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Di valli oniriche e veglie.

Ho letto il messaggio accucciata per terra sulla mia borsa, il cellulare in mano nella penombra dello sgabuzzino/bagno del negozio, nel primo minuto dei trenta della mia pausa.

Avevo accumulato buone news nel corso della giornata, grandi e piccole.
Ero stata a un colloquio in una scuola da cui ero uscita più insicura sull’effetto che io avessi fatto su di loro che viceversa – il che è un’ottima nuova, considerando l’esperienza finora maturata con le scuole italiane d’italiano a Berlino. Ottimo l’insieme: la prima impressione, le condizioni, la retribuzione, il fatto che mi inseriscono nella loro lista insegnanti. Incrociamo le dita e speriamo di riuscire a incastrarla bene con i turni in negozio – ed ecco un’altra piacevolezza della giornata: la consapevolezza che in ventiquattro ore il mio contratto part-time come commessa sarebbe diventato automaticamente a tempo indeterminato. Il che non è poco, quando ti servono entrata fisse mensili e al contempo devi trovare compromessi con altri orari. Una strana, confusa, trilingue vita, quella che sto conducendo, in cui lavoro in un negozio dove posso parlare tedesco perché il lavoro come insegnante d’italiano, pagato tre-quattro volte tanto, non aiuta molto con l’idioma locale.
Sto già divagando?
Sto divagando, già.
Torniamo al punto, Kreatur.
Ottima la pausa che è seguita al colloquio, a casa di G, G che è un incontro per cui il mio cuoricino sarà a lungo grato. Mi rincuora il modo in cui sta in piedi, la testa leggermente reclinata, sistemandosi quei capelli che si sta facendo crescere ma che ricaccia sulla nuca.
Sto divagando di nuovo?
Di nuovo al punto, Kreatur.
Al lavoro, in negozio, ho scoperto non solo che non ci sono problemi se voglio prendermi dei giorni di ferie nel periodo X, ma che nel frattempo, nel mio periodo di prova, ne ho accumulati altri, di giorni di ferie, che devo assolutamente usare: ed ecco una settimana a casa a marzo. Schifo non fa, no? Da festeggiare con uno dei due infusi che mi porto a casa oggi: il chai al pepe rosa o l’infuso di spezie? Da decidersi eventualmente, a casa, con VB.
Poi è arrivata la pausa – un’ora, ufficialmente, ma oggi c’è poco tempo e ne faccio con piacere mezza, e recupererò l’altra poi – e come ogni volta sono andata nello sgabuzzino/bagno del negozio, mi sono chinata per controllare l’ora e connettermi a internet e ho visto il messaggio di Mater. Non ho neanche dovuto leggerlo tutto: mi è bastato sbirciarne la fine. Mi è bastata, forse, la sola parola “Diana”. Il resto è stata una conferma.

Ho ringraziato il miracolo degli automatismi, trenta secondi dopo, salutando con un Bis gleich! i colleghi, diretta dall’orientale da cui mi procaccio tanti pranzi e cene. E’ comodo ordinare sempre la stessa cosa. E’ comodo avere trenta minuti di pausa, avere bisogno di mangiare e fumare: il tempo si scandisce quasi da solo.
Ho ordinato i noodles vegetariani, ho pagato, mi sono diretta a uno dei divanetti del Mall. Avevo già gli occhi lucidi e arrossati, ma è quel poco appena impercettibile che non solo è perdonato dal mondo circostante, ma anche da te stessa. Non conta come superamento di un limite. E’ un accenno, quasi dovuto, un contentino, una scusa per non potersi dire che non ci si è dedicati del tempo – per non potersi dire, insomma, che ci si è lasciati andare senza resistenze alla grande tentazione della psicopatica che non si fa turbare dai sentimenti.
Mentre mangiavo, rallentata dal magone (questo, automatico come un singhiozzo: capita, ma te lo lasci alle spalle, di sottofondo, trattandolo come si trattano tutti i sintomi che non si possono controllare), una parte di me – che di opporre resistenze proprio non ne aveva voglia – ha pensato che era una gran rottura di coglioni. Non il fatto in sé, ovviamente, ma quello che mi sarebbe toccato fare: lutto. E lutto significa tante cose: affrontare i propri sentimenti, scovarli se necessario, scoprire a che cosa siano interlacciati, che cosa tiri che cosa, che cosa cada con che cosa, accettare per l’ennesima volta che c’è un tempo per soffrire e basta, senza strategia, come si accetta un singhiozzo – non tutti, ma almeno il primo sì.
Fare lutto – come qualsiasi pratica che riguardi il vivere i propri sentimenti senza poter scartare a priori quelli negativi – richiede un sacco di energie. E non lo dico perché sono una creatura coscientemente fortemente attratta dalla psicopatia come soluzione a molti mali quotidiani: richiede un sacco di energie a chiunque, in bene o in male, che si costruisca una vita sulla celebrazione dei sentimenti, o che li si viva assieme a tutto il resto. Si può evitare di affrontarli e rielaborarli, certo, ma non penso di essere ancora al 100% pronta a una vita fatta di tic e attacchi d’ansia e paranoie e dioseesistesachecosa. Elaboriamoli, questi sentimenti. Inneggiamo alla vita nel suo insieme, morte compresa.
Dopo tre ore di mal di testa al lavoro, sola in negozio, il peggio – o almeno la prima fase del peggio – era passato. Il ritorno a casa, il farsi raccontare nel dettaglio non che cosa, ma come sia successo. Le solite domande che non riesco né forse mai riuscirò a evitare. Era sola quando è successo? Ha sofferto? Non che Diana se ne faccia granché, ora – ovunque sia, e qualsiasi cosa sia, e se sia, ora, qualsiasi risposta a quelle domande appartiene al passato – eppure, ciò nonostante, non riesco a scartarle dalla mia lista di priorità. Come era successo con Micio, uno sputo di tempo fa (settimane? Mesi? Il mio rapporto con il tempo è sempre più problematico). E per quanto tale argomento – le domande metafisiche attorno alla morte di una creatura – sembrino essere proprio il fulcro dell’argomento, in realtà, in qualche modo, sto divagando di nuovo.
Ritorniamo al punto.
Addormentarsi è stato incredibilmente semplice. Qualche coccola con VB (non troppe o crolla tutto, ovviamente – “non preoccupatevi quando una persona rinuncia del tutto alla sensibilità, ma quando sa dosarla con lucidità”, mi verrebbe da dire) e poi leggere fino al crollo.
Il risveglio è stato più duro: ho immaginato il risveglio nell’altra casa, quella in Italia, e la presenza dell’assenza di Diana. E di Micio. Perché, signore e signori, per quanto mi riguarda siamo a due: due vuoti che devo ancora incontrare e che aspettano il mio ritorno. (Ricordate la buona nuova menzionata all’inizio, quella per cui posso prendermi i giorni di vacanze che mi servono per fare una capatina in Italia? Ecco.) Sarà straziante, in parte. (Una parte probabilmente piccola, nell’economia generale, abbondantemente controbilanciata dall’entusiasmo e dal sentirsi le benvenute in un luogo che si conosce e ci conosce – ma non importa quanto grande o piccola sia: importa che ci sia e sia lì ad aspettarti, fatale come un dettaglio che non riesci a ignorare.) Ma non vogliamo i tic e le paranoie, giusto? Il mondo è pieno di gente con la maturità emotiva di una barbie e con l’autocontrollo di una trottola impazzita. Ce lo perdoneremmo? No. Ma soprattutto: riusciremmo a convivervi? Ecco appunto.
Ma, tornando per l’ennesima volta al filo del discorso, neanche al risveglio c’è stato il tempo di. Il tempo doveva essere dedicato ad altro. Alzarsi, pulirsi, vestirsi, mangiare, uscire, lavoro. Ultima lezione di un corso di italiano. Poi al ristorante con due apprendenti a cui mi sono incredibilmente affezionata. Chiacchierare in tedesco e italiano e intanto qualche coccola alla loro cagna, da poco adottata da un canile ungherese. Una piccola miracolata, la creatura. Cauta e facile all’entusiasmo come molti cani provenienti da canili. L’ho guardata – come ogni volta – nella sua presente ritrosia e ho immaginato la sua futura maggior pace interiore, e ho sorriso: certe cose fomentano la speranza e la gratitudine, o, meglio ancora, una mescolanza delle due cose.
Dopo il meraviglioso pranzo, è venuto il momento forse più assurdo di questi due giorni: quello in cui sono tornata alla scuola per contrattare sul mio (ridicolo) onorario. Il fatto che fosse ridicolo era, da un certo punto di vista, un vantaggio: è molto più facile contrattare quando hai poco da perdere. Ma, per quanto facile fosse, ho dovuto dosare le energie, considerando quelle dedicate al mantenimento della Me Stessa quotidiana. Quella cosa, insomma, per cui non entri in un ufficio a contrattare con gli occhi rossi e lucidi. Ma neanche lontanamente. In Germania, poi, soprattutto in una certa Germania di vecchio stampo, dove neanche ai funerali è lecito piangere (essendo il funerale un momento pubblico-sociale, e non privato-personale, prima che berciate sull’insensibilità dei tedeschi, bitte).
Insomma, sono entrata in ufficio a contrattare e mi sono trovata davanti a una persona con gli occhi gonfi, lucidi, rossi. E no, da qui non si dipanerà un racconto di come io abbia scoperto che a lei in realtà era successo che e bla bla bla e questo spiega perché sia una persona descrivibile con epiteti e bla bla bla per cui alla fine mai penseresti di poterla non dico com-prendere, ma addirittura com-patire, ma poi un giorno la trovi in ufficio praticamente in lacrime e tutta la sua vera storia e bla bla bla. Niente di tutto questo. Non so che cosa le sia successo, e probabilmente non lo saprò mai. Avrei potuto – mi sono detta – approfittare della situazione e tirare uno schiaffo alla sua professionalità (che già, nel mio cuoricino, ho messo in dubbio in passato – più lecitamente, ossia per motivi ben più leciti, di due occhi rossi, che probabilmente non sono neanche un sufficiente motivo in sé) dicendole che forse sarebbe stato meglio se fossi passata un altro giorno, ma non l’ho fatto. Né ho – come pure mi sono detta – tentato di offrirle l’equivalente di una pacca sulla spalla (ci sono tanti modi, qui, di farlo senza scendere nel lacrimevole-pietoso, ma sono sottili sfumature che ancora uso con cautela), perché davanti a tanta caparbietà – la sua nel portare avanti la maschera quotidiana nonostante il trucco palesemente sbavato – sarebbe stato forse peggio. Tanta caparbietà meritava un po’ di rispetto. Tanto più che, persino in quelle condizioni, ha cercato di raggirarmi giocando con i numeri.
Ma comunque.
Sono uscita da quell’ufficio con lo stomaco ancora pieno di buon cibo italiano e con un peso in meno sullo stomaco, consapevole che il tempo di posporre era finito: tornata a casa, qui, avrei avuto quel che rimaneva del pomeriggio per rimasticare i sentimenti.

