sedlacek

Idoli & emancipazioni.

Colleziono costituzioni stampate e pronte a essere colorate di appunti e punti di domanda.
Mi manca, lo studio sulle fonti. Ricordo gli stressanti mesi spesi a sfogliare le infinite pagine del Sartorius II (raccolta di trattati internazionali) cercando di capire quel tedesco tecnico per giungere al cuore di un articolo, quel punto che è tutt’altro che univoco, e dalle cui parole dipendono vincoli interpretativi e provengono conseguenze su altri trattati. Amo tutto ciò. Ho amato il metodo tedesco, lezioni di domande e risposte sfogliando le pagine sottilissime di quel tomo componibile e aggiornabile. Lo porterò all’esame di “diritto costituzionale comparato” (il metodo, non il Sartorius II), con già data approvazione della docente (che non si aspetterebbe così tanto dagli studenti).
Amo meno il diritto nella vita quotidiana, che torna a rompermi i coglioni in quel suo ambiguo e laido e complicato modo, che mescola la solennità delle leggi a quella della morale a un’emotività che non vuole farsi ingabbiare da parole incomprensibili. Non è la legge in sé, ovviamente, a creare tale garbuglio, ma i rapporti tra persone che la legge crea – odio tutto questo, e lo odio proprio perché la giurisprudenza si traveste da mediatrice limpida e razionale, che è come un alto prelato corrotto che copre con porpora dei testicoli striminziti dall’abuso. (Non faccio parte della fetta di popolazione che nutre acrimonia per la Chiesa, ma è più forte di me: l’insita contraddizione tra “spirituale” e “temporale” della Chiesa Cattolica crea serbatoi inesauribili di immagini d’impatto).
Mi appellerei a Sedlacek, e lo farò: mi aiuterà a cercare la soluzione nascosta in un interstizio tra due leggi.

Nei giorni di studio matto e disperatissimo i modi di rilassarsi solgono essere, per forza di cose, legati alla fisicità.
Mi sto facendo venire i calli ai polpastrelli di indici e pollici a furia di lavorare fil di ferro.
Amo il fil di ferro, duttile ma capace di formare oggetti saldi.
Avevo cominciato con la bigiotteria da mercatino, ma era così tanto palesemente inutile (non la indosso) da farmi optare per un’inutilità fine a se stessa; ho così (ri)cominciato a modellare piccoli idoli, manichini in miniatura dall’accennata forma umana, accennata per essere contorta, allungata o piegata. C’è un Baron Samedi nella libreria, ora, al fianco di un altro paio di figure antropomorfe indistinte. Vi ho accompagnato la realizzazione di qualche croce – amo le croci, sapete che colleziono rosari? Lo saprà chi, entrando in camera mia, avrà visto uno dei pochi oggetti decorativi in mostra: una maschera in legno, ricoperta di rosari attorcigliati attorno alle corna.
Comunque, dopo bigiotteria, manichini e croci, sono passata alla pseudo-utilità: porta-lumini. La mia camera viene costantemente profumata da candele, ingenuo modo di contrastare le conseguenze d’essere una tabagista accanita.
Non che il dare un’utilità a questi oggetti li salvi: spariranno a breve, non appena avrò smesso di piegare fil di ferro per rilassarmi, per finire in un armadio o più probabilmente regalati a qualcuno. Ho anche pensato di scaricarli alla madre di VB, che si dà veramente ai mercatini, riflettendo sul paradosso contemporaneo per cui una forma imperfetta acquisisce valore in quanto l’imperfezione ne garantisce l’autenticità (fatto a mano). Potrei fare dei bigliettini di presentazione che spiegano come tali inutili oggetti siano creati da una povera ragazza che sta morendo di leucemia, e il valore salirebbe ancor di più – Nietzsche avrebbe molto da dire su questo alzarsi del valore sulla base di imperfezioni, manuali e fisiche.

L’altro, consolidato modo di distrarmi consiste nel badare alla mia forma fisica. VB, in tal senso, ha compartecipato alla mia socializzazione all’universo delle pratiche femminili di relax secondo canone, per la precisione portandomi a casa – durante il soggiorno tedesco – quintali di prodotti di bellezza inutili da Rossmann. Ci ho preso gusto, e ora solgo farle notare come tal crema profumata de L’Erbolario mi doni moltissimo e faccia risplendere la mia pelle. Ci ho preso gusto, all’ottica della mantenuta. Pare che il processo di socializzazione all’universo delle più becere pratiche femminili da cliché non fosse poi una faccenda così impossibile, era solo questione – per l’appunto – di cliché, e quello che mi vede dovere prestazioni sessuali a un uomo come pagamento di regali era troppo abusato. Dovere prestazioni sessuali a una donna, invece, è un sogno erotico (poco) segreto. Ve l’ho detto che io e Testori abbiamo molto in comune: una tenacissima, e dall’incoerenza smontabile con poco impegno, concezione della dignità, e una tendenza a significare (“dare un significato a”) il prostituirsi con donne (lui anche con uomini, ma perché era un fottuto omosessuale innamorato dell’estetica degradante del corpo venduto).
Anzi, mi farò progressista e lancerò un appello al pubblico femminile: Emancipatevi, e fatemi regali in cambio di prestazioni sessuali! Un giorno andrà di moda. Oltretutto, circa il vantaggio immediato, sono molto più brava dei vostri compagni – conosco il funzionamento di un corpo femminile etc etc, sono sensibile e vi capisco etc etc
… Tornando alle pause, e all’olio che ho in testa in attesa di una doccia, mi pregusto il ritorno alla vita, ossia l’uscire da queste quattro mura. Il giorno dell’esame (quello per cui non ero preparata) mi sono vestita in fretta e, guardandomi allo specchio, ho realizzato che nelle settimane precedenti avevo maturato un surplus sull’attrattività. Mi sono rimirata sorpresa e soddisfatta e ho cominciato a tubare con me stessa, provandomi i vari vestiti comprati in dicembre e gennaio e che non ho più avuto occasione di indossare. È sintomatico, che io impieghi puntualmente tante energie sulla mia forma estetica il giorno precedente a un esame (o faccio quello o mi perdo nei meandri di Internet seguendo i link più beceri), e deve far parte dell’ottica che mi vieta di sviluppare ansia.
Se continuo a percorrere questo percorso socializzante, un giorno, forse, riuscirò a comprendere veramente il cd. “universo femminile da cliché”. La domanda è: diventerò allora eterosessuale?
(Risposta giusta: “No, non si diventa qualcosa che non esiste”. Neanche i bisessuali esistono, di conseguenza – il fatto che io mi definisca tale ha solo scopo funzionale. Dire “Sono bisessuale” significa “Piacere di conoscerti, ma sarebbe un piacere anche conoscere tua sorella – se vi somigliate”, oppure funge da forma di cortesia: “Sappi che potrei provarci spietatamente con te”.)

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(Onora il padre e la madre) Di decreti e altri sadomasochismi.

«Se vuoi sacrificarmi ti avviso che ci sono tribunali anche all’inferno, e ti conviene tenermi dalla tua parte.»

