london

Valigie.

Pausa dal fare bagagli.
IPod nelle orecchie sfruttato nel suo uso primario. Nome provvisorio: Bejelit. Dopo un laptop che si chiama Baron Samedi, un disco esterno che si chiama Louise (nome di un’AI), un altro (K)GB, non mi vengono in mente nomi. Consigliate pure.

In Die Nacht der Generale Tanz dà disposizioni circa il numero di fazzoletti puliti che devono essere in auto quando lui vi sale, su quali parti del motore vadano pulite, sull’esatta temperatura dell’acqua nella vasca (un classico).
Io mi limito a fare una lista al PC suddivisa in quattro colonne con in grassetto le cose prioritarie. (Organizzazione puntuale inutile, in quanto ho dimenticato di prendere trasformatori.) Voglio un attendente. È da anni che ribadisco che sarei pronta per grandi cose, ma ho bisogno di qualcuno che mi sbrighi quelle basilari, meccaniche e fondamentali. Volontari…?

Heart of Darkness comincia salutando il Tamigi. L’autore, quando era piccolo, aveva mappe dell’Africa con larghe e indefinite zone nere. Il boom del colonialismo travolgerà le potenze europee nel corso della sua vita, ma la prima volta in cui vede la zona che anni dopo farà da quadro al suo più famoso romanzo, il Congo, questa è un buco nero con pochi nomi e fiumi.
Oggi conosciamo tutto, anche quello che ancora dobbiamo conoscere; se non sappiamo, c’è chi sa per noi; niente più cuori di tenebra in cui affondare.
A Londra vedrò il Tamigi. Magari le londinesi librerie saranno più clementi, e io troverò qualcosa che mi parli di Sarajevo prima che sia Sarajevo stessa a farlo direttamente. Qualcosa che non balbetti le trite e ritrite informazioni che vengono copia/incollate qui e lì, per il principio per cui non esistono zone d’ombra non illuminate dall’informazione.

“Scusi, l’assicurazione ‘rimpatrio incluso’ dove posso farla?”
“Beh… Di solito la fa l’agenzia di viaggi…”
“Ok, e se non mi avvalgo di un’agenzia di viaggi?”
“Beh… Non saprei… Aspetti un attimo.”
Musichetta.
“… Con un’assicurazione.”
“Ahhh… Grazie.”

… Trovata assicurazione per copertura spese mediche ed eventuale rimpatrio o trasferimento (include anche rimpatrio salma; ora, considerando che una salma lì diviene salma perlopiù a causa di bombe, la domanda è: raccolgono con il cucchiaino? O gli eredi diventano possessori del raggio contenente i tuoi pezzi? Mi immagino addetti alla raccolta dei pezzi – adatta scena a una novella di Bulgakov).
Ci sono due vantaggi notevoli insiti nella seconda parte del viaggio:
1) Al ritorno sarò costretta a fare tutte le analisi del sangue e visite mediche che non faccio da anni. (E scoprirò di avere 4 malattie da 2 anni, letali a lento decorso.) Non che non mi sia stato possibile farlo in precedenza, ma…
Tanz: “A che ti serve?”
Io: “Eh, boh. Intendo… È una cosa che si fa.”
Tanz: “Stai bene?”
Io: “Beh… Sì.”
Tanz: “Hai motivi di sospettare malattie?”
Io: “Beh… No.”
Tanz: “Allora perché perdere tempo?”
Io: “… Già, come ho potuto non pensarci?…”
2) Un grosso quantitativo di papabili tappe mi sembrerà non abbordabile, ma incredibilmente, ridicolmente, easy. Tipo: Israele. Che richiede lunga disamina e un progetto di percorso da spedire all’ambasciata italiana per mostrare come i motivi di viaggio siano meramente e innocentemente turistici.
(Si vede che in questi giorni non ho nessuna materia da studiare e quindi niente in cui riversare la frenesia del mio cervello, vero…?)