Diana è morta ieri, Micio prima di lei, e i sogni hanno tanto da dirmi.
Sabato notte – quando Diana era ancora in vita – ho sognato di vivere in una Norvegia molto fantasiosa, fatta di aspre montagne ma dolci valli, in cui conducevo una vita stranamente serena e soddisfacente per essere tanto ripetitiva. Ogni giorno lo stesso percorso sulle stesse stradine, avanti e indietro, finché – nel sogno – non ho visto, in un giardino recintato, Diana. Sapevo che non viveva più con Mater (o con mia nonna, che in alcuni dei miei sogni è ancora viva – ma questa è un’altra storia), per un motivo che oserei definire “neutrale” (non sapevo, ossia, quale motivo fosse, ma quale esso fosse, non mi causava sentimenti né negativi né positivi), ma non sapevo dove fosse. L’ho riconosciuta dalla pancia prominente e glabra, dai peli ingrigiti sui fianchi. E ho scoperto che viveva con una vecchia signora, anch’essa “neutrale”. E le due – Diana e la vecchia signora – diventavano l’ennesimo tassello di questa romanzata vita norvegese di giornate candidamente tutte simili: ogni giorno, andando al lavoro, passavo a trovarle, e le sapevo stare bene entrambe, e ciò mi faceva stare bene.
Al risveglio, ovviamente, tanto bene non mi sono sentita. Per quanto nel sogno il fatto che Diana non vivesse più a casa con Mater fosse un fatto scatenato da cause “neutrali”, nella raziocinante veglia la faccenda è apparsa meno tranquillizzante. Avrei voluto parlarne con Mater – per scaramanzia? – ma ho posposto. (Oh, quanto si pospone.) Ho posposto anche – ed ecco che arriva la stilettata d’ironia crudele – perché mi sono detta che tanto a breve sarei tornata in Italia e mi sarei abbracciata Diana e Moka – quella palla di pelo nero e lucido che si fa chiamare “gatto” – nel modo in cui quei due stavano culo-a-culo nel sogno. Li avrei sentiti su di me come loro si sentivano e facevano sentire l’uno dall’altro nel sogno. Quella mancanza che nel sogno era rappresentata dal trasferimento di Diana sarebbe stata riempita da un semplice gesto, il semplice tocco, quell’insieme di calore, respiro e presenza che dà il senso della presenza di una creatura di fianco a noi. Non sono feticista – sono iconoclasta, come sono stata definita da una persona che mi ha fatto indagare fin troppo bene il significato di “presenza dell’assenza” – ma non tutto può essere saturato da immagini e parole. A volte serve una semplice vicinanza di respiri e calori.

Il respiro riguarda un sogno più vecchio, posteriore alla morte di Micio. In un altro bucolico scenario – una mescolanza di mare e montagna, casa e vacanza – ho sognato lui e la mia defunta nonna. Lui si faceva riconoscere per quelle faticose ma rumorosissime fusa che riuscivano a spezzare non solo il silenzio, ma anche altri brusii di sottofondo. E diventavano, esse stesse, un sottofondo, diventavano scontate, e chissà quanti altri miei sogni hanno cadenzato prima che io realizzassi che cosa erano esattamente, prima che io le riconoscessi come un ricordo di una creatura morta, come qualcosa che ormai poteva esistere solo nella mia testa.
E’ servita la presenza di Micio, in quel sogno, per farmi dire alla mia onirica nonna per la prima volta nella mia vita (che io ricordi):
“Nonna, ma tu sei morta.”
Non che nei sogni precedenti non lo sapessi. Ma, per una contorta forma di cortesia, non lo dicevo. Contorta ma essenziale, questa cortesia, perché la nonna onirica ha reagito come reagirebbe una qualsiasi persona a cui dici che non ha il diritto di esistere e quindi per favore che esca dalla stanza: si è offesa, nel profondo, ferita. Non che io volessi dirle che non esiste come presenza onirica e/o che non la volevo là: volevo solo dire quello che ho detto. Per farlo sapere a lei, ossia a me, forse. E forse sono io, allora, quella che sente una parte di sé minacciata dalla non-esistenza? Cosa devo lasciare uscire dalla stanza?

Non so se adesso, nei miei sogni, si aggiungerà anche una Diana onirica. La nonna onirica (che sembra sempre più, chiamata così, una specie di eroina metafisica) e Micio onirico sono e non sono esattamente le stesse creature che erano da vive: sono morte e, da tali, non possono più morire. Non è proprio una differenza impalpabile, se ci pensate: non devo più preoccuparmi per la loro integrità, fisica o mentale che sia. Da non-vive, non sono più soggette a quell’eterno cambiamento che ci benedice e maledice tutti: sono idoli, purtroppo per loro (o, meglio, per la Me Iconoclasta), statici, o perlomeno dinamici quanto può esserlo un simbolo, che più che roteare su se stesso e così mostrare tutte le proprie sfaccettature non può fare. Stanno meglio di me e tutti voi per il semplice fatto che non stanno.
E capisco un po’ di più i catari, quando sento la dolce tentazione di serbare questi simboli umani e bestiali nella mia testa e indulgervi coscientemente: è la tentazione di diventare subito vecchi (dentro). Di smettere di accumulare e costruire e rischiare, e cominciare invece a godere di quello di cui si è già goduto, ma in forma ridotta (come un brodo ridotto, per intenderci, così tanto da non essere più neanche brodo, se non concettualmente: non lo puoi più mangiare, ma la sua riduzione non ha dato vita a un nuovo concetto differente da quello di “brodo”). Ma non voglio neanche cestinarli ciecamente, capite? Mi tengono compagnia, nella loro imperturbabilità, e capisco i culti dei morti e le loro evoluzioni in formato più o meno istituzionalizzato: tra tanto multiforme caos quotidiano, ogni tanto, c’è il conforto di rileggere sempre lo stesso libro, guardare sempre lo stesso film, fare sempre lo stesso punto a maglia – interagire con lo stesso simbolo, che anziché venire da fuori viene da dentro. E’ un contorto – forse perciò umanissimo – guardarsi allo specchio sapendo che ogni specchio deforma.

