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L’insostenibile insolubilità dell’essere

Questa dovrebbe essere la mia settimana libera. (Si chiamano “vacanze autunnali”, qui.)
La frase qui sopra, invece, è un esempio dell’importanza dell’uso del condizionale.

In queste giornate umide dal cielo pressoché inesistente è un bene avere impegni.
L’autunno, qui a Berlino, somiglia a una stanza ammobiliata al minimo indispensabile: è il momento di decidere, finalmente, con che colori completarla, quali cuscini e lampade comprare, con quali immagini tappezzare le alte pareti bianche. In parte è così letteralmente – si veda, a proposito, la nuova federa del cuscino nel suo disturbante verde.
So che non dovrei optare per il verde, in questo periodo dell’anno e nel nord della Germania. La luce fa tutto, sapete? Guardate i paesaggi veneziani e quelli nordici nei quadri più schifosamente famosi che conoscete (e non solo i paesaggi) e giocate a Trova le differenze!. La luce italiana, dorata, qui non esiste. E questo conta, per i colori. I verdi, qui, risplendono nelle loro tonalità più acute, non disturbati dal giallo del tramonto (e del crepuscolo, magnifico crepuscolo). Certi verdi, qui, risplendono nella e della loro potenziale follia. Sanno di libertà e delirio, sono vibranti e disturbanti, vivi e minacciosi. Li adoro.
Per controbilanciare, forse, mi sono rifatta rossa – di un rosso acceso, che probabilmente in Italia sparerebbe come un semaforo, ma qui – senza la dorata luce di cui sopra – vira verso il cupo. Mi mancava, il rosso. Mi mancava quel suo effetto, che non ricordavo, di dare una diversa tonalità alla mia pelle. Non so dirvi quale. Non so se ora sia più calda o più fredda, più rosa o più verde, non so. Ma ci piace.

Con la chioma fresca di henné sono andata, ieri, prima al lavoro e poi ho fatto Feierabend – parola che, ovviamente, non posso tradurre letteralmente. È quel momento di festa – ma festa in piccolo, stacco, riposo, in un bar o equipollenti davanti a una birra o equipollenti – che ha luogo dopo la fine del lavoro, prima di tornare a casa, ma senza essere un aperitivo. E aggiungiamo: era Feierabend solo per me, nel mio grato cuoricino. Ufficialmente era una birra di commiato in onore di un’amica americana che va a vivere in Spagna per qualche mese, in sua e dei suoi amici compagnia.
Qui potrei aprire un’altra enorme parentesi sull’atmosfera dei ritrovi di expats a Berlino. E, anche qui, come traduco expats? “Gente che vive all’estero”, nella sua quasi pedante neutralità, potrebbe rendere la base dell’idea. Non la rende né “stranieri” né “migranti”. Forse, in questa precisa contemporaneità, e precisamente a Berlino, parlare di “espatriati” potrebbe far intuire quella malinconica atmosfera da ritrovo di auto-esiliati ideologici/artistici. Ma “esiliati” è una parola già abbondantemente riempita dai rifugiati presenti in città, e, allora, che dire…?
… Dicevo dell’atmosfera di expats, e probabilmente solo di certi expats, a Berlino, che vorrei tanto descrivere, ma che forse riuscirò solo a tratteggiare rubando immagini altrui. Mi ricorda a tratti quelle riunioni di personaggi, in certi romanzi, che in comune hanno solo il venire da un altro luogo e l’avere una trama da seguire tutti assieme. Unə fa il dottore o la dottoressa, l’altrə il musicista; unə è ricca, l’altrə tira avanti; se fossero venutə dallo stesso luogo, e li fossero rimastə, probabilmente non si sarebbero mai trovatə allo stesso tavolo. Ma già ho l’impressione di aver ristretto troppo il campo, di aver tagliato qualcuno fuori. Di aver osato troppo.
Ieri sera la birra è stata bevuta al fu preferito bar del fu David Bowie, il Neues Ufer, che ha – mantenuta o meno che sia – un’atmosfera accogliente tutta urbana. Non è intima come una Kneipe, né roboante come un luogo di ritrovo in. Se ne sta lì, con la sua devozione al defunto, che guarda tutti dalle pareti senza fretta né obiettivi, accordata all’ottobre che attende gli avventori in strada, un po’ freddo e un po’ silenzioso, ma non ancora colmato né dai mercatini di Natale né dalla neve.
Mi ricorda la severità di certe scuole di inizio Novecento, i passi che rimbombano lungo i corridoi dalle pareti vertiginose, i vetri delle alte pareti che quasi vibrano, e a tenere compagnia – in quei pochi ma pregni metri percorsi – solo la promessa che chi ha ideato quel luogo l’ha fatto con un rigore capace di essere, all’occorrenza, un premuroso guardiano.
Sembra, insomma, di stare in una grande collettiva attesa.