Torniamo alle valigie.

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Varie.

Armadio materno dissezionato.
Seguendo i suoi consigli sul cosa indossare per praticità e sicurezza verso Sarajevo, arriverei in frontiera sembrando una terrorista caricata di esplosivo (tracolla, cintura-marsupio con cinque scomparti, pantaloni che sembrano provenire da un magazzino Soviet Seconda Guerra). La magica cintura-marsupio, dice lei, è geniale, in quanto ha aperture interne, è di pelle e quindi difficile da tagliare, e ci puoi dormire – l’ha sperimentata sovente durante raves. Ok, non puoi girarti nel sonno senza girarla.

Il prode Jeep mi ha invece spiegato come tramortire una zecca. Prendere alcol e cotone, cospargerla, e mentre ancora le gira la testa estrarla con delle pinzette o qualcosa di simile. Gli ho domandato: “Posso usare anche Jack Daniel’s?” Sì, ma non conviene berne due litri per passarglielo tramite sangue. Sconsigliano anche di cospargerla d’olio d’oliva (…) perché questo potrebbe causare un rigurgito della zecca (…) aumentando il rischio d’infezione (voce: “malattia di Lyme”). Ammetto di non aver mai immaginato una zecca rigurgitante. Né avrei mai pensato di usare dell’olio d’oliva, c’è da dire.
Ora, io non so perché dovrei staccarmi una zecca di dosso, ma una fonte su due sulla sicurezza avvisa rischio zecche con conseguente malattia di Lyme. Le zecche dovrebbero (-ebbero) stare nei boschi, e nei boschi in Bosnia-Erzegovina non ci vai perché prima delle zecche ci sono un milione di mine, quindi non capisco perché annoverare il rischio zecche – ma tanto non so e non capisco niente, quindi poco conta.
L’altra fonte è il sito “Viaggiare Sicuri”, mezzo primario del Ministero degli Esteri. Infatti, quando oggi ho chiamato chiedendo informazioni, la tizia al telefono mi ha letto esattamente quel che era scritto sul sito. L’ho aiutata a leggere “EUFOR”. E stamattina, in DB, ho aiutato l’impiegata a trovare Sarajevo sulla cartina. Ho tentato di chiedere che genere di treno sia quello che copre la tratta Zagreb-Sarajevo, che genere di carrozze ha, servizi, qualcosa, e lei mi ha risposto:
“Treno.”
Il costo d’andata va dagli 80 ai 100 €, carrozza notte centrale inclusa, ed è curioso come la prima tratta (3 ore) costi 25 €, mentre l’ultima (10 ore) costi sempre 25 €.
L’Identico, ostello nella parte vecchia, con stanza singola e bagno in comune, e tutte le cose che può venirmi in mente un ostello possa avere, fa ben € 11 a notte. L’hotel Apartmani € 25.
Credo che la cosa che mi costerà di più (se riesco a farla) è l’assicurazione sanitaria che preveda, oltre alla copertura delle spese mediche, anche l’eventuale rimpatrio aereo sanitario o il trasferimento in altro Paese. Gli ospedali considerati tali dall’italiano punto di vista sono due: militare francese e militare tedesco. Quindi: ricordarsi, nel caso, di stare male di fianco a quello tedesco. (Per simpatia.)

Progetto: prenotare solo andata, tramite quella velocizzare passaporto, e solo a passaporto arrivato prenotare il resto.

Londra, invece… Eh.
Ho appoggio un paio di giorni, in cui devo trovare sistemazione.
Eh.
Di conseguenza, decidere quanto caricarsi effettivamente di bagagli.
Eh.
… Paradossalmente Sarajevo è più semplice da organizzare.

I treni tedeschi sono puntuali.