Non ricordo per quale assurdo motivo decisi che Sedlacek sarebbe stato un avvocato. Forse perché, quando è nato, avevo a che fare con la categoria. Che non sopportavo. Non concepivo allora forme d’avvocato molto diverse da quelle che incontravo tutti i giorni, e che corrispondono all’evoluzione dei colletti bianchi VS colletti blu: i primi hanno i soldi e lo status a loro favore, ma ci rimettono con un fisico che fa diventare i secondi amanti migliori nelle pause annoiate. Mi risultava tragicomico il vedere questi uomini costretti nell’eleganza da completi ad agosto, sudare senza potersi togliere la giacca nell’opprimente calura delle aule, e vi vedevo decadenza: della sostanza a causa del coatto mantenimento della forma.
Ci sono lati divertenti.
Come l’art. 5 del Codice Deontologico Forense, che proclama (con il solito solenne tono di certe disposizioni) che "l’avvocato deve ispirare la propria condotta all’osservanza dei doveri di probità, dignità e decoro".
Sono anfratti interessanti del noioso campo della giurisprudenza, perché rivelano la base assolutamente ambigua dei fondamenti del diritto. Intendo – cosa diavolo significa "decoro"? "Complesso di valori e atteggiamenti ritenuti confacenti a una vita dignitosa, riservata, corretta". La definizione si va a sovrapporre alla dignità già citata, che è la "considerazione in cui l’uomo tiene se stesso e che si traduce in un comportamento responsabile, misurato, equilibrato" – e si aprono i paradossi, per cui è dignitoso solo colui i quali principii vanno a corrispondere con quelli presupposti nel parlare di un "comportamento responsabile, misurato, equilibrato" – qualsiasi cosa ciò significhi.
Ho studiato da poco per l’università il paradosso caratteristico del linguaggio specialistico che in ambito legale viene adottato, e che si basa sul fatto che deve apparire quanto più univoco possibile nell’esprimersi (e il solenne tono a questo serve), mentre gli avvocati hanno un lavoro proprio perché i fondamenti delle leggi sono ambigui.
Ma comunque.
Sedlacek accetta con precoce serietà il proprio destino ("Cosa vuoi fare da grande?" "L’avvocato.") per quel moto che Musil descrisse da qualche parte, quel qualcosa che fa sì che da una certa età in poi non sia più la sostanza dei lavori per come li immaginiamo ad attirarci, ma il loro status – e, così, entrando in uno studio che stupisce per la propria bellezza, si cerca quale sia la carriera che ci porterà in quello studio.
Lo studio da ottenere di Sedlacek è corrisposto ai sorrisi che la madre dispensava ad alcuni adulti – solo alcuni, pochissimi, in grado di smuovere la stima nel cuore di quella donna così salda su se stessa da far divenire il suo giudizio una cartina tornasole. È l’ottica dell’elitarismo, che divide il mondo in sfere tramite giudizi. Ognuno ha i propri criteri. Quali siano quelli di Jarmila, sono taciuti e compresi da lei e suo figlio – solo lui potrà, se vorrà, rivelarveli.
Sedlacek adolescente, approdato alla giurisprudenza inseguendo uno status, inciampa in una materia che non immaginava così interessante. Non parlo ovviamente degli articoli da citare e tutte quelle cose che giusto me fanno rilassare (un giorno capirò il perché), ma dell’intrinseco legame che c’è tra l’essere un avvocato e il detenere potere.
Sedlacek, nei suoi studi devianti, incappò in Bentham, che nel suo The Principles of Morals and Legislation scrisse:

Nature has placed mankind under the governance of two sovereign masters, pain and pleasure. It is for them alone to point out what we ought to do, as well as to determine what we shall do. On the one hand the standard of right and wrong, on the other the chain of causes and effects, are fastened to their throne.

Una visione sadomasochistica del diritto dà ai pesanti codici tutta un’altra aura. Rende le ammende da pagare la traduzione post-vittoriana, e quindi riservata e pudica, di una sculacciata data a un bambino.
Il fatto che gran parte dei sistemi atti a garantire l’osservanza delle leggi si basi su questo meccanismo di "punizione come minaccia" rende gli esseri umani degli infanti incapaci di comprendere se non castigati, e dato che l’evoluzione storica non ha granché fatto evolvere questo concetto, la conclusione è abbastanza semplice, e parla – all’orecchio di Sedlacek – di un intrinseco masochismo condiviso da una consistente fetta di popolazione.
Ci sono poi altri succulenti lati, parlando delle pubbliche esecuzioni e punizioni, e quindi della reazione del pubblico – ma parliamo solo dell’entusiasmo con cui il pubblico si adoperava per potervi assistere, perché non possiamo sapere cosa avessero in testa. Sappiamo che spesso il colpevole rimetteva in scena la propria colpa, attore che recita se stesso con uno scarto temporale, e viene da domandarsi dove questi moti popolari siano finiti, nell’attuale mondo.

Cause I need to watch things die… from a distance
Vicariously I live while the whole world dies
You all need it too, don’t lie

(Tool, Vicarious)

C’è poi il domandarsi cosa accada all’uomo quando questi si trova spogliato da ogni aspettativa e dovere legale – cosa accada all’uomo quando, ad esempio, sa di non avere nessuno sopra di sé pronto a giudicarlo, perché è lui a dettare leggi. Per questa domanda finisco con l’interessarmi alla Münster anabattista, allo stupro di Nanchino, ai Paesi ex-coloniali che vengono abbandonati improvvisamente, a Salò di Pasolini. Ma mi interesso anche ai rapporti intimi, intimi per definizione, elitari, protetti da una pellicola che ne garantisce la privacy, all’interno dei quali le persone si sentono in diritto di essere molto più capricciose, emotive, crudeli di quanto possano fare nella sfera pubblica. Per questo mi è interessata la Rete nell’epoca in cui era difficile risalire alla persona che vi accedeva (o perlomeno ciò le persone credevano), e trovavi antri in cui incontrare esemplari umani più sfacciati, volgari, patetici e dispotici di qualsiasi creatura si sia mai incontrata.
Non è semplicemente una questione di inibizioni – le inibizioni sono solo la conseguenza di tutto un sistema, e svaniscono quando il sistema svanisce.
C’è chi crede nell’intrinseca tendenza al bene dell’uomo, chi in quella del male. Lo Zeitgeist insegue la prima, e nelle pubbliche richieste di fondi per sostanziare gli aiuti a bambini di [Paese africano devastato a caso] non vi dicono che, se non aiutate questi bambini, un domani sgozzeranno il vicino a causa del non essere stati inseriti in un sistema che li educa al bene come valore assoluto. Il male ontologico finisce in film di nicchia, che possono permettersi di far gustare le opzioni più crudeli che l’essere umano può attuare quando il suo carattere profondo è libero di agire.
C’è Maurensig che, in La variante di Lüneburg, parla dello sguardo contemplativo, estasiato delle gazzelle che osservano leoni divorare altre gazzelle. Ne parla per spiegare l’asservimento dei prigionieri nei campi di concentramento. Sedlacek avrebbe condiviso – Sedlacek condivide, quando osserva il prossimo schiacciato dal potere altrui. Non è la gazzella divorata che contempla, ma il leone, che in quell’attimo manifesta appieno il suo potenziale potere.
L’ascia che il boia fa calare è manifestazione del potere del Re che si abbatte sul colpevole – riportava Foucault. Il Re è santificato, il boia – conclusa la sua funzione di avatar – è ripudiato socialmente, reietto, a-sociale.
C’è la sindrome di Stoccolma, che Anna Freud spiega con l’identificazione con l’aggressore. Sedlacek concorderebbe – ma sognatevi di vederlo arreso al suo aggressore, specifica. Io non la comprendo, pur rimanendone affascinata; vorrei comprenderla, ossia entrare nella mente e nell’intestino dell’affetto da tale sindrome e poter quindi godere di tale posizione, ma i pochi paradigmi in cui la vita mi ha scagliato mi hanno piuttosto visto scalciare ciecamente.
Sedlacek, invece, ha vissuto esperienze diverse, e all’ennesima persona che si sottometteva senza lamentela all’autorità – fosse quest’autorità un Sedlacek adolescente o chiunque altro – ha cominciato a credere all’innato masochismo di alcune persone. Non riesce a crederci fino in fondo perché, come me, piuttosto si farebbe ammazzare (e non per scelta data da ideali, ma per reazione cieca). Per questo diventa paranoico, come tante autorità assolute che – così doviziosamente servite da troppi – cominciano a dubitare di tutti.
Sedlacek, per motivi che vorrei rivelarvi tramite la narrativa che scrivo, decide di partecipare ai rapporti di potere, che sono ossia i rapporti squilibrati che richiedono un carnefice e una vittima. Io, invece, ho smesso – ho smesso per nausea, per paura del contagio, perché intravedo nel carnefice debolezze comuni alla vittima, quando il carnefice ci prende gusto.
E, poi, differentemente da me, Sedlacek è abilissimo nel creare e mantenere segreti.


(Stacchetto pubblicitario: ricordiamo ai coevi che il racconto Onora il padre e la madre con Sedlacek uscirà a dicembre in edicola nella raccolta L’ombra della morte, direttamente ordinabile al numero verde 800-834738 – perché tutto questo sproloquiare all’inizio doveva corrispondere a un fare pubblicità, ma io sono io e la speculazione mi sottomette con mio gran gusto.)

Onora il padre, la madre e il potere.