Non ho mai capito se sono brava a fare lutto o meno.
A volte, pensate, (come ora, tipo), dedico apposta dei momenti al pianto. Perché si deve soffrire (non nella vita e per principio e diamoci tutti ai patimenti, ma come diretta conseguenza di un evento che ci ferisce), e se piango so che lo sto facendo. E so che sto soffrendo, anche se non lo sento, lo so perché lo deduco, ma solo piangendo posso sentire che sto soffrendo, capite? So che è un ragionamento, più che contorto, che sfiora l’auto-presaperilculo (o forse l’auto-manipolazione), ma questo ho a disposizione. E’ come se mi pompassi il cuore a mille per poterlo sentire ed essere così sicura che batte ancora. Un po’ contorto, anti-economico, ma questo ho a disposizione.

Non ho belle parole per Diana come non ne avevo per Micio come non ne avevo per mia nonna. Sono morti, e non possono sentire (per quanto ne so potrebbero non essere neanche più abbastanza qualcosa per fungere da soggetti in una frase). Non ho in diretta conseguenza neanche belle parole che fingo di rivolgere a loro ma in realtà rivolgo ai vivi che leggono, ai coevi che immagino, ai posteri che verranno – il che mi spiace, perché amo scrivere cose tristi quanto amo scrivere forzati happy endings. Mi spiace, perché adesso ci sono persone vive che soffrono e vorrei soffrissero meno, ma io sono brava a consolare quanto lo sono a scrivere fiabe morali sulla morte.
Per questo su Micio ho taciuto, quando è morto. Qualcuno la chiamerebbe “decenza”, ma di questo qualcuno potrei pensare “moralista”; qualcuno “dignità”, e penserei probabilmente “invasati”. Quale sia il motivo profondo del mio precedente silenzio, fa rima con “onestà”, ma in un senso tutto particolare: quello dell’impossibilità di scrivere di quella morte onestamente offrendo al contempo un pensiero non dico edificante, ma almeno non il contrario. Vorrei che il motivo di quel mio silenzio – e di altri simili – facesse rima anche con “umiltà”, ma – per esperienza – più mi sento umile, più risulto arrogante.
Insomma, ho taciuto, questo so. E una enorme parte di me avrebbe taciuto anche nel caso di Diana – un’enorme parte di me che ha blaterato per circa dieci minuti, ieri sera, per poi venire zittita da un ancor più enorme stimolo, e dico “stimolo” perché oggi – mentre tornavo a casa, consapevole di essere diretta a questa scrivania, a questo scrivere e ogni tanto piangere – mi sentivo come se dovessi defecare. Defecare, proprio, non pisciare. Un accumulo che ci sta dentro, e sentiamo, e sappiamo essere parte di noi, e possiamo quindi tenere lì ancora per un po’, ma non per sempre, perché non è così che funziona il nostro corpo, né la vita, né la vita quando sfiora la morte. Pazientiamo, sapendo che il momento sta per arrivare. Certo, nel caso di questa metafora il momento dell’espletamento corrisponderebbe al defecare in pubblico (sto defecando su un blog), ma, oltre ad aver simpatizzato con i catari, abbiamo simpatizzato con i pietisti, e poi con i cinici (quelli originali), quindi non stupiamoci di tanta urgenza di defecare in pubblico. (Prima che condiate il vostro prossimo aperitivo narrando di come i pietisti e i catari defecassero in pubblico: no, non lo facevano. Ma avevano pratiche di confessione collettiva. Fine della parentesi.)
Scrivere qui è l’ennesimo modo di vivermi nel mondo. Sono purtroppo refrattaria all’essere consolata (mano sulla spalla, parole dolci, contrita pazienza e com-patimento – una serie di cose che mi fanno stringere lo stomaco più dalla rabbia che dalla sofferenza, e non fate a casa quello che leggete qui), e a quanto pare o esprimo sofferenza o parlo. Se esprimo sofferenza, non riesco a parlare. Se parlo, non riesco a esprimere sofferenza. (E’ il motivo per cui, fun fact, alcune persone parlano con estremo distacco di avvenimenti atroci a loro appena accaduti: non è psicopatia – o, almeno, non per tutti.) Se scrivo, invece, riesco a esprimere sofferenza – e viceversa. E va espressa, questa sofferenza. Non vogliamo i tic e le paranoie, giusto? E non vogliamo neanche, un oggi o un domani, essere davanti a una Nonna, a un Micio, o a una Diana, a qualsiasi creatura mi ancorerà a questa terra, e non essere in grado di dar loro tutto quello che vorrei – che vorrò, spero – loro dare, perché troppo contriti in sé, troppo costipati.

(Un ringraziamento sensato forse riesco a farlo: a tutte quelle creature che, ancora vive, sanno offrire tanto quanto i “miei” morti hanno offerto a me nel corso della loro vita grazie al semplice fatto di essere vivi e di essere esattamente quello che erano. E non lo offrono perché così un giorno qualcuno le ricorderà. I ricordi non esistono. Gli specchi, però, sì, e nel loro essere deformanti sono essenziali. Esemplari, a volte. Sapeste quanto ho imparato da Micio e Diana.)

L’insostenibile insolubilità dell’essere

Questa dovrebbe essere la mia settimana libera. (Si chiamano “vacanze autunnali”, qui.)
La frase qui sopra, invece, è un esempio dell’importanza dell’uso del condizionale.

In queste giornate umide dal cielo pressoché inesistente è un bene avere impegni.
L’autunno, qui a Berlino, somiglia a una stanza ammobiliata al minimo indispensabile: è il momento di decidere, finalmente, con che colori completarla, quali cuscini e lampade comprare, con quali immagini tappezzare le alte pareti bianche. In parte è così letteralmente – si veda, a proposito, la nuova federa del cuscino nel suo disturbante verde.
So che non dovrei optare per il verde, in questo periodo dell’anno e nel nord della Germania. La luce fa tutto, sapete? Guardate i paesaggi veneziani e quelli nordici nei quadri più schifosamente famosi che conoscete (e non solo i paesaggi) e giocate a Trova le differenze!. La luce italiana, dorata, qui non esiste. E questo conta, per i colori. I verdi, qui, risplendono nelle loro tonalità più acute, non disturbati dal giallo del tramonto (e del crepuscolo, magnifico crepuscolo). Certi verdi, qui, risplendono nella e della loro potenziale follia. Sanno di libertà e delirio, sono vibranti e disturbanti, vivi e minacciosi. Li adoro.
Per controbilanciare, forse, mi sono rifatta rossa – di un rosso acceso, che probabilmente in Italia sparerebbe come un semaforo, ma qui – senza la dorata luce di cui sopra – vira verso il cupo. Mi mancava, il rosso. Mi mancava quel suo effetto, che non ricordavo, di dare una diversa tonalità alla mia pelle. Non so dirvi quale. Non so se ora sia più calda o più fredda, più rosa o più verde, non so. Ma ci piace.