Sottotitolo: non demordere per Sarajevo.
Unica informazione disponibile, avuta in agenzia: rivolgersi alla biglietteria internazionale a Milano. Cerchiamo online, e inciampiamo in report di persone che dicono:
“Oppure andate in DB, vicino a Centrale, ottimo servizio.”
Cos’è DB?
Appare online Ponsi, si chiacchiera, le dico:
“Sarajevo.”
Mi dice:
“Bella Sarajevo.”
“Ci sei stata?”
“Sì, tre anni fa.”
“Tu, mia salvezza…!”
Ma Ponsi ci è andata, allora, in aereo – quando Alitalia funzionava.
Le spiego la mia situazione, passa un minuto, e lei mi linka:

Deutsche Bahn

Cosa me ne faccio di un sito tedesco, se devo fare la tratta Milano-Sarajevo, quando Trenitalia non arriva oltre Zagabria?
Ma il fottuto sito tedesco ha la fottuta tratta Milano-Sarajevo, e non solo! Ha sedi in Italia – una vicino a Centrale, ossia: DB.
Ora, capiamoci.
Io, in Italia, per andare a Sarajevo uso un’agenzia tedesca – perché quella italiana non mi fornisce i mezzi. Altre buone ragioni per bruciare questo Paese? No, ok, la smetto. Domani a Milano a cercare la DB, che credo sia a circa 50 metri dalla stazione, a occhio.

Sono 23 ore di viaggio.
2.30 + 8 + 10, con attese in mezzo.
La parte centrale (Mestre-Zagabria) ha carrozze-notte.
La parte finale sarà una mazzata: dieci ore senza sigarette (suppongo) su un treno la cui unica indicazione su modello, servizi, carrozze-notte o -bar, fumatori o non fumatori, prenotazione obbligatoria o meno, consiste nella solitaria scritta Zug (“treno”).
Ora: domattina andare in Centrale. Valuteremo quando fare prenotazione. Avuta quella, Mater potrà portarla in questura per velocizzare le procedure per il passaporto. Ha già la delega per il ritiro.
Domani sera svaligiare armadio di Mater di tutti i vestiti common e non aderenti, marsupio & eventuali in suo possesso. Con 24 ore di viaggio si richiede un agevole e solitario zaino in spalla, scarpe comode e i vestiti più truci. Tornerò il 24, e ho intenzione di partire il 26. Dovrà essere in gran parte tutto già pronto.
Lunedì, partenza per Londra. Valigie da farsi tra sabato e domenica. Quindi, entro sabato capire cosa devo acquistare. Lista medicinali e utilità varie.
E teniamo in conto che i prezzi per Sarajevo sono preventivati come bassi, ma saprò solo domani.
(Certo che come primo viaggio in solitaria zaino in spalla potevo scegliermi una tappa più semplice, eh.)
Dovrei pensare a Londra, non a Sarajevo, ma mi riesce male. Distanza tra ciò che è utile e ciò che è voluto e basta. Ricaccio le sfaccettature meno positive – vedi: mancante tessera sanitaria – chiedere in DB tutte le informazioni che hanno. Se non sono abbastanza, faremo la prenotazione al telefono dopo esserci rivolti all’ambasciata o a chi di dovere. Non pensiamo al fatto che non capirò una parola della lingua locale. E che, se ho ben capito, le truppe EUFOR a Sarajevo sono in minoranza tedesca e maggioranza italiana. (Non si scappa, sono ovunque.)

Ah. Voglio questo libro.

Ah, dimenticavo: i capelli sono tornati rossi.