Gli anglofoni mi mancavano più di quanto pensassi.
Da persona cresciuta a fiction americana, posso aspettarmi di accogliere con piacere una serata in compagnia di americani. Poi mi sento un po’ in difetto perché, in fondo, lì non ci sono mai stata, e di consapevolezza ho solo quella di avere in testa ben più stereotipi di quanti qualche chiacchierata possa smaltire. Ma, così intrappolata tra cliché, facciamo un’altra precisazione, che tutta ai cliché è dovuta: ci sono bidimensionalità e bidimensionalità. Non so se e quanto negli Stati Uniti sia diffuso il prototipo antropologico che poi fa sì che i loro cittadini siano rappresentati sul beota-andante (pensiero che la stessa fiction americana in parte fomenta – l’altro ieri ho visto Suicide Squad, notando atterrita l’esigenza di ripetere e ripetere e ripetere anche le più basilari informazioni di modo che anche lə spettatore/trice più demente possa non perdere il filo dell’esilissimo discorso), e probabilmente non lo saprò mai: ci si attira quel che si cerca, e io mi cerco con piacere, a quanto pare, spiriti che cercano la lucidità, il distacco necessario a una critica (e a un’autocritica) – e, se capita, un po’ di ironia, sia in formato sarcasmo o meno.
Posso aspettarmi, dicevo, di accogliere con piacere una serata in compagnia di americani, ma non mi aspettavo che la Britishness mi mancasse.
Come faccio, ora, a parlarvi di questo senza scadere nello stereotipo? Perché non posso, veramente non posso, parlavi di cosa e come siano gli americani, o gli inglesi – o i tedeschi, gli italiani, i francesi, i cinesi (poi, con i cinesi, si sfiora lo scoppiare a ridere), e via discorrendo. Non saprei veramente come farlo. L’unica cosa che posso fare è piombare di nuovo sui dettagli – quei dettagli che a volte attraversano persone che in comune hanno una vaga origine, a volte no. È il modo di parlare, di ammorbidire o rafforzare una frase, di interrompere o ascoltare, di esprimere fastidio o non esprimerlo, di imbastire un discorso o smontarlo. O di annuire, semplicemente, o non farlo. Di esprimere apprezzamento, o non farlo.
Non mi sentirete spesso elogiare i britannici (e ancor più, o meno, gli inglesi). Anzi, a dirla tutta, quando assisto agli effetti che la fascinazione britannica scatena mi metto un po’ in disparte, in silenzio, con disincanto (o qualcosa che forse vuole esserlo in reazione) e forse un po’ di saccenza. Il fatto – brutto o bello che sia – è che ho risposte pronte a smontare tutti i miti che vanno per la maggiore, che per la maggior parte sono figli di cliché. Il tè, la compostezza, la politeness, l’ironia a volto serio, l’eleganza, le scarpe. Non perché nel mio cuoricino io non serbi il ricordo di deliziosi momenti santificati da una tazza di tè, del sentirmi a mio agio davanti a un sorriso appena accennato, dell’apprezzare una cortesia così pervasiva da far dimenticare che è un prodotto culturale, e via discorrendo. Ricordo tutto – e di tutto sono spesso pronta a portare l’altro lato della medaglia. È che questo tutto è così spesso così tanto semplificato – questo tutto che, diciamocelo, messo assieme ricorda in modo inquietante un inglese pre-decolonizzazione – da risultare quasi offensivo, e non perché alcuni miei ricordi non rientrerebbero perfettamente, visti dall’esterno, in tale stereotipo, ma proprio perché vi rientrerebbero, e rientrandovi ne verrebbero impoveriti, bidimensionalizzati, la tridimensionalità recisa alla base e schiacciata per meglio conformarsi a una semplificazione.
Sono riluttante, quindi, all’idea di descrivere quel che ieri sera ho ritrovato con una nostalgia che non sapevo di avere. Temo finisca nel calderone, e che fomenti generalizzazione in stadio già abbastanza avanzato. E mi domando, mentre scrivo ciò, se io non stia intuendo il motivo – tutto gretto – per cui alcune persone tanto tengono al riservare a loro stesse i ricordi. Ora, dato che odio riservare cose per me stessa e basta, mi dico che avrò solo bisogno di tempo: il tempo di imparare a parlare anche di questo senza rischiare di renderlo potenzialmente facilmente classificabile nel “già (mal) conosciuto”, di imparare a parlare del nuovo rendendolo riconoscibile senza abusare del vecchio.
Intanto, accumulo.

La finestra sul cortile.