Con la chioma fresca di henné sono andata, ieri, prima al lavoro e poi ho fatto Feierabend – parola che, ovviamente, non posso tradurre letteralmente. È quel momento di festa – ma festa in piccolo, stacco, riposo, in un bar o equipollenti davanti a una birra o equipollenti – che ha luogo dopo la fine del lavoro, prima di tornare a casa, ma senza essere un aperitivo. E aggiungiamo: era Feierabend solo per me, nel mio grato cuoricino. Ufficialmente era una birra di commiato in onore di un’amica americana che va a vivere in Spagna per qualche mese, in sua e dei suoi amici compagnia.
Qui potrei aprire un’altra enorme parentesi sull’atmosfera dei ritrovi di expats a Berlino. E, anche qui, come traduco expats? “Gente che vive all’estero”, nella sua quasi pedante neutralità, potrebbe rendere la base dell’idea. Non la rende né “stranieri” né “migranti”. Forse, in questa precisa contemporaneità, e precisamente a Berlino, parlare di “espatriati” potrebbe far intuire quella malinconica atmosfera da ritrovo di auto-esiliati ideologici/artistici. Ma “esiliati” è una parola già abbondantemente riempita dai rifugiati presenti in città, e, allora, che dire…?
… Dicevo dell’atmosfera di expats, e probabilmente solo di certi expats, a Berlino, che vorrei tanto descrivere, ma che forse riuscirò solo a tratteggiare rubando immagini altrui. Mi ricorda a tratti quelle riunioni di personaggi, in certi romanzi, che in comune hanno solo il venire da un altro luogo e l’avere una trama da seguire tutti assieme. Unə fa il dottore o la dottoressa, l’altrə il musicista; unə è ricca, l’altrə tira avanti; se fossero venutə dallo stesso luogo, e li fossero rimastə, probabilmente non si sarebbero mai trovatə allo stesso tavolo. Ma già ho l’impressione di aver ristretto troppo il campo, di aver tagliato qualcuno fuori. Di aver osato troppo.
Ieri sera la birra è stata bevuta al fu preferito bar del fu David Bowie, il Neues Ufer, che ha – mantenuta o meno che sia – un’atmosfera accogliente tutta urbana. Non è intima come una Kneipe, né roboante come un luogo di ritrovo in. Se ne sta lì, con la sua devozione al defunto, che guarda tutti dalle pareti senza fretta né obiettivi, accordata all’ottobre che attende gli avventori in strada, un po’ freddo e un po’ silenzioso, ma non ancora colmato né dai mercatini di Natale né dalla neve.
Mi ricorda la severità di certe scuole di inizio Novecento, i passi che rimbombano lungo i corridoi dalle pareti vertiginose, i vetri delle alte pareti che quasi vibrano, e a tenere compagnia – in quei pochi ma pregni metri percorsi – solo la promessa che chi ha ideato quel luogo l’ha fatto con un rigore capace di essere, all’occorrenza, un premuroso guardiano.
Sembra, insomma, di stare in una grande collettiva attesa.

Gli anglofoni mi mancavano più di quanto pensassi.
Da persona cresciuta a fiction americana, posso aspettarmi di accogliere con piacere una serata in compagnia di americani. Poi mi sento un po’ in difetto perché, in fondo, lì non ci sono mai stata, e di consapevolezza ho solo quella di avere in testa ben più stereotipi di quanti qualche chiacchierata possa smaltire. Ma, così intrappolata tra cliché, facciamo un’altra precisazione, che tutta ai cliché è dovuta: ci sono bidimensionalità e bidimensionalità. Non so se e quanto negli Stati Uniti sia diffuso il prototipo antropologico che poi fa sì che i loro cittadini siano rappresentati sul beota-andante (pensiero che la stessa fiction americana in parte fomenta – l’altro ieri ho visto Suicide Squad, notando atterrita l’esigenza di ripetere e ripetere e ripetere anche le più basilari informazioni di modo che anche lə spettatore/trice più demente possa non perdere il filo dell’esilissimo discorso), e probabilmente non lo saprò mai: ci si attira quel che si cerca, e io mi cerco con piacere, a quanto pare, spiriti che cercano la lucidità, il distacco necessario a una critica (e a un’autocritica) – e, se capita, un po’ di ironia, sia in formato sarcasmo o meno.
Posso aspettarmi, dicevo, di accogliere con piacere una serata in compagnia di americani, ma non mi aspettavo che la Britishness mi mancasse.
Come faccio, ora, a parlarvi di questo senza scadere nello stereotipo? Perché non posso, veramente non posso, parlavi di cosa e come siano gli americani, o gli inglesi – o i tedeschi, gli italiani, i francesi, i cinesi (poi, con i cinesi, si sfiora lo scoppiare a ridere), e via discorrendo. Non saprei veramente come farlo. L’unica cosa che posso fare è piombare di nuovo sui dettagli – quei dettagli che a volte attraversano persone che in comune hanno una vaga origine, a volte no. È il modo di parlare, di ammorbidire o rafforzare una frase, di interrompere o ascoltare, di esprimere fastidio o non esprimerlo, di imbastire un discorso o smontarlo. O di annuire, semplicemente, o non farlo. Di esprimere apprezzamento, o non farlo.
Non mi sentirete spesso elogiare i britannici (e ancor più, o meno, gli inglesi). Anzi, a dirla tutta, quando assisto agli effetti che la fascinazione britannica scatena mi metto un po’ in disparte, in silenzio, con disincanto (o qualcosa che forse vuole esserlo in reazione) e forse un po’ di saccenza. Il fatto – brutto o bello che sia – è che ho risposte pronte a smontare tutti i miti che vanno per la maggiore, che per la maggior parte sono figli di cliché. Il tè, la compostezza, la politeness, l’ironia a volto serio, l’eleganza, le scarpe. Non perché nel mio cuoricino io non serbi il ricordo di deliziosi momenti santificati da una tazza di tè, del sentirmi a mio agio davanti a un sorriso appena accennato, dell’apprezzare una cortesia così pervasiva da far dimenticare che è un prodotto culturale, e via discorrendo. Ricordo tutto – e di tutto sono spesso pronta a portare l’altro lato della medaglia. È che questo tutto è così spesso così tanto semplificato – questo tutto che, diciamocelo, messo assieme ricorda in modo inquietante un inglese pre-decolonizzazione – da risultare quasi offensivo, e non perché alcuni miei ricordi non rientrerebbero perfettamente, visti dall’esterno, in tale stereotipo, ma proprio perché vi rientrerebbero, e rientrandovi ne verrebbero impoveriti, bidimensionalizzati, la tridimensionalità recisa alla base e schiacciata per meglio conformarsi a una semplificazione.
Sono riluttante, quindi, all’idea di descrivere quel che ieri sera ho ritrovato con una nostalgia che non sapevo di avere. Temo finisca nel calderone, e che fomenti generalizzazione in stadio già abbastanza avanzato. E mi domando, mentre scrivo ciò, se io non stia intuendo il motivo – tutto gretto – per cui alcune persone tanto tengono al riservare a loro stesse i ricordi. Ora, dato che odio riservare cose per me stessa e basta, mi dico che avrò solo bisogno di tempo: il tempo di imparare a parlare anche di questo senza rischiare di renderlo potenzialmente facilmente classificabile nel “già (mal) conosciuto”, di imparare a parlare del nuovo rendendolo riconoscibile senza abusare del vecchio.
Intanto, accumulo.

Alice nel Paese delle Grazie e Disgrazie

Il lago di stanotte era, come sempre, placido. Sfumava all’infinito verso un orizzonte reso vago dall’eterno crepuscolo in cui i miei sogni lacustri sono immersi.
Non è proprio un lago, ma forse non è neanche un mare. Non vedendone i confini dovrei pensare che si tratti della seconda, ma la superficie d’acqua che nei miei sogni tutto ingloba è immota come solo quella di un lago può essere. E un lago neanche troppo grande. O forse un mare di una Terra che ha smesso di essere asservita al tempo e ai suoi cambiamenti.
Al lago, nei sogni, arrivo, non vi parto. E quando vi arrivo lo scopro aver ricoperto parte della costa. A volte vi sono sedie che spuntano per metà dall’acqua, a volte banchine che proseguono sotto la sua superficie, al fianco di profondità improvvise quanto insondabili. A volte, invece, il lago somiglia al Mare del Nord: prosegue all’infinito digradando appena, di chilometro in chilometro, e dando così l’impressione che tutto il mondo non sia che una grande pozzanghera.
Quando, da sveglia, ripenso ai miei sogni lacustri devo ammettere che, visti così, da lontano, descritti così, a parole, evocano immagini un po’ inquietanti. Mi inquietano, nella veglia. Ma nella sfera onirica quell’atmosfera da Ofelia galleggiante è la norma. È Casa, in qualche modo. Inclusi i cadaveri che ci sono ma non sempre posso vedere, a cui rimangono attaccati fantasmi che non vedo ma posso a volte sentire.

Dovrei puntare il dito a sogni come questo quando voglio spiegare come i grandi gesti di distruzione, più che essere cocenti esempi di un vivido Male, siano struggenti richieste di pace. Il caos, la cattiveria, l’ira, e tutte le pulsioni, appartengono alla vita e al movimento; e così anche il dolore. L’unica sensazione legata alla morte a noi conosciuta è la paura che se ne può avere – e che, appunto, si dispiega e punge e duole nel corso della vita.


