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Loas and other disturbing comforts.

Tadjo è il modo in cui ti senti nel momento in cui la persona per cui avresti dato un braccio alla sola idea di averla per te ti dice gentilmente che non è interessata – il pensiero che era troppo per una persona come te, prima messo in dubbio dal tuo istinto di sopravvivenza, viene confermato e istituzionalizzato, trasformandosi in fatto.
Tadjo ha scavalcato il dubbio eoni fa optando per una convivenza pacifica con la sorda consapevolezza della propria mediocrità. Da qualche parte, in lui, una voce gli sussurra che tale mediocrità non è che un’apparenza – ma quando un’apparenza si fa insormontabile sovrastando quel che siamo realmente, che conta la verità? La voce ricorda a Tadjo che vale ben più di quanto ha accettato di valere, ed è da questo pensiero che Tadjo trae la propria aggressività. Di persone apparentemente mediocri ce ne sono un’infinità, ma lui non è un fallito e non lo sarà mai – lo rivendica ogni volta che preme la propria suola sulla camicia bianca di un compagno steso a terra.
Ha di Grauerholz (Il fine ultimo della creazione) lo sguardo folle di chi è capace di mantenere vivo un solo pensiero nella testa, indisturbato, unico e assoluto, immanente più della realtà che lo circonda. Il mondo si fa vanitas, quando la volontà ha una presa ben salda su un unico pensiero.
Tadjo è il genere di persona che, per il sembiante peculiare e in potenziale gradevole, ti attirerebbe più per curiosità che per passione. Sotto a quei tratti affilati deve nascondersi una forza vermiforme che li ha scavati, resi unici – quella fisionomia allungata può essere il riflesso di un animo altrettanto raro – ma, dopo quattro parole scambiate, un abnorme horror vacui ti coglie, la sensazione che tale sembiante non fosse che un’esca, una bella maschera a celare un vuoto d’interesse – suo nei confronti del mondo, tuo nei confronti di Tadjo.
Non basta andartene cercando di meglio, a quel punto: devi fuggirne, lasciartelo alle spalle come un ricordo che non vuoi serbare.

Mater mi ha rifornito di fil di ferro, cotto e non, alluminio e via discorrendo d’infiniti colori.
Li ho estratti dalla scatola in cui sono stati recapitati per metterli in ordine, come un arcobaleno – non lo facevo da tanto, questa pratica di ordinare secondo una logica cromatica, decidendo se il bianco debba stare tra nero e giallo o se tra grigio e azzurro.
Lavoro a bigiotteria steampunk come prova.
Tutti questi colori assieme mi hanno spalancato troppe opzioni, mandandomi nel caos.
Riordino la mia creatività all’insegna del must che da diverso tempo a questa parte pervade la mia idea di arte.

Pessima parola, arte, che spaccherei in mille pezzi affinché non sia più una categoria residuale necessaria.
Una certa formazione in proposito mi costringe a pensare che tutti coloro che risolvono la faccenda dicendo che Michelangelo era un artista, mentre quelli di oggi sono imbrattatele siano vittime per cui non spendere una lacrima: vittime di una confusione tra “arte” e “piacere estetico”. Ma come fare un ragionamento, quando lo stesso termine “estetico” (e derivati) viene usato a sproposito solo nell’accezione di “esteticamente gradevole”? A costoro posso ogni volta rifilare lo stesso discorso che tendo a non concludere per amarezza esistenziale (non dinnanzi a una popolazione non istruita artisticamente, chi se ne frega, ma dinnanzi a una popolazione facile al giudizio e poco disposta a metterlo in dubbio), quello che cerca di spiegare come l’arte sia collegata prima a termini quali “comunicazione” e “Zeitgeist” che a uscite quali “Mi piace” o “Non mi piace” (tu continuerai a prendermi per il culo, J, ma intanto io spiego le radici della mia idiosincrasia per tali espressioni), e che cerca di giungere al mostrare come, per apparente paradosso, sia più “artista” in senso attuale (ossia romanticizzato, ossia: “Ancora tu, Romanticismo, tra i piedi.”) un Picasso di un Michelangelo, essendo un Michelangelo una mera puttana al soldo dei potenti dell’epoca. Ripetetelo: Michelangelo era una mera puttana al soldo dei potenti dell’epoca. La volgarità ha la sacra funzione di dis-sacrare, ossia di decostruire le credenze preconcette delle persone vittime di un sistema di valori.
Dall’altra parte, però, poco tollero le menti artistiche contemporanee, che – se sanno scindere il concetto di “artisticamente sensato” da quello di “Mi piace” – decidono di darsi all’amnesia e dimenticare che il 99% della popolazione non capirà un cazzo di un Fontana, e del 70% delle opere di arte contemporanea, che quindi possono essere artisticamente valide fino alla morte, ma sarà una valore inutile.