Quanti di voi hanno notato che in questo blog Sedlacek è diventato una tag?
Io me ne sono accorta qualche giorno fa, quando – per l’ennesima volta – abusavo di questo personaggio per canalizzare riflessioni personali. Sedlacek è diventato come uno specchio – Sedlacek è diventato una parola chiave, una di quelle che ripeschi dal cassetto per aiutarti a fare il punto di certe situazioni.
Perciò, creature, rinuncerò a priori al fare una degna presentazione dell’uscita, a dicembre, di un racconto che vede Sedlacek come protagonista. Per questo e perché preferisco mettere da parte la serietà che si riserva ai racconti quando sono benedetti da un marchio (ciao, Curcio Editore), e rimanere nel campo dell’informalità da cui non so uscire (la serietà impone una correttezza politica che non ci piace).

Il racconto, per essere poco freudiani, s’intitola Onora il padre e la madre ed esce a dicembre in edicola con Curcio (BM-Noir) nella raccolta L’ombra della morte. (Ordinabile per la spedizione direttamente a casa al numero verde: 800-834738.)

Sgravatami dalla responsabilità di fare una presentazione degna, posso inaugurare l’introduzione di questa raccolta andando a ruota libera. Perché, sapete, ho un problema: non so quanto conosciate Sedlacek. So di averlo citato esageratamente qui e lì nel corso del tempo, ma – al pari di un braccio – fa parte di me, e quindi molto probabilmente ve ne ho parlato sparsamente, qui e lì, senza ordine né organicità. Sedlacek è stato scandito, al pari di altre parti della mia vita, da eventi e collegamenti. So quando è nato, ed è già qualcosa: quattro anni fa.

“Sai di cos’è fatto il pigmento delle farfalle? Quello che le ha rese il simbolo della leggiadra bellezza?”
Sedlacek avvicina la goccia di vetro in cui la farfalla è cristallizzata. Verde-azzurro, le ali sfumano in nero. È una macchia di cielo che sbuca dalla notte, vivida da morta come da viva.
Sedlacek, vivo, e dio sa per quanto ancora – lui stesso non scommetterebbe date troppo in là nel tempo, odia perdere – è tutt’altro che cristallizzato. Tratti sottili, ma precisi, e precisa l’articolata mimica che rende il suo espressivo volto impossibile da non guardare, almeno con la coda dell’occhio.
Posa la bara di vetro per voyeur sul tavolo, tra i bossoli vuoti e lo zippo.
Feci. Sono le loro feci. Romantico, no?”

Sedlacek è nato come tentato schiaffo in faccia alla realtà. Avevo allora, in un preciso istante che ben ricordo, una certa Cauchemar appena conosciuta che su MSN insisteva per scrivere assieme, mentre io ribadivo che tal matrimonio di penne non s’aveva da fare. Cauchemar è una creatura di fantasia, benché esista in carne e ossa, i cui scritti hanno i toni sognanti di una fiaba. Chi di fiabe ne ha lette da adulto saprà che spesso del sogno hanno poco, ma molto dell’incubo – Cauchemar è capace di dipingere crudeltà che solo la sfera onirica sa figurarsi, benché non voglia. Io, che traggo le atmosfere dai cessi di un autogrill, ripudio certe fantasie – in negativo e in positivo – e perciò, per convincerla dell’impossibilità di una collaborazione letteraria tra di noi, scrissi il pezzo che vi ho riportato. Per la cronaca, a tutt’oggi non ho controllato la veridicità dell’affermazione sulle ali di farfalla.
Cauchemar, dinnanzi a tale incipit – che dissacrante voleva farsi – rispose.

Leland inarca un sopracciglio, una linea sottile tracciata sulla sua fronte pallida come una pennellata di Kajal. E dal Kajal sembrano essere segnati anche i suoi occhi, sebbene non lo siano, forse per il contrasto delle loro iridi cerulee con le ciglia scure, medio-orientali. Una contraddizione squisita, come sembra essere tutto nel suo sembiante, un marchio visibile della sua ambigua, duplice natura.
“Potrei trovare romantica la brevità della loro esistenza.” osserva, con la sua voce appena velata, piacevolmente roca. Gli occhi chiari si stringono mentre osserva la bara di vetro, perduta tra le innumerevoli bare gemelle sparse nel vasto locale.

Ci sono poche persone che mi siano opposte quanto Cauchemar lo è. Siamo abbastanza simili da poter dialogare, ma totalmente opposte, sì che i nostri dialoghi siano contrapposizioni. Il tono fiabesco che pervade la sua vita non mi farà mai smettere di deprecarla sentitamente, ma nello scritto si sublima e ha donato a Sedlacek un legame con certe infantili crudeltà che il cinico mondo adulto non concepisce più. Per questo Sedlacek, poi, è stato indissolubilmente legato a A Love Suicide. È stata usata per scrivere la prima scena con Sedlacek in solitaria, per definirne l’interiorità, per donare alla controllata, seppur un po’ sorniona, pacatezza dell’avvocato un sentimento che fosse assoluto e dispotico come quello di un bambino. Le “ortopedizzanti morali” adulte non sono mai state interiorizzate da Sedlacek, che di contro già da adolescente aveva perfettamente compreso le regole sociali del mondo adulto.
Sedlacek è stata la personalità che mi ha condotto a mano negli studi giuridici. Lui mi ricorda perché li adoro e perché non diventerei mai un avvocato. Con lui sono andata a Kiel con, nel piano di studi, un corso di “diritto internazionale” e uno di “tutela internazionale dei diritti umani” da frequentare, in tedesco, quando il tedesco l’avevo studiato per un anno, e quindi mi figuravo tali insegnamenti come immensi, incomprensibili, grigi mattoni. È stato allora che ho scritto il racconto che uscirà a dicembre. A scandirlo c’è stata la colonna sonora di The Reader, con la sua pacata ineluttabilità. Era il tassello che mi mancava: il grigiore impotente e quindi commovente della vita quotidiana a racchiudere la bestia nel cuore dell’uomo.
Sedlacek, nel frattempo, era stato messo alla prova da VB. Sedlacek, nel frattempo, era stato fatto tornare all’adolescenza, quella in collegio, per capire come fosse diventato quel sarcastico avvocato trentenne, e in camera gli è stato fatto trovare un certo Van Beumer – che troverete nel racconto, perché sono stati diamanti sudafricani a farmi tessere quella trama a Berlino. Van Beumer mi ha presentato un altro paradigma: quello del figlio unico di un imperialista dell’ultim’ora, perché oggi è il mercato a fare le leggi e non lo Stato, quando lo Stato vacilla. Lo chiamano “imperialismo economico”, o “neo-imperialismo”. Chiamatelo come volete. Io mi sono domandata cosa significhi esser figli di un uomo che detta leggi al mondo in cui vivi, quando quest’uomo è uno psicopatico e non c’è giudice sopra di lui a cui tu possa appellarti. I diamanti, da che un’organizzazione chiamata Global Witness ha rivelato al mondo l’esistenza di diamanti insanguinati, hanno una fama fiabesca: depositari delle speranze d’amore e di truci crimini che una mente occidentale considererebbe medievali. Conoscete i blood diamonds grazie all’omonimo film, che ha aperto la questione per chiuderla poco dopo. La De Beers, che è la De Beers e ha molto da insegnarvi su marketing e strategie di mercato, ha reso la propria coscienza adamantina sottoscrivendo che i propri diamanti sono conflict-free, e da allora esiste questa strana coesistenza: lacrime epocali quando un diamante ci viene regalato come promessa d’eternità e lacrime di commozione nel vedere opere di semi-fiction su come la vita umana non valga che un millesimo di un carato, forse anche meno. La maggior parte delle persone che conosco non sanno nulla dell’argomento, se non che comprare diamanti non va fatto perché significa compartecipare a un’inumanità. Cazzate, della caratura di tutte le disamine superficiali. Ci devo scrivere una tesi, inutile tediarvi qui. Quel che rimane – sguardo critico o meno – è questa lirica ambiguità dei diamanti, che è la lirica ambiguità del potere – e il racconto che esce a dicembre è tutto sulla poetica del potere e sui suoi simboli.
Ho voluto parlarvi del fascino del potere, che spesso equivale al fascino del male, o, peggio, al fascino di tutti quei mezzi che possono esaudire i migliori sogni e i peggiori incubi.
Sedlacek mi ha accompagnato a comprare La verità e le forme giuridiche di Foucault, libro che mi ha mostrato come anche la giurisprudenza abbia un cuore, e per la precisione esattamente il cuore di Sedlacek. Il mio amato avvocato non è cattivo – è semplicemente innamorato delle garanzie che il potere dà, e terrorizzato dall’idea di essere scacciato da questo paradiso. Confonde, talvolta, l’amore per il potere con l’amore per i mezzi che te lo fanno avere. Una confusione umanissima, dovrete ammetterlo – e mi piace rivelare come tutto sia umano e niente sia inumano, perché abbiamo tutti desideri struggenti, puri della purezza delle fiabe, o di un diamante senza inclusione alcuna.