Mi sento così:


Impilati: assorbenti, antidolorifico “qual è, scusi, l’antidolorifico più forte che avete che non necessita ricetta?”, lucchetto. A che serve, il lucchetto? Non lo so, ma compare tra le necessità da acquistare.
Biglietti per Londra a posto, ora rimane Sarajevo. Right, so arrivare a prenotare fino a Zagabria. So ostelli e hotel in Sarajevo. Il sito dei treni Zagabria-Sarajevo è in serbo-croato. Anche quello dell’aeroporto non si fa decifrare. Ho provato a dire: “Arrivo in aereo fino a qui, poi treno o pullman.” Qua: Romania. No, assurdo. Busseremo a un’agenzia di viaggi. Infastidisce il non poterci andare direttamente da Londra, ma avrò un bagaglio londinese che andrà epurato da laptop, libri, tacchi, scollature – e riempito di farmaci (non ho tessera sanitaria, ghvaccinazioni consigliate: epatite virale A, epatite virale B, febbre tifoide, rabbia. Rischi sanitari: diarrea del viaggiatore, encefalite da zecche, rabbia, febbre tifoidea, mine terrestri inesplose – ecco a che serve una copertura sanitaria), jeans, marsupio. Assurdo il decidere prima la destinazione e poi informarsi. Per quanto si può. Ok, assurdo pensare esistesse una guida italiana su Sarajevo – in compenso sulla Bosnia ne esiste una. Una. Non che volessi farmi un itinerario culturale, ma giusto sapere, ad esempio, abitudini locali. Cosa fare e non fare. La cattiva conservazione degli alimenti nei mercati e nei negozi può essere causa di spiacevoli disturbi e intossicazioni. Si raccomanda pertanto la massima prudenza negli acquisti di generi alimentari che possono essere effettuati anche nei punti vendita di grandi distributori presenti nelle principali città del Paese. Quali sono le specialità locali.
… Ok, la smetto.

Mater suggerisce:
“… Ma un paese del Nord?”
“Nah.”
Vorrà essere chiamata tutti i giorni, credo. Mi diverte, ciò. Mi diverte che la liberal-Mater abbia limiti nel suo essere liberal.
“… Ma da qualche altra parte?”
“A Israele rischio che non mi fanno entrare.”
Giochi.
Esigenza di lasciarmi qualcosa alle spalle per avere davanti qualcosa di diverso. Mi si fa notare che vado sempre oltre le mie possibilità, ed è vero. Lo faccio nello studio, perché non in un viaggio? Sono vecchia per i percorsi lenti. (Lo ero anche a 12 anni, ma allora ero troppo vecchia per iniziare un qualsiasi percorso.)
Di sicuro qualcosa devo fare. Stare a casa senza esami e corsi e lavori è da follia. La follia c’è già, il vuoto la rivela. F. mi parla dei suoi sentimenti e io sorrido e penso che non so come faccia. Stasera un certo… Amil?… Mi approccia, abita nel quartiere, si dichiara, e io sorrido. Gli dico: “No, non ha senso. Smetti di pensarci ora.” Non ho buoni e sinceri sentimenti per nessuno che non abbia rischiato tutto almeno una volta, ne porti i segni, e stia continuando a rischiare. Perché? Non lo so.
È come se fosse tardi, molto tardi, e avessi molto sonno e poco tempo residuo. Come se avessi poche carte in mano e sempre meno puntate da fare prima di chiudere gli occhi. Le urla di Tanz sono così forti che non sento null’altro. Si tenta di bere birra e whiskey per farlo tacere, ma Tanz è astemio, e si finisce con l’essere inermi mentre lui urla con ancor più forza. Il giorno dopo, il mondo continua. Sorrisi agli uffici, lavarsi, vestirsi, accendere il computer. Vorrei diventare ciò che ho cristallizzato in Horton, capacità di stasi assoluta. Penso a cinque giorni della mia vita comandati da un’entità che non condivido e mi vedo esplodere – nel senso, avendo esplosivo addosso.
So che qui non ho più nulla da trarre. Questo popolo non è il mio, né la nazione – se una nazione esiste – è la mia. Non i credo, i presupposti, le mete. L’università è una presa per il culo in cui spiccano singoli docenti parzialmente o meno asserviti al sistema. Aria viziata.


Saints and Soldiers. Film sul Malmedy Massacre – e i santi e soldati sono ovviamente gli americani e non i tedeschi – tra le cui fila c’è Peiper.
Andiamo a riempirci la testa di rumore.