Non è accaduto niente di particolare che mi spingesse a scrivere di questo. Beh, a parte un sogno, ovviamente. Nei sogni raccolgo e rivivo tutto ciò che non mi accade. Sono come un promemoria emotivo ed esistenziale: anche se non c’è, mi ricordano, esiste. Anche se non c’è più, continuano, c’è stato e quindi potrebbe esserci ancora.
Una tale continua esposizione a tutto mi ha resa, credo, un po’ insensibile ai picchi di grazia (e soprattutto) disgrazia. È la male/benedizione di chi nei propri sogni vive più intensità di quanta possa esperirne vedendo immagini e ascoltando racconti. Non di quanta se ne provi vivendo direttamente la vita, ovviamente – anche se, a tal riguardo, bisognerebbe aggiungere una postilla. Il dolore e la paura nella veglia, nella coscienza della veglia, fanno alzare paratie: si sente e soffre fino a un certo punto, poi ci si distacca. Suppongo sia un meccanismo difensivo. Nei sogni, invece, quando sono lucidi (ossia nel 99% dei casi, nel mio caso), si sa di stare sospendendo l’incredulità – e si possono quindi vivere con meno filtri quelle sensazioni che il sogno ha deciso di farci esperire per quella notte.

Mi sono detta che vivere così, avendo nei sogni un continuo memento mori, segna la propria visione del mondo. Così come ci siamo abituati alla violenza visiva al punto che abbisogniamo di battaglie sempre più cruente, sangue sempre più abbondante, più sangue di quanto effettivamente ce ne sia (una specie di inflazione del sangue), avere una sfera onirica che mi tartassa ogni notte con un Tutto Potenziale mi deve aver resa più insensibile a molte cose. Sono rare le scene nei film che mi colpiscono nel profondo e, quando accade, mi s’imprimono nell’inconscio, cominciando a infestare la mia sfera onirica, diventando parte di quella schiera di maschere pronte ad apparire improvvisamente in un sogno, consapevoli d’essere capaci di destabilizzarmi semplicemente apparendo. Perché sono simboliche. Perché basta loro ricordarmi di esistere, di poter essere pulsanti, per sommuovermi. Basta una consapevolezza risvegliata a farmi diventare una bestia braccata.
E mi sono quindi anche domandata se io smetta mai di esserlo, una bestia braccata. Se vivere più o meno un terzo del tempo nel mondo di Alice nel Paese delle Grazie e Disgrazie non mi renda sempre, per la semplice consapevolezza, allertata. Se io non abbia sempre l’arma a portata di mano, le spalle pronte a chiudersi. E se io possa scoprirlo. Perché, se così fosse, sarebbe così sempre – sarei sempre all’erta, e non potrei quindi sapere che cosa significhi vivere non essendolo.

La cosa più agghiacciante, esistenzialmente parlando, è realizzare che riesco a vivere una vita moderatamente serena (anzi, eccezionalmente serena, quando mi confronto a certi piccoli/enormi drammi altrui, in cui Altrui è un esemplare antropologicamente non troppo distante da me), nonostante, o forse proprio grazie a, tale tartassamento onirico. A volte mi dico che deve essere simile a quella capacità di godersi le piccole cose quando si impara a non darle per scontate.

Ne si parlava ieri con M., reduce da una giornata senza acqua e senza cibo (ramadan): di come non bere per così tante ore renda un semplice bicchier d’acqua il più buono che tu riesca a ricordare.
La memoria diventa breve, quando si vive intensamente il momento – suppongo – e avere un corpo che ti ricorda in continuazione che ha sete deve acuire quell’intensità. Non mi privo d’acqua per motivi simbolici, ma capisco il punto, e forse la mia sfera onirica ha, in qualche contorto modo, lo stesso senso del digiuno.

Due piccoli vasi, in cucina, accolgono delle radici di ginseng. Le piante stanno crescendo proprio ora: si fanno osservare, giorno dopo giorno, mentre svettano verso l’alto, sottili e fiere, perfette come la grafica perfetta di un grafico precisino. Do loro un po’ acqua e penso: Questa è l’acqua di oggi. L’acqua di ieri le ha fatte svettare oggi, quella di oggi le farà svettare domani. E domani dovrò dargliene ancora, se voglio che il piccolo miracolo continui.

Riluttante iconoclastia

Quando incontri un’iperrealtà la realtà, per un po’, risulta irreale.
(E ti dici e ridici, quasi compiaciuta, che ecco, è che di realtà ne esistono tante, incomparabili, e bla bla bla, come se esperirlo sulla tua soggettiva e scossa pelle potesse renderti più comprensibile, vicina, al prossimo – tu, realtà irreale.)
Ascolti gli Ulver perché sanno di quell’iperrealtà. Glielo hai detto, che non puoi temere di cambiare in un breve di lasso di tempo. Del futuro non si sa, e lo credi con tale fermezza da guardare con sospetto alle promesse. Certo, del futuro non si sa, ma ci sono cambiamenti interiori che procedono con la lentezza di una valanga vista da lontano. Ci sono cose che ti porti dietro da anni, decenni. Almeno un decennio, gli Ulver e quello che ti ricordano.
Ti ricordi che cosa ti ricordano?
La pace di un mondo svuotato di senso. Non del tutto, non ancora, e ci sono ancora fantasmi umani tra i grattacieli così infami che la natura non vuole saperne di riappropriarsene. Si è, lì, un passo dopo la decadenza. Quel momento di sospensione in cui il passato è già scomparso e il futuro non si fa intuire. Un presente così isolato da risucchiare ogni eco.
Te lo ricordi?
Gli Ulver non ti danno felicità, no: placano il tuo bisogno di nudità e silenzio. “Verità” è un termine che ti sei disabituata a usare. Rimangono solo quelle soggettive, di verità, e hanno ognuna l’ampiezza e la consistenza e l’irrinunciabilità di interi mondi.

Il fumo uccide, recita il pacchetto, e continua a stupirti e non stupirti e nulla poter fare quando le persone s’indignano se il fumo uccide.
Avresti voluto scrivere un intero pezzo per smontare una pubblicità – una a caso – e dimostrare che le pubblicità non mentono. Neanche di una virgola. E smettetela di indignarvi se il dentrifricio non sbianca, il balsamo non liscia, la barretta non vi fa dimagrire: non vi è mai stato detto che lo avrebbero fatto. E il fumo uccide, sì, ma non sapete quanto e come. Forse uccide meno della depressione, forse più della guerra. Il fumo uccide non vi dice nulla di utile per un ragionamento più complesso di una pubblicità.
Non è buffo che le pubblicità non mentano ma i giornali sì?

Poi ci sarebbe la faccenda dei pantaloni, che è tra l’imbarazzante e il peccaminoso.
(In quel tuo mondo in cui usi la parola “peccato” per riferirti alla reazione emotiva causata dall’averlo commesso, non concependo peccati in sé – e sentirti peccatrice è forse il peggior peccato.)
Hai lavato le lenzuola, il coprimaterasso, l’asciugamano, te stessa. Hai posposto i pantaloni, pensando che era solo un piccolo pezzo, e invece sono rimasti lì, più preziosi perché unici, soprattutto mentre la generica paranoia del dopo ti coglie senza darti direzione. E’ quando non sai bene che cosa temere e che cosa non temere, per che cosa patire e per che cosa no, e mentre non sai neanche se innescare subito lo stand-by o se, questa volta, approfittare di qualche momento di sfogo prima di renderti un po’ più psicopatica – mentre sei in questa condizione irreale, insomma, temi, poco, tutto e tutto. Ti guardi attorno con l’espressione vagamente ridicola (e con ciò tragicomica) della bestia braccata non sapendo da che parte devi temere l’arrivo di un pericolo. Ad esempio:
Cazzo, i pantaloni.
Ti sei ritrovata ad annusarli un paio di volte. “Ritrovata” perché, a posteriori (ma è sempre a posteriori), non ricordi di aver deciso di compiere i passaggi necessari per arrivare a quel punto. Non che sia un mistero, il perché tu sia finita con il naso tra la stoffa. Ce lo rimetteresti adesso. E al contempo lo temi fottutamente.

La cosa strana è che, sentendo nella sua voce al telefono il tuo stesso tono sospeso e accorto, ti sei sentita meglio. Niente a che fare con “mal comune, mezzo gaudio” o “allora c’è” (beh, forse la seconda un po’ sì – convivi con lo strisciante timore che l’Arcinemico te lo fotta con un burocratico balletto di abili mosse manipolatorie, che sia dentro o fuori di lui), ma qualcosa di più simile al “non sono pazza”. Dubbio frequente, quando si ama passare da una realtà all’altra, rendendole tutte irreali e iperreali al contempo.