Stranger than fiction.

Mi trovo a studiare il come il vero possa risultare inverosimile – mi trovo a farlo per l’università, dovendo applicare tali osservazioni alla becera, perché ristretta, sfera di qualche romanzo scritto in Italia nel corso degli ultimi cento anni.
All’esame, prenderei il docente e gli direi:
“Discutiamone.”
Gli prenderei le mani, lo farei sedere davanti a me, e dopo un sospiro direi:
“Ok, ok, allora discutiamone seriamente.”
Temo non accadrà esattamente questo. Certamente accadrà qualcosa di simile, perché i saggi a me propinati titillano troppi nomi e idee da me già conosciuti per portare a un esame la fotocopia riassunta del loro contenuto. Inventerò qualcosa, come al solito. Mi piacciono gli sbattimenti collaterali, dovreste averlo capito. Per questo, e per compassione, mi offro di fare una ricerca sui termini specifici usati da Newton in Of Colours, perché la docente chiede chi sarebbe interessato a farlo e nessuno lo sarebbe. Briciole di partecipazione in un sistema universitario per dattilografi.
Ma comunque.
Mi trovo a conoscere un succulento segreto di dimensioni più ampie di quelle da me concepite. Il paradosso, che mi ha fatto contemplare la situazione nel modo in cui contempli una stupenda e risibile umanità, è che io non ho segreti, neanche altrui; il paradosso è che un grosso segreto è finito nelle mie mani e non per confessione, e quindi nelle mani peggiori per chi quel segreto vuole conservarlo tale. La mia mente ha intravisto le conseguenze concettuali di tale fatto, ha cercato insomma di mettersi nella testa dei proprietari di questo segreto, e la mia, di testa, ha cominciato a girare.
Un saggio di Auerbach che analizza la Woolf sottolinea come con l’inizio del XX secolo la concezione del Creato degli autori – e del pubblico – abbia dato un’immane importanza ai più insignificanti fatti quotidiani. I drammi non sono più epici e la bestia umana non sorge dalla potenza di un anti-eroe, ma da ridicoli scheletri nell’armadio. La massima consistenza sociale di un anti-eroe moderno corrisponde a quella di un serial killer – ossia di un individuo psicopatico che qualche insignificante evento ha reso tale. Insignificante, beninteso, per l’umanità – ma quel potenzialmente insignificante evento ha messo al mondo un individuo più terrorizzante di ogni guerra. O forse i vostri incubi sono composti dalle guerre civili combattute nel mondo…?
E così un piccolo, insignificante (dal mio squisito punto di vista) segreto può diventare il fulcro negativo di una fetta di vita. Questa inezia assume le gigantesche dimensioni che la sottoscritta riserverebbe a uno sterminio di massa – non perché lo sterminio mi sia empaticamente più vicino, ma perché ha dal mio punto di vista diritto a più attenzione. Non ho mai sopportato quelle opere di fiction in cui l’eroe diventa tale perché per salvare l’amata o l’amico rischia di far ammazzare altre trecento persone. È antieconomico in senso esistenziale. È l’arrendersi alla propria empatia più facile, quella che nasce senza sbattimento, e agire di conseguenza. È immorale, direi, ma questa parola non mi piace. “Antieconomico” è meglio, no?
Ma comunque.
Quello che mi terrorizza è il pensiero che da un insignificante segreto, questo banale pezzo di informazione, possano dipendere una quantità sconsiderata di cose. Intravedo la mortificabilità dell’essere umano, ed è una visione stupenda se la si contempla dal di fuori. Agisce da memento mori e mi sussurra, con la suadente voce di Me, che non voglio diventare così facilmente feribile. Tale visione, contemplata dall’interno, schiaccia.
Vanitas vanitatum et omnia vanitas.
Vorrei che vedeste la faccenda con i miei occhi da confessata catara – i catari si confessavano pubblicamente, dinnanzi alla comunità – perché smettereste di avere segreti. Vi ritrarreste dinnanzi a essi come un aracnofobo dinnanzi a un peloso ottupede scorto con la coda dell’occhio. Le mie Lokasenna sono attimi purificatori, confessioni per mia bocca a nome della comunità – devo proprio avere un’immensa sindrome da angelo del Vecchio Testamento, nevvero? (Datemi un pulpito.)
È questa visione del mondo ad avermi condotto all’ossessione per la “banalità del male”. I cattivi televised sono personaggi mitici, irreali, con un’etichetta addosso, sono slots atti a ricevere l’indignazione dell’uomo comune, quello che non lancia bombe né stermina popoli – ha solo piccoli e insignificanti scheletri nell’armadio che, svelati, gli mettono addosso l’aureola indegna degli imputati a un processo. Ognuno ha le proprie buone motivazioni da portare, ma dietro al banco in attesa di giudizio non si può più inveire contro i cattivi televised. Non si sarebbe convincenti. Si sarebbe spogliati dal proprio diritto di giudicare dall’alto di una coscienza pulita – e di come, nella contemporaneità, la condotta morale possa mescolarsi con il sistema giuridico.
Mi piace, Auerbach.
E ho tanta tanta voglia di finire in uno spazio-tempo ondeggiante in cui nessuno accusa nessuno.

Sedlacek è il personaggio dei segreti ben mantenuti. La sua è un’arte necessaria – lo pagano anche per questo. La sua tecnica deriva da una profonda comprensione dell’effetto che il banco degli imputati dona alle persone. Il modo migliore per mantenere un segreto, sa, è portare l’altra persona a doverne celare uno più grosso del tuo e dover dipendere da te per mantenerlo. Volendo scrivere un racconto poco politicamente corretto sulla pedofilia ho difatti pensato a lui. Il racconto non è mai stato scritto per le solite becere ragioni (tempo, ispirazione, etc…), ma se fosse stato scritto avrei avuto un uomo capace di incastrare bambine in modo esemplare (esemplare per chi avesse voluto seguirne l’esempio, e quindi per la critica criticabile – è quello svelare i trucchi del mestiere del cattivo): bastava renderle interiormente colpevoli di un qualcosa che nessuno avrebbe mai dovuto sapere.
Sedlacek non è diventato un pedofilo, quindi di segreti deve celarne altri.
Nel racconto che dovrebbe uscire a dicembre (attendo conferme per confermarvelo ufficialmente – già sto andando contro la sacra regola scaramantica) la trama gira attorno a un segreto che non può essere svelato, perché Sedlacek sarà onnipotente solo finché non ci saranno punti deboli su cui fare leva. È un avvocato, sa esattamente perché non vuole diventare un imputato. Il suo segreto non è esattamente insignificante nel quadro culturale in cui viviamo, ma di insignificante ha il modo in cui può diventare un’arma puntata contro di te: è il bello e il brutto dei segreti, il fatto che basti una parola per far diventare ciò che non esiste (un segreto) un’arma di distruzione di massa dinnanzi alle tue possibilità di difesa. Il paradosso mitico dell’umanità.
Sono figlia di questi tempi e da questi tempi traggo idee.
Gioco della rosa è stato strutturato su segreti da creare e da celare, da serbare come minacce per tutelarsi. Neanche i segreti di Gioco della rosa sono esattamente insignificanti – oh, quello maggiore da cui parte tutta la trama lo è, per questo è deriso e per questo chi lo vuole serbare è un personaggio negativo (negativo per l’ambiente in cui vive, non per me – io dai catari non ho preso la visione del Creato).
Copule tra vero e verosimile.
Non prendo praticamente mai direttamente idee dal mio vissuto per scrivere. Sarebbe un gioco troppo semplice, e poi risulterei inverosimile.

Di svogliati istrionismi.

