
Di bossoli ne trovi tanti, dopo una sparatoria. Ti rimbalzano sui piedi e poi premono sotto la suola delle scarpe.
Per i proiettili la faccenda è diversa: devi andare a cercarli.

( Continua… )

Cody Horton

Di Cody Horton possono parlarvi diverse persone.

Chelsea Koocher ha sedici anni, e le idee molto chiare.
«Io so cosa voglio.» dice Chelsea, e mette gli indici nelle tasche dei jeans. «È oro vero.» dice, ammiccando alla fibbia della cintura sottile. «È un regalo
«Non succede spesso di sapere veramente cosa vuoi.» dice, e si solleva sulle punte. Poi si appoggia sui talloni. Poi sulle punte, poi talloni. Punte-talloni-punte-talloni. «Io non starò in questo quartiere. Manhattan, meglio. Ci trovi gente migliore. E parlando di Horton…»
Arriccia le labbra, mastica il chewing-gum due volte, alza le spalle. «Lui sta qui perché non vuole casini, è chiaro. Ma non è uno da questo tipo di quartiere, lo vedi. Lui sta meglio. E questa…» Indica la fibbia, unghie smaltate di bianco. «Di queste lui te ne fa avere, se vuole. Solo che è difficile capire cosa vuole.»

( Continua… )


Insomma, oggi si inaugura una nuova tag: cody.horton.

Buona lettura, se buona sarà. 😛