Ti è venuto un tono strano, nelle ultime ventiquattr’ore, da cinico in vena di sputare sentenze. Per zittire il mondo e tutelarne la parte – di solito piccola, minuscola, nel caso del cinico – a cui tieni. Simile al tono scorbutico-accorto dei vecchi. E lo realizzi solo ora, che cos’è.
Horton.
Parla da dietro le quinte, tutt’altro che in primo piano. Lì è stato (con una tua certa gioia) ricacciato, lì rispettosamente (o per menefreghismo) rimane. Ma dice la sua, quando reputa che nessun altro sia in grado di cavarsela meglio.
Che cosa dire, d’altro canto?
Dopo tanto esorcizzare stucchevolezze e scene pietose, hai passato ore ad alternare discorsi totalitari, di quelli che ti fanno scivolare nella saccenza (è la tua debolezza del momento, a spingerti, mentre ti sussurra che a mali estremi…), ad affermazioni altisonanti, epiche, tragiche, comiche, non lo sai neanche tu, come se alzando abbastanza la voce tu potessi convincere il prossimo ad accettare la tua visione. (E sarebbe possibile, se tu non fossi tu e il tuo prossimo non fosse lui. Ma non vuoi che la accetti. Non vuoi che accetti proprio un cazzo, è questo il punto.)

Hai temuto, prima, che se non avessi sfogato almeno un po’ tutto ciò, non avresti avuto il coraggio di andare a letto. Non era un timore generico, ma l’aver intravisto un vecchio e ben conosciuto terrore: il non sopportare la presenza dinnanzi a te stessa. E non sai se sia la sofferenza o se sia la rabbia a causare ciò, perché – lo realizzi ora – forse in te le due cose non sono poi così tanto analiticamente distinte.
Ma è un po’ passato, ora – ossia abbastanza da poter guardare con sollievo a quell’ormai lontano terrore – e puoi dirti di essere felice di essere qui. Quantomeno sai che anni fa (e neanche troppi, forse) non avresti retto tutto questo – e non averlo saputo reggere ti avrebbe privato di ciò che di bello va a reggere. E ne vale la pena, ne vale fottutamente la pena – come gli hai detto – anche se ogni volta è più difficile, lo sai e lo sapevi. Continui ad accumulare debiti che una parte di te, in futuro, potrebbe trovarsi a doverti chiedere di pagare, e forse non potrai farlo, ma fa parte del pacchetto “ne vale la pena”. E non ne vale la pena in previsione di un momento futuro a questo, no: ne vale la pena anche ora, in quest’assurdo stato.

Ti sei fermata, in piedi davanti alla libreria, i pugni stretti sui pantaloni, e hai scorto un’ipotesi dal prezzo così alto che – come certe pareti di roccia nei tuoi ultimi sogni – il tuo sguardo non è riuscito ad abbracciarlo tutto.
(No, beh, diciamocelo: forse avresti potuto, ma non l’hai fatto e ti sei voltata altrove. Non adesso, ti sei detta in quel momento, che avrebbe dovuto essere dedicato proprio al adesso sì. Per questo, alla fine, sei qui? Perché vuoi fare la brava scolara e accontentare entrambe, l’esigenza di stand-by e quella di non gettare tutto nel fondo senza che sia prima elaborato?)
Fa una cosa strana, quell’assoggettante parete di roccia: ti desensibilizza ancor prima che siano arrivati i veri colpi. (Certamente con il tuo aiuto.) Ti senti il pensiero pulsante e ottuso come una parte del corpo colpita a lungo. Colpo, e colpo, e colpo. Usi la musica per aggirarti in quelle stesse stanze interiori che fino a qualche minuto fa ti avrebbero fatto serrare mascelle e pugni, e ora… quiete.

Un giorno una persona mi dirà che gli esseri umani sono delle tragicomiche creature capaci di creare meravigliosi congegni per risolvere un problema. Funzionano splendidamente, quei congegni, anche quando il problema è risolto e passato – e continuano e continuano a funzionare, macinando quel che passa, perché devono macinare per sopravvivere, e dopotutto li abbiamo creati noi. Quella persona mi dirà che è affascinante e stupido, questo fottersi da soli, costruirsi trappole su misura, incapaci di abbandonare quel che ci ha ben servito. Spero, quel giorno, di ricordarmi ancora di averlo pensato tempo prima. Lo scrivo, perché l’amnesia sia scongiurata il più possibile.

Ci saranno dei rigurgiti. Ci saranno? Il tempo futuro risulta sempre più arrogante.
Lascerò la porta aperta, stasera, e i pantaloni sulla libreria. Lungi da me diventare una feticista (e, poi, quale dolore più straziante di avere una parte di una persona sapendo di non poter più avere la persona? Sia mai che dovesse accadere), ma cerchiamo di non diventare bestie affamate di icone da distruggere.

Ecco, ad esempio, basta un messaggio per trovarsi di nuovo a stringere i denti.

Credo siano come le serate tra ubriachi. Se non lo si è entrambi, il discorso non funziona.
Esiste una sostanza, una metafora, un simbolo, che faccia l’esatto opposto dell’alcol?

Basta un messaggio e ritrovarsi tra le orecchie Hozier che parla di entusiasti roghi umani. La sublime e atroce bellezza del sacrificio. Non il momento in sé, no – non la folla che osserva estasiata l’annientamento di un proprio simile – ma il significato del sacrificio: fare a pezzi una cosa nella speranza che, da quel male, in futuro nasca un bene.
Detta così sembra un’antica superstizione: anticipa gli Dei cattivi e commetti il male prima di loro. Diventa il tuo Diavolo. Se Egli ti riconoscerà come suo sottoposto, non si sbarazzerà di te.
E’ o non è quello che faccio con il Dio Che Ride?
Ed eccolo, il primo spuntone dell’altissima parete di roccia: il timore di trovarsi davanti a un cataclisma così ampio da non riuscire più a perdonare. A ridere. Con Dio. Ma non riesco a liquidare questo mio attaccamento come vanità umana. Non riesco a farlo senza scomodare Horton e il suo vuoto, che non è spazio per il futuro ma tomba di ogni presente.

Non riesco neanche a concludere degnamente questo pezzo, non sapendo a che punto, e di che cosa, sono.

Come nel grande, così nel piccolo.

In questi giorni ho accumulato modi in cui iniziare a scrivere. Di una cosa, avrei dovuto scrivere, ma le cose si sono intervallate e fuse e non so più quale sia l’inizio. Forse perché nulla ha un solo inizio.
Potrei iniziare così, ad esempio:

Il primo è stato F.
Il suo messaggio di auguri ha spaccato il minuto. Me l’aspettavo, ma non ho abbastanza memoria per ricordarmi ciò che mi aspetterei. E così il suo stupendo messaggio è giunto in qualche modo inaspettato, e con un inaspettato sorriso sono andata a dormire.
La seconda è stata A o forse VB. Dipende da ciò a cui vogliamo dar corda, fabula o intreccio.
VB ha salito le scale piena di borse al rallentatore per non fare rumore. Per non fare rumore ha aperto la porta di casa con minuscoli movimenti, il tutto per mettere in frigorifero quattro cupcakes fatti su misura per me, come piacciono a me. E’ uscita di nuovo, nel massimo silenzio, per poi rientrare normalmente, così che io pensassi che stava arrivando in quel momento. Tutta ciò perché potesse, poi, farmi una sorpresa. Solo che io non ero in casa, in quel momento: ero appena uscita per andare a controllare come stessero le gattine.

… Ed ecco che manca un dato. Chi sono queste gattine? Da dove vengono? (Dove andranno?)
Ma comunque…

E quindi ho sentito prima A, perché la sorpresa di VB è stata posticipata alla sera. A mi ha chiamato, io ho risposto, e lei ha cominciato a cantare. Happy Birthday, Mr. President… E’ da più di dieci anni che la voce di A (beh, A nel suo complesso, riassunta nella sua voce) mi fa sentire come un nerd brufoloso improvvisamente coccolato dalle inaspettate attenzioni della più bella della scuola. Avevo una cotta per A, quei dieci anni fa. Ora non più. Ora la amo come si ama un essere umano che si conosce meglio delle proprie aspettative. Ma comunque la sua voce mi fa sentire il nerd di cui sopra, mentre mi canta Happy Birthday, Mr. President…
Poi ha chiamato L.
Mi ero detta che avrebbe potuto chiamare per “fare la cosa giusta”, nonostante una diffusa iconoclastia tra di noi. Non so festeggiare il mio compleanno, sapete? Fingo di saperlo fare. Ma la chiamata di L ha il valore di una goccia d’acqua nel deserto, anzi no, miele, di quello che ti cade sulla labbra ed è dolce e riesce anche a dissetarti. Ma è solo una goccia e la sete è rimasta, nelle ore, nei giorni seguenti. Quella sete che il mio fatalismo cataloga come “sentimento”.
Poi è arrivata la sera, e la mia incapacità di farmi festeggiare. Perché? Me lo sono chiesta. Me lo chiedo. Ho mangiato quel cupcakes riconoscendone l’enorme valore e non sapendo avere l’entusiasmo che VB ha vissuto nel farmelo preparare, nascondermelo nel frigo, farmelo trovare. Mi sono sentita di nuovo il nerd di cui sopra, ma per un’incapacità diversa. Poi al nerd è subentrata quella parte di me che si autocelebra lo sterno. Perché, sapete, c’è chi ha delle belle tette e chi un bello sterno, e io ricado nella seconda categoria. Un giorno riuscirò a far capire al prossimo a me sconosciuto che non le voglio, quelle tette grosse, e che amo il mio sterno. VB lo sa, e così mi ha regalato una collana fatta apposta per farlo risaltare. Come piace a me. Come lei sa che mi piace.