Sedlacek non studierebbe cose come la suddivisione aristotelica dei tipi di retorica – judicial deliberative epideictic – non perché abbia qualcosa contro tal argomento (non ha niente contro nulla e nessuno), ma perché il suo percorso di studi è stato graduale e lineare come qualsiasi carriera che parte con te minorenne che sai che lo studio di tuo padre diventerà tuo.
Vi parlo di Sedlacek perché non ho voglia di parlare di me. Né di voi. No, forse di voi un po’, ma dovrei estrapolarvi dal contesto e piazzarvi altrove, atteggiamento tipico dell’alienante società dei consumi.
Sedlacek è, di base, un personaggio semplice. Il 90% delle mie creazioni sono, di base, semplici. Una professione basta e avanza per darsi un’idea di un carattere, una professione basta e avanza per domandarsi come sarebbe un tuo personaggio in quella professione, che è il riflesso distorto di quel che saresti te.
Amo alcune branche del diritto e non farei mai l’avvocato, il che elimina ogni possibile proiezione di me in Sedlacek.
Detto ciò, mi sento infastidita da residui di saggi letti e lezioni ascoltate che mi dicono come si dovrebbe scrivere. A me. Non perché io sia una scrittrice affermata, ma perché nella scrittura m’impegno personalmente, e tali percorsi non andrebbero ortopedizzati da un docente che ti dice che un romanzo tutto al presente è eccessivo e difficile da leggere (ah-a).
Sedlacek se ne sbatterebbe. Ecco, i personaggi servono anche a contemplare diversi punti di vista. Contemplarli e basta, in tal caso, perché Sedlacek riuscirebbe a fare nell’intimo quello che io so fare esteriormente: sorridere senza giudizio dell’uscita da parte dell’autorità e cercare di ingraziarsela. Badate bene, non è un tentativo artificiale che necessita sforzo o intenzione per essere attuato: mi piace avere un atteggiamento conciliante e comprensivo e pacato con tutte quelle persone che stanno su una cattedra, dietro a una scrivania di mogano, nell’ufficio all’ultimo piano della sede di una multinazionale e via discorrendo. C’è del mockery in ciò, ma anche una certa com-passionevole simpatia.
Il docente dei romanzi al presente, ad esempio, non può starmi simpatico perché fa monolitiche lezioni frontali non permettendo interventi o finisce il tempo a disposizione – quel tempo utilizzato per diluire conoscenze trite e ritrite, citazioni da altri docenti, a duecento studenti-fotocopia. Gli direi che è quello che fa a consistere in una perdita di tempo, ma vedo anche il suo tentare di coinvolgere, di scendere a patti con il pubblico, di essere progressista. Che poi fallisca non è colpa sua, lo sappiamo – non è mai colpa nostra quando ci sentiamo nel giusto.

È un periodo pesante, e voi quindi perdonerete il mio umore e il mio sparire dal blog e tutto il resto. (Non è colpa mia.)

Sono un’osservatrice, ovunque.
In Germania, quando passavo piacevoli momenti con amici e conoscenti, non potevo fare a meno di osservare come il contesto dipingesse le loro espressioni e i loro gesti. Ma il vedere in loro quel contesto non poteva che farmi provare una certa intenerita compassione – oh questi crucchi costretti a essere piacevoli e civilmente non criticabili.
L’osservare il contesto qui è altra faccenda, e mi parla di piccoli stress quotidiani consistenti nell’evitare che il tuo prossimo ti rovini addosso perché non ha ancora scoperto cosa sia la visione periferica. So che insisto sempre su questo maledetto “spazio vitale”, ma continuate a venirmi addosso, con gesti e suoni e sguardi, come i bambini che corrono senza vedere altro che il divertimento, urlandolo e cercandolo nei bulbi altrui con insistenza. Ma loro, perlomeno, si divertono.
Vorrei farvi vedere tramite i miei occhi il mondo. Per sadismo, a questo punto. O per sentirmi meno folle.

Io ribadisco che la mia vita è noiosa, ma su Facebook ci sono un po’ di foto di ultimi ritrovi e feste.
C’è stata la presentazione di 354 racconti erotici per un anno in quel di Milano nella rara e piacevolissima compagnia di Kijomi. So che “piacevolissima” più che un complimento è una formula, ma è semplicemente piacevole averla accanto. E anche “semplicemente” va aggiustato, come termine, perché non sia sminuente ma sottolinei quella piacevolezza genuina.
Ma comunque.
La serata era qualcosa di necessario per la mia vita sociale interiore da profugo (in quella esteriore mi do da fare moderatamente, ma in quella interiore sono sull’eremo). Mi sono fatta trascinare sul palco per regalare battute salaci non richieste. Non è colpa mia, ovviamente, ma della Germania, che mi ha insegnato che un tizio che ti presenta come papabile oggetto di desiderio è poco socializzato e quindi bisogna semplicemente rispondere pacatamente e logicamente sottolineando il suo disagio. Ovviamente scherzo, non sono una persona che si prende così tanto sul serio, semplicemente sfrutto occasioni per fare scena. (Se mai il tizio dovesse leggere questa roba non si senta offeso: è un tizio che mi sta simpatico e che ammiro per le abilità da primadonna, solo che le primedonne a discapito degli altri attori vanno moderate – cane mangia cane.) Per tale mia uscita mi hanno dato della British, il che è chiaro sintomo che c’è qualcosa che non va in me. Mondo, smettila di riempirmi di britannicità, grazie. No, non è colpa mia. Grazie.
C’è stato il furto della mia borsa per mia disattenzione per dieci secondi e questa è colpa mia. Piccolo spiacevole episodio che va ad aggiungersi a un periodo economicamente molto poco prosperoso, e sì, le angosce finanziarie colpiscono anche me distraendomi. Chissà, magari daranno un tocco dannato alla mia estetica da recluso.
(A proposito, per coloro che non sono su Facebook: il mio numero di cellulare è lo stesso, ma vi prego di rimandarmi il vostro.)
C’è stata una festa di compleanno a tema (Kitsch) ed è stata una bella serata con belle persone. Diciamo la verità: la festa era bella perché l’idea era bella, e un sacco di invitati hanno mostrato un’inventiva pari alla quantità di Martini in un Martini Cocktail. Sapendolo preventivamente (come se non vi conoscessi, miei repressi lombardi) avevo posto la regola che chi non fosse venuto addobbato a dovere sarebbe finito sotto le manine degli altri festeggiati (io, infine) per essere truccato in modo deprecabile, il che ha ravvivato quelle facce rispettabili. C’è il tempo del dovere e quello del piacere, dice Madre Germania. Non so se sia vero, ma smettetela di scopare nel cesso dell’ufficio. O, perlomeno, dopo pulite.
C’è stata una VB qui, mio toccasana. L’ho salutata con un umore molto molto molto smorto. Non era il rimpianto del momento, il “Oddio, sta ripartendo!”, ma una più lenta e amara riflessione sul fatto che con la sua partenza le cose sarebbero tornate come prima. Non che la sua presenza cambi le cose, ma mi distrae. Mi fa anche mangiare bene.

Nota per i posteri: smettetela di considerare me e VB una coppia – aperta o chiusa o strana o alternativa che sia – perché non lo siamo.
Non sminuite il nostro rapporto, che è esattamente uguale a quello che era all’inizio, ossia un rapporto di intesa senza trituramenti di gonadi dell’altrui persona mezzo aspettative e diritti reclamati. Io e VB abbiamo un rapporto, l’una con l’altra, come ne abbiamo con altre persone. Ogni rapporto fruttuoso è una cosa stupenda, non ingabbiatela nell’idea di una coppia, è falso. Non sono la sua metà né la sua compagna elitaria designata né “l’unica persona nella sua vita che…” (beh, forse sono cose come “l’unica persona nella sua vita che sa essere tanto volgare rimanendo seria”, ma vale?) e lei non è il dono sceso dal cielo che stavo aspettando.
Oltretutto, se diffondete questa sviante immagine, mi svuotate la piazza. Poi le persone penseranno che sono occupata/semi-occupata/diversamente-occupata e non si aprirà a me, gambe incluse. Oltretutto, le persone con cui ho stupendi rapporti penseranno che una parte di me è adesso loro preclusa, il che è terribile, non oserei mai fare una cosa del genere, dovrei essere un mostro – e, in questo, non lo sono.
Infine, se mi sentissi racchiusa nel rapporto con VB, questo diverrebbe insostenibile. E poi volete toglierle la gratificante (…) esperienza di deridere i miei tentativi di portarmi a letto il prossimo?
Se avete un’idea tutta vostra dell'”ammmmmmmmmmmmmmore”, e vedete nel rapporto tra me e VB quell’idea, tenetevela per voi e non infliggetemela, grazie, anche perché di norma la vostra idea dell'”ammmmmmmmmmmmmmore” è per me meschina e mi causa disprezzo. Io non distorco i vostri rapporti vedendo pansessualismi poliamorosi ovunque, giusto? Magari.
Fine della nota ai posteri.