Baricentri.

Fetish libro su Peiper in Italia, con aggiunto processo a Dachau con tutte le angherie del caso, finito.
La conclusione è: quando i socialisti scrivono, scrivono “fascisti” per dire “nazisti”; quando i filonazisti scrivono, scrivono “comunisti” per dire “socialisti”. Non che io sappia cosa sia un socialista o un nazista, beninteso. Forse non esistono (di sicuro non i nazisti, non esistono più; e d’altro canto i nazisti sono nazionalsocialisti, ed ecco un paradosso).

Il Tale – ossia l’autore – ha il difetto di metterci troppo cuore, colorendo un saggio con commenti tra le righe degni di un pubescente o di un pensionato politicamente disilluso. Chiariamoci, mi diverte vederlo insultare in ogni modo possibile gli italiani raffrontandoli ai tedeschi, ma ciò vanifica il suo lavoro.
Tra un insulto e l’altro, però, mi ha dato informazioni. E traduzioni. E altri dati.

Peiper è un perfetto esempio di figlio esemplare del Vaterland. Lo si vuole corretto col nemico ma implacabile; umano ma con il cuore in mano alla patria; coerente, di quel genere di coerenza che confonde. Argomento succulento per nostalgici sopravvissuti e per inferociti oppositori: ha le caratteristiche giuste per entrambi. In Italia dà la caccia a ebrei rifugiati e ha un ebreo che testimonia a suo favore al processo. Sconfigge gli americani in Belgio e il maggiore statunitense sconfitto, al processo, finisce col farsi dare del filonazista traditore perché dice di essere stato, come prigioniero, trattato con i guanti. Etc etc…
Il processo a Dachau a Peiper (e altri) è stato riconosciuto dagli stessi giudici (USA + Germania) non valido, perché le testimonianze sono state fatte da uomini maltrattati. Percosse e contusioni varie, amputazioni d’arti (senza stampelle sì che non potessero suicidarsi), castrazioni a calci, angherie varie. Questo non annulla le angherie tedesche, né le angherie tedesche annullano questo. Cerco di stare in mezzo. (Sempre detto: chi sta in mezzo se la gode di più.) Una fetta di storia fatta di propaganda narrata da saggi che fanno propaganda (di due tipi: filoebraica, filonazista; no, in mezzo non ci puoi stare).

Ora ci sarebbe quel tomo totale di 800 pagine con 500 foto, formato gigante, copertina rigida, pezzo da collezione equivalente a un fazzoletto usato SS (nel senso che costa uguale)… La tentazione è forte.
Mi fa riflettere il fatto che i due libri chiave dei due personaggi storici che al momento ho al centro del focus costino uno sproposito.
Mi fa impressione incappare in libri che costano lo sproposito di cui sopra non per le immagini a colori, non per la grafica d’autore, non perché rappresentative di un evento pubblicizzante, non perché di moda, ma perché…
… Perché?


Scambio di mail.
Oggetto: Da Milano a Londra, passando per Sarajevo.
Estratti:

A: “Sto evitando in tutti i modi di entrare in contatto con italiani a Londra (per ovvi motivi), ma un contatto di Maletta è caso a parte.”

B: “Anch’io cerco d evitare gli italiani a Londra, ma non certo un contatto della Rosalba Maletta. […] Non a caso in questi ultimi giorni il pensiero di Lei mi tornava di continuo alla mente.”

A: “Ho evitato, nello scriverti, di usare le maiuscole scrivendo «Sua», «Lei», benché mi venga naturale anche se ne parlo come terza persona – pare che non venga solo a me.”

Quanto fottutamente è importante che Maletta guarisca. Dove la trovo un’altra idealista che crede di cuore ma riesce a non essere fanatica, eh? Non ci riesco neanche io. (Neanche Tanz. O Peiper. Tantomeno Jan di Leida. Giordano Bruno, ma, appunto, è morto.)