Il vecchio che vive nel palazzo davanti al nostro deve essere stato un mago. O così diciamo.
Esce sul balcone perlopiù per dare da mangiare agli uccelli. Posa il cibo e poi, furtivamente ma con grazia, rientra. Subito dopo i volatili arrivano a frotte. Si cibano, si attardano, volano via. Lui esce di nuovo e pulisce, con quei gesti da mago da cabaret che sono il suo marchio di fabbrica. Se lo incontrassi per strada e avesse le braccia legate non lo riconoscerei. Ma lo riconoscerei a cento metri di distanza, se sollevasse una mano.
Lo vedo al mattino, a volte, mentre sciacquo la tazza del caffè. A volte esce sul balcone e basta, senza apparente ragione, se non per dispensare la dose quotidiana di mani svolazzanti che disegnano opere d’arte nell’aria. A volte penso sia stato un direttore d’orchestra. O forse solo un musicista che, invecchiando, ha passato alle mani la musicalità che prima comandava le sole dita, o la sola voce, o magari solo le orecchie.
Vado adesso alla finestra e lo vedo comparire dietro il vetro. Fa uno sbrigativo gesto, come se stesse dicendo a un uccello: «Su, muoviti!» E poi scompare. Forse non parla con gli uccelli, ma con tutti noi qui fuori. Per questo ce lo immaginiamo cresciuto nella DDR, e immaginiamo quest’enorme fraintendimento: noi che guardiamo lui credendo gesticoli nella nostra direzione; lui che gesticola perché pensa di essere osservato. Chi lo sa? Qui tutte le ipotesi sono parimenti credibili: il mago, il direttore d’orchestra, il musicista, il paranoico. Direi anche «Il pazzo e basta.», ma qui non ci sono pazzi e basta. Si è sempre anche qualcos’altro.
Torno alla finestra mentre lavo quattro pesche tabacchiere (le adoro, e qui abbondano) e lui non c’è. Peccato. Ma ci sarà dopo.

Nell’ultimo anno in Italia uscivo sul balcone per fumare. A volte, sul balcone a sinistra al piano superiore, sedeva un vecchio coreano, lui e la sua bellissima pianta la cui specie ignoro. E lui mi ignorava, perlopiù, se non per qualche raro sorriso lieve nei rari momenti in cui distoglieva lo sguardo dall’orizzonte.
Il vecchio è morto, lasciando la moglie a vivere sola nell’appartamento. Durante le pause-sigaretta ci salutavamo: un lieve cenno della mano accompagnato da un sorriso, poco più di quello che accadeva tra me e il marito.

Queste persone non sapevano, non sanno, e forse non sapranno mai, quanto siano importanti per la mia vita quotidiana. Lo sono più di quelle con cui scambio parole – dal proprietario della panetteria sottocasa con cui ci si scambiano convenevoli di cuore all’insegnante di tedesco che mi fornisce chiarificazioni fondamentali. La loro importanza risiede proprio nell’anonimato. Siamo una persona chiunque l’una per l’altra, e in questo essere chiunque condividiamo l’intimità più insospettabile: quella della quotidianità. Quando poi viene apertamente riconosciuta con un sorriso e un saluto, a manifestarsi è il presupposto del convivere civile in senso positivo: ci si può aiutare a vicenda a far iniziare bene la giornata anche non conoscendosi. Basta un sorriso, o un cenno della mano.
Non so e probabilmente non saprò mai a chi siano rivolti gli aggraziati gesti del vecchio tedesco. Se stesso, gli uccelli, noi, il mondo. Ma, intanto, ce ne fa dono. E io ogni tanto torno alla finestra nella speranza di vedergli disegnare nell’aria una grazia che in un’altra vita sarebbe acclamata da una folla – e forse lo è anche in questa, solo che non lo so.

Alice nel Paese delle Grazie e Disgrazie

Il lago di stanotte era, come sempre, placido. Sfumava all’infinito verso un orizzonte reso vago dall’eterno crepuscolo in cui i miei sogni lacustri sono immersi.
Non è proprio un lago, ma forse non è neanche un mare. Non vedendone i confini dovrei pensare che si tratti della seconda, ma la superficie d’acqua che nei miei sogni tutto ingloba è immota come solo quella di un lago può essere. E un lago neanche troppo grande. O forse un mare di una Terra che ha smesso di essere asservita al tempo e ai suoi cambiamenti.
Al lago, nei sogni, arrivo, non vi parto. E quando vi arrivo lo scopro aver ricoperto parte della costa. A volte vi sono sedie che spuntano per metà dall’acqua, a volte banchine che proseguono sotto la sua superficie, al fianco di profondità improvvise quanto insondabili. A volte, invece, il lago somiglia al Mare del Nord: prosegue all’infinito digradando appena, di chilometro in chilometro, e dando così l’impressione che tutto il mondo non sia che una grande pozzanghera.
Quando, da sveglia, ripenso ai miei sogni lacustri devo ammettere che, visti così, da lontano, descritti così, a parole, evocano immagini un po’ inquietanti. Mi inquietano, nella veglia. Ma nella sfera onirica quell’atmosfera da Ofelia galleggiante è la norma. È Casa, in qualche modo. Inclusi i cadaveri che ci sono ma non sempre posso vedere, a cui rimangono attaccati fantasmi che non vedo ma posso a volte sentire.