E questo sarebbe solo un modo di iniziare. Uno tra tanti. Ad esempio…

Avevo appena letto l’incipit del romanzo di I. Distopico futuro, due bambine che rimangono orfane prima che si abbia il tempo di capire di che male il mondo stia morendo. Bravo, I, me l’aspettavo ma non me l’aspettavo così. Mi hai avvinghiata. E mi hai inculcato dentro il fatalismo delle due bambine.
E così, quando quel venerdì sotto casa ho trovato due gattine miagolanti, ho sì cercato di agire con distaccato ottimismo. Dai loro cibo, acqua, non avvicinarti. Troveranno la loro strada. O la madre troverà loro. Intanto controllale dal balcone. E sono ancora lì, a sera, e nessuno sa da dove vengano e dove andranno…

O potrei iniziare dall’ultima cosa che ho scritto in questo blog: di come io ami andare sul mio balcone, in quella mia solitudine, a staccare foglie secche dalle piante.
Non ho scritto, allora, di come quella solitudine fosse minacciata da una presenza umana.

Femminile. Con un gatto. Vivente un balcone sotto, davanti al tuo, a meno di dieci metri di distanza da te. E ci si saluta, vedendosi entrambe accompagnate da gatti. Ci si scambiano, come vecchiette ma più impacciate, le poche parole che riescono a passare da un balcone all’altro. Quanti anni ha il gatto che vive con te? E quelli con te? E innaffia le piante, stendi il bucato, fuma. Poggia il culo sulle piastrelle, butta un occhio al balcone, alza la mano in un saluto intimo e distante. Non sei abituata a questa convivialità. Neanche a tale distanza. Non sei abituata a quell’essere una persona nella vita dell’altra quotidianamente, seppur lievemente, senza un motivo specifico. E così ti perplime e fa sorridere, questa situazione. Ti perplime e fa sorridere questo tuo modo di essere.

E poi, dopo l’incipit, dovrei passare al climax. Quando è avvenuto? Quando sono scesa, a sera, a prendere quelle due gattine ancora miagolanti, mi sono fatta mordere e graffiare per portarle a casa di quella semisconosciuta sapendo che avrei dovuto trovare loro una casa?
O il sabato in cui ho festeggiato il mio compleanno, in cui c’era anche lei, che ormai conoscevo di nome, e ho conosciuto più intimamente di quanto in una qualsiasi altra situazione avremmo potuto conoscerci solo grazie, in fondo, a due gattine raccolte dalla strada?

E facciamo un salto a questo presente frenetico che chiude cerchi, mentre aspetto una telefonata di G per accordarci per stasera. G a cui ho detto, la sera della cena, che mi spiace di questo mio apparire così fredda e distaccata. Mi spiace perché so di poter ferire le persone, con questo mio modo di esprimermi, o non esprimermi, quando a G mi sto affezionando. G che mi darebbe uno strappo a casa di P (a cui sono debitrice), dove nel frattempo sono finite sia le gattine che la donna che le ha prese temporaneamente in casa, lei che di problemi ne aveva già abbastanza. Non che i problemi manchino mai. E infatti avrei voluto iniziare a scrivere, tra i mille incipit, di quel signore che se ne sta su una spiaggia a poltrire e poi s’imbatte nella sempre irrisolta teodicea. E torniamo all’eterno presente di L.

Il signore sulla spiaggia smette di poltrire e, alzandosi, nota uno scarafaggio che, sul dorso, zampetta furiosamente per girarsi. Il signore, colto da compassione, si china e lo ribalta, lasciando che lo scarafaggio zampetti via. Poi ne nota un secondo, a un metro di distanza. Allora il signore si avvicina e ribalta anche quello, guardandolo fuggire libero dal proprio destino. E ce n’è un terzo. E un quarto. E al decimo il signore si solleva e guarda la spiaggia: l’intero litorale è coperto di scarafaggi sul dorso.

Non sono un’idealista. O, meglio, sono di quel genere di idealisti che non sa darsi limiti, e così diventa fatalista – e, nel mio caso, si rifugia in un vivere quotidiano che nel piccolo riconosce il grande. Uno scarafaggio. Le due gattine. Lorenzo morto che, nel sogno di stanotte, mi fissa senza occhi e non vuole saperne di sparire. La sigaretta che sto per fumarmi sul balcone staccando foglie morte, guardando una finestra dove non c’è più nessuno che – per sua fortuna – possa salutarmi.

Polpastrelli sulla carne nuda

Drain the whole sea
Get something shiny
Something meaty for the main course
That’s a fine-looking high horse
What you got in the stable?
We’ve a lot of starving faithful
Quello che mi annienta della dinamica vittima & carnefice non è la più ingiusta sofferenza della più giusta vittima, né tantomeno l’arbitrarietà che a prima occhiata non-giustifica l’azione del carnefice.
No, ad annientarmi è che vi sia una necessaria, strutturalmente necessaria, dialettica tra le due parti.
E che non si possa parlare senza avere una lingua comune.
Ogni colpo che porti, ogni colpo che ricevi, è la stessa parola appresa in due modi diversi.
E’ difficile essere sadici con una pianta. Non impossibile, ma più difficile.

Siedo sul balcone a fumare, il posacenere accanto a me per accogliere cenere e foglie secche. Ci sono piante, sul mio balcone, da qualche tempo. Tutto è nato da una cipolla di nome Nietzsche, che ora svetta con i suoi tre fiori pronti a sbocciare. Poi sono arrivate le altre – una conifera (non so quale), erba gatta, melissa, rosmarino, due piante raccolte per strada come animali abbandonati, che nella poca terra continuamente scossa dal vento hanno piantato radici.
Siedo sul balcone a fumare e stacco foglie secche. Lo faccio con cura: le stringo tra indice e pollice e tiro appena. Se la foglia si stacca, bene. Se fa resistenza, pospongo – la maggior parte delle volte.
Non è una forma di misericordia. Brutta parola, misericordia. La chiamerei com-passione, se potessi dimostrarmi che si può empatizzare con una pianta. La chiamo “osservazione” e basta. E deduzione. Perché se non posso cogliere certe sfumature anche nella più piccola e silenziosa pianta, allora ho poca speranza di cogliere alcunché. Non sarei qui – davanti al computer per la necessità di sputar fuori quel che posso sputar fuori – se non fosse possibile cogliere nel piccolo e prossimo ciò che è grande e distante. Inutile, mi dico, cercare di pormi dinnanzi a metafore meno metaforiche, a similitudini più simili, solo per dare più credibilità alle mie conclusioni. Basti la pianta. Basti la foglia che oppone o non oppone resistenza, e la mia scelta di strattonare o non strattonare. Quel che conta non è se tiro o se non tiro, ma che io lo faccia dando ogni attenzione all’atto – beh, ogni attenzione meno quella richiesta dal sacro gesto di aspirare fumo. Lontana da me, perfezione.