Sabbia.

Maletta dice:
“Le persone con talento ed energia non vanno sprecate.”
Vado controcorrente, obiettando più sulla seconda che sul primo. Solita modestia.

In verità la modestia c’è, ed è assicurata da Tanz.
Ho aperto il raccoglitore con gli appunti di Storia Contemporanea, e Tanz/Peiper, in prima pagina, mi ha guardato. È lì in formato foglio A4 con info annesse, foglio pronto a essere messo in mano a Soresina o chi per lui.
L’appartamento che doveva essere confermato oggi è andato in fumo, il che significa: altro tempo si necessita quando ce n’è sempre meno. Il che significa: boh in aggiunta a 10 giorni da una presunta partenza. Tutto ok, i tempi li ho deciso io; anche le ristrettezza degli stessi. Tirare i fili ai bordi del viso e sorridere per sbrigare faccende che richiedono interazione con altri esseri umani. Tirarli sì che detti esseri umani agiscano correttamente e senza complicazioni, in poco tempo e senza causarmi altro stress.
Leggerezza esteriore, leggerezza interiore.
Poi apri il raccoglitore e Peiper ti guarda. Le foto sono due: in una sorride in modo agghiacciante. Un membro delle SS che sorride in modo agghiacciante non sorride nel modo in cui state pensando, no: sorride d’un sorriso pieno, colmo, speranzoso, realizzato. Di fianco lo stesso Peiper nel ’46, segnaletica.
Ma è la prima foto a darmi uno schiaffo, perché ha un sorriso più raro di una posa da segnaletica. E poi, in fondo è Tanz. Tanz prende la mia amareggiata leggerezza e la bastona, chiedendomi cosa mi dia il diritto d’essere tanto calma e placida.

Sento Maletta, come da accordi. Si preoccupa del mio inconveniente all’ultimo, mi dice:
“Le passerò il contatto di Daniela. Ora è a Londra.”
Chi stracazzo è Daniela?
“Ha fatto la triennale. Un’altra che deve sempre viaggiare.”
Bello il sottinteso: un’altra. Avessi mosso il mio culo da che l’ho staccato dal seggiolone.
“Finita la triennale è andata a Sarajevo. Adesso è a Londra.”

Daniela, link rintracciato avendo la sua mail (gentilmente offerta da Maletta).
Signori, Maletta raduna questo genere di persone.
Signori, io mi sento una merda. Che si abbatte per un appartamento svanito. Per un esame che non sa se riuscirà a dare. I momenti di abbattimento oscurano tutto, si sa – e considerando che Londra è più un dovere morale che motivo d’entusiasmo puro di cuore, assesto tutto in piattezza.
“Magari Daniela può aiutarla a Londra, no?”
Magari dovrei saper aiutare me stessa.

“Le persone con talento ed energia non vanno sprecate.”
L’etichetta il.punto, citata qualche post fa, ha in sé, in uno dei primi post:
Sul mio eremo, libri e carta bianca e il pathos di un nerd sperimentalista.
… Ma odio gli sprechi.