Dovrei puntare il dito a sogni come questo quando voglio spiegare come i grandi gesti di distruzione, più che essere cocenti esempi di un vivido Male, siano struggenti richieste di pace. Il caos, la cattiveria, l’ira, e tutte le pulsioni, appartengono alla vita e al movimento; e così anche il dolore. L’unica sensazione legata alla morte a noi conosciuta è la paura che se ne può avere – e che, appunto, si dispiega e punge e duole nel corso della vita.


Non è accaduto niente di particolare che mi spingesse a scrivere di questo. Beh, a parte un sogno, ovviamente. Nei sogni raccolgo e rivivo tutto ciò che non mi accade. Sono come un promemoria emotivo ed esistenziale: anche se non c’è, mi ricordano, esiste. Anche se non c’è più, continuano, c’è stato e quindi potrebbe esserci ancora.
Una tale continua esposizione a tutto mi ha resa, credo, un po’ insensibile ai picchi di grazia (e soprattutto) disgrazia. È la male/benedizione di chi nei propri sogni vive più intensità di quanta possa esperirne vedendo immagini e ascoltando racconti. Non di quanta se ne provi vivendo direttamente la vita, ovviamente – anche se, a tal riguardo, bisognerebbe aggiungere una postilla. Il dolore e la paura nella veglia, nella coscienza della veglia, fanno alzare paratie: si sente e soffre fino a un certo punto, poi ci si distacca. Suppongo sia un meccanismo difensivo. Nei sogni, invece, quando sono lucidi (ossia nel 99% dei casi, nel mio caso), si sa di stare sospendendo l’incredulità – e si possono quindi vivere con meno filtri quelle sensazioni che il sogno ha deciso di farci esperire per quella notte.

Mi sono detta che vivere così, avendo nei sogni un continuo memento mori, segna la propria visione del mondo. Così come ci siamo abituati alla violenza visiva al punto che abbisogniamo di battaglie sempre più cruente, sangue sempre più abbondante, più sangue di quanto effettivamente ce ne sia (una specie di inflazione del sangue), avere una sfera onirica che mi tartassa ogni notte con un Tutto Potenziale mi deve aver resa più insensibile a molte cose. Sono rare le scene nei film che mi colpiscono nel profondo e, quando accade, mi s’imprimono nell’inconscio, cominciando a infestare la mia sfera onirica, diventando parte di quella schiera di maschere pronte ad apparire improvvisamente in un sogno, consapevoli d’essere capaci di destabilizzarmi semplicemente apparendo. Perché sono simboliche. Perché basta loro ricordarmi di esistere, di poter essere pulsanti, per sommuovermi. Basta una consapevolezza risvegliata a farmi diventare una bestia braccata.
E mi sono quindi anche domandata se io smetta mai di esserlo, una bestia braccata. Se vivere più o meno un terzo del tempo nel mondo di Alice nel Paese delle Grazie e Disgrazie non mi renda sempre, per la semplice consapevolezza, allertata. Se io non abbia sempre l’arma a portata di mano, le spalle pronte a chiudersi. E se io possa scoprirlo. Perché, se così fosse, sarebbe così sempre – sarei sempre all’erta, e non potrei quindi sapere che cosa significhi vivere non essendolo.

La cosa più agghiacciante, esistenzialmente parlando, è realizzare che riesco a vivere una vita moderatamente serena (anzi, eccezionalmente serena, quando mi confronto a certi piccoli/enormi drammi altrui, in cui Altrui è un esemplare antropologicamente non troppo distante da me), nonostante, o forse proprio grazie a, tale tartassamento onirico. A volte mi dico che deve essere simile a quella capacità di godersi le piccole cose quando si impara a non darle per scontate.

Ne si parlava ieri con M., reduce da una giornata senza acqua e senza cibo (ramadan): di come non bere per così tante ore renda un semplice bicchier d’acqua il più buono che tu riesca a ricordare.
La memoria diventa breve, quando si vive intensamente il momento – suppongo – e avere un corpo che ti ricorda in continuazione che ha sete deve acuire quell’intensità. Non mi privo d’acqua per motivi simbolici, ma capisco il punto, e forse la mia sfera onirica ha, in qualche contorto modo, lo stesso senso del digiuno.

Due piccoli vasi, in cucina, accolgono delle radici di ginseng. Le piante stanno crescendo proprio ora: si fanno osservare, giorno dopo giorno, mentre svettano verso l’alto, sottili e fiere, perfette come la grafica perfetta di un grafico precisino. Do loro un po’ acqua e penso: Questa è l’acqua di oggi. L’acqua di ieri le ha fatte svettare oggi, quella di oggi le farà svettare domani. E domani dovrò dargliene ancora, se voglio che il piccolo miracolo continui.

Berlin (I)

La Berliner Kindl è la birra perfetta per gli ubriaconi.
Ma fatemi spiegare.
È leggera al gusto, nello stomaco, e soprattutto alla testa. Non lascia tra i neuroni quel memento mori che ti ricorda che l’hai bevuta. È quasi come un tè, ecco. È quasi come il tè che bevo ritualmente prima di andare a dormire. E, a proposito, qui a Berlino ho trovato un Earl Grey erotico al palato.