Torchia tornò nella natia Venezia con una sola maledizione: l’incapacità di prescindere dalla propria consapevolezza. C’era la Guerra dei Trent’Anni, allora, che infuriava in Germania e bla bla bla. Torchia tornava da quel bla bla bla in una Venezia in cui quella sua consapevolezza, che era riuscita a soppiantargli in parte l’anima, altro non era che un bla bla bla. Basta questo a renderlo un reietto ai propri occhi.
Non sono stata in nessuna Guerra dei Trent’Anni. Proprio nessuna. Neanche per sbaglio, metafora o similitudine. Non mi sono neanche mai rotta un osso – e ci tengo a sottolinearlo ogni volta, come una sorta di marchio al contrario: per ricordare a me stessa e agli altri quanto sono fortunata. Sono il campione dei nostri privilegi. Ho vissuto per anni con la tentazione di spaccarmene qualcuno per sentirmi più vicina a quel mondo che, statisticamente, di ossa rotte ne ha un bel po’. Ho travasato questa tentazione in Torchia e ho spedito lui in guerra, seduta scomoda sulla mia comoda poltrona, per poi osservare che cosa sarebbe accaduto.
Che cosa accadrebbe se…?
Chimica introspettiva. Per quella mia certa tendenza a vivere morbosamente il melodramma, gli ho dato un malus: l’ho reso ancor più incapace di quanto temevo di essere io stessa. L’ho reso un principino dalle unghie fragili, un fiore dalla vita breve – come quelli che, sul mio balcone, non resistono al vento gelido – e poi, sadomasochista, l’ho fatto sopravvivere. Facile cancellare le proprie brutture. Facile ricominciare da capo. Ma no, Torchia mi serviva vivo e sfregiato di ritorno alla natia Venezia.
Che cosa accadrebbe se…?
Non sono Torchia.
Non posso sapere che cosa io sia – la prova del fuoco della Guerra dei Trent’Anni l’ha fatta lui, non io – ma so di non essere Torchia.
E oggi so che forse Torchia avrebbe potuto essere tutt’altra cosa – non, ad esempio, lo psicopatico in cerca di remissione e annientamento che è divenuto. Oggi so che scarnificare un individuo non lo rende necessariamente più vero, ma solo più scarnificato. Ben venga per chi vuole conoscerlo nei dettagli, per chi ama ripassare in punta di polpastrelli l’anatomia umana; ben venga per costoro – da cui posso tutt’altro che escludermi. Ma non sono più così certa che la scarnificazione abbia il magico potere di rendere più vera e pura una persona. Non per la persona stessa.
Non te lo augurerei più, Torchia – ma ormai il danno è fatto, e c’est la vie.

Ma se fossi Torchia – se avessi avuto la mia Guerra dei Trent’Anni – ora mi sarebbe più semplice sputare su questo blog. Per quel non-so-che, sapete, che fa sì che ci si senta meno stupidi a parlare di sensazioni che derivano da situazioni che si conoscono nell’immanente materialità. Mi sento invece una sacca di riflessioni e sentori per procura. Auto-procura, suppongo. Se fossi Torchia, che nacque voyeur, me la sarei auto-procurata con quel morboso gusto con cui ci si prendono tragedie altrui sulle spalle. Come cercarsi la sifilide per poter dire che si è gran scopatori. Sarà pure un problemaccio fastidioso, ma vuoi mettere…? C’è chi si spacca l’osso del collo per vanti ben minori.
Ma non sono (più) Torchia: la procura è una conseguenza, non una causa. La causa è sacra e importante abbastanza per farmi ritrovare qui, oggi, a sputare sul blog quel che riesco a sputare. Ci avrei creduto, quando aprii questo blog a mo’ di diario pietistico, che mi sarei ritrovata a scrivere ermeticamente?
Ti amodio, vita, perché non mi fai mai annoiare.
Guarda a questa situazione, ad esempio, di una post-modernità esemplare. Dicono che per noi post-moderni il mondo abbia perso senso per troppa consapevolezza della relatività. Io me ne sto qui, comoda sulla mia comoda poltrona, a sputacchiare rimuginate parole con la consapevolezza che nel mondo esistono vite così tanto diverse dalla mia che, se dovessi trovarmi a viverle, probabilmente non le riconoscerei neanche come tali. E allora che cosa esiste, vita, se nulla è certo?
E fin qui tutto facile.
Ma siamo arrivati al post-modernismo 2.0. Quelle consapevolezze che prima erano ipotetiche – non perciò meno vere, per carità – si fanno ora tangibili come odori.
Cammino per il corridoio di casa – che conosco e conosco e conosco – e la consapevolezza di un altro mondo non si stacca dalle mie caviglie. Dalle mie cosce. Dalle mie viscere.
E mi basta una canzone, a volte – una canzone che non c’entra un cazzo, ovviamente, se non nella mia testa – per ripiombare lì, in quel modo di percepire il mondo. Che amo, e non per procura. Perché i polpastrelli sullo scorticato li ho passati, ed è esattamente come passare i polpastrelli su un qualsiasi brano di carne amata: mentre accarezzi causando brividi, i brividi attraversano te. Stupendi autogol.
E fin qui tutto facile.
Ma poi mi trovo a camminare per il conosciuto corridoio portandomi appresso sensazioni che non ritrovo attorno a me. Le vorrei ritrovare, ovviamente, per dialogare. Per comunicare. Ma mi sento come se avessi vissuto per un anno in Finlandia (un anno riassunto in pochissimi, intensissimi, giorni) e ora mi trovassi qui, unica e sola a parlare questa lingua. Perché altrimenti la si perde, sapete. E sarà pur vero – lo so per esperienza – che basta re-immergersi nel contesto per riportarla a galla ma intanto, cazzo, a quella lingua ci tieni. I termini che hai appreso ti hanno svelato parti di te che non conoscevi e/o non ricordavi (o che conoscevi e ricordavi ma avevi messo da parte perché monadi senza riflessi al di fuori di te – fino a quel momento), e non vuoi smettere di viverle. E così, monade, mi chiudo in me attingendo alla memoria – avrei creduto, io dissacratrice della sacralità del ricordo, che mi sarei trovata a fare ciò, vita? – per mantenere nel presente quella consapevolezza. Non perché sia bello averla in me. Il post-modernismo 2.0 ha trasceso l’asse bello/brutto, piacevole/spiacevole, similmente a come il post-modernismo di prima versione trascende l’asse giusto/ingiusto. La consapevolezza è e basta. Essa è. E in quell’essere c’è una bella fetta di me. Si può vivere senza, certamente. Ma si può vivere anche con tutte le ossa rotte.

E così siedo sul balcone, accendo una sigaretta, stringo una foglia tra indice e pollice e tiro.


(Testo tratto da: Take Me to Church, Hozier)

Accidia e voyeurismo

Si preoccupa per il fisico non piuccheperfetto e per l’hotel non piuccheperfetto. Hai avuto la tentazione di scrivergli “Oh tu miserabile, neanche una suite in un cinque stelle!” ma subito ti è venuto il terrore che non cogliesse l’ironia e ti prendesse sul serio. Sul fisico c’è poca ironia da fare: dovresti semplicemente realizzare quel che gli suggerisci, spogliarlo e così nudo metterlo in cerchio con altri nuovi uomini di pari età. Ma sei ingenua, anzi no, testarda: sai benissimo che il giudizio promana da un paragone interno, ideale, non da un confronto con il mondo là fuori (quale, poi?). Sai che saresti come lui, se per te il fisico fosse così tanto l’altra faccia di qualità metafisiche.

(Tu e il tuo fisico inutile, lasciato a se stesso a smagrire – adieu, massa magra, muscoli e tonicità – giochi a fare l’eremita che non solo fugge dai propri simili, ma anche dal proprio corpo.)

Poi tasti le cosce di VB e, tra le tante cose che ti fanno venire in mente, questa volta a uscire dal cappello magico è Giovanni dalle Bande Nere. Le gambe di VB, che nella loro migliore forma – quella che tasti oggi e hai tastato ieri e tasterai domani – sono due colonne contro cui ti piace accasciarti, ti ricordano persone che si ergono e mantengono l’equilibrio – su un cavallo, su una nave, poco importa.
Quando ne scriverà?
Non ti viene in mente persona più adatta per scriverne. Se non ne scriverà, un lato di quel Giovanni – quello che intravedi guardandolo da qui, dal tuo punto di vista – non avrà mai precisa forma. Odi gli sprechi.

(Poi torni a te, gambe incrociate sulla poltrona da ufficio, le tue informi inutili gambe. Per fartele piacere le estremizzi, raffigurandotele come due barrette stilizzate. Così hanno un certo fascino. Sublimati, sublimati, creatura che non ha voglia di riattivare il proprio fisico. E’ da giorni che osservi gente ballare, e non deve essere un caso: vivi in loro quella spazialità che in te ignori. Hai sempre goduto, in fondo, del piccolo sacrificio richiesto al corpo in nome di una superiorità della mente. Non che la mente lo richieda, ma shhh!, non distruggere questo consolante giochetto tra te e Te.)

E a proposito di mente…
Manda quella delirante recensione. Metti l’offerta sull’altare. Altrimenti come giustificare tutto questo spreco?