Ma sono stanca.
No, non ne ho reale motivo.
Ho sotto il culo un letto morbido quanto il vostro. Lenzuola colorate quanto le vostre. In frigorifero ho dolce frutta. Sigarette, caffè. Paesaggi limpidi da conflitti fuori dalla finestra. Sono quella “Senti, ma tu che sai…”. Sono quella che porca troia riesce ad attraccare ai porti delle persone che stima. Che ha buone risposte. Sono quella che ha in contact list un egocentrico esaltato di bell’aspetto e carisma che lamenta quanto insulso è il mondo, soprattutto l’universo femminile perché a lui – fottuto romantico pure eterosessuale – quello interessa, egocentrico esaltato di bell’aspetto che domanda:
“Vieni a vedere i Radiohead?”
“No, ho un esame.”
Volti gradevoli con carisma annesso a disposizione, uno ogni tanto giusto per ricordarsi quali sono le accessibilità.
Non ho reale fottuto motivo di essere stanca.
Per questo Tanz mi sta massacrando. Quello che voglio è alla mia portata quanto il sorriso di Peiper sul mio viso, e questo per niuno contingente apocalittico fatto. Solo una sorta di inettitudine che non riesco, cazzo, a visualizzare. Qualcosa che mi distrae, che mi indebolisce, che mi fa sprecare tempo ed energie.
E mi rende stanca.
Meritevole di uno spazio vitale e morale più stretto di quello che ricopre la mia massa fisica. Dovrei tagliarmi arti, per rientrare nello spazio che mi merito. Esemplificazione di come un essere umano possa vanificare se stesso – e stare su, senza gambe, perché i feedback continuano a dire: “Grande!”.
Dovrei disegnare; dovrei scrivere; dovrei darmi alla letteratura inglese; alla filologia tedesca; quel che potrei a detta altrui.
E gioco allo studio della Storia Contemporanea, cercando sensi e nessi. Ritaglio post-it con sopra i nomi delle nazioni e li sposto su mappe inesistenti ricostruendo spostamenti. Gioco ad andare oltre a ciò che mi è richiesto – ma è una briciola rispetto a ciò che mi richiedo. La briciola basta a stupire e accumulare congratulazioni, e io rifiuto gentilmente dicendo:
“Ma non è questa la strada.”
La strada è: una bomba.
Non per motivi o meriti, ma per farla breve – ma con la coscienza a posto.
Tanz ci crede – Valhalla, Tanz? Nel Valhalla ci vai per coraggio. Lanciarsi contro una bomba se non si ha niente da perdere non è coraggio, è gioco facile. Facile alzare il viso con placido sorriso se quel che si ha da perdere equivale a meno dello spazio che si ricopre stando in piedi. Il coraggio del trenino a vapore.
Accumulare congratulazioni da parte di un sistema, e dei suoi figli, che disprezzo, è accumulare sabbia. Ciò nonostante, probabilmente non saprei neanche meritarmelo realmente. Mi rigiro la sabbia tra le mani – morbida, calda, leggera, citata da Qoelet nel suo delirio sullo spreco.
Questo sistema, con il mio attuale e testardo punto di vista, non ha una scala che io ritenga valida. Mi pare di giocare a monopoli. Mi si dice: “Brava.” Penso: “No, sei tu una merda.” Mi si dice: “Riuscirai.” Penso: “No, sei tu che dovresti essere già morto.”
Per questo Tanz mi massacra: perché non ne esco punto e basta. Perché non mi metto alla ricerca di chi possa giudicarmi, di un giudizio in cui credere. Galleggio qui, nella sabbia, e mi faccio sconfortare – di nuovo, reiterazione del demone – se sorgono complicazioni. Tanz dice:
“Le chiami a gran voce, le complicazioni.”
Ho paura di ciò che voglio.
È normale?
(Forse, trattandosi di qualcosa che suona come una bomba esplosa, sì.)

Lovely flatmates.

Ho una possibile futura coinquilina.
Bella.
Ma è la padrona di casa.
Quindi, se optiamo una per l’altra, non potrò infilarmi nel suo (pulitissimo e ordinatissimo da straight) letto o mi sfratta.
E mi adora.
E vuole accompagnarmi per musei e per sano clubbing. E insegnarmi alcune tecniche di pittura a olio.
Aiuto.
°-°
(Non dovrò bere, MAI, con lei. MAI.)


Altieri ha risposto, dicendo che le vie di comunicazione sono aperte e aperte vengono lasciate. Quasi amo più il modo in cui quell’uomo si pone che il fatto che quell’uomo è uno scrittore.


Andiamo a studiare. Sono di nuovo nel loop: “Non ce la farò mai”.