Potrei, per circumnavigare la faccenda, dire che mi sono data all’artigianato – ma sarebbe troppo semplice, mi sussurra il Dio Che Ride, facendomi notare che i miei pezzi d’artigianato hanno una percentuale che varia dal 25% al 75% di artisticità incomprensibile, ossia quella cosa che scatena la domanda che nessun artista che io conosca (me compresa, quando faccio la creativa) sopporta:
“Ma cosa significa?”
Oppure:
“Ma questa parte qui qui cosa rappresenta?”
Sono stati quegli stessi coglioni che oggi detengono l’egemonia sull’artisticità (ossia quelli che decretano cosa sia e cosa non sia un’opera d’arte) ad avervi insegnato a fare queste domande, passando per mezzo dei critici e di quelli che scrivono manuali di storia dell’arte. Il problema, usufruitori non ortopedizzati dal Verbo Artistico, non è che le domande siano insensate, ma che tanto voi non comprendereste le risposte.
Tornando a me, il Dio Che Ride mi ha fatto notare che le mie creazioni tendono a mostrare una stravaganza sospetta. La “stravaganza sospetta” è quella cosa per cui vi rifiutano o mandano dallo psicologo se a un test per diventare carabinieri disegnate un giardino d’inverno fiorito con ninfee e demoni alla Bosch quando vi era stato semplicemente richiesto di disegnare una casa, o quando nelle macchie di Rorschach vedete vostra nonna trucemente sodomizzata dal Premier. (Io, curiosa come al solito, avevo chiesto di essere sottoposta a tale ennesima suddivisione dell’umanità in categorie, e nelle macchie avevo visto ossessivamente conigli e vagine – non mi è stato detto a che categoria appartenessi.)
Ho risposto al Dio Che Ride che mi limito ad applicare i precetti del sincretismo, e se ne è andato ridendo dopo aver scosso la testa.