VB è stata anche trascinata a una pizzata che doveva essere organizzata molto tempo fa, ed è stata procrastinata soprattutto per colpa mia. VB mi ha spronato a vestirmi in un modo tale che… che… Beh, ci sono le foto su Facebook.
Ci mancava l’accogliente casa di E., e l’ospitalità stessa di E., nonché i sigari e i superalcolici. Non ho bevuto molto (ho scoperto di reggere ancora in modo encomiabile), ma ho ceduto al Talisker, che è Il Whisky, ma che il mio corpo assorbe malissimo stendendomi a letto il giorno seguente.
Mi mancano molte cose, invero, e me ne rendo conto ora.
Me ne rendo conto con Poker Face in auto che mi ricorda l’ultima volta che l’ho sentita a Kiel e piombo in un momento di tristezza molto simile a quella, soffusa, che fa sì che io non abbia più scritto su questo LJ. È un’amarezza che semplicemente ti toglie le parole di bocca.
Me ne rendo conto parlando a E. e E. di Kiel, per raccontare loro della mia convivenza con Daf e Pimm, e mi trovo a invidiare la me dei tempi, a realizzare che non sono passati gli eoni che percepisco tra l’oggi e quei momenti.
Non sono una persona nostalgica – l’ho detto spesso.
Il punto è, più probabilmente, che prima di quest’esperienza avevo poco che potesse mancarmi. Quando sono andata in Germania ho avuto i miei momenti di sconforto, ma era sconforto dinnanzi all’impegno quotidiano richiesto quando vivi in un Paese dove esistono parole come Vergangenheitsbewältigung, non nostalgia. Me ne sono andata dall’Italia libera come un neonato – o quello avrei voluto essere, e invece avevo ancora brutture addosso. Kiel mi ha purgato, e non in senso staliniano, e ora non sono più abituata a quel confondersi di stress e indefinibile angoscia che mi frena dall’infilarmi nel letto di sera. Non parliamo del senso di inutilità.

Sogno la neve di Kiel come si sogna la neve bianca di una cartolina – troppo bianca, troppo fitta, troppo soffice per essere vera. Appartiene all’infanzia – a quell’ammasso distorto di ricordi infantili che abbelliamo e quindi crediamo più soffici del presente. La parte dolorosa è il realizzare che quella neve non è qui – quella angosciante è il realizzare che esiste, in realtà, ma non qui.
Insomma, la preventivata grotta platonica.
La cosa (ovviamente) sta diventando patologica. Catalogo secondo principi fisiognomici (ovviamente ho approcciato anche questa disciplina, poteva mancarmi?) i passanti elencando in loro i tratti latini. Guarda la fronte bassa, i pori larghi della pelle, la bocca rossa e carnosa che può essere sensuale o volgare, le sopracciglia folte dalla curva arcigna e gli occhi allungati che possono essere acuti o bestiali, le spalle larghe e il bacino stretto e quei visi ovali che dipingono profili delicati o privi di carattere, a scelta.

Ci sono poi anche sofferenze stupide, intendiamoci. Come quelle derivate dal gusto estetico, per cui qui il 90% della popolazione maschile non mi piace e il 90% di quella femminile mi piace con sospetto (Hallo, paranoia). Per una creaturina da letto come me ciò significa un netto taglio a livello di risorse.

Non sono ancora andata a Venezia. Una tale lunga attesa ha creato un effetto preventivabile: l’insorgere di onde che sussurrano un climax e che si accalcano facendo emergere in superficie piccole scintillanti pietre dal fondale. Arrivano per telefono e via e-mail, e sono come turgide rose dietro al vetro di una serra – frustrazione, ma il godere della promessa.
Colei che causa in me tali poetiche (siate compassionevoli: per un carattere che va sul cinico/sarcastico come il mio questa è mielosa poesia) sa per fortuna che devo essere perdonata (perché è colpa mia) per tutte le sfumature liricizzanti con cui la dipingo. L’età mi fa accostare a quei caratteri che si riversano in ogni esperienza totalmente senza chiedere preventivamente quanto sia elegante tanto impudico entusiasmo. Sarà per controbilanciare l’effetto British su palco – o forse viceversa. (O forse sono in pieno romanticismo inglese – non lo saprò mai perché non voglio approfondirlo.)
Non sono ancora andata a Venezia e non ho smesso di cercare un weekend per farlo, e ora dovrei averlo trovato. Il mondo si è impegnato e si impegna per complicarmi le cose, ma forse serve a drammatizzare il tutto. Oh, non riuscirei a vivere senza un po’ d’istrionismo – non qui. In Germania non avevo bisogno di vestirmi da deficiente in camicia con pizzo e foulard bianco, potevo divertirmi stupidamente anche in abiti civili; non ne avevo bisogno per essere notata, mi ascoltavano comunque. (Non è vero: alla lunga avrei cominciato a farlo anche lì con ogni tutta probabilità. Fatemi contraddire me stessa per rimanere un po’ più realistica.)

Speculum.

Group: Michel Foucault has Ruined My Sense of Reality

Description: Whether he’s ruined your own personal concepts of reality or your personal life, Michel Foucault is simply TOO BRUTAL for mere mortals. Some of us have lost friends because of him. Some of us no longer have social lives at all because of the reading. Some of us have even watched relationships spiral into oblivion because of Foucault. This group for all of you brave souls who cannot look at the world without knowing – in the very depths of our many fractured selves – that we are always in the Panopticon.

Traducevo la dispensa per tedesco. Parola per parola, le parole che non conosco, le troppe parole che non conosco. Lavoro lento e paziente per una meta lontana. Quando le mete si fanno troppo lontane, e sono rare, e non puoi vederle all’orizzonte ma ti dici che esistono – non ricordi bene perché, ma sai che esistono – ogni singola parola tradotta pesa come l’intero lessico che ti manca.

In questi giorni mi sento spesso in colpa. Nei confronti di Mater, perlopiù. Sarà che lei lavora e io no, lei ingoia la sua quotidianità e io solo me stessa.
Sarà che mi ripeto che dovrei lavorare e un brivido mi percuote all’idea di dover interagire con i sistemi vigenti e le vigenti persone là fuori. È una sensazione abbastanza forte da farmi pensare che dovrei andare in cura. Non è la prima volta che mi accade, so che se ne esce, ma non so se sia così automatico uscirne. Non so quale sia la norma, ecco. Ho avuto periodi così e periodi di nonchalance sociale, e non so dire quale sia la “base” per me. Sono di base anti-sociale o l’anti-socialità è derivata?
Penso, nel silenzio di Mater che dorme, che mi pesa pesarle addosso. Tale peso mi commuove come un film che stronca per pena e squallore. Mi pesa, in verità, pesare addosso al mondo, ma il mondo è un concetto lì fuori, distante, ignorabile. Mater è l’essere umano più vicino, posso ascoltare il suo silenzio mentre dorme. Vorrei poterlo non ascoltare. Vorrei perdere l’udito. Poi la vista. Il tatto. Un senso dopo l’altro, fino a una dissoluzione anonima, così silenziosa da far pensare che il posto che occupo forse non è mai stato occupato da nulla. Sì, mi piacerebbe un mondo senza di me.