Scrivere il primo post sul blog post-trasferimento è sempre un po’ rituale. E, sempre, non si ha mai il tempo di farlo, troppo presi dal ricreare quel minimo di vita quotidiana – quel “sentirsi a casa” – necessario a potersi sedere e scrivere tra sé e sé.
Mi sento a casa. Da giorni. Ma poi è arrivata la burocrazia tedesca, il curriculum in due lingue e il dover girare un po’ – spiace, quando vivi nel centro di Berlino, non macinare almeno un paio di fermate di metro al giorno. Sono arrivate cose, insomma, che continuano ad andare avanti. E io ho aspettato non aspettando il momento propizio. Che non so se sia questo, a tutto dire, ma la Kindl mi ha suggerito:
Prima o poi dovrai farlo.
Che è sempre meglio del ricordarti che l’hai bevuta.

Ho detto che qui mi sento a casa, sì?
È quel concetto di casa troppo spesso anelato e che troppo raramente si realizza: è l’unione di molte di quelle case che, con un certo scetticismo e un certo distacco, sono state postulare nel corso della propria esistenza. Qualcosa come: Sarebbe bello se nella mia vita mi svegliassi in un posto che… O: E se potessi nella mia vita scrivere da una stanza che… Un insieme di queste cose, appunto, che in questi giorni cerco inutilmente di stilare in una lista.
E proviamoci ancora.
Ha qualcosa del Törless, che mi sovviene perché il Törless pop-uppa in automatico ogni volta che mi accosto anche solo vagamente a qualcosa di anche solo vagamente germanofono. Che cosa, non lo so. I soffitti alti, forse. Il soggiorno che chiamiamo sala ufficiali (o sala bocciofila, a seconda dell’angolazione), forse, anche se non mi pare di ricordare nessuna insistenza sui soffitti nel Törless. Insomma, non importa.
Qualcosa di Erich Maria Remarque, giusto per giocare facile. Qualcosa di tedesco e passato, cinico di quel cinismo che scalda i cuori perché infila il naso laddove i cuori troppo puri neanche immaginano il male possa annidarsi. E poi lo sto leggendo, Remarque, e lui e questo luogo si stanno dando forma a vicenda.
Ma c’è anche il bello di condividere l’appartamento con altre persone. Ho spesso detto che vivere con altri può essere o meraviglioso od orribile, con rare vie di mezzo. Qui c’è questo, ma c’è un’altra aggiunta: vivo con persone con cui posso discutere di argomenti disparati con quell’apertura mentale, che altro non è che un modo di parlare di curiosità e umiltà, che mi fa stare bene. Bene e basta. Bene come si sta quando si è in un luogo in cui si vuole essere.
E poi – ve l’ho detto? – ci sono i fatti in sé. Il vivere in un edificio storico che non dimentica di esserlo (difficile, con l’enorme stella di David e le 15 targhette memento mori davanti al portone), con le scale infinite dai passamano d’epoca, i famosi soffitti alti e la porta della servitù per accedere alla cucina, le finestre alte dai doppi vetri letteralmente, e bla bla bla. Ma i fatti sono sempre misera cosa, nudi. Ma qui vengono coperti da tante di quelle istanze, passate e presenti, sociali e personali…
E, così, un po’ di Törless, un po’ di Remarque, la sala ufficiali e la bocciofila, ma anche la musica elettronica e la textile art dentro casa, mentre fuori a un tiro di schioppo riluce Ku’damm da una parte e Kreuzberg dall’altra. Poco oltre – solo qualche fermata in più – Unter den Linden e quel prussianesimo che amo nella sua dolce durezza (o dura dolcezza, as ya wish), gli edifici in “mattoncini rossi” e i palazzi quasi istericamente nuovi, e tutto tutto tutto, soprattutto quello che devo ancora conoscere.

Poi c’è tutto il resto.
La burocrazia andata e quella a venire, il cercare e lo sperare di trovare, e bla bla bla…
Ma preferisco affrontarli qui come li affronto nella quotidianità: s’ha da fare, si fa, fa parte del tutto, e anche questo fa parte del quadro. Ne è elemento essenziale, in un certo non troppo oscuro senso.