È da ben prima che mi mettessi a scorticarmi i polpastrelli con fil di ferro che il must sopraccitato mi condiziona. Potrei dire che è dal paper sul Neo-HooDooism, ma il paper in questione non è stato che la razionalizzazione di un quid (d’oh!, un latinismo) che m’insegue da ben prima, che ha cercato di attaccarsi con unghie e denti al Voodoo ma ha fallito perché quel che stavo cercando era lo Hoodoo e né oggi né allora sapevo bene cosa lo Hoodoo comportasse. Per questo avrei voluto andare a New Orleans – ed è venuta la catastrofe – e ad Haiti – ed è venuta la catastrofe (sì, porto sfortuna). Ishmael Reed mi ha fornito una risposta attualizzata, riveduta e corretta, fornendomi in pasto il Neo-HooDooism. Il paper l’ho scritto carica di rabbia per dire che è paradossale scrivere un paper con il metodo compilativo e razionale tanto amato e richiesto su un argomento che rifugge ogni compilazione e razionalità, ma alla fine il mio animo speculativo ha vinto, e ho scritto una ventina di pagine per dimostrare come il Neo-HooDoo sia un inno al sincretismo.
Ishmael Reed mi ha anche fatto realizzare altro, come ad esempio la mia innata tendenza a fare della realizzazione di un’opera d’arte (o di artigianato) un momento rituale. Sia un quadro, una scultura, un file .psd con 86 livelli o bigiotteria, vi lavoro come se il tempo che impiego per realizzarla fosse il passare di epoche compresso dalla mia testa. Ogni pennellata, pezzo di creta modellato, livello o filo modellato è un passaggio, un attimo di consapevolezza in più alla ricerca della meta finale.
C’è il Wyrd alla base di tale approccio, ossia quel credere che siamo nati per un preciso scopo che non conosciamo e che proprio il nostro libero arbitrio ci porterà a scoprire, se ben lo utilizziamo. Michelangelo, la puttana di cui sopra, si è reso famoso anche per il suo “rivelare” che la statua pre-esiste a se stessa, ossia è già nel blocco di marmo che lo scultore si accinge a scolpire. Ma Michelangelo visse in Italia, terra di lingue romanze, e così si potrebbe parlare di “destino” – quello di un pezzo di marmo.
Preferisco il Wyrd al destino, ma il primo termine viene tradotto con il secondo, e torniamo alle solite noiose questioni linguistiche, e alla sottoscritta che sta per parlarvi dell’importanza del verbo werden e di come quei coglioni degli inglesi abbiano disciolto la ricchezza semantica di tale termine nel banale weird. Sto per dirvi di come le tre Norne non siano le tre Parche, benché simili, nello stesso modo in cui il futuro nelle lingue germaniche non può essere tradotto, spesso, con quello delle lingue romanze, di come un “I’ll do my best” possa essere tradotto come “Prometto che farò del mio meglio”, di come uno shall ci starebbe meglio perché riporterebbe a galla Skuld, quella Norna che in tedesco è diventata sia “colpa” che “debito” (Schuld).
Il Wyrd sta, per felicità del Dio Che Ride, in tutte quelle parti che non posso tradurvi: è quel quid che un “prometto” non può esaurire, è quella parte di Schuld che “colpa” e “debito” non soddisfano. È il collegamento poco contemplato tra should e shall, tra quello che dovresti fare, tra quello che farai (sottratta la certezza matematica che il futuro in italiano comunica), quello che t’impegni a fare.