Tra le canzoni che passano da un orecchio all’altro, appare la voce di Mara. Mara che si registrò cantando stupide sigle. Mara che le canta con voce profonda, o forse con profondità e basta. Una bella voce. Amo le belle voci, mi aprono il cuore – le belle voci sussurrate in una registrazione cruda.
Mara passa un brutto periodo. Potrebbe essere l’incipit di una storia qualunque. Il ragazzo l’ha lasciata e lei non ha dignità sentimentale, nonché un ego mancante di autostima come difesa. Si ferisce e fa ferire non potendo spegnere l’intelligenza che intanto analizza; dice di ferirsi e farsi ferire con coscienza, che dirle? Questo non elimina il fatto che stia male.
Sono andata a trovare Mara, per farle semplicemente compagnia. Le avevo detto che, se serviva, potevo andare a trovarla, per una volta non provandoci. Per una volta, la persona ha colto al volo l’offerta in un momento di dolore. Di solito non lo fanno. Di solito non lo fate. E fate bene. Non sono brava a consolare. Sono logica nelle questioni sentimentali, e la logica non è consolante se non rimirata in solitudine.
Gente mi dice:
“Hai fatto bene a starle accanto.”
Gente mi dice:
“Un bel gesto.”
Un suo amico mi dice:
“Grazie di essere con lei.”
E io mi guardo attorno con un sopracciglio sollevato. Non sono l’amica che consola, quella che distrae senza fare domande. Mara si fa distrarre e poi ascolta le mie ramanzine da grillo parlante (dice lei), e io penso che si fa sbraitare addosso non perché ciò sia utile, ma perché è abituata a essere deprecata. Almeno, a farlo c’è qualcosa che poi la distrae anche.
Massaggio Mara, mi infilo nel letto di Mara, in cerca di calore umano. In cerca di voglia, anche, che mi scaldi – non importa che quella voglia non sia poi soddisfatta – dopotutto, ho detto che non ci avrei provato, sono di parola – l’importante è che quella voglia appaia ad accumularsi come cosa spronante. Spronante per cosa? Spronante e basta. Per non spegnersi come un automa e fissare l’altra persona con il vuoto dentro. La voglia mi dona un’attitudine più sociale, mi spinge a sorridere ed essere gentile, ad agire e reagire anziché fissare l’altra persona come se fosse un prossimo cadavere che gira sul proprio asse come una ballerina di un carillon.

Ieri, sul letto, piegata dal mal di pancia, contorcendomi ridicolmente per cercare posizioni che alleviassero il dolore, la fronte sul libro quando il dolore era troppo (e io non volevo prendere un altro antidolorifico, no, col cazzo, sono così miserabile da non poter sopportare un banale dolore mestruale?), ho osservato la mia abitudine alla solitudine.
È un atteggiamento interiore, più che un fatto. Lo noti quando a un certo punto la tua stanza vuota ode un lamento, ed è tuo, e lo stai facendo perché soffri e il tuo corpo si lamenta anche se non c’è nessuno – e ti rendi conto che non credi nel concetto di “lamentela”. Non che io non esterni le mie noie e dolori lamentandomi, ma quando qualcuno tenta di porgere una mano per aiutarmi sminuisco subito tutto e torno al silenzio. La mia lamentela è una posa. Lo penso con la guancia sul libro e nessuna mano sul mio corpo dolorante. Com’è la mano sul proprio corpo dolorante, da sobri? Le ultime mani sul mio corpo malato erano posate sul mio corpo pieno d’alcol. Il corpo pieno d’alcol non ha più le forze di ritrarsi e minimizzare, quindi riceve la mano un po’ infastidito ma in fretta la dimentica.
Con la guancia sul libro, gli occhi in quelli del gatto, mi torna alla mente la sensazione di una mano calda sul mio corpo dolorante. Mi torna nel corpo, sull’epidermide, la sensazione di un dolore che svanisce. Perché mi appare così strambo? Come una sorta di magia.
Ma non mi spiace, mi dico, mentre il climax di dolore passa, essere abituata a essere disabituata alla mano calda. È utile. Come è utile abituare il mio corpo a farcela senza antidolorifici: un’auto-addestramento in vista di periodi di carestia. Che si traduce in carestia auto-imposta. Sembra un po’ un parto delirante di un eccesso di logica, processo tipicamente umano, ma continua a essere utile. Basta abituarsi.

Il libro era Le benevole.
Pagine e pagine su campi di lavoro inutili. Prigionieri denutriti e privi di cura igienica muoiono prima di poter essere addestrati.
“Colpirli li indebolisce, ma se non li colpiamo non si muovono del tutto.”
Leggetela nell’ottica per cui quei prigionieri non sono esseri umani ma cose lavoratrici. Io leggo quella parte e mi sento una cosa lavoratrice disfunzionante che si sta massacrando. Mi scricchiolano le ossa. Un giorno mi sono accucciata in fondo alla miniera perché per qualche motivo la luce del sole mi faceva venire mal di testa, e ora non esco più.
Le benevole che spiega così la follia nazista sul finire della guerra, la follia del “stiamo perdendo, non abbiamo più nulla, siamo circondati, ma accaniamo le nostre energie nello sterminare ebrei”, così la spiega: se l’Ungheria passa i suoi ebrei alla Germania, la Germania può ricevere il corrispettivo che l’Ungheria utilizzava per nutrire quegli ebrei. Ma gli ebrei, arrivati a destinazione, sono ormai troppo indeboliti per lavorare, e quindi vengono eliminati. Rimane il corrispettivo, ma non è di soldi che la Germania necessita, bensì di forza-lavoro – quella sterminata quando morente perché inutile, ossia nella maggior parte dei casi.
Intendiamoci, la forza-lavoro ebraica sarebbe stata sterminata comunque, ma dopo aver agito come forza-lavoro. Lavoro fino alla morte. Ma se questo periodo di lavoro è più breve del tempo necessario ad addestrarli…
E il protagonista sogna. Sogna un campo che rappresenta il mondo intero, dove la gente nasce, cresce, lavora per poi morire. Ed è poi così differente dalla vita di chi non sta nei campi?
E io sogno cadaveri che danzano. Cadaveri fortunati, fuori dai campi, che hanno modo – nelle pause tra lavoro e sonno e procreazione e mantenimento della progenie – di distrarsi facendo qualcosa di divertente, come: danzare. Non fanno sempre quello. A volte ridono, a volte si corteggiano, spremono le meningi per trovare nuove occupazioni distraenti.

Mi sono distratta facendo scrivere a Sedlacek un articolo a favore di una proposta di Riforma interna al collegio. Mi sono distratta giocando con gli ingranaggi di un sistema. Il sistema l’ho creato io, e metto Sedlacek lì in mezzo a disfarmelo. A cercare le imprecisioni e sfruttarle, a usare fessure come voragini in cui sguazzare, a dimostrare che anche il sistema creato per essere ottimale può essere smontato da chi l’ha creato, se questi ha abbastanza fantasia da essere Dio distruttore oltre che creatore.
Ma la differenza tra creazione e distruzione si fa sottile. Un personaggio come Sedlacek è nato come deposito di corruzione, e dalla distruzione altrui si è creato una vita.

Alla stazione di Parma, Cauchemar mi abbraccia e saluta, e mi dice:
“Fai la brava. Non come Sedlacek.”
“Non potrei fare come Sedlacek. Non ho il suo entusiasmo.”

Prendo Sedlacek e lo metto in situazioni che attentino al suo sistema come lui attenta al mio. Titillo i suoi punti deboli, cospargo di miele i suoi punti scoperti, lo guardo destreggiarsi, poi guardo l’intravisto infinito: lui che distrugge quello che creo io, io che distruggo quello che crea lui, e chi vincerà?

Horton, sul divano, alza le spalle. Neanche lui ha l’entusiasmo di Sedlacek. Io e Horton osserviamo la vitalità distruttiva sedlacekiana senza girare canale.
“Ehhh…” commento io. “Una certa invidia.”
“Nah.” risponde lui. “È inutile.”
“Beh, ma lo è tutto. Allora tanto vale.”
“No. Non vale.”
E, in silenzio, pensiamo che non esiste alcun “fascino del Male”. Il “Male” non è affascinante, ma semplicemente utile. Anzi, “Male” è il nome dato a chi dell’utilità fa il primo principio dopo l’auto-soddisfazione, però incapace di… di…
“Di?” mi domanda Horton.
“Di. Di stare bene anche se non tutto è come vuole.”
“E chi sta bene anche se tutto non è come vuole?”
“Questo non lo so.”
“Un coglione.”
“Non è così semplice…”
“È più semplice che tentare di avere tutto come lo si vuole senza fallire, statisticamente.”
“Ok, ma tu cosa vuoi?”
“Una birra.”
“Mh. Io mi faccio un caffè.”
E facciamoci un altro caffè.