Persone esemplari

Ci sono persone che sono come cartine tornasole.
(Ne ho usata solo una, una volta, eoni fa. Non saprei neanche spiegarvi come funzionano, se non avessi appena controllato. Ma, nonostante l’oggetto reale sia ininfluente nella mia vita, il concetto non ha mai smesso di essere fondamentale.)
Non perché ci leghi a loro un particolare affetto. Può capitare, spesso le due cose co-occorrono – vuoi per istinto animale, esigenza intellettuale, non saprei – ma sono analiticamente distinte.
E’ più una questione della fondamentale funzione che queste persone hanno per la e nella nostra vita, una funzione così trasversale da smettere di essere una funzione. Diventa un valore. Diventa una cosa in sé.
Sono quelle persone il cui cambiamento può determinare il nostro, ma in maniere indirette e non controllabili. Sono quelle persone capaci – involontariamente – di avere un enorme peso nella nostra visione del mondo. Le decisioni che queste persone prendono, il modo in cui reagiscono al mondo, il modo in cui il mondo le tratta, ciò che danno indietro al mondo, vanno direttamente a determinare le nostre personali filosofie. Determinano i confini del possibile e dell’impossibile. Ci fanno da memento, in bene e in male. Da presagio.
Forse è perché, in queste persone, vediamo quello che potremmo essere stati. Come se esse fossero dei nostri what if: cambia un paio di variabili, ed ecco che anziché diventare ciò che sei diventato diventerai una di queste persone.
No man is an island. Chiunque, in minima parte, è una di queste persone per me. Me alcune lo sono di più. Nel caso di alcune i dettagli diventano colossali giganti. Il modo in cui tagliano una mela, o reagiscono a un insulto, o sorridono al prossimo loro sconosciuto, diventa una piccola opera d’arte, uno squarcio sul futuro, un insegnamento da comprendere.
E, a volte, una profezia negativa che vorrei del tutto scongiurare – perché, se capita a loro, può capitare anche a me. E non voglio. Non perché, per una strana forma di superstizione, temo che mi capiterà, ma perché – più sottilmente – la loro vita è esemplare: ha il potere di farmi amare od odiare di più il mondo, di far crescere o rinsecchire la mia curiosità, la mia fiducia, la mia speranza.

Chiunque tra voi può essere, per me o per qualcun altro, una di queste persone.
Per questo, fatemi un favore: vivete al meglio, siate esemplari forgiando l’esempio che vorreste seguire. Avete un potere immenso.

Di sogni ed errare.

Nell’ultimo sogno il corpo che abbracciavo era solido e in sé, pieno, saldo abbastanza da saper restituire l’abbraccio.
Lo prendo come un buon segno.

 

Ogni tanto osservo foto su foto di leggiadre fanciulle coeve che fanno del fotografarsi un’arte, e dell’arte il fotografarsi. Sono leggere, cercano l’impalpabilità, ma al contempo reclamano il riconoscimento della propria carne. Godo più della malinconia che ciò mi suggerisce che del sembiante in sé – strano, vero? O forse non tanto. Forse sono i due lati della medaglia. Forse il sembiante ormai è diventato quello: la ricerca di un se stesso ideale.

 

Oggi ho trascritto una recensione negativa e ne ho scritta una, negativa anch’essa, ex novo. Non mi piace scrivere recensioni negative. Non mi piace per lo sforzo che devo attuare per non scivolare nei pensieri del mio intestino, e volteggiare invece a una maggiore distanza. Per correttezza, forse, o forse solo perché al momento concepisco una bellezza che è grazia, e una grazia che è distanza dall’imbruttirsi, e una bruttezza che deriva dallo scontento.
Forse forse forse.

 

Il processo di mappatura delle mie geografie oniriche ha preso il via tempo fa, e continua.
Sogno spizzichi di luoghi che avevo sepolto in epoche passate. Alcuni li ricordo al risveglio, altri no. Ogni volta che ne realizzo uno realizzo al contempo quanto siano potenzialmente infiniti, ma sopratutto come si partoriscano a vicenda. C’è, ad esempio, l’ala laterale non più vissuta di una villa, che ho realizzato essere il residuo di quello che – eoni onirici fa – era un monastero. Che aspettativa ho seppellito lì, eoni onirici fa?
Sogno strutture colossali, e colossale è il tempo nel mondo dei sogni. Tornare infante mentre riscopro un’architettura rimossa mi rende al contempo neonata e pluricentenaria, perché solo lo sguardo della seconda fa rinascere la prima.
Non sapendo che cosa, in questo periodo, io debba o voglia cercare (ma avendo una vaga-precisa idea di quello che per un po’ non devo visitare), mi limito a errare. Quanto amo questo termine. Quanto amo l’apertura che dona agli errori. Quanto amo.

 

Riluttante iconoclastia

Quando incontri un’iperrealtà la realtà, per un po’, risulta irreale.
(E ti dici e ridici, quasi compiaciuta, che ecco, è che di realtà ne esistono tante, incomparabili, e bla bla bla, come se esperirlo sulla tua soggettiva e scossa pelle potesse renderti più comprensibile, vicina, al prossimo – tu, realtà irreale.)
Ascolti gli Ulver perché sanno di quell’iperrealtà. Glielo hai detto, che non puoi temere di cambiare in un breve di lasso di tempo. Del futuro non si sa, e lo credi con tale fermezza da guardare con sospetto alle promesse. Certo, del futuro non si sa, ma ci sono cambiamenti interiori che procedono con la lentezza di una valanga vista da lontano. Ci sono cose che ti porti dietro da anni, decenni. Almeno un decennio, gli Ulver e quello che ti ricordano.
Ti ricordi che cosa ti ricordano?
La pace di un mondo svuotato di senso. Non del tutto, non ancora, e ci sono ancora fantasmi umani tra i grattacieli così infami che la natura non vuole saperne di riappropriarsene. Si è, lì, un passo dopo la decadenza. Quel momento di sospensione in cui il passato è già scomparso e il futuro non si fa intuire. Un presente così isolato da risucchiare ogni eco.
Te lo ricordi?
Gli Ulver non ti danno felicità, no: placano il tuo bisogno di nudità e silenzio. “Verità” è un termine che ti sei disabituata a usare. Rimangono solo quelle soggettive, di verità, e hanno ognuna l’ampiezza e la consistenza e l’irrinunciabilità di interi mondi.