Ma ci piacciono i sincretismi, e quindi al Wyrd norreno mescoliamo l’immanenza dello Hoodoo. Anche i norreni se ne intendevano di immanenza, ma il mio Dio è quello Che Ride, e quindi di informazioni su questo barbaro popolo ne sono rimaste poche. Inneggio al multi-culti e attingo da visioni del mondo che mai si sono incrociate per creare bigiotteria che solo un fanatico del significato che tale bigiotteria trasmette indosserebbe, ma sono l’unica persona che conosco che ha luridi barbari schiavisti e luridi ex-schiavi sfigati come maggiori fonti di ispirazione, e non amo indossare decorazioni. Oltretutto, entro un anno avrò dimenticato di averla prodotta.
Ma siamo scimmie, o forse siamo esattamente l’opposto, e necessitiamo di tenerci compagnia. In mancanza di persone con cui disquisire, allo stesso livello, di norreni e Loa, prendo parti di me e le manifesto al di fuori di me, sì che io possa dirmi che non sono me, sì che possano tenermi compagnia.
Sartre, che mi sta sul cazzo, scrisse del perché si scrive. Scrisse dell’esigenza di sentirsi essenziali a qualcosa, giacché al Creato si è inessenziali, e mise come presupposto l’esistenza di un lettore come riconferma della nostra essenzialità. Scrisse che tale elemento aggiuntivo necessario (il mittente) tale è solo nel caso della scrittura, perché l’opera di un artigiano può essere utilizzata dall’artigiano, mentre uno scrittore non può “usare” un libro che ha scritto, perché – conoscendolo già – non ne trarrà il piacere e le nuove visioni del mondo che chiunque altro potrebbe trarne.
Sarebbe quindi fondamentale, a questo punto, capire se il pezzo di bigiotteria che sto realizzando sia arte o artigianato, perché – secondo Sartre – nel primo caso mi servirebbe qualcuno che lo usa, ossia trae significati da esso, mentre nel secondo caso potrei indossarlo io – ma che accade se lo realizzo pur sapendo che non lo indosserò?
Sartre mi sta sul cazzo, perché non contempla quelle persone che scrivono fiumi di parole senza farle leggere a nessuno. Non contempla tutte quelle persone che tengono un diario alla cui prosa badano. Non contempla un sacco di cose, e spero che Genet gli abbia fatto male quando se l’è scopato – perché sicuramente lo ha fatto.
Sartre prese consistenza nella mia testa quando scoprii che aveva scritto Saint Genet: Comedien Et Martyr. Eoni fa. Eoni fa scoprii una traduzione, se non erro, fuori catalogo, se non erro – e da allora questo libro mi è rimasto in testa.
Poi, due giorni fa, cercando su amazon opere di Genet per VB, ci sono inciampata – in francese, ma a €9,54 poteva andare bene. Oh, sarebbe andato bene anche a €20. E di più.
Per VB ci sono, in arrivo, Notre-Dame des fleurs e Miracolo della rosa, che le darò quando arriverà qui, ossia quando mi metterà in mano Querelle de Brest.
Ci sono poi Diamonds, Gold and War: The Making of South Africa per la tesi (unico libro che avrei dovuto comprare), Tropic of Cancer e Hallucinating Foucault.
Sono acquisti fatti con l’ottica di chi spera di sopravvivere abbastanza a lungo, perché di fianco al letto ho una pila di romanzi da leggere (sì, anche tu, J).
Alla fine mi sono arresa a La morte della bellezza, sapendo che stavo commettendo peccato. È, come subodorato, di un voyeurismo che finge di essere decente facendosi lirico-tragico che sarebbe poco sostenibile, se non amassi la mescolanza tra parlata napoletana e gergo da sognatore deluso alla nascita ma che nel cuore mai si è arreso alla volgarità della vita, il tutto segnato da quel tono che in Italia chiamano “neo-realismo”, ma che a me sembra sempre più un “cerchiamo una scusa per descrivere con dettagli anatomici i ragazzi che ci faremmo (firmato: Visconti, Pasolini, Testori)”.