Frequentare cattive compagnie è lesivo. Lo dico, a volte, a persone il cui credo va contro i miei principi morali. Dico loro:
“No, non mi offendi. No, non scusarti. No, non c’è bisogno di giustificare. Accetto tutti. Amo la varietà. Semplicemente, probabilmente non ti starò vicino per troppo tempo. Sai… Si è un po’ chi si frequenta.”
Quindi, per seguire il buon principio e congedarmi ogni tanto da Horton e Sedlacek, creo altri personaggi. Indago sulle infinite possibilità della mia mente. Gioco a dei what if. L’impostazione da creativa puntigliosa mi impone di immedesimarmi in tutti loro per poterli descrivere al meglio, e quindi esagero: creo ragazzine groupie tenere e adoranti, eterosessuali e monogame, per cui il sorriso è un must.

Poi, a casa di Mara, viene messo un vecchio video. Anno: 1998.
Sullo schermo, c’è una tredicenne dai capelli scuri di media lunghezza raccolti in due codini. Pelle chiara, liscia, occhiali sopra a occhi grandi e azzurri. Azzurri-azzurri. Azzurri da essere contemplati, e la telecamera continua a zoomare per coglierne il colore.
La tredicenne parla, si muove. È imbarazzata, non è abituata a essere ripresa, ma non può esplicitare nudo imbarazzo, e in qualche modo se la cava. C’è qualcosa di strano in lei, ad esempio il fatto che inizi frasi con:
“Premettendo che…”
Dove ha letto questa formula, questa tredicenne impacciata? Il suo imbarazzo viene agevolmente scalciato a lato quando le viene posta una domanda su un tema serio, su cui ha una ben precisa opinione da lasciare ai posteri. La espone, senza esitazione se non quella richiesta dall’umiltà, poi il sorriso imbarazzato torna, con esso delle fossette ai lati della bocca.
Ricordo qualcuno dirmi, anni e anni fa, che adorava quelle fossette. Chi era? Non ricordo. Ricordo che pensavo dicesse una cazzata, in quanto quelle fossette io non le avevo mai viste. Erano fossette riservate a terzi (né a Me né a Me, quindi), qualcosa non riproducibile allo specchio. E sì, cazzo, sono veramente adorabili. Come i codini, da cui i capelli escono alla rinfusa. E le labbra, carnose. Quegli occhi limpidi da cuoricino intatto e animo pulito perché mai usato né venduto.
Poi, la tredicenne riflette, e per farlo piega il capo in un gesto naturale. Qualcosa che denota il fatto che deve pensare spesso, tanto spesso da avere un’intera parte di mimica riservata al pensiero. Dopo il “Premettendo che…”, mentre parla, quella mimica fuoriesce, dandole troppi anni rispetto a quelli che ha. Troppa sicurezza – no, aspettate, troppa poca goffaggine rispetto a quella del suo corpo di tredicenne, rispetto alle fossette nervose e alla non-padronanza della sua immagine scenica.
In un’inquadratura a figura intera, quando le viene richiesto un saluto – quando le viene richiesto di mettere in scena un saluto per i posteri, un saluto quindi che debba fare spettacolo a sé, la tredicenne emula la posa e il modo di fare di qualcun altro. Piega leggermente le ginocchia, un lieve inchino, un sorriso artefatto copia/incollato senza troppe pretese da fonti a noi ignote.
Non ha l’abbigliamento adatto, a quella posa, ma non può rendersene conto. Scarpe da ginnastica, jeans larghi, una semplice maglietta – larga – nera. Nelle riprese ravvicinate il colletto della maglietta scivola sul suo collo sottile e nervoso, ma liscio – una gioventù mai stata del tutto informe, come i bambini sono. Un collo da stringere. E accarezzare. Così nervoso da far intuire iper-sensibilità di quei tendini tesi. Chissà come geme. Chissà se è vergine. Sembra. Chissà com’è quando nessuno le chiede di farsi riprendere, inscenando pose.
Il connubio tra la palese goffaggine da acerba adolescente e il modo sicuro in cui espone le proprie idee la rende quel genere di monstrum che dovette ispirare Carroll e Nabokov: hai davanti a te una bambina, è palese, ma si palesa che sotto la carne da svezzare c’è uno sguardo giudicante.
Lasciando correre la fantasia, riesci anche a pensare di avere davanti una specie di donna nel corpo di bambina – un sogno sentimental-erotico perfetto: corpo intoccato e mente indipendente – ma poi ci pensi, e pensi che ha tredici anni, e quella mancanza di padronanza del corpo ci sarà anche in altre sfere, impossibile indovinare quali. Non che la cosa ti riguardi: ha tredici anni, fuori dalla tua sfera – però, ti piacerebbe vedere come agisce e si muove una creatura così. Come si muove, soprattutto.

… E mi trovo a guardare me con brama.
È più preoccupante che la brama nasca dal guardare me, o che nasca dal guardare una tredicenne? Mara mi dice che la mia espressione sarebbe da filmare – così, fra altri dieci anni, potrò bramare la me di oggi?
Ma, mi dico, tra Me e Me c’è un rapporto speciale che non può seguire le leggi che condannano la pedofilia. Ciò nonostante, dico a Mara che dovrebbero esistere più ragazze come quella. Gran stronzata. La tredicenne ripresa sarebbe stata una pesante grana per più di un adulto. Ricordiamo due tentati suicidi per amore (o così la vendevano) e un uomo a cui ha rovinato un po’ più l’animo. Sparse sofferenze ad accumularsi nel curriculum. Altro che monstrum, piuttosto palla al piede della coscienza. Con un sacco di baratri pieni di spine, e una famelica e crudele voglia di palco.
Dopotutto, ogni ricetta deve avere le sue armonie. Nella mia quasi inesistente carriera di cuoca, ho dovuto ricavarlo facendo cocktail: se vuoi caricare d’alcool il tuo Mai Tai, dovrai aggiungere un succo per equilibrare il gusto. Oltre al fatto che se riempi d’alcool il tuo Mai Tai, poi ti ubriachi. La tredicenne avrà dovuto compensare l’imperante giudizio del suo sguardo con qualcosa, perché – so dirlo per certo – non era un giudicare di facciata. No, non era un’emulazione di quella boria e sicurezza che gli adulti sfoggiano. Era qualcosa di più spesso e profondo. Cosa – ha domandato il mio bramante sguardo che si rifiutava di riconoscere in lei me stessa – cosa stracazzo avrà compensato l’imperante giudizio? E se non c’era nulla a compensare – 13 anni sono 13 anni, ossia: 13 anni per fare esperienza, non si bara – quanto squilibrata, in senso letterale, era quella ragazzina? Nah, meglio tenersela lontana. Immagino la fila di ragazzi e uomini disillusi a cui cade la mascella davanti alla piccola Lolita, pronti a viziarla; non le avrei dato che un freddo riflesso di se stessa, per mostrarle quali lati di lei andavano sistemati, anziché bearsi. E lei mi avrebbe ignorato – le conosco, quelle come lei – adducendo la scusa che ero troppo noiosa – e probabilmente ci avrebbe anche creduto. D’altro canto, ogni cosa che non montava il suo ego come panna da mettere su una torta in vetrina non poteva che esserle noiosa. Mi stupisce piuttosto pensare agli uomini dalla mascella caduta, uomini adulti che dovrebbero capire che non esiste alcun monstrum pronto a dispensare meraviglie senza prezzo. La tredicenne è una tredicenne, punto. Il fatto che abbia uno sguardo più adulto non le abbuona anni d’esperienza.

Horton cambia canale.
“Chissà se a Sedlacek sarebbe piaciuta.” commento.
“Eh?”
Chissà se e Sedlacek sarebbe piaciuta.” scandisco. “Insomma, dà l’idea di una di quelle personalità pronte a fare scoppiare fuochi d’artificio al minimo stimolo. E poi da che ho capito le piacevano tutti quei giochetti machiavellici sociali…”
“Di tempo. Spreco.”
“Eh?”
Spreco. Parole tue, non mie.”
“Ahhh… Sì, spreco. Traduzione alternativa del Vanitas vanitatum et-”
“Sì, quella roba lì.”