Il fumo uccide, recita il pacchetto, e continua a stupirti e non stupirti e nulla poter fare quando le persone s’indignano se il fumo uccide.
Avresti voluto scrivere un intero pezzo per smontare una pubblicità – una a caso – e dimostrare che le pubblicità non mentono. Neanche di una virgola. E smettetela di indignarvi se il dentrifricio non sbianca, il balsamo non liscia, la barretta non vi fa dimagrire: non vi è mai stato detto che lo avrebbero fatto. E il fumo uccide, sì, ma non sapete quanto e come. Forse uccide meno della depressione, forse più della guerra. Il fumo uccide non vi dice nulla di utile per un ragionamento più complesso di una pubblicità.
Non è buffo che le pubblicità non mentano ma i giornali sì?

Poi ci sarebbe la faccenda dei pantaloni, che è tra l’imbarazzante e il peccaminoso.
(In quel tuo mondo in cui usi la parola “peccato” per riferirti alla reazione emotiva causata dall’averlo commesso, non concependo peccati in sé – e sentirti peccatrice è forse il peggior peccato.)
Hai lavato le lenzuola, il coprimaterasso, l’asciugamano, te stessa. Hai posposto i pantaloni, pensando che era solo un piccolo pezzo, e invece sono rimasti lì, più preziosi perché unici, soprattutto mentre la generica paranoia del dopo ti coglie senza darti direzione. E’ quando non sai bene che cosa temere e che cosa non temere, per che cosa patire e per che cosa no, e mentre non sai neanche se innescare subito lo stand-by o se, questa volta, approfittare di qualche momento di sfogo prima di renderti un po’ più psicopatica – mentre sei in questa condizione irreale, insomma, temi, poco, tutto e tutto. Ti guardi attorno con l’espressione vagamente ridicola (e con ciò tragicomica) della bestia braccata non sapendo da che parte devi temere l’arrivo di un pericolo. Ad esempio:
Cazzo, i pantaloni.
Ti sei ritrovata ad annusarli un paio di volte. “Ritrovata” perché, a posteriori (ma è sempre a posteriori), non ricordi di aver deciso di compiere i passaggi necessari per arrivare a quel punto. Non che sia un mistero, il perché tu sia finita con il naso tra la stoffa. Ce lo rimetteresti adesso. E al contempo lo temi fottutamente.

La cosa strana è che, sentendo nella sua voce al telefono il tuo stesso tono sospeso e accorto, ti sei sentita meglio. Niente a che fare con “mal comune, mezzo gaudio” o “allora c’è” (beh, forse la seconda un po’ sì – convivi con lo strisciante timore che l’Arcinemico te lo fotta con un burocratico balletto di abili mosse manipolatorie, che sia dentro o fuori di lui), ma qualcosa di più simile al “non sono pazza”. Dubbio frequente, quando si ama passare da una realtà all’altra, rendendole tutte irreali e iperreali al contempo.

Ti è venuto un tono strano, nelle ultime ventiquattr’ore, da cinico in vena di sputare sentenze. Per zittire il mondo e tutelarne la parte – di solito piccola, minuscola, nel caso del cinico – a cui tieni. Simile al tono scorbutico-accorto dei vecchi. E lo realizzi solo ora, che cos’è.
Horton.
Parla da dietro le quinte, tutt’altro che in primo piano. Lì è stato (con una tua certa gioia) ricacciato, lì rispettosamente (o per menefreghismo) rimane. Ma dice la sua, quando reputa che nessun altro sia in grado di cavarsela meglio.
Che cosa dire, d’altro canto?
Dopo tanto esorcizzare stucchevolezze e scene pietose, hai passato ore ad alternare discorsi totalitari, di quelli che ti fanno scivolare nella saccenza (è la tua debolezza del momento, a spingerti, mentre ti sussurra che a mali estremi…), ad affermazioni altisonanti, epiche, tragiche, comiche, non lo sai neanche tu, come se alzando abbastanza la voce tu potessi convincere il prossimo ad accettare la tua visione. (E sarebbe possibile, se tu non fossi tu e il tuo prossimo non fosse lui. Ma non vuoi che la accetti. Non vuoi che accetti proprio un cazzo, è questo il punto.)