Concludiamo con una canzone-video che per colpa di una certa adorabile creatura continuo ad ascoltare:

È poco dignitoso, dicono, ascoltare i 30 Seconds to Mars (ma lo dicono a causa degli emo, o è a causa dei 30 Seconds to Mars che gli emo sono socialmente screditati?).
Il video mi ha colto per nostalgia, la nostalgia che le produzioni non-europee con gusto europeo causano. Invidio immensamente gli americani e i giapponesi, in tal senso. Mi hanno rincoglionito più volte con immagini di un’Europa che ho cercato in ogni angolo senza mai trovarla, per il semplice fatto che non è mai esistita. Fottuti costruttori di Sehnsucht.

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Di generi abortiti e di altre bussole senza ago.

Gli idoli steampunk si accumulano sul calorifero, guardando il mondo con i loro indifferenti sguardi bullonati.
Indici e pollici, intanto, acquistano quella dolorante ruvidezza che piacerebbe tanto a Genet. (Quand’è che Genet è entrato nella mia coscienza? Deve essersi intrufolato inseguendo il generale Tanz.) A me meno. Mi toglie sensibilità ai polpastrelli, e ciò in certi frangenti è fondamentale.
A proposito di Genet, ho chiesto a VB di dare un’occhiata nelle librerie in cui passava alla ricerca di Querelle de Brest. Potrei anche cercare la trama del suddetto e copia/incollarvela qui, ma non prendiamoci per il culo: Genet parla sempre della stessa cosa (che non è, per la precisione, il cazzo).
Abuso però di wiki per farmi dire che il protagonista, oltre a essere un marinaio, is also a thief, a prostitute, an opium smuggler, and a serial killer – ossia è il riassunto di ciò di cui Genet parla sempre.
Mi rammarico di non avere qui Diario del ladro, perché avevo sottolineato un passaggio in cui Genet sottolineava il potere estetico del nazismo (all’estero), ossia quello derivante dall’essere al contempo la Polizia Suprema e il Supremo Criminale. Parlava anche di come Corona e Prigioni siano i due vertici di un’unica struttura, come un castello e il suo riflesso in un lago – ma sottolineare libri è una pratica feticista, e il Dio che Ride punisce la mia vanitas facendomi prestare i suddetti sottolineati libri quando ne avrei bisogno.
Il Dio che Ride attende anche il momento in cui avrò finito di leggere Querelle de Brest e con questo avrò dato fondo ai romanzi scritti da Genet. È il lato negativo della mortalità degli scrittori: non hai più niente in cui sperare. Potrei anche accettare la contemplazione dell’infinito – ossia accettare l’ipotesi di rileggere all’infinito le sue opere – ma la cosa mi angoscia – come mi angoscia il rendermi conto di aver letto tutto in traduzione, in mancanza (ma verrà ovviata, questa mancanza) di una padronanza del francese (molto salda padronanza – ma è sempre così: i miei autori stranieri preferiti sono tendenzialmente per me illeggibili in originale).
Tim Willocks (Il fine ultimo della creazione) non è male. La traduzione è a tratti confusionaria, e dovrei averlo in originale tra le mani, ma ci sono limiti anche alla traduzione più creativa. A fine lettura ci saranno diversi passaggi che vorrei aver sottolineato, ma mi basta il generale continuo avere Bentham come riferimento, esplicito e implicito.
Ho chiesto a What Should I Read Next? what I should read next, ma non è stato granché utile. Vedete, miei lettori suddivisi tra quelli senza particolare gusto e quelli a compartimenti stagni, la verità non è che io non sia una lettrice di genere, lo sarei, se esistesse il genere “architetture benthamiane”. Ma non esiste. Lo userei per il preciso scopo per cui si ricorre a un genere: andare sul sicuro e leggere una letteratura che non ti riserva sorprese. Ma non esiste. La verità, oh miei lettori divisi tra lettori della domenica e lettori dai gusti sopraffini, è che non esiste persona che si salvi dall’avere gusti ossessivi: semmai ne esistono i cui ossessivi gusti non corrispondono a un genere riconosciuto. Vi ricordate Manganelli? Ve lo citai come esempio di letteratura alta, altissima, da vertigini, incomprensibile per farvi andare su tutte le furie in quanto a prima impressione scritta apposta per dirvi “oh popolino, voi non potete leggermi” – beh, Manganelli me lo passò un tizio il cui gusto ossessivo tendeva ai tempi verso gli snuff movies – che sono sì un genere, ma illegale, quindi non istituzionalizzabile. Così, se chiedo a What Should I Read Next? what I should read next il sito mi risponde facendo leva sui temi riconosciuti. Che è poi quello che il mio limitato cervello sa fare, fa, e si ribadisce che quello di cui parla sempre Genet non è il cazzo di un marinaio succhiato da un galeotto, o mi basterebbe darmi alla letteratura gay; e non è neanche la vita di un ladro, perché se così fosse potrei darmi alle biografie di celebri ladri; è qualcosa che sta a metà tra gli esiliati di Genet, gli internati machiavellici di Musil, i perdenti di Testori, i recidivi di Bunker e gli spietati deliranti di Littell, ma solo se illuminati da un profeta rimbaudiano – ed ecco che il sistema di catalogazione del mio cervello va in tilt e si ritrova in mezzo al nulla.
Ci sono dei biechi modi di trovare una soluzione, metodi matematici che nel 75% dei casi non funzionano.
Se ad esempio unisco la tag “guerra” alla tag “tedescaggine” alla tag “omosessualità” ne esce La morte della bellezza di Griffi – ma già il titolo unisce il sublime all’eleganza, e certi accostamenti poco mi convincono.
Se invece unisco la tag “Foucault” a delirii rimbaudiani esce un Hallucinating Foucault, e probabilmente andrà meglio.
Tropic of Cancer, invece, ha dalla sua semplicemente una prosa accattivante e il fatto che troppo spesso è stato accostato da terzi (ossia, oltre a me e Me) alla sottoscritta.


Anche Genet è diventato una tag – ma il Dio che Ride mi ricorda che certe parole diventano tags solo dopo essere state significate (per il verbo “significare” vedesi L’insostenibile leggerezza del potere) dalla sottoscritta, e quindi le tags sono fondamentalmente un feticcio – oh, vanitas vanitatum et omnia vanitas – quanti tra i lettori si sono resi conto del fatto che nella grafica di questo blog vi sono parole tratte da L’Ecclesiaste in tedesco? Come sono cripto-massonica.