Hai temuto, prima, che se non avessi sfogato almeno un po’ tutto ciò, non avresti avuto il coraggio di andare a letto. Non era un timore generico, ma l’aver intravisto un vecchio e ben conosciuto terrore: il non sopportare la presenza dinnanzi a te stessa. E non sai se sia la sofferenza o se sia la rabbia a causare ciò, perché – lo realizzi ora – forse in te le due cose non sono poi così tanto analiticamente distinte.
Ma è un po’ passato, ora – ossia abbastanza da poter guardare con sollievo a quell’ormai lontano terrore – e puoi dirti di essere felice di essere qui. Quantomeno sai che anni fa (e neanche troppi, forse) non avresti retto tutto questo – e non averlo saputo reggere ti avrebbe privato di ciò che di bello va a reggere. E ne vale la pena, ne vale fottutamente la pena – come gli hai detto – anche se ogni volta è più difficile, lo sai e lo sapevi. Continui ad accumulare debiti che una parte di te, in futuro, potrebbe trovarsi a doverti chiedere di pagare, e forse non potrai farlo, ma fa parte del pacchetto “ne vale la pena”. E non ne vale la pena in previsione di un momento futuro a questo, no: ne vale la pena anche ora, in quest’assurdo stato.

Ti sei fermata, in piedi davanti alla libreria, i pugni stretti sui pantaloni, e hai scorto un’ipotesi dal prezzo così alto che – come certe pareti di roccia nei tuoi ultimi sogni – il tuo sguardo non è riuscito ad abbracciarlo tutto.
(No, beh, diciamocelo: forse avresti potuto, ma non l’hai fatto e ti sei voltata altrove. Non adesso, ti sei detta in quel momento, che avrebbe dovuto essere dedicato proprio al adesso sì. Per questo, alla fine, sei qui? Perché vuoi fare la brava scolara e accontentare entrambe, l’esigenza di stand-by e quella di non gettare tutto nel fondo senza che sia prima elaborato?)
Fa una cosa strana, quell’assoggettante parete di roccia: ti desensibilizza ancor prima che siano arrivati i veri colpi. (Certamente con il tuo aiuto.) Ti senti il pensiero pulsante e ottuso come una parte del corpo colpita a lungo. Colpo, e colpo, e colpo. Usi la musica per aggirarti in quelle stesse stanze interiori che fino a qualche minuto fa ti avrebbero fatto serrare mascelle e pugni, e ora… quiete.

Un giorno una persona mi dirà che gli esseri umani sono delle tragicomiche creature capaci di creare meravigliosi congegni per risolvere un problema. Funzionano splendidamente, quei congegni, anche quando il problema è risolto e passato – e continuano e continuano a funzionare, macinando quel che passa, perché devono macinare per sopravvivere, e dopotutto li abbiamo creati noi. Quella persona mi dirà che è affascinante e stupido, questo fottersi da soli, costruirsi trappole su misura, incapaci di abbandonare quel che ci ha ben servito. Spero, quel giorno, di ricordarmi ancora di averlo pensato tempo prima. Lo scrivo, perché l’amnesia sia scongiurata il più possibile.

Ci saranno dei rigurgiti. Ci saranno? Il tempo futuro risulta sempre più arrogante.
Lascerò la porta aperta, stasera, e i pantaloni sulla libreria. Lungi da me diventare una feticista (e, poi, quale dolore più straziante di avere una parte di una persona sapendo di non poter più avere la persona? Sia mai che dovesse accadere), ma cerchiamo di non diventare bestie affamate di icone da distruggere.

Ecco, ad esempio, basta un messaggio per trovarsi di nuovo a stringere i denti.

Credo siano come le serate tra ubriachi. Se non lo si è entrambi, il discorso non funziona.
Esiste una sostanza, una metafora, un simbolo, che faccia l’esatto opposto dell’alcol?

Basta un messaggio e ritrovarsi tra le orecchie Hozier che parla di entusiasti roghi umani. La sublime e atroce bellezza del sacrificio. Non il momento in sé, no – non la folla che osserva estasiata l’annientamento di un proprio simile – ma il significato del sacrificio: fare a pezzi una cosa nella speranza che, da quel male, in futuro nasca un bene.
Detta così sembra un’antica superstizione: anticipa gli Dei cattivi e commetti il male prima di loro. Diventa il tuo Diavolo. Se Egli ti riconoscerà come suo sottoposto, non si sbarazzerà di te.
E’ o non è quello che faccio con il Dio Che Ride?
Ed eccolo, il primo spuntone dell’altissima parete di roccia: il timore di trovarsi davanti a un cataclisma così ampio da non riuscire più a perdonare. A ridere. Con Dio. Ma non riesco a liquidare questo mio attaccamento come vanità umana. Non riesco a farlo senza scomodare Horton e il suo vuoto, che non è spazio per il futuro ma tomba di ogni presente.

Non riesco neanche a concludere degnamente questo pezzo, non sapendo a che punto, e di che cosa, sono.